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Considerazioni personali

Se avete letto tutto quello che è contenuto in questo sito, avete una visione abbastanza d'insieme della storia della Regia Marina nella seconda guerra mondiale.

L'Italia perdette la guerra, e, dal 1943 al 1945 si trovò spaccata in due, con italiani che combattevano da ambo le parti ed entrambi con le loro ragioni: la Marina avrebbe potuto modificare le cose?

Io credo di no, non da sola, anche se sono convinto che la Marina avrebbe potuto dare di sè un'immagine decisamente migliore, soprattutto all'inizio del conflitto. D'altro canto non voglio fare considerazioni, peraltro abbastanza sterili, sul "cosa sarebbe successo se...", ma piuttosto evidenziare il motivo per il quale la Marina italiana ebbe un ruolo piuttosto passivo.

Quando si sente parlare delle cause che portarono la Regia Marina a non avere quel predominio nel Mediterraneo, che invece avrebbe dovuto avere, si sentono quasi sempre giustificazioni che richiamano l'inferiorità tecnica, soprattutto il non aver avuto il radar. Io ritengo che questo fattore ebbe sicuramente un peso importante, ma non determinante: all'inizio della guerra i giapponesi non avevano il radar, eppure nei primi scontri notturni furono superiori agli americani; inoltre la prima unità inglese dotata di radar ad arrivare nel Mediterraneo fu l'Aiax, nell'ottobre del 1940.

Sono convinto che il grosso problema dell'Italia fu puramente politico. L'Italia entrò in guerra, impreparata, per un mero motivo politico e continuò la sua strategia di guerra basandosi sul momento, senza avere una vera e propria linea di condotta. Anche i Comandanti dovevano sottostare al potere politico, purtroppo anche per quanto riguardava le strategie di guerra.

I paesi dell'Asse avevano tutti questo problema: spesso furono fatte delle scelte sbagliate, sconsigliate e contrastate dai comandanti militari, che però, alla fine, dovevano chinare il capo e fare quanto loro ordinato, oppure essere destituiti; capitava quindi che facesse carriera chi accettava sempre senza discutere le direttive del regime, piuttosto di chi faceva notare le pecche nei piani strategici.

Osserviamo la situazione del Mediterraneo all'entrata in guerra dell'Italia: Alessandria era un porto praticamente indifeso, ancora privo di reti antisiluro e con scarsa copertura antiaerea; Malta era inoperativa come base per sommergibili ed aveva solo tre (tre!) aerei militari: antiquati caccia Gladiator che la popolazione aveva soprannominato Faith, Hope, Charity (Fede, Speranza, Carità). Cosa fu fatto? Nulla. Nè un attacco aeronavale ad Alessandria, ne un deciso attacco contro Malta, che, come abbiamo già detto, era vista da Mussolini come strategicamente insignificante.

Ancora peggio: non si fece nulla per bloccare l'operazione "Hats", che avrebbe potuto essere impegnata dalla flotta italiana in decise condizioni di superiorità.

Il comando centrale fece sprecare alla Marina tonnellate e tonnellate di preziosissima nafta nei primi mesi del conflitto solo per fare andare la flotta "avanti ed indietro", senza nessuna possibilità di avere contatto con il nemico.

Qui è necessaria una precisazione; nella Marina inglese il comando durante un'operazione era detenuto dal Comandante in mare: era lui a decidere, di volta in volta, ed in base alle sue considerazioni strategiche, cosa fare; per la Regia Marina non era così; Supermarina (il comando centrale a terra) dava al Comandante in mare istruzioni minuziose prima di iniziare l'operazione, e gli ordini erano così precisi da stabilire persino rotta e velocità; tali ordini potevano essere modificati, durante la navigazione, solo da Supermarina stessa. Capitò così che la flotta fu fatta uscire con ordini a dir poco assurdi.

Facciamo un esempio: il nemico viene avvistato a Venezia, noi siamo a Torino; gli ordini sono: parti da Torino alle 14.00 in direzione Venezia, procedi a 120 Km/h, se entro le 16.00 non sei in contatto con il nemico torna indietro: ha senso? No, e basta leggere le amare memorie degli Ammiragli italiani che guidavano la flotta in mare per rendersene conto.

Ci furono tantissimi atti eroici da parte dei membri della Regia Marina, ma furono azioni isolate, spesso ad opera di singoli: sembra che da parte del potere centrale si ragionasse solo da un punto di vista "terrestre", e si vedesse la Marina solo come un'Arma di supporto, soprattutto utile a difendere le coste e a scortare convogli; che poi era quello che l'Inghilterra voleva: decimare lentamente il naviglio sottile italiano di scorta ai convogli e logorare le scorte di nafta. La Marina avrebbe invece dovuto assumere un ruolo di difesa attiva (pronta quindi a sfruttare ogni possibilità contro forze inferiori), nei momenti di inferiorità, e di offensiva nei momenti, e ce ne furono, di predominio.

Invece, subito dopo il breve scontro di Punta Stilo, Supermarina divenne molto più prudente, tanto che ritenne di dover interpellare il Comando Supremo per avere direttive precise, perché tra gli equipaggi c'era un forte malcontento dovuto alla relativa inattività. Il documento del 16 settembre 1940 di risposta era firmato dal maresciallo Badoglio e, tra le altre cose, riportava:

La forza navale inglese del Mediterraneo è, per ora, concentrata nelle sue basi di Gibilterra e di Alessandria. Il nucleo di Gibilterra consta di 3 navi da battaglia , una portaerei e navi minori. Il nucleo di Alessandria consta di 5 navi da battaglia, due portaerei e navi minori. E' sempre possibile un invio di unità da parte della Home Fleet, sia per ripianare eventuali perdite, sia per aumentare la potenza della flotta del Mediterraneo. La nostra flotta è composta da 5 navi da battaglia, nessuna portaerei e navi minori. Come consistenza, essa potrebbe affrontare una battaglia col nucleo di Gibilterra. Sarebbe per contro in stato di forte inferiorità di fronte al nucleo di Alessandria. Non è possibile contare su un qualsiasi rinforzo alla nostra flotta, né su un ripianamento alle sue eventuali perdite. ...(omissis)... Venivano poi citati i compiti della Marina nel Mediterraneo:

  1. Garantire le comunicazioni tra l'Italia e la Libia, assicurando il continuo succedersi di convogli tra la madrepatria a Tripoli e Bengasi; garantire le comunicazioni tra il continente e l'Albania.
  2. Intervenire qualora le nostre coste metropolitane siano minacciate da unità navali nemiche, e, con naviglio subacqueo, ostacolare l' azione contro le coste libiche.
  3. Danneggiare con naviglio leggero e con sommergibili il traffico inglese.

Il documento continuava dicendo che non si vedevano i motivi di cambiare tali compiti: Il concepire una battaglia navale come fine a se stessa è un assurdo. Non vale la pena di discuterci sopra. Conclusione: seguire la via fin qui percorsa.

Al di là dell'impostazione di passività del documento, resta il fatto che la prima considerazione sul bilancio delle forze nel Mediterraneo non era esatta, perché stava per entrare in servizio il Doria e quindi l'Italia aveva 6 corazzate, e la flotta di Alessandria aveva 3 corazzate operative (le vecchie Ramillies e Royal Sovereign non vennero più usate dopo Punta Stilo e rimandate in Inghilterra), e poi c'è comunque da dire che non sempre una flotta lascia il porto con tutte le sue unità, e che quindi ci sarebbero comunque state occasioni favorevoli. Era poi assurdo (ricordo che tale documento era rivolto a Supermarina oltre che, per conoscenza, ai comandanti di Squadra, e quindi a dei tecnici competenti in strategia navale) parlare di battaglia navale fine a sè stessa. Ma cosa vuol dire? Una flotta più debole (e più veloce) cerca, in genere, di evitare lo scontro, almeno fino a quando non ci sia una situazione favorevole: è per questo che, nella Storia, ci sono state poche battaglie navali rispetto a quelle terrestri. Che senso avrebbe cercare la distruzione? In mare aperto non c'è nessun territorio da difendere.

Così la politica italiana decise di tenere le navi "in conserva", in accordo alla teoria della fleet in being; tale termine fu coniato dall'ammiraglio inglese Lord Torrington durante la guerra anglo-francese del 1690, probabilmente per non usare il temine "in difensiva", e tale teoria sosteneva che una flotta tenuta in porto al riparo è comunque abbastanza potente da paralizzare, per timore di un attacco, l'attività di una flotta nemica apparentemente vittoriosa. Teoria che fu più volte smentita, nella Storia, dalla realtà dei fatti.

Così la Regia Marina ebbe, soprattutto con le unità maggiori, un ruolo sempre alquanto passivo, che la portò all'armistizio quasi intatta: per il potere politico fu un bene, visto che poté utilizzarla come moneta di scambio per ottenere condizioni meno dure; per i marinai italiani invece tale passività fu sempre causa di amarezza.

Ripeto, non voglio fare la pagina del "cosa sarebbe successo se...", e neanche dire che le cose sarebbero potute andare diversamente: vivo in Italia e sono contento di come è il Paese oggi; semplicemente mi dispiace che le imprese della quinta Marina al mondo (con la sconfitta della Francia era in realtà la quarta) siano sconosciute ai più, e che tanti atti di eroismo siano stati oscurati da una condotta generalmente troppo prudente e da comandanti in mare perennemente "imbrigliati" da superiori troppo spesso assolutamente digiuni di strategia navale, se non, addirittura, di strategia in generale.


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