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Il pensiero e la pubblicistica militare italiana negli anni Venti
© Emilio Bonaiti (03/11)
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Noi non abbiamo mai avuto, e non abbiamo ancora una scuola militare italiana.
Copiare, continuare a copiare.
Caviglia
- La Nazione armata
- Natale Pentimalli
- Fortunato Marazzi
- Angelo Gatti
- Giulio Douhet
- Amedeo Mecozzi
- L'intellighenzia militare
- La pubblicistica

Alla crisi profondissima che attanagliò l'esercito nell'immediato dopoguerra fece riscontro uno sviluppo del pensiero militare, un fervore di studi riformatori di una ampiezza e profondità che non aveva precedenti e non ebbe seguito in un paese tradizionalmente alieno da ogni interesse per le problematiche militari. Le operazioni belliche, che nel passato erano state gestite dai professionisti della guerra, avevano coinvolto, con pesantissime perdite, migliaia di ufficiali di complemento, esponenti della società civile che maturarono e approfondirono in quattro anni la loro esperienza militare. Ad essi si aggiungevano quelli che nel primo numero della Rivista Militare del 1856, fondata a Torino da Carlo e Luigi Mezzacapo provenienti dall'esercito borbonico, erano definiti "dotti di cose militari".

La Nazione armata

La Nazione Armata fu il grande tema sul quale si aprì un ampio, approfondito dibattito anche sulla stampa civile, all'epoca sempre attenta alle problematiche militari. A questa locuzione si diedero i significati più vari e in teoria nessuno la rifiutò, tanto che Vittorio Emanuele Terzo nel discorso di apertura della legislazione del 1919 vi fece un rapido cenno e nel programma del Partito Nazionale Fascista del 1919 si sosteneva che "l'esercito italiano si deve avviare verso la Nazione Armata".

La guerra mondiale appena conclusasi aveva dimostrato che lo sforzo bellico aveva impegnato non solo l'esercito sui campi di battaglia ma l'intera nazione che aveva dovuto profondere tutte le sue forze e le sue energie per raggiungere la vittoria. Maturò così l'idea che un nuovo conflitto, nel quale si riteneva che le armi emergenti, aviazione e gas tossici, avrebbero avuto un peso determinante, poteva essere affrontato solo nell'unione di tutte le forze della nazione, con una condotta strategica unitaria e in unità di intenti. Clemenceau aveva osservato che la guerra era una cosa troppo seria per farla fare ai generali e che i generali si preparavano alla guerra dell'avvenire studiando quelle passate; potevano sembrare delle boutades ma contenevano una evidente verità.

La guerra futura, con l'assillante ricerca di nuovi procedimenti tattici, si doveva basare su soldati dall'elevato livello addestrativo, sistemi d'arma sempre più sofisticati, ufficiali con concezioni operative e tecniche in grado di padroneggiare organici e strutture sempre più complessi, tecnici e economisti ai quali occorreva lasciare una parte del potere decisionale e una classe politica in grado di gestirne la direzione politico strategica.

Natale Pentimalli

Uno dei massimi fautori della Nazione Armata fu il colonnello Natale Pentimalli che nel suo libro "La Nazione Organizzata" pubblicato nel 1922 destò grande interesse e accese polemiche. Come tutti gli innovatori del periodo, era un convinto assertore del binomio "aereo-gas" nel quale vedeva la chiave di volta del successo.

L'eccessiva valutazione dell'incidenza degli aggressivi chimici in una guerra futura era tipico dei "modernisti" esponenti della Nazione Armata, portati dalle loro teorie, inficiate da estremismo concettuale, alla ricerca di rapide soluzioni di un futuro conflitto: "Non vi sono dubbi che il gas sia il mezzo di guerra più umanitario giacché permette di raggiungere uno scopo militare con minore numero di morti" scriveva Pentimalli che dedicava 37 delle 125 pagine del suo lavoro all'azione dei gas. La rivoluzionaria riforma del Pentimalli prevedeva una sostanziale trasformazione delle strutture del Regio Esercito e il processo di formazione degli ufficiali ne era la base. Allo scopo di abolire "lo steccato" che divideva la società militare da quella civile, all'epoca profondissimo, auspicò l'abolizione dell'accademia militare: "ove si impartisce una istruzione troppo unilaterale e ove l'allievo segregato dalla nazione finisce col perderne il contatto".

Gli ufficiali dovevano essere formati nelle università, ove andava impartita l'istruzione militare con appositi corsi, creando così in loro la capacità di comprendere i rapporti tra la scienza militare e quelle civili. Gli aspiranti, ottenuta la laurea con 27 trentesimi nelle materie militari, passavano a una scuola di applicazione per 8/10 mesi, seguiti da tre mesi di istruzione pratica e un successivo mese di servizio; gli avanzamenti di carriera fino al grado di colonnello maturavano a seguito di brevissimi corsi presso le università e un "esperimento" di 15 giorni presso un centro militare. Per i sottufficiali la nomina veniva conseguita dopo un corso di otto mesi. Un grosso stimolo per gli ufficiali e sottufficiali di complemento era l'accesso alle carriere statali e alle cariche pubbliche solo ad essi riservate.

Per le truppe le proposte di Pentimalli erano ancora più rivoluzionarie. Partendo dal presupposto che il costo dell'addestramento protratto per un tempo troppo lungo incidesse eccessivamente sul bilancio del ministero della Guerra e che il protrarsi della ferma era dovuto al concetto che il soldato doveva essere diverso dal cittadino, sosteneva che una ferma di soli tre mesi era sufficiente se rapportata a un addestramento impartito con un accurato metodo didattico, in campi militari sulle Alpi e sugli Appennini. I soldati nei successivi tre anni dovevano essere sottoposti a periodi di addestramento brevissimi (15 giorni), preceduti da corsi di educazione fisica affidati non al burocratico apparato statale ma a società sportive. Con l'esclusione delle truppe alpine le assegnazioni alle varie armi avvenivano per sorteggio. Le scarse simpatie dell'entourage militare per le sue teorie non miglioravano quando richiedeva l'abolizione della cavalleria, di cui la guerra aveva dimostrato l'inutilità e l'organizzazione dell'esercito su quattro armi: fanteria, artiglieria, genio e aviazione, oltre ai servizi tra cui quello chimico di particolare importanza.

L'aviazione veniva costituita in arma autonoma con l'assegnazione di una quota alla Regia Marina. Pentimalli, allo scopo di creare uno strumento quanto più possibile poco oneroso per le casse dello Stato, proponeva l'abolizione del servizio sanitario, della giustizia militare da sostituire in tempo di pace con i tribunali ordinari e in tempo di guerra con magistrati richiamati e l'abolizione dei due ministeri militari da accorpare in un unico ministero della Difesa nazionale allo scopo di evitare una politica di accaparramento da parte delle due forze, con la nomina di un capo della difesa nazionale coadiuvato da comandanti delle forze terrestri, navali, aeree e del servizio chimico. Chiedeva altresì l'istituzione di un capo della mobilitazione civile con quattro collaboratori alla direzione della mobilitazione finanziaria, industriale, agricola e burocratica. La radicale trasformazione dell'istituzione sollevarono la fiera opposizione delle gerarchie militari preoccupate anche dalle sensibili alterazioni dell'equilibrio interno dell'organismo.

Fortunato Marazzi

Anche il generale Marazzi, già noto per il libro "L'Esercito dei tempi nuovi" del 1901 faceva parte del non molto nutrito gruppo dei fautori di nuovi ordinamenti. Nei suoi "La Nazione armata" e "Splendori ed ombre della nostra guerra" del 1920 richiedeva ferme di 3-4 mesi con periodici richiami per istruzione e il reclutamento per regioni, dando inoltre spazio all'artiglieria mobile e ai mezzi corazzati dei quali prevedeva un ampio impiego sui campi di battaglia, impiego stranamente trascurato dai fautori delle nuove teorie fissi sul binomio "Gas-aerei". A Pentimalli e Marazzi vanno associati uomini come il generale Roberto Bencivenga, fautore di un esercito "lancia e scudo", finito al confino per la sua opposizione al regime e il giornalista scrittore Angelo Gatti.

Angelo Gatti

Comandante di un reggimento di fanteria, ufficiale di stato maggiore addetto dall'inizio del 1917 al comando supremo retto da Cadorna e suo estimatore, lasciò il servizio alla fine della guerra. Fu autore di numerosi libri tra cui "Tre anni di vita militare" edito nel 1924, nel quale sono raccolti i più importanti articoli pubblicati sul Corriere della Sera tra il novembre 1920 e l'aprile 1924, "La guerra senza confini", "Uomini e folle di guerra", "Nel tempo della tormenta", libro quest'ultimo dotato di penetranti intuizioni tanto da scrivere 25 anni prima dello scoppio dell'atomica "[…] con l'utilizzazione della radioattività l'atmosfera mortale permarrà sui luoghi devastati non per giorni, ma per anni e per lustri". Fu uno dei pochi che afferrò le straordinarie trasformazioni che la guerra avrebbe portato. Nel dicembre 1914 concludeva il suo libro "La guerra senza confini osservata e commentata da Angelo Gatti. I primi cinque mesi" con le profetiche parole: "da essa tutte le nazioni vittoriose o vinte, usciranno stremate".

Lasciato il servizio alla fine del conflitto, Gatti sottopose la teoria della Nazione Armata ad una approfondita, penetrante valutazione nella sua opera "Il problema sociale della nazione armata", scritta nel 1921. Per il concetto si richiamava al socialista francese Jean Jaurés che affermò essere la Nazione Armata fondata sull' obbligo incombente a tutti gli uomini di difendere da ogni minaccia l'indipendenza della patria, mentre per Gatti doveva estrinsecarsi nell'"assicurare nel miglior modo la difesa della patria e gli interessi dei cittadini che vi dovevano adempiere".

Mezzo per conseguirla erano l'addestramento nella premilitare da effettuare a cura dei comuni, l'istruzione militare nelle caserme e nei reparti territoriali e una estesa coordinazione dell'industria con l'esercito. L'autore in una rapida carrellata degli eserciti stranieri prima, durante e dopo la guerra osservò acutamente: "la poca saggezza dei politici di Versailles" che stabilendo per la sconfitta Germania un esercito di 4.000 ufficiali e 96.000 soldati con una ferma di dodici anni creava l' intelaiatura di un futuro grande esercito.

Il suo giudizio sulle problematiche avanzate dai "modernisti" fu negativo, osservava: "hanno visto giusto; ma, […] hanno veduto più grande della realtà". Il paese non era maturo per l'eccessivo individualismo e la mancanza di spirito militare, per la carenza di istruttori, per l'insufficienza dei mezzi e per l'altissimo costo dei nuovi ordinamenti improponibili in un paese povero come l'Italia. Lasciò gli studi militari all'avvento del fascismo, quando gli fu negato l'accesso agli archivi del ministero della Guerra, rendendosi conto del cambiamento del clima politico. Da allora si dedicò alla letteratura con numerosi romanzi e opere poetiche diventando nel 1937 accademico d'Italia.

Contro la fattibilità della Nazione Armata si schierarono compatti le gerarchie militari e la Destra politica. Mussolini nel discorso con cui buttò a mare il suo ministro della Guerra Di Giorgio e il suo ordinamento sentenziò: "La Nazione armata? Sono contrario. Non vorrei che alla Nazione armata in tempo di pace corrispondesse la nazione disarmata in tempo di guerra. Non bisogna credere che quello che va bene per la Svizzera […] possa andare bene per l'Italia".

Il pensiero militare non si esaurì nel grande dibattito sulla Nazione Armata e le sue implicazioni politiche ma si estese a tutte le problematiche e ai rapporti tra le tre Armi ad opera di Giulio Douhet. Nel panorama del pensiero militare italiano, panorama che si può tranquillamente definire desolante, risalta il casertano Giulio Douhet, il maggior maĆ®tre a penser degli anni Venti e l'unico la cui opera varcò i confini nazionali, studiata, analizzata, sottoposta ad aspre critiche o accolta con ampi, entusiastici consensi in Europa e in America. In proposito si rimanda al nostro "Douhet, chi era costui?" già pubblicato sul sito.

Spostando lo sguardo dal ristretto panorama italiano al resto del mondo va ricordato l'americano William Mitchell un uomo che nello stesso periodo come Douhet si batteva nel nuovo continente per l'aeronautica. A 33 anni, il più giovane ufficiale di stato maggiore dell'esercito, fu comandante del servizio aeronautico sul fronte francese. Come Douhet, aveva un carattere non facile, intollerante con chi non condivideva le sue idee, come Douhet fu un assoluto fautore del potere aereo, come Douhet si fece un grande numero di nemici. In molti sostennero che fosse influenzato dal teorico casertano, ma il suo più accreditato biografo lo esclude nettamente. Nel 1921, dopo roventi lotte con l'esercito, al quale l'U.S. Army Air Service apparteneva, ottenne dal Congresso, nella sorda opposizione della Marina, che gli venissero messe a disposizione navi tedesche di preda bellica. Fa da cavia la corazzata Ostfriesland contro la quale vengono lanciate il 20 luglio una serie di bombe senza esito. Il giorno successivo sette bombardieri Martin armati con una bomba da 910 chilogrammi l'affondano centrandola cinque volte. In precedenza il ministro della Marina aveva dichiarato che sarebbe rimasto tranquillamente sul ponte della nave durante l'attacco. Per fortuna sua e della sua famiglia la cosa non avvenne.

Nel grande clamore suscitato, la Marina oppose che le corazzate erano all'ancora non in condizioni di difendersi e che in condizioni reali di guerra i risultati ottenuti negli esperimenti non sarebbero stati raggiunti. Il futuro avrebbe invece dimostrato che le corazzate all'ancora, americane a Pearl Harbour, italiane a Taranto, o in navigazione, inglese Prince of Wales e nipponica Yamato non avevano possibilità di sopravvivenza contro forze aeree attaccanti.

Nello stesso anno Mitchell scrisse "Our air force: the keystone of national defense" nel quale raccomandava la creazione di una forza da bombardamento strategico indipendente. All'unisono con Douhet, sosteneva che l'aviazione da bombardamento avrebbe ridotto con la sua potenza la durata del conflitto, ma non calcò sul bombardamento strategico in un paese nel quale all'epoca i quadri militari avevano pochissimo spazio. Sollevato dal comando, fu relegato in un comando periferico nel lontano Texas. Tornò nuovamente alla ribalta, prendendo appiglio dalla caduta accidentale di due dirigibili, lanciando roventi accuse contro le alte gerarchie che lo misero sotto accusa e lo fecero condannare a una sospensione per cinque anni. Nello stesso periodo scrisse "Winged defense" nel quale affermò categoricamente che l'aeronautica doveva costituire l'elemento essenziale della difesa del paese e che le guerre future sarebbero state dominate da quest'arma: "Per conseguenza è un metodo interamente nuovo di portare la guerra a distanza che si va imponendo. Abbiamo visto che una potenza aerea superiore dominerà tutte le regioni marittime quando partirà da basi terrestri e che nessuna nave che porti o no aerei sarà in grado di mettere in pericolo la superiorità aerea". Logico postulato era la sostituzione della marina nella difesa del continente americano. Tra i "profeti" dell'epoca fu l'unico a sostenere che la caccia doveva fiancheggiare i bombardieri nella loro azione. Fu a seguito della sua opera che l'aviazione, l'Army Air Corps, ebbe uno statuto autonomo. Nella seconda guerra mondiale tutti gli ufficiali superiori dell''arma erano imbevuti delle sue idee e nelle sue memorie il generale Arnold, comandante dell'U.S. Army Air Forces, gli rende omaggio.

Amedeo Mecozzi

Un aviatore, Amedeo Mecozzi, che Italo Balbo, unitamente a De Pinedo, Nobile e Guidoni, definì "i chiodi della mia croce", fu il più fiero oppositore di Douhet. Mecozzi, romano di umilissime origini, nella Grande Guerra da soldato semplice era transitato nel servizio aeronautico nel 1916 diventando ufficiale aviatore e asso della caccia ed arrivando al grado di generale di brigata aerea. Nel dopoguerra si batté per un'aeronautica indipendente, ma senza la supremazia assoluta voluta da Douhet, formulando, in contrasto con i bombardamenti in profondità, la teoria dell'aviazione d'assalto, destinata a intervenire sui campi di battaglia, con attacchi portati contro obiettivi scelti, condotti a bassissima quota, in cooperazione con le forze terrestri. Quando lo Stuka dimostrò le capacità dell'aviazione d'assalto, nessuno lo ricordò e l'ufficiale romano concluse la carriera con la nomina a generale di brigata aerea e il trasferimento in Somalia, sperduto comando periferico.

Fu una polemica, iniziata il 21 dicembre 1921 con "Fra programmi e programmi aeronautici", durata fino alla morte di Douhet ed oltre, ed è interessante notare che fu l'unica di un certo "calore" tra appartenenti alla stessa Arma. Nell'articolo sostiene tra l'altro l'assurdità: "[…] di abolire tutto, dirigibili, aviazione da caccia, antiaerei, eccetera, a vantaggio dell'aviazione da bombardamento, che potrà con una fulminea azione all'inizio delle ostilità, distruggere i campi, i rifornimenti, i veicoli nemici, e così sgombrare il cielo", concludendo con un significativo "Detto fatto". L'opposizione fu acra e puntigliosa, lo accusò di avere mutuato le sue teorie da quelle del francese Clément Ader, non risparmiando l'uomo accusato di "fuga dal fronte" per il suo rifiuto di comandare una brigata di fanteria in guerra e di non essere in grado di valutare le problematiche dell'arma non avendo mai pilotato un aereo. Contrapponeva l'essere "pilota da caccia" al "colonnello di stato maggiore dell'esercito". Lo accusò di essere stato il massimo fautore della "guerra agli inermi", volta allo sterminio delle popolazioni civili. A suo merito va però la precisazione che fa in "Per la guerra nell'aria" pubblicato in Echi e commenti del 15 maggio 1928: "Sento il dovere di chiarire che le mie obiezioni alle teorie del generale Douhet non investono punto le Sue affermazioni che l'Arma aerea abbia grande influenza in una guerra futura, ma riguardano mezzi e metodi per ottenere tale grande influenza". Acutamente osservava: "La teoria del dominio dell'aria" si ritorceva contro l'Italia qual che fosse il nemico europeo da affrontare perché le città italiane erano più vulnerabili […] vulnerabilità geografica, industriale , demografica e psichica". Era decisamente contrario al bombardamento strategico ossia al bombardamento terroristico sicuro che non avrebbe avuto sulle popolazioni gi effetti preventivati dal suo personale "nemico".

Su quest'ultimo punto vien fatto di pensare a come la popolazione di una città italiana avrebbe reagito a un bombardamento della terrificante potenza patito da città come Amburgo e Dresda. Dal 1924 pubblica, con diversi pseudonimi Demezio, Captivus, Geronte, Zemaco tutta una serie di articoli sulla Rivista aeronautica, Le Forze armate e Echi e commenti, rivista quest'ultima che, pur non essendo militare, rappresenta una miniera di informazioni sul periodo tra le due guerre mondiali. Polemicamente aveva dedicato la sua opera maggiore "Guerra agli inermi e aviazione d'assalto" scritta nel secondo dopoguerra: "Agli equipaggi dell'aviazione da bombardamento di qualsiasi paese che nel rischio e nel sacrificio personale compirono azioni terroristiche per una obbedienza sempre doverosa ma ad ordini dei quali è urgente che la coscienza dei popoli e dei governi respinga ogni giustificazione". Ferruccio Botti lo definì: "Capo senza partigiani, condottiero senza discepoli e profeta senza fedeli" e, in effetti, le sue teorie furono appena tollerate negli ambienti aviatori italiani.

La cultura militare

L'intellighenzia militare italiana rimase sostanzialmente estranea ai grandi dibattiti internazionali sulla motorizzazione, sulla meccanizzazione, sulla incidenza dei corazzati nella guerra futura. riparandosi dietro l'alibi delle Alpi. Il suo modestissimo livello venne evidenziato dal maresciallo Caviglia "Noi non abbiamo mai avuto, e non abbiamo ancora, una scuola militare italiana. Copiare, continuare a copiare" scriveva nel suo Diario. D'altronde basta pensare che l'opera del teorico prussiano Carlo Clausewitz "Della Guerra", considerata il più alto tentativo di interpretazione filosofica della guerra, scritta nel 1832 fu tradotta integralmente solo nel 1941 ad opera del colonnello Emilio Canevari coadiuvato dal generale Ambrogio Bollati, capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.

Il trattato, tradotto integralmente in francese nel 1852, sul quale nel 1853 si era espresso D. De La Barre con "Commentaires sur le traitè de la guerre de Clausewitz", rappresentò l'opera più ampia e profonda del fenomeno guerra di un valore che nel tempo andò sempre aumentando e che diede origine a un ampio dibattito nel secondo dopoguerra. Uomini agli antipodi come il filosofo e storico napoletano Benedetto Croce e il generale tedesco von Schlieffen , autore del piano operativo di invasione della Francia nella prima guerra mondiale, furono uniti nell'ammirazione. Benedetto Croce ne elogiava "lo spirito indagatore e critico […] il rigore filosofico della mente (1). Schlieffen diceva di lui nel 1905 "La sua dottrina nella sostanza e nella forma, è quella che di più perfetto è mai stato detto sulla guerra. Molti principi di questa dottrina sono passati nel nostro regolamento".

L'opera apprezzata da politici come Hitler che la ricordò nel suo testamento, Lenin, Stalin e Mao Zedong e da intellettuali come Piero Pieri, Raymond Aron e Pierre Naville era così poco conosciuta in Italia che in un articolo pubblicato su La Nuova Antologia del dicembre 1933 l'ammiraglio Sirianni, senatore del Regno, sottosegretario di Stato dal maggio 1925 al settembre 1929 poi ministro della Marina sino al novembre 1933, ne storpiava il nome in Clausenwitz (2), mentre l'Enciclopedia Militare, summa dell'italico sapere militare, si limitava a sostituire la W in V chiamandolo Clausevitz e liquidandolo in 36 righi, numero inferiore a quello dedicato a Emilio De Bono, generale, quadrumviro che guidò "la Marcia su Roma".

Ad ulteriore sconforto va aggiunto che anche l'opera di Alfred Thayer Mahan, considerato il più grande interprete delle problematiche relative alla guerra sul mare, autore di "The influence of sea power upon history 1660-1783" del 1890 e "Naval strategy" del 1911, furono tradotti e pubblicati in Italia rispettivamente nel 1994 e nel 1997.

La pubblicistica

Nei primi anni venti la pubblicistica militare raggiunse il suo massimo livello di espansione allineando numerosi periodici. Molti risalivano al secolo precedente e tra essi La Rivista Militare fondata nel 1856 da due ex ufficiali borbonici i fratelli Mezzacapo esuli a Torino. La rivista, tenuta sempre a un buon livello professionale, fu sospesa nel 1918 e riprese le pubblicazioni dal 1927 al 1933 quando fu soppressa a seguito del progetto di unificazione della stampa militare operato dal ministero della Guerra. Il periodico aveva assorbito due pubblicazioni di valore Alere Flammam che dal 1923 pubblicava le conferenze tenute alla Scuola di Guerra di Torino e la Cooperazione delle Armi del Comando Scuole Centrali Militari di Civitavecchia programmata sui problemi della cooperazione delle quattro armi dell'esercito, con una apposita rubrica riservata ai carri armati.

La Rivista di Artiglieria e Genio nata nel 1883 fu forse la pubblicazione più prestigiosa con collaboratori di ottimo livello scientifico ed ebbe grande prestigio anche all'estero. Nel 1937 si fuse con la Rivista di Fanteria, rinata nel 1934, dando origine alla Rassegna di Cultura Militare. Anche il trisettimanale Esercito Italiano risaliva al secolo passato, fondato a Roma nel 1880, dal 1923 al 1926, anno della sua soppressione, prese il titolo di Esercito e Marina. Allo stesso periodo risaliva il più antico periodico militare italiano Il Giornale di Medicina Militare fondato nel 1851 e la Rivista Marittima del 1868.

La Preparazione, rassegna trimestrale, terminò la sua vita nell'agosto 1920, dopo 13 anni, mentre nel tempo L'Universo, edito nello stesso anno dall'Istituto Geografico Militare Italiano di Firenze, acquistò sempre più peso, così come il Bollettino dell'Istituto di Architettura Militare Italiana che dal 1935 si trasformò in Bollettino dell'Istituto Storico di Cultura dell'Arma del Genio, rassegna di notevole spessore tecnico. Il Bollettino dell'Ufficio storico, nuovo titolo delle Memorie Storiche Militari dell'anteguerra (1909-1914) e preziosa fonte di notizie storico militari, rimase in vita fino al 1934 con cadenza bimestrale. Altra pubblicazione di grosso impegno fu la Rassegna dell'Esercito Italiano fondata e diretta dal 1920 dal generale di fanteria Eugenio Barbarich, autore di numerose pubblicazioni storiche, che cessò le pubblicazioni nel 1925. Esercito e Nazione (1926-1943) e Le Forze Armate (1926-1943) edite dal ministero della Guerra furono organi di smaccata propaganda del regime e con esso finirono.

Il riordinamento della stampa militare degli anni 1925 e 1926 fu voluto dal governo che al'epoca aveva, eliminando l'opposizione politica, dato un giro di vita alle libertà costituzionali con l'acquiescenza del sovrano. La circolazione delle idee anche in campo militare venne grandemente limitata, in un clima di ottuso conformismo le informazioni sugli eserciti stranieri vennero via via ridotte. L'anno spartiacque fu il 1925, negli anni successivi si sprofondò in un conformismo che andò nel tempo sempre più aumentando, con i capi militari e l'ufficialità tutta che presero a modello di sapienza militare Mussolini. In un ambiente in cui la circolazione delle idee era vietata nacque e prosperò la sicurezza di essere sempre e ovunque all'avanguardia nel progresso militare.

Il nuovo clima politico venne consacrato da una circolare a firma Cavallero del 5 novembre 1925 con la quale si devolveva ai comandanti di corpo d'armata il controllo preventivo sugli scritti di particolare importanza e delicatezza degli ufficiali in modo da permettere una sorveglianza più efficace. Balbo, spesso su posizioni di contestazione del regime, si affrettava ad allinearsi. Scriveva nel dicembre 1927: "Rammento che anche gli articoli tecnico-militari, scritti dagli ufficiali prima di essere inviati alle riviste e ai giornali per la pubblicazione debbono essere vistati da me personalmente".

Un esempio del nuovo clima si ebbe nel luglio 1931 quando, per un articolo del generale Grazioli su La Nuova Antologia di larvata critica all'ordinamento in vigore, il capo dello stato maggiore Bonzani: "ravvisando in tale articolo una disapprovazione completa e resa pubblica dei concetti da me seguiti nella preparazione alla guerra […] ho rimesso la questione nelle mani di S.E. il Ministro della Guerra e di S.E. il Capo del Governo per le loro decisioni". Gàzzera ministro della Guerra si affrettava a stigmatizzare il comportamento del generale romano presso Mussolini, sbagliando tra l'altro il nome del generale tedesco von Seeckt in V. Sekt.

Grazioli, considerato un generale "fascistissimo" si era però cautelato rivolgendosi in anticipo al duce e la risposta del capo del governo fu sensata: "Non gli si può inibire di esprimersi in una rivista, molto meno diffusa della Domenica del Corriere su questioni d'ordine militare […] Non si può pretendere che l'Ordinamento del 1926 (che pure reca la mia firma) sia da considerarsi dogmatico".

Otto anni dopo Baistrocchi, sottosegretario di Stato alla Guerra, anche alla luce della sua conclamata fede fascista esortava gli ufficiali a collaborare con il bisettimanale Le Forze Armate: "nella obiettiva esposizione del proprio pensiero vincolato, è ovvio, dalla voluta disciplina formale e sostanziale" il che nel contesto totalitario creatosi, era un sostanziale invito ad evitare ogni contestazione del pensiero ufficiale anche sui problemi tecnico operativi. Le motivazioni della tragedia italiana nel secondo conflitto mondiale furono diverse e di diversa specie, vanno dal mediocre potenziale industriale alla pochezza degli apparati militari, ma l'assoluta ignoranza su quanto avveniva presso gli eserciti stranieri ebbe un peso estremamente rilevante.

Merita di essere ricordata la nota qui di seguito riportata:

COMANDO SUPREMO
STATO MAGGIORE GENERALE
UFFICIO INFORMAZIONI

									  SEGRETO



Prot. N.174                                                               Lì 21 luglio 1940-XVIII


ALL'UFFICIO OPERAZIONI
                                                                   INTERNO



  Si trasmette una memoria nella quale sono riepilogate le notizie in possesso del S.I.M.
circa i procedimenti d'impiego dei carri armati tedeschi.
  S'informa che l'Eccellenza Badoglio ha così annotata la relazione allegata:
"lo studieremo a guerra finita".-

Si prega di restituire le 8 fotografie allegate

IL CAPO UFFICIO INFORMAZIONI
(Cap di Vascello M. Marcalli)
Segue la firma

Note

1. Croce Benedetto. Azione, successo e giudizio. Ultimi saggi. Bari 1935. [torna su]

2. Sirianni Giuseppe. Appunti sulla costituzione degli organi di comando. Nuova antologia dicembre 1933. [torna su]

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