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La collina del disonore
di Piero Fiorili
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LA COLLINA DEL DISONORE (The Hill, UK 1965)
Regia: SIDNEY LUMET
Sceneggiatura: Ray Rigby, da un dramma di R.Rigby e R.S.Allen
Fotografia: Oswald Morris; Montaggio: Thelma Connell; Scenografia: Herbert Smith
Cast: SEAN CONNERY (Joe Roberts), HARRY ANDREWS (Serg.Magg. Wilson), JAN HENDRY (Serg. Williams), IAN BANNEN (Serg. Harris), ALFRED LYNCH (soldato Stevens), OSSIE DAVIS (soldato Jacko King), JACK WATSON (soldato McGrath), ROY KINNEAR (soldato Bartlett), MICHAEL REDGRAVE (maggiore medico), NORMAN BIRD (il comandante)
Prodotto da Kenneth Hyman per la Seven Arts / MGM (B/N, durata 123')

Nord Africa, 1942. Ai margini del deserto sorge un campo disciplinare dell'esercito inglese, affidato a un comandante inetto e puttaniere, ma in realtà gestito a suo piacimento dal sergente maggiore Wilson, un militare duro e autoritario, e classista come solo gli inglesi sanno essere.
Un giorno, cinque nuovi soggetti arrivano al campo. Tra ladri abituali, violenti e disertori, spicca la figura dell'ex sergente Roberts: benché sia palese che costui è di tutt'altra pasta rispetto ai compagni di sventura (è stato degradato per non aver eseguito un ordine che mandava i suoi uomini incontro a morte certa), è proprio su di lui che si concentrano le attenzioni del sergente maggiore. Un sottufficiale che disobbedice agli ordini disonora tutta la casta, e Wilson intende lavare questo disonore con un trattamento duro ed esemplare: Roberts si dovrà piegare alla cieca disciplina ed abituarsi ad accettare "qualsiasi" ordine, in futuro.
Affida perciò i cinque al sergente Williams, un nuovo arrivato (di cui si intuisce un torbido passato nella vita civile), il quale si rivelerà ben presto un macellaio, un sadico perverso che preferisce spezzare gli uomini anziché piegarli. La sua tortura preferita è la scalata, ripetuta infinite volte, di una collinetta di sabbia e sassi che sorge in mezzo al campo (la collina del titolo): se non si scala alla massima velocità, la sabbia frana e si ritorna al punto di partenza: una fatica che spezza il fiato e la schiena.
Vanamente i compagni di cella tentano di convincere il loro aguzzino a separare la loro sorte da quella dell'irriducibile Roberts: Williams sembra compensare la delusione per la resistenza dell'ex sergente, accanendosi sul piccolo e debole Stevens, il disertore. Ben presto costui perde la ragione, cammina come un automa e, costretto a cimentarsi di nuovo con la collina, alla fine muore stroncato dalla fatica. Tanto il comandante che il maggiore medico (un alcolizzato) si rifiutano di promuovere un'inchiesta, e il S.M. Wilson, pur capendo di aver sbagliato a dare fiducia ed amicizia a Williams, per un malinteso orgoglio di classe non vuole che si indaghi sull'operato dei sergenti.
Scoppia un accenno di rivolta fra i detenuti, e Roberts dichiara di voler testimoniare davanti a un tribunale militare. Il sergente Williams lo fa picchiare a sangue dai secondini, e quando Roberts giace immobile sulla branda, con gli arti spezzati, entra nella sua cella per finirlo con le proprie mani. Ma subito dopo entrano anche i rivoltosi, che assalgono Williams e lo uccidono, mentre Roberts, immobilizzato, protesta inutilmente: così non sarà servito a niente, lo stesso "sistema" che volevano denunciare adesso li schiaccierà senza pietà.

La guerra rimane sempre ai margini di questo mondo richiuso su se stesso, rappresenta "l'universo fuori" che incredibilmente appare più umano e comprensibile di quell'allucinante microcosmo. La visione di questo film provoca generalmente uno choc, una reazione rabbiosa all'ingiustizia elevata a sistema. Si ha l'impressione di assistere a una violenza inaudita, eppure non vengono mostrate nemmeno le scene finali di pestaggio, ne sentiamo solo i rumori soffocati, mentre la macchina da presa inquadra le pareti spoglie. E' la violenza psicologica quella che annichilisce lo spettatore. E' soprattutto il fatto che nessuno osi ribellarsi agli ordini gridati dai sergenti: si intuisce un potere assoluto e terribile che non ammette obiezioni, senza nemmeno che sia "immaginabile" la disobbedienza e la rivolta.
Sidney Lumet venne in Europa appositamente per dirigere questo film, perfettamente aderente alla sua tematica preferita, che riguarda il confronto fra coscienza individuale e struttura del potere. Ne ha fatto un'opera claustrofobica e soffocante, fotografata in sovraesposizione (domina il biancore della sabbia, e delle pareti a calce), con un uso ossessivo del grandangolo e della camera a mano. Ben servito da un cast di attori in stato di grazia (Sean Connery era alla sua prima "vera" prova d'attore, come tutti riconobbero in seguito, ma in quell'occasione venne ancora giudicata con molta prevenzione; indimenticabile è comunque la terrificante grinta di Harry Andrews), The Hill è un film che di materia esplosiva ne ha in abbondanza, e al quale si perdonano volentieri alcune marginali cadute nel luogo comune cinematografico.

antologia della critica

Giovanni Grazzini (in: Gli anni '60 in cento film)
Quando ci si mette, il cinema inglese ha un coraggio da leoni: il coraggio della democrazia. E' titolo di gloria per l'Inghilterra aver affidato a questo film il compito di rappresentarla ufficialmente a Cannes. Ciò, tuttavia, non deve impedire di riconoscere che La collina del disonore, sul finire, rivela tutti quei limiti di costruzione narrativa e di sviluppo psicologico che per tutta la prima parte aveva nascosto dietro la cruda rappresentazione realistica, servita da uno stile secco e rapido, della volontà distruttiva dei sergenti contrapposta alla forza di resistenza del protagonista.
All'ardimento dell'assunto non corrispondono particolari novità nella struttura del racconto, nel quale si sente la maniera di molti film americani: vedi la parte affidata al negro, la funzione svolta dal sergente pietoso, le parentesi sulle sbornie dei guardiani, la rivolta nel carcere, i caratteri delle figure minori. Vedi, soprattutto, l'interpretazione, che accanto a un Sean Connery faticosamente espressivo in una parte così impegnativa, ha il suo punto di forza negli ottimi Harry Andrews, Alfred Lynch, Michael Redgrave, tutti ben calibrati secondo moduli di alto mestiere.
[N.d.R.: Grazzini scrisse il suo commento a caldo, dal Festival di Cannes, e vi traspariva il generale risentimento dei critici nei confronti dell'esagerato successo divistico di James Bond. Come altri colleghi, in seguito anche Grazzini riconoscerà a Sean Connery ben più che una "faticosa espressività"]

Gualtiero De Santi (in SIDNEY LUMET / Castoro Cinema)
L'universo concentrazionario del dramma di Rigby e Allen si trasforma in una spazialità fatta percepire come assurda ma anche perlustrata e sezionata dalla macchina da presa. Il regista usa tre obiettivi grandangolari: il 25 mm. nei primi 40 minuti, il 20 mm. per la parte centrale e il 18 nel finale. L'effetto della deformazione si combina con un'impressione di soffocamento e di chiusura (modalità tecnica che agisce fortemente sul subcosciente).
L'efficacia del linguaggio di Lumet (ciò che altri ha chiamato la robustezza dello stile) consiste con tutta probabilità nella funzione protagonistica dell'obiettivo. A tanta determinatezza concorrono naturalmente tutte le altre modalità: la macchina a mano, le riprese in soggettiva, l'inserzione di rumori metallici nella colonna sonora. Ma vi sono anche soluzioni meno forti, come il trattamento del chiaroscuro (il bianco spento delle pareti, le sfrangiature di buio sui volti). La collina è l'ultimo film in bianco e nero di Lumet, ed è il suo primo girato in Europa. Era obbligatorio sia un appropriato ordito formale sia un rigoroso assunto critico, anche se nel film non v'è nulla di eccessivamente raffinato o suggestivo. Tutto è narrato col puntiglio della precisione, ma tutto risulta intensamente angoscioso, guidato da una sorta di causalità senza ragione e logica.

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Dura denuncia dei metodi disciplinari applicati nei campi di prigionia britannici con momenti di alta drammaticità, grazie anche ai validi attori e alla bella fotografia in bianconero di O.Morris. La prima prova attoriale con cui S.Connery cercò di liberarsi dall'ipoteca di James Bond.

Paolo Mereghetti (in: Dizionario dei film)
Crudele melodramma che, a tratti, assume toni da farsa nera. Un po' lungo per un'azione programmaticamente senza sviluppo, ma interpretato da un cast ineccepibile. A cominciare da Connery, che proprio col film di Lumet cominciò ad emanciparsi da James Bond.
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