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I villaggi fortificati nella strategia antiguerriglia
di Paolo Agostini ©
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Una delle massime fondamentali del pensiero maoista, sulla guerra popolare, stabilisce che il successo di un movimento di guerriglia dipende dal rapporto che si viene ad instaurare tra il movimento stesso e la popolazione, dalla quale gli elementi che la compongono traggono la loro origine. Come il pesce trae dall'acqua tutto ciò de quale ha bisogno, così il guerrigliero deve trovare tra il popolo i mezzi che gli permettono di continuare la lotta fino alla vittoria finale. Di conseguenza, se si sottrae l'acqua al "pesce" questo muore per "asfissia" o, quantomeno, risulta più facile individuarlo e, quindi, catturarlo.

Da questo semplice ragionamento, Robert Thompson, capo della polizia in Malesia durante l'insurrezione comunista scoppiata nel 1948, concepì il sistema dei "villaggi fortificati": l'unico modo per ottenere il successo, contro un movimento di guerriglia, è la separazione dei partigiani dalla popolazione, fonte principale degli approvvigionamenti. Per mezzo del trasferimento di circa 500 mila individui di origine cinese (il gruppo etnico al quale apparteneva il 90 % dei guerriglieri) in campi recintati, controllati dall'esercito inglese e dalla milizia malese, si raggiunse l'obiettivo di rendere inoperante l'apparato logistico della guerriglia. Privati dell'appoggio della popolazione, i guerriglieri furono ridotti a bande vaganti nella giungla e contro di essi si poterono utilizzare tutti i sistemi per eliminarli, senza il timore di coinvolgere la popolazione civile. Nel 1957 la Malesia ottenne l'indipendenza dalla Gran Bretagna e nel 1960 venne abolito il cosiddetto "stato di emergenza".

Più complesso si presentò il caso delle Filippine, in quanto il guerrigliero e chi si supponeva lo appoggiasse, non era facilmente identificabile, come nel caso dei malesi di origine cinese.

La strategia di lotta agli "Huks" prevedeva l'approntamento di villaggi fortificati ma, oltre a questo, il governo filippino intervenne anche direttamente nei confronti della popolazione, con efficaci programmi di assistenza sanitaria, scolastica, economica, ecc., in modo da eliminare, o perlomeno ridurre, una delle cause della formazione di movimenti insurrezionali: la miseria e la disperazione. Inoltre, ai comunisti che decidevano di abbandonare la lotta, veniva concesso il perdono e la possibilità di reinserirsi nella società contro la quale avevano combattuto.

E' interessante considerare come inizialmente venissero scelti i nuclei attorno ai quali sarebbero sorti i villaggi fortificati. Si trattava di comunità che, per vari motivi (religiosi, economici, ecc.) erano contrarie al comunismo, spesso costituite da villaggi ricchi; ai loro abitanti veniva fatto capire che era nel loro interesse aiutare quelli più poveri. Si stimolava, in questo modo, la partecipazione della popolazione alla lotta; la guerriglia non poteva più sfruttare il distacco che spesso si crea tra governanti e governati. Facendo perno su queste comunità, a poco a poco, l'area protetta dai villaggi fortificati si allargava: veniva messo in pratica il concetto della "oil blot", della macchia d'olio,concetto che Ramon Magsaysay, ministro della difesa, e artefice della lotta ai comunisti, riprese dalla strategia di Mao e Ho Chi-Minh. Il fine era quello di costituire dei solidi punti di appoggio, in aree limitate, da utilizzare come basi di partenza per allargare il proprio controllo sulle zone circostanti.

La guerra, iniziata nel 1948, terminò nel 1954, con la completa sconfitta dell'avversario.

Ma torniamo a Thompson: dopo la fine dell'emergenza in Malesia, divenne capo della British Advisory Mission, per le operazioni di polizia antiguerriglia in Vietnam. La situazione era simile a quella malese: i vietcong si appoggiavano al villaggio per gli approvvigionamenti, il reclutamento e la riscossione dei tributi in denaro e, più spesso, in natura. Anche sulla base dell'esperienza, fallimentare, dei francesi, egli ripropose il sistema dei villaggi fortificati. Come è stato detto in precedenza, tale sistema doveva essere affiancato ad un programma di riforme, soprattutto agrarie, in mancanza delle quali la popolazione contadina non sarebbe stata in grado di distinguere i vantaggi e gli svantaggi di concedere il proprio appoggio all'una o all'altra delle forze in campo. Ma le riforme, auspicate sia dai consiglieri inglesi che da una parte di quelli americani, non rientravano nelle previsioni e, soprattutto, nella mentalità del governo di stampo aristocratico che a quel tempo dominava il Vietnam del Sud. I contadini erano destinati a rimanere alla base della scala sociale, ai cui vertici stava al classe dei proprietari terrieri e dei funzionari di grado più elevato dell'amministrazione statale. Costituivano le pedine di un gioco le cui regole erano al disopra delle loro capacità di comprensione, vittime di elités che decidevano del loro destino e delle loro vite.

Il programma della costituzione dei villaggi fortificati, o strategici, secondo la denominazione americana, era per queste ragioni, destinato a fallire. Si ridusse, semplicemente, al trasferimento, da una zona all'altra, di una parte della popolazione rurale, attuato, spesso brutalmente e senza tener conto della regola della "oil blot", cioè per aree limitate da espandere gradualmente, una volta consolidate. Si crearono, praticamente, delle "isole" nel "mare" delle campagne vietnamite, nel quale i "pesci" (i guerriglieri) continuarono "a nuotare, a nutrirsi e a riprodursi". Ben presto però, anche queste "isole" tornarono ad essere ricoperte dall'acqua, non essendo possibile impedire i contatti tra la guerriglia e gli abitanti a causa della scarsità di truppe. I vietcong entravano e uscivano dai villaggi, terrorizzando o "convincendo" civili e militari, rendendo quasi inutili gli sforzi del governo di Saigon.

Gli americani, da parte loro, non approvando l'applicazione del metodo di Thompson,in quanto ritenuto inadeguato alle diverse caratteristiche della situazione in Vietnam, diedero l'avvio ad un intervento militare di tipo, sostanzialmente, convenzionale. Rispetto alle precedenti esperienze, la guerriglia godeva di un appoggio diretto proveniente da uno stato confinante: il Vietnam del Nord; al contrario, in Malesia e nelle Filippine il movimento rivoluzionario poteva basarsi solo su una parte della popolazione. A sua volta, il Vietnam comunista costituiva il punto di approdo degli aiuti di due potenze, l'URSS e la Cina, dal quale venivano smistati verso il Vietnam del Sud. Inoltre, osservarono gli americani,in contrasto con quanto previsto dal sistema di Thompson, in Vietnam erano le truppe regolari dell'esercito del Nord che costituivano il "cordone ombelicale" al quale erano uniti i guerriglieri vietcong; per questo motivo, bisognava concentrare la lotta contro di esse e non disperdere le forze nel tentativo di combattere le unità della guerriglia. L'unico punto, della strategia di Thompson, ritenuto applicabile dagli americani riguardava la centralizzazione del controllo delle operazioni.

Questi tipo di impostazione della guerra comportò l'invio di sempre maggiori contingenti di truppe,trasformando l'impegno in Vietnam da semplice "affare" per militari di professione, quali erano i cosiddetti "consiglieri", in un coinvolgimento che avrebbe portato a conseguenze impreviste. La guerra entrò nella vita privata di milioni di persone, che divennero facilmente, e comprensibilmente (anche perché non se lo aspettavano, al contrario, per esempio, di quanto era successo nella guerra contro i giapponesi e i nazisti) preda della propaganda pacifista. Tutte queste persone, l'"opinione pubblica", ebbero un ruolo importante nel ritiro degli U.S.A. dal Vietnam.

Naturalmente questo è solo uno dei motivi di carattere "non militare" che portarono al ritiro; tale argomento richiederebbe senz'altro molto più spazio, ma è stato citato come esempio per indirizzarsi verso la conclusione che la sconfitta degli americani,in effetti proprio di questo si trattò, non dimostra che la strategia nella condotta della guerra fosse completamente sbagliata. A seguito del fallimento degli attacchi condotti dai vietcong nella stessa Saigon, il cui scopo era il sollevamento della popolazione civile, o almeno di una parte di essa, dell'assedio di Khe San, della battaglia per Huè, ecc., il Vietnam del Nord e il Fronte di Liberazione Nazionale erano stati messi in seria difficoltà; nel giro di pochi mesi le perdite furono valutate a decine di migliaia. In quel momento si sarebbe potuti passare ad una controffensiva, se non altro per arrivare al tavolo delle trattative con carte migliori; ormai però gli Stati Uniti puntavano al disimpegno. Per salvare la faccia nei confronti dei loro protetti nel Sud Vietnam e nel resto del Sud est Asiatico, venne intrapresa la cosiddetta "vietnamizzazione" del conflitto, cioè l'assunzione di una maggiore responsabilità dell'esercito sudvietnamita; ciò avrebbe comportato un graduale ritiro degli americani.

Concludendo:

a) il sistema dei villaggi fortificati poteva avere successo, solo però se applicato insieme ad un programma di riforme, sociali ed economiche, intrapreso da un governo realmente intenzionato a cambiare l'assetto politico-sociale del paese;

b) essendo questo obiettivo, per vari motivi, difficile da raggiungere, si sarebbe dovuto continuare a utilizzare al forza militare con più determinazione, sfruttando le fasi di stanca dell'offensiva comunista, ben sapendo che il tempo giocava a favore dell'avversario. Quando l' FLN attenuava la pressione, non era per ragioni di carattere umanitario o per dimostrare la sua disponibilità ad una soluzione negoziata, ma per ricostituire e riorganizzare le proprie forze in vista dell'attacco successivo, fino alla vittoria finale.

Da questo si può dedurre che la strategia americana avrebbe potuto essere vincente e che le ragioni della sconfitta si debbono ricercare in una decisione di carattere politico (e morale?). Questa deduzione pare abbastanza ovvia in certi ambienti;è invece ignorata in altri, nei quali qualsiasi movimento appoggiato dal mondo comunista è visto come una forza alla quale è impossibile opporsi.
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