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Sette giorni a maggio
di Piero Fiorili
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SETTE GIORNI A MAGGIO (Seven Days in May, USA 1964)
Regia: JOHN FRANKENHEIMER
Sceneggiatura: Rod Serling, da un romanzo di Fletcher Knebel e Charles W. Bayley II Fotografia: Ellsworth Fredricks; Montaggio: Ferris Webster; Musica: Jerry Goldsmith
Cast: BURT LANCASTER (Gen. J.M.Scott), KIRK DOUGLAS (Col."Jiggs" Casey), FREDRIC MARCH (Jordan Lyman), AVA GARDNER (Eleanor Holbrook), EDMOND O'BRIEN (Sen. Raymond Clark), MARTIN BALSAM (Paul Girard), GEORGE MACREADY (Christopher Todd), WHIT BISSELL (Sen. Prentice), HUGH MARLOWE (Harold McPherson), BART BURNS (Arthur Corwin), RICHARD ANDERSON (Col. Murdock), ANDREW DUGGAN (Col."Mutt" Henderson)
Prodotto da Edward Lewis per SEVEN ARTS, distribuito da Paramount (B/N, durata 113')

Siamo nei primi anni '60. Dopo l'incidente di Cuba, durante il quale USA e URSS hanno tenuto il mondo col fiato sospeso, il presidente americano Lyman firma un trattato coi russi, col quale le parti si impegnano a distruggere il proprio arsenale atomico. Pur ratificato dal Congresso, il trattato è contestato dal Capo di Stato Maggiore, generale Scott, il quale non ha dubbi che i russi bareranno, e si vede già alla loro mercè. Con lui si schierano i senatori più conservatori, e buona parte degli opinion makers della destra repubblicana. Ma nessuno dubita che la polemica rimanga nei limiti del dibattito democratico, anche se Scott appare in TV durante un comizio, attaccando duramente l'Amministrazione. Il colonnello Casey, Aiutante Maggiore di Scott, inizia invece a sospettare che il suo superiore stia tramando qualcosa di losco. Da indizi raccolti casualmente, ricostruisce un piano segretissimo (nel quale sono implicate tutte le Armi, con l'astensione della Marina) per impadronirsi dei mezzi di comunicazione e destituire il Presidente degli Stati Uniti. Pur incredulo, lo staff presidenziale mette in moto una ristrettissima inchiesta, che dà immediatamente riscontro alla macchinazione. Il tempo stringe, mancano quattro giorni al colpo di Stato e bisogna trovare prove schiaccianti.
Il senatore Clark viene spedito nel deserto del Nevada per scovare la base segreta dove si preparano i commandos che dovranno effettuare il golpe, ma viene sequestrato dai militari, e non può comunicare con l'esterno. Il segretario di Stato Girard vola a Gibilterra, dove si trova il Capo di S.M. della Marina, e gli estorce una piena confessione; però al ritorno il suo aereo si schianta in qualche punto della Spagna, e addio prove. Al colonnello Casey spetta il compito più viscido e ingrato: deve recuperare lettere compromettenti di Scott alla sua ex-amante, perché - male che vada - si possa screditare il generale con uno scandalo sessuale.
In un burrascoso colloquio con Scott, il Presidente fa sapere di aver scoperto il complotto e chiede le dimissioni del generale, ma questi è uno scaltro politico e sa che l'altro non ha in mano nessuna prova decisiva. Annuncia che apparirà comunque in TV, l'indomani, per chiedere al popolo americano poteri speciali per la destituzione dell'inetto presidente. Il suo carisma sembra promettergli una facile vittoria, e Lyman lo sa, ma non ha abbastanza pelo sullo stomaco per usare le lettere private di Scott, recuperate nel frattempo da Casey, come arma di ricatto.
A salvare la situazione giunge l'ambasciatore americano dalla Spagna: fra i rottami dell'aereo di Girard è stata trovata la confessione dell'Ammiraglio, ed è quanto basta per incriminare Scott e tutto lo Stato Maggiore. Il golpe è sventato, i politici abbandonano Scott al suo destino, e Lyman davanti alle telecamere annuncerà che lo Stato Maggiore si è dimesso "per divergenza di opinioni".

Tipico prodotto delle angoscie (addirittura "palpabili") della guerra fredda, il film di Frankenheimer può apparire ingenuamente kennediano nella sua difesa ad oltranza dei valori democratici, soprattutto per il lungo e retorico discorso finale del presidente Lyman (che per certi versi ricorda quello di Chaplin nel Grande Dittatore). Ma la forza di quest'opera va ben oltre il contenuto politico. Grazie all'interpretazione di Burt Lancaster, il generale Scott non appare né malvagio né psicopatico, ma l'espressione di una mente fin troppo fredda e raziocinante: da brividi, a volte.
Gli altri interpreti sono tutti all'altezza: Fredric March, in una delle sue ultime apparizioni, è semplicemente fantastico, Kirk Douglas è dignitoso nel suo ingrato ruolo, ma ogni personaggio, anche secondario, è affidato a fior di attori (Edmund O'Brien sarà candidato all'Oscar per il supporting role). Se c'è un personaggio discutibile è quello di Ava Gardner, l'ex amante del generale, ma un film che, pur non essendo propriamente "di guerra", ne ha tutte le caratteristiche psicologiche, deve pur fare qualche concessione al pubblico femminile.
Il marchingegno della suspense è farina del sacco di Rod Serling (lo sceneggiatore e curatore di The Twilight zone - Ai confini della realtà) e avrebbe meritato un riconoscimento agli Oscar (fu candidato invece lo scenografo, oltre a O'Brien) ma anche la regìa di Frankenheimer è magistrale, non c'è un momento di "vuoto". Il presidente Kennedy, che aveva approvato entusiasticamente il soggetto, morì prima che il film fosse montato. Peccato, gli sarebbe piaciuto..

antologia della critica

Joseph McBride (in: KIRK DOUGLAS / Storia illustrata del cinema)
Il presidente Kennedy fece da consulente straordinario per questo drammone a tinte piuttosto forti sull'ipotesi di un colpo di stato militare negli Stati Uniti, un tema che, evidentemente, preoccupava Kennedy nel periodo successivo alla crisi della Baia dei Porci. I limiti del film consistono, ovviamente, nella sua incapacità di mettere in discussione un sistema politico che permette al Pentagono di accumulare un potere tanto pericoloso. Il discorso finale del Presidente, che vuol essere un'affermazione dei valori della democrazia, resta gonfio e retorico.
Accanto a un Lancaster demoniaco e scatenato (ma di grande effetto anche lui), Douglas riuscì a sfumare la psicologia del suo personaggio. Grazie a sfumature del genere il film non ricade nel banale cliché dei buoni contro i cattivi, e a questo risultato contribuisce anche l'ottimo lavoro di Fredric March nei panni di un presidente piuttosto debole.

Tony Thomas (in BURT LANCASTER / Storia illustrata del cinema)
Ciò che rende il film veramente inquietante è la sua verosimiglianza. Fu girato in gran parte a Washington, e Frankenheimer lo diresse con oggettività documentaristica. Il casting è impeccabile, e Lancaster è particolarmente convincente nella parte d'un fanatico di estrema destra. Se avesse caricato le tinte avrebbe creato un cattivo convenzionale: decise, invece, di dar vita ad un uomo tranquillo e razionale, il che aumenta non poco l'inquietudine dello spettatore.

Mario Guidorizzi (in Cinema americano 1960/1988)
Fantapolitica? Sì, ma non troppo. Compatto e serrato mystery-drama con grandi attori e un'accurata realizzazione.

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Con la suspense di un thriller mozzafiato e l'apporto di un favoloso cast, il diseguale J.Frankenheimer ha messo a segno uno dei migliori film della sua carriera. Il merito è soprattutto della sceneggiatura di Rod Serling.

Paolo Mereghetti (in: Dizionario dei film)
Thriller politico, per l'epoca innovatore, elementare ed efficace, un po' verboso ma con una buona suspense. Le colombe vincono sui falchi.
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