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Il giorno più lungo
di Piero Fiorili
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IL GIORNO PIU' LUNGO (The longest day, USA 1962)
Regia: ANDREW MARTON, KEN ANNAKIN, BERNHARD WICKI
Co-regia (non accreditata): Gerd Oswald
Sceneggiatura: Cornelius Ryan, Romain Gary, James Jones, David Pursall,
dall'omonimo romanzo di Cornelius Ryan
Fotografia: Henry Persin, Walter Wottitz
Montaggio: Samuel E. Beetly
Effetti Speciali: Robert MacDonald, Jacques Maumont
Musica: Maurice Jarre, Paul Anka
Cast: JOHN WAYNE (Ten.Col. Vandervoort), ROBERT MITCHUM (Gen. Cota), HENRY FONDA (Gen. Roosevelt), e oltre 40 attori di fama, in brevi parti.
Prodotto da Darryl F. Zanuck e Elmo Williams per la 20th Century Fox (B/N, durata 178')

Il 5 giugno del 1944 si avverte forte nervosismo sulle coste della Manica. Tedeschi e francesi (con diversi sentimenti a riguardo) si aspettano che l'enorme massa di uomini, mezzi e materiali che gli Alleati accumulano da mesi sulle coste inglesi, si riversi all'improvviso in Francia. La Wehrmacht non sa né quando né dove lo sbarco avverrà, però il tempo è pessimo da giorni e giorni, e Rommel, responsabile della difesa del Vallo Atlantico, ne approfitta per concedersi una breve licenza. Altri uomini-chiave dello Stato Maggiore sono assenti, dato che per il giorno successivo erano previste delle importanti manovre.
Piove a dirotto. Sull'altro lato, comandanti e soldati si consumano nell'impazienza e nella frustrazione, dato che il D-Day viene continuamente fissato e poi rimandato.
Nel tardo pomeriggio, il servizio meteorologico inglese segnala che un'area di alta pressione si sta spostando, e interesserà la Manica durante la notte: è arrivato il bel tempo, alle 21 Eisenhower lancia finalmente l'attacco alla Fortezza Europa. Partono i Commandos inglesi, a bordo di silenziosi alianti, per presidiare ponti e strade all'interno della Normandia. La sorpresa è totale, il Pegasus Bridge sul canale di Caen, e il ponte di Ranville sull'Orne sono presi in pochi minuti. Partono anche gli americani dell'82ª e 101ª aviotrasportata, ma il lancio dei paracadutisti è un disastro: chi finisce nelle paludi, e chi nella piazza principale di S.te Mère Eglise, presidiata dai tedeschi. Intanto i partigiani francesi, messi al corrente dello sbarco attraverso messaggi radio in codice, compiono azioni di sabotaggio, interrompendo linee telefoniche e ferrovie, onde precipitare nel caos i comandi della Wehrmacht.
Durante la notte, lo Stato Maggiore tedesco comprende che è arrivato il momento tanto temuto, ma nessuno vuol credere che gli scontri che stanno avvenendo in Normandia siano qualcosa di più di un'azione diversiva, e che lo sbarco vero dovrà avvenire al passo di Calais, come logica militare impone. Per spostare le riserve strategiche da Calais alla Normandia ci vorrebbe comunque l'autorizzazione del Führer, ma Hitler dorme e ha dato ordine tassativo di non disturbarlo per nessuna ragione.
All'alba è ormai troppo tardi per cambiare l'assetto difensivo; le navi inglesi e americane, a migliaia, sono in vista delle spiagge della penisola di Cotentin, e dopo aver cannoneggiato le postazioni tedesche con artiglierie di grosso calibro, iniziano a vomitare mezzi da sbarco verso i cinque obbiettivi prefissati. Le spiagge chiamate Juno, Gold e Sword, sono assegnate alle forze inglesi e del Commonwealth, e agli sbarcati sulle prime due non accade nulla di speciale. Alla spiaggia Sword, vicinissima a Caen, gli inglesi incontrano una modesta resistenza, ma tocca a un commando della France Libre assaltare il Casinò di Ouistreham per neutralizzare una batteria costiera che i tedeschi vi hanno insediato. Dopo aver subito gravissime perdite, il commando riesce nella sua missione grazie all'appoggio dei carri armati, da poco sbarcati.
Gli americani, dal canto loro, conquistano la spiaggia Utah in relativa tranquillità, e marciano verso l'interno per ricongiungersi con gli sfortunati paracadutisti a St.Mère Eglise. Un battaglione di Rangers intanto scala una ripida scogliera a Point du Hoc, che nasconde, secondo il Comando, una micidiale postazione di cannoni costieri di grosso calibro. Pur falcidiati dal fuoco nemico, i Rangers raggiungono la cima della scogliera, per accorgersi che non c'è ombra dei tanto decantati cannoni: i tedeschi non hanno ancora avuto il tempo di installarli..
Ma è sulla spiaggia Omaha (il cui nome, più ancora che alla capitale del Nebraska, resterà d'allora in poi associato alla Normandia) che si consuma il sacrificio di migliaia di americani, inchiodati sulla battigia da un tremendo fuoco di sbarramento. Solo verso sera, quando gli altri quattro contingenti hanno ormai lasciato le rispettive spiagge e sono penetrati all'interno, la 1ª divisione di Fanteria (The Big Red One) e la 29ª che la affianca, riescono ad aver ragione delle difese tedesche (rimaste anche a corto di munizioni) e a lasciare finalmente la spiaggia. Con questa sanguinosa e stentata vittoria, cala infine la sera sul D-Day, "il giorno più lungo".

Illustrare globalmente una battaglia, nei suoi molteplici episodi al margine, era sempre stato giudicato impossibile da qualsiasi produttore cinematografico. Il racconto filmico poteva snodarsi attraverso un selezionato gruppo di protagonisti, seguiti passo passo nelle loro vicissitudini, ma la visione d'insieme non si poteva proprio cogliere.
La sfida fu invece raccolta da Darryl F. Zanuck, il tycoon della 20th Century Fox, il quale si mise in testa che lo stile episodico e frammentario del libro di Cornelius Ryan (che si incaricò di redigerne la sceneggiatura) potesse essere riproposto pari pari in un film. Nessun regista volle accettare l'incarico, argomentando (giustamente) che per trasporre in pellicola i cento protagonisti e i cento episodi del libro, sarebbero occorse almeno 10 ore di proiezione. O, in alternativa, ridurre a comparsate insignificanti ogni ruolo d'attore (ma la durata sarebbe comunque stata di almeno tre ore).
Zanuck (che agiva da produttore esterno alla Fox, in quel momento) non si perse d'animo e accettò l'alternativa: il pubblico non sarebbe rimasto deluso dalla brevità degli episodi, se ognuno di essi fosse stato interpretato da un attore di gran fama. Una passerella simile a quella di certi varietà musicali in auge nei decenni precedenti, dunque, e il produttore era certo che, come il pubblico aveva sempre gradito in quel contesto le brevi apparizioni dei divi, così le avrebbe gradite anche in un kolossal bellico.
Senza badare a spese, e dando fondo ai soldi dello Studio (infischiandosene tra l'altro del fatto che la Fox era già in gravi difficoltà a causa della realizzazione-monstre di Cleopatra) Zanuck scritturò per parti "cameo" oltre 40 divi (o presunti tali). Il battage pubblicitario si incentrò infatti sullo slogan "42 international stars" (nelle riedizioni divennero 43, 44, anche 48), ma a ben guardare quelli che potevano considerarsi tali erano circa una ventina.
Quando il film uscirà, il pubblico darà ragione al produttore: la parata dei 42-divi-42 è tutto grasso che cola, naturalmente, anche se i cantanti Paul Anka, Tommy Sands e Fabian, idoli dei teenagers, proprio "attori" non erano, e non saranno mai..
L'incarico di filmare tanto materiale e dirigere tanti divi, fu suddiviso da Zanuck tra una terna di registi (non a caso, privi di carisma personale), alla testa di altrettante troupes. Il set "americano" fu affidato ad Andrew Marton, un regista incolore che non aveva praticamente esperienze precedenti nel genere bellico (in seguito dirigerà la prima versione de La sottile linea rossa); il set "inglese", comprese le scene riguardanti la Resistenza francese, toccò a Ken Annakin, un buon artigiano che però aveva lavorato principalmente per la Walt Disney (ma firmerà, tre anni più tardi, La battaglia dei giganti); infine il set "tedesco" fu diretto da Bernhard Wicki, autore del notevole Il ponte, film candidato all'Oscar un paio d'anni prima. Un quarto regista, Gerd Oswald, diresse le scene di lancio col paracadute, ma il suo nome non appare nei credits.
Essendo stato girato in diversi set "nazionali", gli attori di lingua non inglese recitano nella propria, e nell'edizione originale i dialoghi sono sottotitolati. In quella italiana, sono invece doppiati tutti indistintamente. Comunque nessuno dei tre registi principali riuscì ad esprimere uno stile personale, tutto il film è dominato dalla musica enfatica e dalle apparizioni dei divi nei ruoli di generali e colonnelli (ma anche soldati semplici); in effetti si coglie poco dello svolgimento dell'operazione Overlord (mancano, per esempio, le carte geografiche necessarie per capire dove si trovano i reparti che combattono). Non mancano invece alcune storie personali di reclute al battesimo del fuoco, ma sono appena accennate e tutto sommato si rivelano inutili e dispersive nell'economia del film, già molto lungo di suo.
Le uniche parti attoriali corpose sono quelle di John Wayne, nei panni di un tenente colonnello dell'82ª aviotrasportata, e di Robert Mitchum, nei panni del generale di brigata Cota, inchiodato con i suoi uomini sulla spiaggia di Omaha. Sono le parti che, giustamente, rimangono più impresse nella memoria, e rappresentano le più comuni icone del film.

E' giusto dunque parlare di un film "di" Darryl Zanuck, come non mancano di sottolineare i poster pubblicitari, essendo uno di quei casi, come Via col vento, in cui l'autore è da considerarsi assai più il tenace e volitivo produttore, col film già finito e montato nella sua testa ancor prima di iniziare le riprese, che non gli incerti e servizievoli registi via via avvicendatisi.
Un'ultima osservazione la merita la fotografia: gran bel bianco e nero, ma incongruo nel contesto di uno spettacolone a grande schermo e suono stereo (rarità per l'epoca). Non era certo la differenza di prezzo tra la pellicola a colori e quella B/N la responsabile di una tale scelta (vero che la Fox era in difficoltà, ma su ordini di grandezza ben maggiori del costo della pellicola); perciò si tratta senz'altro di una scelta stilistica. Non è facile capirne il motivo. Forse perché, per l'ambizione semidocumentaristica dell'opera, Zanuck intendeva appoggiarsi all'aura di drammatica attualità dei filmati d'epoca, tutti però in un B/N sgranato e "sporco", che contrasta con la nitidezza e la risoluzione della pellicola Cinemascope del 1962...
E allora viene da rimpiangere l'assenza del colore, già usato ormai molte volte - e quasi sempre efficacemente - nel film bellico degli anni '50 (ma ciò non giustifica l'uso della cosiddetta "colorizzazione elettronica", usata per i passaggi televisivi negli USA, che è da considerarsi un vero e proprio sfregio all'arte cinematografica).
Il film ebbe un enorme successo di pubblico, e servì a tamponare la situazione precaria della Fox, in attesa che anche gli incassi di Cleopatra coprissero le enormi spese di produzione.
Data la frammentarietà del film, delle quattro candidature all'Oscar (miglior film, scenografia, fotografia ed effetti speciali), solo le ultime due ebbero poi una meritata statuetta. Quanto a Zanuck, divenne dall'oggi al domani il "santone" per eccellenza di Hollywood, e mise a segno in seguito altri fortunatissimi colpi.

antologia della critica

Nota: poiché il film, come quasi tutti i kolossal, è giudicato unanimemente assai più importante nella storia del cinema sotto l'aspetto produttivo che sotto quello artistico, è abbastanza raro trovare giudizi critici pubblicati nelle raccolte di recensioni più significative. Né, d'altra parte, se ne occupano le biografie dei tanti attori importanti, giacché ognuno di essi vi ha fatto solo una comparsata, o poco più. Così, paradossalmente, uno dei film più famosi del XX secolo è anche uno di quelli di cui la critica si occupa di meno.

Norman Kagan (in: I film di guerra / Storia illustrata del cinema)
The Longest Day è l'epopea dello sbarco in Normandia, in cui sono rappresentati il sacrificio e il logoramento, l'intelligenza e l'audacia. Il film fu diretto da un gruppo internazionale di ottimi registi, tra gli interpreti figuravano il colonnello John Wayne, il generale Roberto Mitchum, i soldati semplici Red Buttons e Sean Connery, i generali Henry Fonda e Curd Jürgens a altri ancora. Il film copre l'intera operazione di sbarco: l'ordine di Eisenhower, l'assalto di paracadutisti sull'Orne, il sanguinoso sbarco sulle spiagge Utah e Omaha, le forze inglesi e canadesi al lavoro con quelle della resistenza francese, e infine gli errori e la confusione del comando tedesco.

Centro Cattolico Cinematografico (in: Segnalazioni cinematografiche, vol. 53, 1963)
Tutta l'opera, che possiede una non comune sobrietà realistica, ha il sapore della cronaca: questo è il suo pregio più evidente e nel contempo il suo limite espressivo in quanto il film manca di unità stilistica (anche in ragione dei quattro registi impegnati) nonché della tensione epica implicita in un evento storico di tanta importanza.

Leonard Maltin (in: Leonard Maltin's Movie and Video Guide)
Uno degli ultimi, grandi, epici film sulla II Guerra mondiale. Brillante racconto dell'invasione Alleata della Normandia, completo di ricostruzione su grande scala degli eventi, con un cast di all-stars, e vincitore dell'Oscar per la fotografia e gli effetti speciali.

Mario Guidorizzi (in: Cinema americano 1960/1988)
Spettacolare commemorazione storica, frammentaria e fondamentalmente noiosa, però, adatta al paziente cinéphile che vuole riconoscere tutti i famosi attori i quali, per la verità abusivamente, lo interpretano magari in piccoli ruoli.

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Kolossal di propaganda bellica (3 registi, 44 attori di varia nazionalità, tutti di buon nome) il cui vero autore è il produttore D.F. Zanuck. Fragore, spettacolo e almeno due o tre sequenze da ricordare.

Paolo Mereghetti (in: Dizionario dei film)
Kolossal bellico, realizzato senza risparmio di uomini e di mezzi, che ricorda da vicino i film di propaganda. La narrazione, però, è troppo spezzettata, la regia a più mani è incolore e tutto si riduce a una parata di star supereroiche ed esageratamente patriottiche.
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