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La Grande Guerra sul fronte francese (parte V)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
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Capitolo quinto

1917. L'anno degli ammutinamenti.
L'année de l'angoisse.
J.B. Duroselle

- La campagna sottomarina
- Gli Stati Uniti in guerra
- Nivelle
- Mangin
- Haig
- Gli ammutinamenti
- Pétain
- I carri armati
- Benedetto XV
- Cambrai
- Clemenceau

All'inizio dell'anno, "l'année de l'angoisse", come scrive Duroselle (1), il paese, spezzato da un mare di lutti, ha 10 dipartimenti nelle mani della Germania, l'Armée ha vinto alla Marna e a Verdun battaglie difensive, ma non è riuscita a respingere l'invasore e le numerose, costose offensive non hanno spostato di un metro la linea del fronte. Mentre la Commission de l'armée de la Chambre ammonisce che per motivi di ordine politico la guerra: "ne pourrait ni ne devrait se prolonger au delà de l'été 1917", il morale comincia a vacillare. Fu calcolato nel 1920 che il numero dei disertori ammontava a 66.678, di cui 15.600 nel 1916 e 25.579 nel 1917.

Il governo si allarma, corre ai ripari e moltiplica le inchieste e i controlli impartendo disposizioni a tutte le autorità. I prefetti valutano l'état moral nei loro dipartimenti e trasmettono apposite relazioni. Nello stesso modo provvedono i generali comandanti le régions militaires, la gendarmeria, la polizia, i procuratori generali, la prefettura di polizia di Parigi e le Commissions civiles del controllo postale. Tutti i dati vengono trasmessi al Bureau des services spéciaux del Grand quartier général, conosciuto come il Bureau du moral.

Nella primavera la campagna sottomarina comincia a produrre i suoi effetti. Il sottomarino si era imposto clamorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica quando nel mare del Nord l'U-21 affonda il 5 settembre 1914 l'incrociatore leggero Pathfinder, primo affondamento da siluro della storia, seguito dall'U-9 del luogotenente di vascello Weddingen che colò a picco in un colpo solo il 22 settembre i tre vecchi incrociatori corazzati Aboukir, Cressy e Hogue che procedevano in gruppo a una velocità di 10 nodi senza zigzagare e dall'U-24 che il successivo primo gennaio affondò la corazzata Formidable. Nell'Adriatico la componente subacquea della Kaiserlich und Königlich Kriegsmarine a sua volta danneggiò la nave ammiraglia francese Jean Bart e affondò l'incrociatore corazzato Léon Gambetta. Il 20 ottobre 1914 si ebbe l'affondamento di un mercantile, il francese Giltra, ad opera dell'U-17, primo di una lunghissima serie. Va osservato che anche nel successivo conflitto mondiale la flotta sottomarina germanica portò a segno nei primi giorni di guerra un durissimo colpo, affondando nelle isole Orcadi, principale base della Home Fleet la corazzata Royal Oak ad opera di un asso, il tenente di vascello Günther Prien, al comando dell'U47 che scomparirà col suo equipaggio pochi mesi dopo. Chi scrive ha avuto la ventura di visitare le isole e di rendersi conto della straordinaria abilità dimostrata passando in immersione attraverso canali appena navigabili.

L'arma non ebbe a un grande peso nei piani iniziali, perché svantaggiata dalle sue insufficienze tecniche e dalle leggi internazionali che non permettevano l'affondamento di navi mercantili senza un formale avvertimento e senza avere messo in salvo passeggeri e equipaggio. I risultati erano ancora più sorprendenti perché era stata sottovalutata, tanto che la Kriegsmarine all'inizio delle ostilità schierava 31 battelli contro 73 della Royal Navy e 67 della marina francese. Anche in questo campo la tecnologia germanica impose la sua superiorità con motori diesel, apparecchiature elettriche, siluri senza scia e tecniche costruttive all'avanguardia, ma la grande illusione, la speranza anzi la certezza della guerra breve, portò all'inizio ad una produzione limitata. Va aggiunto che negli ambienti marinari la guerra marittima, come quella terrestre, era vista come una serie di scontri tra flotte che, bandiere al vento, si sarebbero affrontate in grandi battaglie.

Già il 4 febbraio 1915 il governo aveva dichiarato le acque attorno alla Gran Bretagna "zona di guerra" e minacciato che il traffico, anche di naviglio neutrale, sarebbe stato attaccato senza preavviso, in risposta al blocco economico della marina inglese. Grande emozione negli Stati Uniti suscitò l'affondamento avvenuto il 7 maggio 1915 del transatlantico Lusitania, iscritto nella lista degli incrociatori ausiliari della Royal Navy e che trasportava munizioni, con la morte di cittadini americani. Falkenhayn lamentava che: "il governo di Washington, di fronte alle gravi offese al diritto delle genti perpetrate dall'Intesa, si era limitato a una semplice protesta ed aveva eziando tollerato che ad essa non venisse data risposta e quindi non si aveva motivo di supporre senz'altro che quel Governo dovesse regolarsi diversamente di fronte a un procedimento tedesco di pura reazione e quindi immensamente più giustificato". La propaganda alleata trasformò l'affondamento in un capolavoro propagandistico, enfatizzando la malvagità dei Tedeschi. Il disegno del comandante del sommergibile che, con la pipa in bocca, dall'alto della torretta assisteva impassibile all'agonia della nave fece il giro del mondo.

Il 9 gennaio 1917 alla conferenza di Schloss Pless i vertici tedeschi proclamarono che la guerra sottomarina sarebbe diventata indiscriminata, con l'affondamento senza preavviso di navi mercantili. Si veniva incontro alle istanze reiterate dei militari e alle aspettative di un'opinione pubblica che disperata sperava nell'"arma miracolosa". A giustificazione si sostenne che era la risposta al blocco marittimo, che portava il popolo tedesco alla fame. Fu un classico errore derivato dal potere sempre maggiore dei militari, che imponevano i loro obiettivi senza calcolare il rischio di una guerra contro gli Stati Uniti. Con l'avvento di Hindenburg il principio di Clausewitz la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi era accantonato perché la sfera politica cedeva alla militare ogni competenza ed iniziativa. Fu anche un classico scontro tra i fautori di una nuova arma, portati a sovrastimarne le potenzialità e il classico conservatorismo che dominava le gerarchie militari.

La minaccia per molto tempo era rimasta solo teorica perché i battelli disponibili erano pochi e fu solo nel gennaio 1916 che la marina chiese un piano globale di costruzioni. Il 24 marzo dello stesso anno l'affondamento del piroscafo Sussex, con la morte di altri cittadini americani, portò a tensioni con gli Stati Uniti e il cancelliere Bethmann-Hollweg prudentemente ordinò la limitazione dell'attività malgrado la netta opposizione dell'ammiragliato, che il 22 dicembre, appoggiato dai vertici dell'esercito, con un memorandum garantì che la Gran Bretagna sarebbe stata messa in ginocchio in sei mesi. Bethmann-Hollweg per gli storici moderati tedeschi, tra essi il Ritter, rimase il simbolo della moderazione, "eroe positivo" destinato a soccombere che si contrappone al potere dei militari.

Dal primo febbraio 1917 la guerra fu scatenata senza limitazioni, malgrado i dubbi e le perplessità del cancelliere che temeva l'entrata in guerra degli Stati Uniti. Le perdite inflitte furono imponenti, 3.844.000 tonnellate di naviglio dall'agosto 1914 alla fine del 1916, 5.678.000 nel 1917 di cui 871.000 in aprile e 591.000 in maggio e, nell'ultimo anno di guerra, 2.533.000. Tra i comandanti spiccò il luogotenente di vascello Lothar von Arnaud de Laperriere che affondò un totale di navi alleate per 535.000 tonnellate. I sottomarini erano avvantaggiati per la possibilità di poter avvistare da lontano le navi alleate che navigavano con macchine a carbone e conseguenti visibili nubi di fumo. Fu solo con l'applicazione del sistema dei convogli e di nuovi ritrovati che la minaccia fu fronteggiata, ma le perdite erano state dolorose.

Il sei aprile 1917 gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania, con una precedente nota del 12 febbraio l'ambasciatore americano aveva dichiarato che il governo americano avrebbe ritenuto quello tedesco "pienamente responsabile" per le perdite subite in vite e beni. Il 26 giugno verso le ore 9 nel porto di Saint-Nazaire quattro navi sbarcarono il primo contingente. Le autorità non diedero pubblicità all'avvenimento nel timore di attacchi di sommergibili e la popolazione non poté festeggiarne l'arrivo.

Il ministro degli Esteri inglese Edward Grey valutava che: "Gli Stati Uniti sono come una gigantesca caldaia: una volta che sotto di essa è acceso il fuoco, non esistono limiti alla potenza che può generare". Era un uomo di spessore. Nell'agosto 1914 aveva affermato con dolore: "Le luci si stanno spegnendo in tutta l'Europa: non le rivedremo mai più riaccendersi nel corso della nostra vita". Aveva lottato per la pace fino all'ultimo, ricordando all''ambasciatore a Vienna il 23 luglio 1914: "Le conseguenze possibili della situazione attuale saranno terribili" (2).

Pierre Chaunu riconosceva che nel 1914 solo Grey a Londra, Benedetto XV a Roma e Bethmann-Hollweg a Berlino avvertivano che la guerra sarebbe stata lunghissima (3). Il nuovo astro salito al comando Robert Georges Nivelle, preferito a Pétain e a Foch, nel mese di febbraio studia il piano che doveva portare all'immancabile vittoria. Alunno dell'École Polytechnique, ufficiale di artiglieria nel 1878, dopo la scuola di guerra partecipò alla spedizione in Cina contro i Boxer. Ha la stessa età di Pétain e, come Pétain, ricopre il grado di colonnello all'inizio della guerra. Nell'ottobre comanda la 29° brigata di fanteria e partecipa ai combattimenti in Alsazia e alla battaglia della Marna, poi nel gennaio 1915 una divisione e nel successivo marzo il terzo corpo d'armata. Nel marzo 1916, al comando della seconda armata si mette in luce a Verdun con due fortunate offensive, ma di scarso valore strategico, la riconquista del forte di Douaumont e del bosco di Caillette, raccogliendo molti consensi. La Francia ha bisogno di speranze e di eroi. Comandante energico, di aspetto giovanile, affascina governo, deputati e opinione pubblica che vedono in lui un capo napoleonico. Il deputato Maginot si batte con insistenza per la sua nomina, Painlevé ritiene che: "Maginot etait l'ami et avait la confiance de Nivelle" (4). Uomo di mondo, a differenza di Pétain, cura le relazioni sociali, intrattiene rapporti con politici e giornalisti, parla perfettamente l'inglese e raccoglie le simpatie di Lloyd George, il quale a sua volta godeva dell'ammirazione di Foch: "Alla prima occhiata si intuisce in lui una vitalità e un'intelligenza pronta, poco comune". A disastro avvenuto Lloyd George gelidamente commentò: "Avevamo senza dubbio grandi speranze che non si sono pienamente realizzate: non fu la prima volta".

L'offensiva doveva essere "violenta, brutale e rapida", pedina base il battaglione di fanteria che aveva subito una sostanziale trasformazione. Con un totale di 700 uomini ha in dotazione tre compagnie fucilieri e una compagnia mitragliatrici, è potenziato con unità d'accompagnamento con cannoni a tiro teso o curvo, unità di collegamento e di trasmissioni. Si faceva grande affidamento sul "barrage roulant", basato sul fuoco d'artiglieria che precede metodicamente la fanteria avanzante. La Revue militaire française nel 1921 così spiega la nuova tattica nata nel corso della battaglia delle Somme. Su tutto il fronte d'attacco l'artiglieria deve realizzare una linea continua di fuoco, spostandosi avanti la fanteria, a balzi, in piccoli spazi a una velocità media di avanzata eguale a quella della fanteria. La fanteria deve serrare quanto più possibile presso il barrage in modo che i tiratori nemici scampati all'azione di fuoco o restati nei loro rifugi, non possano, dopo il passaggio del barrage, disporre dei tempi necessari per riprendere il fuoco. La velocità di scorrimento era di 100 metri in due minuti.

Ludendorff la sottopose ad aspre critiche: "Questa velocità [del fuoco dell'artiglieria] doveva regolare l'avanzata [della fanteria]. Ma, malgrado tutte le esperienze e tutti i calcoli, la scienza tattica e tecnica non aveva fornito il mezzo di dare praticamente al tiro un ritmo conforme allo sviluppo della battaglia". In effetti per la mancanza di mezzi di comunicazione tra fanteria avanzante e artiglieria era impossibile ritmare il fuoco col movimento. In effetti la difficoltà di questa tattica era di coordinare gli spostamenti della fanteria con il barrage. A nulla servirono i piccioni, i razzi segnaletici, telefoni e addirittura cani messaggeri. Aggiungeva: "[…] un mezzo tattico-tecnico per la direzione di tali fuochi tambureggianti, malgrado tutte ricerche e gli esperimenti fatti, non era stato trovato". Nivelle, come il suo predecessore, affetta calma e sicurezza. Con nonchalance dichiara: "Si nous ne prenions pas l'initiative, l'ennemi s'en saisirait […] nous romprons le front allemand quand nous voudrons!". Aggiunge che dopo lo sfondamento: "[…] il terreno sarà libero per andare dove si vorrà, dalla costa belga alla capitale, sulla Mosa o sul Reno".

Agli ordini di Nivelle: "Plein de confiance dans l'ardeur de ses propres troupes" scrive il tenente colonnello Lucas, il comando del gruppo d'armate impiegato ( 6°, 5°, 10° e 1°) è affidato al generale Micheler. La sesta armata del generale Mangin e la quinta del generale Mazele entrambe di 14 divisioni condurranno l'attacco, le altre due, su 12 divisioni, affidate rispettivamente ai generali Duchesne e Fayolle restano di riserva, pronte a sfruttare il successo. Obiettivo sfondamento per 60 chilometri nel tratto Vauxaillon-Brimont, fissare il nemico e le sue riserve con attacchi alleati tra l'Oise e Arras, allargando la breccia nella quale lanciare le armate di riserva in direzione di Guise, affiancate all'esercito belga e ai britannici. Le forze a disposizione erano imponenti: 1.400.000 uomini, 1800 pezzi da campagna, 1700 cannoni pesanti, 200 carri armati, una potente aviazione. I calcoli erano minuziosi, precisi. Si indicavano le posizioni da raggiungere dopo tre, sei e sette ore dall'inizio.

Di fronte stava la 7° armata del generale von Boehm, su 12 divisioni, appartenente al gruppo del Kronprinz imperiale. I Tedeschi, a conoscenza del piano, con l'operazione Alberich arretrano, accorciando il fronte di 40 km., su una nuova e meglio fortificata linea, la Sigfrido, chiamata dagli Alleati linea Hindenburg, sistemata su posizioni naturalmente forti, aumentano gli effettivi a 15 divisioni, allargano le trincee per impedire il superamento ai carri armati contro i quali furono distribuiti fuciloni con nuovi proiettili anticarro, le palle K. Nel ripiegamento rileva Liddell Hart: "Gli inglesi [avanzarono] con estrema fatica attraverso il deserto, che, con una distruzione straordinariamente sistematica e accurata, [i tedeschi] avevano creato alle loro spalle arrivando ad abbattere gli alberi da frutta ed avvelenando i pozzi". Ludendorff nega recisamente: "C'era la proibizione di avvelenare le fonti. […] si dovettero distruggere molti beni degli abitanti ma non si poté evitarlo". Vanamente alti ufficiali tedeschi, come il generale Gallwitz e il principe Rupprecht, si opposero, Foch parla di "schadenfreude (gioia di nuocere)" e invita il governo di intimare all'avversario: "di cessare, a scanso di gravissime responsabilità e di severissime rappresaglie, questi metodi barbarici". Le distruzioni furono così accurate che quando le fanterie tedesche passarono all'attacco l'anno successivo si trovarono in difficoltà nell'attraversamento della zona.

Hindenburg con iattanza scrive: "Il nostro grande movimento di ritirata, cominciò il 16 marzo 1917. Il nemico ci seguì molto spesso con prudenza. Quando assunse un'andatura più audace, la nostra retroguardia si incaricò di raffreddare lo slancio dell'avversario". Il 6 aprile 1917 a Compiègne si riunisce il consiglio di guerra straordinario presieduto dal presidente della Repubblica, presenti il presidente del Consiglio, i ministri delle forze armate, i comandanti di gruppi d'armate Pétain, Micheler, d'Esperey, de Castelnau, assente Foch che si trova in Italia. I generali sono perplessi di fronte alla sicurezza ostentata da Nivelle. L'Enciclopedia Militare parla di: "sorda e potente opposizione". Tra essi realista e pragmatico vi è Pétain che sostiene: "L'offensiva prevista non ha nessuna possibilità di successo e abortirà con perdite inutili", il suo pessimismo non è molto gradito ai politici. Parole come: "La battaglia della Champagne dimostra la difficoltà, se non l'impossibilità, nell'attuale condizione degli armamenti, dei metodi di preparazione e delle forze avversarie, di prendere in un sol colpo la serie delle posizioni nemiche", non lo mettono in buona luce. Al ministro degli Armamenti che, angosciato, gli chiedeva: "Ma allora non finiremo la guerra?" risponde tetragono nei suoi convincimenti: "No, non finiremo la guerra, ma è sempre meglio che finirla con una sconfitta". Liddell Hart accenna all'insofferenza delle alte sfere militari per: "Il tanto spesso deriso -economista- [di soldati]".

Prudentemente il comando generale britannico impartì a Haig l'istruzione di attenersi alle direttive di Nivelle: "Eccetto il caso in cui consideri ciò pericoloso per la salvezza del suo esercito o tale da pregiudicare il successo". Alle minacce di Nivelle di presentare le immediate dimissioni, l'impatto sarebbe stato enorme sull'opinione pubblica e gli alleati, il governo cede, l''offensiva si farà.

La battaglia iniziò il 16 aprile con un tempo pessimo, durerà fino al cinque maggio. Mancò la sorpresa da sempre moltiplicatrice di potenza. Le fanterie, animate da grande impeto, scattarono all'attacco, un attacco: "brutal et continu" per conquistare con "un seul élan" le posizioni avversarie. Nel primo giorno la fanteria avanzò di un chilometro. Dopo dieci giorni ogni speranza di sfondamento è persa, conclusione un mare di sangue nel quale annegheranno 117.000 soldati di cui 32.000 uccisi. Di certo le perdite spaventose non sono superiori ad altre offensive ma sono concentrate in pochi giorni e in poco spazio.

Il deputato Ybarnegay che aveva partecipato all'offensiva, così la descrisse: "Un quarto d'ora dopo la partenza delle truppe d'assalto si sentì il crepitio delle mitragliatrici e dal petto di tutti i soldati uscì un unico grido di angoscia: -le mitragliatrici non sono state distrutte!-". Tredici anni dopo, Henry Williamson, in The wet flanders plain è icastico: "Vedo gli uomini balzare su e avanzare, e avanzo con loro in un limpido delirio durante il quale alcuni sembrano indugiare chinando la testa e cadere mollemente in ginocchio e rovesciarsi lentamente e restare immobili. Altri si voltolano più e più volte e urlano e mi afferrano le gambe in uno spasimo di terrore, e devo lottare per farmi strada mentre la polvere ed il terriccio sulla mia divisa diventano, da grigi, rossi. E vado avanti con i piedi doloranti, su e giù, attraverso un terreno simile a un gigantesco alveare distrutto, e la mia ondata si disperde, e una seconda ondata sopraggiunge e si disperde anch'essa poi la terza si fonde con i resti della prima e della seconda, e dopo un poco la quarta inciampa nei sopravvissuti delle altre tre, e ci precipitiamo innanzi per superare lo sbarramento, ansimanti e sudati, a gruppi, comunque sia, dimenticati del tutto i mesi di addestramento e di prove, perché chi avrebbe mai immaginato che il -grande scontro- sarebbe stato così?". Non diverso il giudizio di un ufficiale tedesco: "Le lunghe file della fanteria […] continuavano a rompersi all'infinito contro la difesa tedesca, e, proprio come le onde contro uno scoglio, venivano respinte". Per Hindenburg è un trionfo: "Dai primi giorni la battaglia apparve come una sconfitta completa dei nostri avversari […] l'insieme del fronte rimase nelle nostre mani vittoriose. […] Il nostro metodo difensivo ha fatto brillantemente le sue prove".

Pétain è draconiano, dopo la catastrofe, parlerà senza timori: "Il governo è stato esattamente informato delle difficoltà dell'operazione. È passato oltre. È dunque a lui che incombe la principale responsabilità". Émile Mayer, spirito libero, è lapidario: "Lanciata il 16 aprile, una offensiva male concepita, male organizzata, male eseguita e, inoltre, terribilmente contrariata dalle condizioni meteorologiche, non tarda a fallire pietosamente". Sistematica è ormai la svalutazione della vita umana.

Si legge nell'Enciclopedia Militare: "[…] la brevità del tempo e la ristrettezza dello spazio entro cui avvennero le perdite della prima giornata (16 aprile) e l'effetto di sorpresa prodotto dalle micidiali mitragliatrici appostate al sicuro nelle caverne, le fecero apparire dal punto di vista morale, assai maggiori ed ebbero una ripercussione deleteria sullo spirito dell'esercito, dinanzi al quale il limitato successo localmente conseguito, in paragone del grandioso progetto iniziale, dette l'impressione di uno scacco invece di una vittoria". È da notare come l'Enciclopedia, espressione del livello culturale dell'apparato militare del Ventennio, a più di 15 anni dalla battaglia, parla di vittoria, sia pure locale, a fronte di una sconfitta sanguinosa che porterà agli ammutinamenti dello stesso anno.

Robert Georges Nivelle passerà alla storia con l'appellativo di "buveur de sang". Invitato a dare le dimissioni rifiuta sdegnosamente e verrà silurato. Nella palude conformistica intenta alla celebrazione acritica della vittoria, si specchia, alla notizia della sua morte, il giudizio di un editoriale del britannico The Army quaterly del luglio 1924. Il generale è definito: "Un grande soldato la cui carriera durante la guerra ha costituito un ulteriore esempio di quanto la carriera militare sia poco gratificante e delle difficoltà che i generali incontrano quando il controllo politico della guerra è nelle mani dei civili. […] le motivazioni per il suo fallimento nel 1917 sono così fuorvianti ed ingiuste che il portare a conoscenza dei fatti nudi e crudi è un semplice atto di giustizia".

Il governo salva la faccia nominandolo comandante delle truppe dell'Africa del Nord. Pétain ne prende il posto, Foch, ritornato in auge, diventa capo di stato maggiore generale su richiesta del ministro della Guerra Painlevé. All'epoca sul fronte occidentale sono schierate 109 divisioni francesi, 62 britanniche, sei belghe, reparti russi, portoghesi e polacchi per un totale di 3.200.000 uomini, la Germania né contrappone 2.800.000 e una fortissima superiorità morale. Sul principale collaboratore di Nivelle, il generale Mangin, occorre soffermarsi perché rappresenta l'archetipo, l'espressione, il prodotto di una ufficialità che si riconosceva nell'offensiva ad oltranza, assolutamente insensibile alle perdite spaventose che tale tattica comportava. Si legge, con estremo disagio, nel suo Des hommes et des faits: "La sera del 16 aprile delle cifre formidabili di perdite sono state annunciate dai parlamentari testimoni dell'offensiva, poco abituati alla vista dei feriti; […] il servizio di sanità e gli stati maggiori hanno dato molto approssimativamente dei numeri molto elevati. Tutte queste informazioni sono state esagerate ancora, particolarmente nell'entourage del ministro della Guerra che, io constatai non aveva nessuna urgenza per ottenere delle cifre reali". Della stessa idea era, e siamo nel 1923, Lucas che parla di perdite "d'abord très exagérées".

Nato nel 1866 a Sarrebourg, appartiene a una famiglia di ufficiali che hanno servito nelle colonie. Per due volte è respinto agli esami d'ammissione a Saint-Cyr, riuscendo al terzo tentativo. Sceglie, come Gallieni e Lyautey, la "marsouille", la fanteria di marina, l'arma delle "têtes brulées" e nelle colonie si fa le ossa. Combatte nel Sudan, nel Tonchino e ricopre la carica di capo di stato maggiore in Africa Occidentale dal 1907 al 1911. Svantaggiato dall'avere un fratello sacerdote, ritorna in Tonchino e sarà promosso tenente colonnello con tre anni di ritardo sui suoi camerati. Nel 1910 è l'autore di La force noir. È assertore di una massiccia incorporazione di reclute africane nell'Armée anche alla luce della denatalità che affligge il paese. Calcola in quattro corpi d'armata più due divisioni senegalesi la forza disponibile, con 40.000 neri e 100.000 arabi i quali: "nelle battaglie future, questi primitivi per i quali la vita conta così poco, e il cui sangue bolle con tanto ardore, raggiungeranno certamente l'antica -furia francese- (in italiano nel testo) e la risveglieranno se ve ne fosse bisogno". Mangin è per un'armata di colore bene inserita nella più Grande France che va sino ai confini del Senegal, del Niger e del Ciad, con una popolazione pacifica e prospera. Combatte in Marocco agli ordini di Lyautey, insofferente della sua prudenza occupa Marrakech con un audace colpo di mano, sollevando le riprovazioni del suo comandante. Viene rispedito in Francia nell'agosto 1913, a 47 anni è promosso generale, ma senza comando. Inizia il conflitto con l'ottava brigata di fanteria, sostituendo il comandante infortunato. Passa poi al comando della quinta divisione, che portò alla riconquista di Douaumont e di Vaux, e si guadagna la fama di "Boucher de Verdun" e di "broyeur de Noires". Successivamente comanda la sesta e la decima armata. Agli ordini di Nivelle col quale stabilì uno stretto sodalizio è protagonista dell'offensiva. Alla vigilia del disastro proclama: "Abbiamo il metodo e abbiamo il capo, la vittoria è sicura". Dopo la battaglia viene messo da parte. Sull'Enciclopedia Militare si legge: "Partecipò all'offensiva -Nivelle- e fu allontanato dalla fronte, perché accusato, come Nivelle, di aver fatto salire le perdite francesi troppo fortemente senza conseguire adeguati risultati".

Sostiene a spada tratta il suo capo perché aveva a giusta ragione previsto il rapido sfondamento del fronte e: "[…] de placer ses armées dans cette hypothèse, moralement et matériellement" conclude che: "[…] l'arrêt de l'offensive était donc sans aucune excuse" Non si ferma a questo, arriva a sostenere che la tattica di Nivelle fu "adopées par l'ennemi pour ses offensives de 1918". A proposito delle perdite sostiene che: "On exagérait", nelle sue opere né diminuisce sistematicamente l'entità e non spende una parola per gli uomini che sono morti ai suoi ordini, ma va precisato che non era l'unico. Aggiunge: "Agli occhi di cinque ministeri che si sono succeduti dopo la caduta di Painlevé, e che saranno onorati per questi atti di coraggiosa giustizia, il generale Nivelle aveva dunque diritto a una autentica riparazione". Ha parole simili per Haig, il "buveur de sang" inglese: "Fu molto giustamente elevato alla dignità di field marshall, il più alto [grado] del Regno Unito".

Painlevé ministro della Guerra e presidente del Consiglio lo vuole retrocedere al comando di un corpo d'armata ma rifiuta sdegnosamente e si imbarca in una feroce polemica di cui vi è una eco nelle sue opere Comment finit la guerre del 1920 e Des hommes et des faits del 1923, in quest'ultima un intero capitolo è dedicato alla sua querelle con Painlevé, con minute precisazioni sulle perdite patite. Il ministro, dopo avergli affibbiato un congedo per riposo il primo maggio, l'otto dello stesso mese gli ordina di risiedere fuori Parigi e lo mette in disponibilità il primo agosto. Con Clemenceau la sua sorte migliora, al Tigre piacciono i generali "sangue e budella". Accetta il comando di un corpo d'armata, prima rifiutato, e poi della decima armata e partecipa ai combattimenti del 1918, ricevendo gli elogi di Foch per: "La chiarezza di vedute". Dopo la vittoria, è pronto per un trionfale ingresso in Metz, prepara la sua alta tenuta, pantaloni rossi, dolman con pelliccia nera, guanti bianchi, ma una caduta da cavallo lo riduce in coma. Il 14 dicembre 1918 a Magonza riceve il comando dell'armata del Reno dal generale Fayolle. Allontanato per motivi politici viene poi chiamato al Consiglio superiore della guerra e insignito della Légion d'honneur e della Medaglia militare. Era circondato da una solida fama di macellaio, di "buveur de sang" che respinse sdegnosamente nelle sue opere. Ma la fama gli restò se John Keegan lo considera: "uno dei più feroci combattenti dell'esercito francese" (5).

Il sette luglio alla Camera Painlevé dichiara: "La legge non mette nelle mani del ministro alcun altra sanzione senza una inchiesta preliminare di cui fissa la procedura" e nomina una commissione per studiare: "le condizioni nelle quali si è effettuata l'offensiva nella regione dell'Aisne nella settimana dal 16 al 23 aprile 1917, e di determinare il ruolo dei generali che hanno esercitato il comando in questa offensiva". Nomina quindi una Commission d'enquête, formata dai generali Brugère, Foch e Gouraud, con il compito di valutare il comportamento di Nivelle, Mangin e Mazel. I lavori si prolungano per sei settimane con 12 sedute, il giudizio, commisurato allo status informativo e culturale delle alte sfere militari francesi dell'epoca, è estremamente favorevole, dando per premessa che: "Qualunque critica si possa muovere all'offensiva del 16 aprile, il generale Nivelle resta il brillante comandante della seconda armata nei gloriosi giorni di Verdun"; si sottolinea che i dubbi dei principali esecutori non diedero al capo l'energia di dominare gli avvenimenti. Si rapportano le perdite dell'offensiva nella Champagne del settembre 1915, 128.000 uomini su 40 chilometri di fronte, con quelle dell'Aisne, 117.000 uomini "sur un front exactement double". Nivelle, senza sanzioni, viene spedito in Africa, quando le acque si saranno calmate verrà chiamato al Conseil supérieur de la guerre, onorato con la Grand croix de la Légion d'honneur e con la Medaille militaire.

A luglio il generalissimo Haig pianifica una ennesima grande offensiva intorno al saliente di Ypres, dominato dal crinale del villaggio di Passchendaele, oggi Passendale, in mano ai Tedeschi dal 1914. A questo piano si oppose vanamente il primo ministro David Lloyd George il quale non erroneamente dubitava delle sue capacità. Si fronteggiano la seconda armata del generale Plumer e la quarta armata tedesca della quale era capo di stato maggiore il colonnello von Lossberg, uno dei pochi grandi capi che questa guerra rivelò. Il teatro delle operazioni era pessimo, un terreno paludoso con dighe e canali, in certi punti l'acqua era a un metro di profondità. Lossberg ordinò di arroccarsi sul crinale e di rinforzare la linea con casematte in cemento armato. Intanto l'esercito britannico consegue una insperata vittoria quando con 450.000 tonnellate di esplosivo i genieri fanno saltare in aria la posizione di Messines, che subito dopo viene assalita e occupata, sul terreno restano 10.000 soldati germanici. Siamo di fronte, in pieno secolo ventesimo, a un classico esempio di guerra ossidionale.

Inizia quello che Liddell Hart definisce: "il più triste dramma della storia militare inglese. […] un nome listato a lutto negli annali dell'esercito britannico". Un susseguirsi di attacchi senza fine che si trasformano in un massacro senza fine. Le fanterie britanniche cozzano con estremo valore contro un muro di ferro e di fuoco, che a volte vacilla. Ludendorff osserva: "Le costose battaglie d'agosto esercitano una pesante pressione sulle truppe del fronte a ovest. Malgrado tutta la protezione del cemento armato i soldati sembrano senza difesa contro l'enorme peso dell'artiglieria nemica. In certi momenti non davano più prova di quella fermezza che i comandanti locali avevano sperato. […] Dopo un periodo di calma profonda all'ovest che induceva a credere che la battaglia delle Fiandre fosse terminata un assalto terribile contro le nostre linee avvenne il 10 settembre. […] Possiamo sopportare le perdite di terreno ma la riduzione delle nostre forze era sempre più pesante". Il prezzo pagato dai contendenti è enorme. Muoiono 310.000 Britannici di cui 36.500 Australiani, 3596 Neozelandesi e 15.000 Canadesi. Dall'altra parte 260.000 Tedeschi sono morti o feriti.

Il poeta alsaziano Yvan Goll, in Requiem per i morti d'Europa, con parole che toccano il cuore, così descrive questo seguito di battaglie insensate:
Come un grigio muro intorno all'Europa
La lunga battaglia infuriava.
La battaglia incessante, la battaglia insabbiata,
la battaglia di ammorbidimento
la battaglia che non era mai la battaglia finale.
Un paio di pennellate su sir William Douglas Haig sembrano necessarie.


Nel suo Reputations, Liddell Hart, premesso che il genio militare è sicuramente fiorito sul suolo britannico ma come una pianta esotica, definisce il nostro "la quintessenza della Gran Bretagna", di un paese che per la prima volta non fa una guerra con un piccolo esercito di professionisti ma con tutta la nazione. Haig, figlio di un mercante di whisky di Edimburgo, nasce nel 1861, frequenta la scuola di Sandhurst e ne esce ufficiale di cavalleria. È un buon giocatore di polo, e, sempre secondo lo storico britannico, ipso facto anche un buon generale.

Aprendo una parentesi si possono discutere le tesi dello storico britannico sull'approccio indiretto ma non il suo formidabile senso dell'humour. Combatte in Sudan e contro i Boeri agli ordini del generale John French, è aiutante di campo straordinario di Edoardo Settimo, sposa una damigella d'onore della regina. Nel 1903 è nominato, avendo il grado di colonnello, Ispettore generale della cavalleria in India, su richiesta di Kitchener comandante in capo in India. Nel 1904, a 42 anni, è nominato général-major, la sua carriera è napoleonica se si pensa che è entrato nell'esercito a 23 anni. Si merita il soprannome di fortunato. Si proclama fautore dell'arma bianca, dell'urto, delle cariche della cavalleria, ed elimina chi non è d'accordo con lui.

Nel 1906, tornato in Inghilterra, diventa Direttore dell'istruzione militare e Direttore degli studi di stato maggiore al ministero della Guerra. Nelle grandi manovre dimostrò un'ostinazione a tenersi ai piani senza riguardo ai fatti, si ripeterà durante le operazioni belliche. Gli veniva addebitata una assoluta mancanza di intuizioni strategiche e dell'istinto della sorpresa. Tre anni più tardi torna in India con la carica di Capo di stato maggiore, morde il freno perché è convinto di una prossima guerra con la Germania. Quando scoppia la guerra assume il comando di uno dei due corpi d'armata in partenza per la Francia. Come Joffre ostenta calma nei rovesci e ostinazione negli attacchi, continua ad essere un uomo fortunato, il governo inglese sotto la direzione di Lloyd George non ha il coraggio necessario per silurarlo, nemmeno dopo il macello delle Somme.

Su Haig, un uomo capace di scrivere che riteneva di aver avuto da Dio la missione di vincere la guerra per la Gran Bretagna, riportiamo alcuni giudizi. Liddell Hart sostiene che la sua ostinazione era dovuta a una limitazione delle sue capacità mentali e non a pura ignoranza. Lo definisce "un cavaliere senza macchia e senza paura, autentica incarnazione del carattere nazionale e delle tradizioni dell'esercito britannico". Montgomery: "La fiducia nell'approvazione divina pareva soddisfarlo completamente" (6) e George Bernard Shaw: "Era, debbo dirlo, un uomo di carattere cavalleresco e scrupoloso. Mi fece intendere che la guerra sarebbe durata trent'anni, e che egli l'avrebbe portata avanti in modo irreprensibile finché non avesse raggiunto i limiti d'età". Il figlio racconta che: "Credeva suo dovere di astenersi dal visitare i posti di soccorso per i feriti perché queste visite lo facevano stare male fisicamente" (7). I giudizi degli storici spesso mutano nel tempo, in Douglas Haig architect of victory, edito nel 2006, il britannico Walter Reid dà un ritratto a tutto tondo del maresciallo scozzese, valutandolo come: "Uomo di forte carattere, ambizioso ma poco brillante, con una assenza totale di dubbi e una grande rapidità nella presa di decisioni". Anche nel dopoguerra il maresciallo, il cui monumento a Edimburgo guarda verso il castello in cui sono conservati in grandi, numerosi album i nomi dei caduti scozzesi del primo conflitto mondiale, darà saggi del suo spessore professionale. Inaugurando un monumento ai caduti sosterrà: "La cavalleria è sempre un'arma essenziale, anche in una guerra europea, e specialmente per un esercito imperiale come l'esercito britannico". Insieme con French si era strenuamente battuto per reintrodurre nella cavalleria, col regolamento del 1912, la lancia abolita dal generale Roberts nel 1903.

Qualcosa si spezza nell'anima del poilu. Già nel marzo 1916 il deputato della Sinistra radicale Margaine si era posto la domanda: "Fino ad oggi i nostri soldati hanno potuto, al prezzo della loro vita, riparare agli errori del comando, verrà un'ora in cui non lo potranno più". L'anno successivo è il deputato Étienne Lamy: "L'Armée prova un rancore profondo e generale contro un metodo militare che non proporziona i sacrifici di uomini ai risultati ottenuti" A maggio in 51 delle 112 divisioni si verificano preoccupanti casi di disordini e insubordinazione, ai quali partecipano 30/40.000 soldati, sfocianti in episodi di violenze ma senza spargimento di sangue.

La crisi parte dalla 5° divisione di fanteria, già comandata dal generale Mangin, agli ordini del generale Roig-Bourdeville. Il 28 e il 29 maggio i soldati dei reggimenti 129° e 36° rifiutano di tornare in linea, il sei giugno è la volta del 274° sempre della stessa divisione. Si hanno tutta una serie di manifestazioni, si grida "A bas la guerre" e "Assassin! Buveur de sang!". Impressione dei capi è che si tratta di un: "mouvement (est) nettement rèvolutionnaiare". Le truppe in linea non sono coinvolte e, miracolosamente, lo stato maggiore tedesco non ne viene a conoscenza. La cavalleria prende posizione intorno agli accantonamenti delle truppe, piazza le mitragliatrici, ma non ha la necessità di intervenire.

Painlevé angosciato scriveva: "Per alcuni giorni, fra Soissons e Parigi, non c'erano che due divisioni sulle quali poter contare. Il presidente della Repubblica annotava nel suo diario: "L'esercito si sfalda. Questi magnifici soldati, così pieni di entusiasmo, sono stati a poco a poco contaminati dalla propaganda interna" (8). La stragrande maggioranza dei politici e degli ufficiali generali sostiene la tesi del complotto e attribuiscono ai pacifisti, ai socialisti, ai filo germanici e all'eco della rivoluzione in Russia il crollo del morale dei soldati. L'elenco è lunghissimo, si fanno pochi nomi: Fayolle, Serrigny, Franchet d'Esperey, Palat, Castelnau, Maistre che sostiene addirittura che: "Les Allemands avertis multiplient les attaques; ils reprennent peu à peu les positions perdues par eux", sulla stessa linea è la S.R.A. Section de renseignements aux armées. Mangin non si discosta da questi convincimenti: "La démoralisation de l'armée fut avant tout l'effet du travail patient de l'ennemi à l'intérieur de notre pays." Il ricordo va al giudizio di Cadorna su Caporetto.

Stranamente, trattandosi di un ufficiale anticonformista per eccellenza, anche Mayer accenna alla propaganda disfattista, aggiungendo però che gli uomini erano stanchi per vessazioni e soprusi, per l'irregolarità delle licenze, per i sanguinosi e vani attacchi. Foch, uomo dall'acuta intelligenza, invece sostiene che gli ammutinamenti furono la conseguenza di un'offensiva insufficientemente preparata, poco felicemente ingaggiata. Con Joffre, o con un successore meglio scelto, gli ammutinamenti sarebbero stati evitati. Il servizio d'informazione germanico esamina i numerosi rapporti ricevuti ma giunge a conclusioni errate. La situazione dell'esercito francese è: "inquietante, ma in nessun caso drammatica […] Visto il temperamento francese è sufficiente una sola abile iniziativa del governo o del partito al potere per dare inizio a un brusco cambiamento del morale". Di certo degli ammutinamenti, di gravità eccezionale, non vi è traccia nelle memorie di Hindenburg e di Ludendorff.

La repressione fu attuata senza crudeltà, ma con mano ferma. Il numero degli ammutinati è calcolato da 30.000 a 40.000, 3247 sono giudicati dai Conseils de guerre. 2873 sono i condannati. La pena di morte è comminata in 554 casi, a 1381 vengono inflitte condanne pesanti, a 1492 pene più leggere. Pétain invita il presidente della Repubblica a non esercitare il suo diritto di grazia: "qu'une première impression de terreur est indispensable". Fronteggia gli avvenimenti con grande capacità. A differenza dei suoi colleghi, percepisce che i soldati non sono vittime della propaganda pacifista che prende piede all'interno del paese ma dell'esasperazione per le insensate perdite patite. Si rende conto che la protesta è maturata tra i reparti che vanno in linea, tra quelli che avevano sopportato le maggiori perdite o che avevano ufficiali particolarmente impopolari. Non è insensibile alle sofferenze del poilu, si sforza di curarne il morale, ordina la costruzione di confortevoli baracche per i reduci dai turni di prima linea, con letti puliti, bagni e strutture di lavanderia, concede con larghezza licenze, istituisce un servizio di trasporti dai campi di ristoro alle stazioni ferroviarie. Si preoccupa del miglioramento del cibo, ispeziona le trincee di prima linea, nel corso delle ispezioni era solito chiedere a una dozzina di soldati chi era il migliore del reparto, subito dopo decorandolo con la Légion d'honneur, contrappone il suo interessamento alla gelida indifferenza di molti generali e, cosa importante, promette la fine degli attacchi insensati. Non si limita a questo.

Dispone ricerche storiche sugli ammutinamenti durante la Rivoluzione e sui mezzi impiegati per sedarli, pubblica nel Bulletin des armèes una serie di cinque articoli sotto il titolo Pourquoi nous nous battons. La Section de renseignement aux armées segnalava nel mese di ottobre che il morale dei soldati era migliorato: "[…] l'aumento della durata delle licenze, la più grande regolarità e rapidità dei trasporti, la sistemazione delle stazioni di smistamento, raccolgono l'approvazione dell'83% delle unità e anche l'unanimità nella quarta armata […] I permessi e il vino sono le due grandi chiavi di miglioramento morale e materiale". La situazione precedente era stata stigmatizzata da Mayer il quale parla delle miserabili condizioni dei campi di riposo, situati in villaggi distrutti, sotto il fuoco dell'artiglieria a lunga gittata, senza attrezzature, sottoposti a una disciplina formale che la gendarmerie applicava rigidamente: "si non avec étroitesse". Aggiunge: L'armée était malade. Il [Pétain] s'en institua le médicen". Quest'uomo resterà per sempre nel cuore dei combattenti. Una lezione per l'avvenire viene ricavata dagli osservatori più accorti. La forza di un esercito è la somma di tre fattori. Le risorse ossia il materiale umano e quello bellico, il modo in cui vengono utilizzate ossia dottrina, tattica e organizzazione e il morale ossia il fattore che sostiene gli uomini nei momenti più difficili e che nessuno è in grado di calcolare.

Lo storico Duby è sostanzialmente d'accordo con Pétain sulle cause. Stanchezza fisica e non morale, "sciopero degli assalti" e non "sciopero delle trincee" (9). Per de Gaulle: "Cette maladie n'est que surmenage". Secondo Guy Pedroncini le condanne ammontarono a 3427, quelle a morte a 554, con una settantina di esecuzioni (10), stessa cifra per Alain Bru con 55 esecuzioni. Masson parla di 629 condanne a morte di cui una cinquantina eseguite (11). "Una trentina di esecuzioni" secondo J. Defresne (12), 23 a detta di Liddell Hart, 55 secondo Gabriele Parenti (13), Taylor (14) e Giacomo Vaccari (15). Per L. Smith 3427 furono gli imputati davanti alle corti marziali, con 554 condanne a morte di cui 49 eseguite (16). Barnett 432 con 55 esecuzioni, Jean Ratinaud nella prefazione al suo 1917 sostiene: "L'esatto bilancio delle condanne per gli ammutinamenti è stato pubblicato: 277 condanne alla pena capitale dal maggio al luglio 1917, di cui 25 eseguite". Nel 1972 Jean Nicot le fissa in 49 (17). Nel 1994, Vincent Guard, a seguito dell'apertura degli archivi del Service historique de l'armée de terre di Vincennes, limitandoli ai dati ricavati, valuta, per tutta la durata del conflitto, in 871 i processi conclusi con condanne a morte, e stimando che questi casi rappresentavano un terzo o la metà del totale per tutta la durata del conflitto. L'autore precisa che questi dati non sono esaustivi, ma costituiscono una buona base di studio (18). Nell'immediato dopoguerra, dando fuoco a immaginazione e indignazione, alcuni giornali parlarono di una repressione feroce. Le Progrès civique del 14 febbraio 1920 parla di 2700 "soldats français innocents" fucilati, lo storico comunista Albert Mathiez nello stesso anno ribadisce la cifra. Le Crapouillot nell'agosto 1934 fissa la cifra in 1637, ancora nel 1966 il presidente della Ligue des droits de l'homme, che passerà alla storia per tutti i dati relativi alle repressioni sovietiche, sostiene che le esecuzioni sono state più numerose di quelle ufficiali. Nel 1936 appare l'opera del Service historique de l'Armée Les armées françaises dans la Grande Guerre con le cifre ufficiali. "Su 412 condannati a morte […] 55 colpevoli furono fucilati; sette immediatamente per ordine del generale comandante in capo, 48 dopo la decisione del capo dello Stato". Sono gli stessi dati di Pétain e di Laure. Chi scrive resta perplesso di fronte a dati così contrastanti per accadimenti in tempi non distanti.

Nel 1923 i gravissimi episodi di ammutinamento furono pudicamente definiti in un articolo del colonnello Brossé: "Découragement de quelques unités" (19). Lo storico Pedroncini in un accurato studio, esaminò gli incartamenti relativi a 2.000 condannati concludendo che vi fosse l'esatta rappresentazione della composizione sociale dell'esercito. Un successivo episodio si ebbe il 9 agosto quando 200 uomini per 24 ore si rifiutarono di imbarcarsi per Salonicco per raggiungere l'Armée d'Orient, lamentando di non aver usufruito delle licenze a cui avevano diritto. Solo la minaccia del Conseil de guerre li fece rinsavire.

Durante la guerra, la media delle condanne a morte si aggirò sulle 22/23 mensili con picchi in periodi in cui i combattimenti furono particolarmente aspri: battaglie delle Frontiere, della Marna e corsa al mare settembre-dicembre 1914; battaglia di Woëvre e d'Artois aprile-giugno 1915; battaglie della Champagne e d'Artois ottobre-novembre 1915; battaglie di Verdun e delle Somme aprile-novembre 1916; conseguenze della battaglia dell'Aisne giugno-agosto 1917. Non vi furono condanne a morte nell'agosto 1914 e pochissime nell'anno della vittoria. La giustizia militare fu particolarmente severa nel corso delle prime operazioni quando il paese fu sul punto di crollare e dopo le dissennate offensive. Le sentenze di condanna nei confronti di civili accusati di spionaggio, furono 24 di cui 13 eseguite.

Sul problema delle esecuzioni in tempo di guerra lo storico britannico Correlli Barnett si esprime con chiarezza: "Si tratta di decisioni prese a caldo nel corso di una guerra dove il primo dovere di ogni comandante era di tenere l'esercito insieme per continuare a combattere. La prospettiva morale era dunque totalmente diversa. Quelli che sono stati fucilati per codardia e diserzione sono stati trattati in modo imparziale secondo gli standard di quei tempi". Di fronte a tardivi, pietosi giudizi, a manifestazioni di riprovazione nei confronti di uomini che giudicarono novant'anni fa, si potrebbero riportare le parole di un giurista cattolico Carlo Arturo Temolo che, in un contesto diverso, sosteneva: " Atteggiamento antistorico per eccellenza il considerare i problemi, le opinioni, i sentimenti di un tempo, alla stregua del sentire e delle convinzioni di tutta altra epoca".

Nell'esercito britannico le fucilazioni furono circa 300. Nel 1988, dopo che le documentazioni furono rese pubbliche, fu iniziata una campagna dalle "anime belle" per concedere la grazia postuma a tutti i condannati, respinta dal governo britannico nel 1993. Nell'esercito tedesco furono 102. A titolo di comparazione, secondo lo storico israeliano Van Creveld, nel secondo conflitto mondiale i soldati tedeschi fucilati furono 12.000, sconosciuti quelli sovietici, mentre nell'esercito americano fu eseguita una sola condanna a morte, la prima dal 1864, con grandi clamori nell'opinione pubblica e non solo americana.

Pétain non cura solo il morale delle truppe, non solo invita gli ufficiali a comunicare maggiormente con i loro uomini, a spiegare gli obiettivi da raggiungere, ma crea nuovi sistemi d'addestramento imperniati sul principio che il fuoco doveva sostituire il movimento, che la difesa doveva essere elastica, in profondità, allo scopo di ingabbiare l'impeto degli attacchi. Nessuna preoccupazione per un'iniziale perdita di territorio, pericolo dogmaticamente sentito dai generali.

Comandante in capo dal maggio 1917 al novembre 1918. riuniva il suo stato maggiore alle sette precise, partecipavano alle riunioni una dozzina di ufficiali tra cui Serrigny, suo capo di stato maggiore, Duval, Pivot, Debeney, i capi dei bureaux e dei servizi speciali. La discussione non durava più di trenta minuti, colpiva gli ospiti il tono estremamente pacato con cui si svolgeva. Pétain si trovò di fronte a un compito immane. Ammutinamenti fra le truppe, forte crisi di effettivi, diminuzione del ruolo dell'esercito francese nella coalizione alleata, crollo della Russia, grave sconfitta italiana a Caporetto, offensiva dei sommergibili, arrivo di divisioni tedesche dal fronte orientale, con la conseguente rottura dell'equilibrio. Ricordando forse Clausewitz: "La forma difensiva della condotta della guerra non si limita quindi a parare i colpi, ma comprende anche l'abile impiego della risposta", il dieci maggio espone le sue idee: "Il metodo di logorare il nemico e nel contempo subire il minimo possibile di perdite è di moltiplicare i piccolo attacchi, validamente appoggiati dall'artiglieria, in modo da colpire ripetutamente, senza posa, le basi dell'edificio tedesco, finché lo vedremo crollare, quando non saranno più in grado di ricostruirlo, e allora soltanto, potremo passare all'inseguimento". Con lui si passa dall'usura senza movimento di Joffre, attraverso l'attacco senza successo di Nivelle al movimento senza usura. Mangin poteva sostenere: "La vittoria a qualsiasi costo", il nostro rispondeva: "La vittoria al minor costo possibile".

Impartisce la Directive del 19 maggio 1917 ponendo fine alle inutili offensive, dimostra le sue capacità ottenendo la vittoria di Malmaison e manovrando bravamente in una serie di battaglie difensive nella spasmodica attesa delle unità americane. Il 31 ottobre impartisce le disposizioni per l'attacco: "L'obiettivo normale deve essere determinato dalle possibilità dell'artiglieria. […] La progressione al di là dell'obiettivo designato […] non deve essere portata che sull'autorizzazione del comandante, che vedendo tutto l'insieme, può solo decidere della sua opportunità. […] L'aeronautica deve prolungare gli effetti dell'artiglieria pesante e prendere: "sous ses feux l'infanterie et l'artillerie ennemies […] I carri dovevano essere utilizzati come arma d'accompagnamento della fanteria e dovevano agire in stretta liaison con quest'ultima. […] La divisione era l'unità d'attacco, il battaglione quella Ribadisce la sua politica in un rapporto al Comitato di guerra del novembre 1917. La sua strategia fu l'unica possibile. "J'attend les Américains et les chars" sostenne, mentre ricostruiva il morale dei poilus, e su di essa concordava anche un uomo forte come Clemenceau. Di lui Haig, mai tenero con i capi francesi, disse: "Per quanto riguarda Pétain personalmente lo trovai sbrigativo, chiaro e di poche parole; una qualità rara secondo me in un francese". Torna sulla difensiva con l'Instruction du 20 décembre 1917. Scrive Herr: "Gli attaques à objectif limité son l'espressione di questa tattica. Sono attacchi basati sull'artiglieria, che si svolgono sotto la sua portata. […] l'effectifs des artilleurs dépasse souvent celui des fantassins engagés, dove il numero dei cannoni messi in azione arriva a cifre sconosciute jusque-là, ove le munizioni sono messe senza lesina a disposizione delle batterie".

Pétain godeva dell'appoggio di Poincaré, ministro della Guerra, che il 17 luglio 1917 alla Camera dichiara: "Devono dunque finire i piani ambiziosi e temerari di cui le apparenze grandiose dissimulano i vizi e l'impreparazione. Bisogna finire con le concezioni paragonate a Napoleone che pretendono di disperdere e fare a pezzi in qualche giorno, eserciti che son in effetti nazioni in armi". Il giudizio dell'Enciclopedia Britannica sulla nuova tattica fu favorevole: "[I Francesi] con la loro abituale scrupolosità, decisi a mantenersi sulla difensiva, avevano grandemente sviluppato un sistema che assommava i caratteri della strategia e della tattica difensiva, poteva definirsi una filosofia della difensiva". Sulla stessa linea è Karl von Clausewitz nel suo immortale Della guerra: "Ogni difesa che si basi precipuamente su assistenza dall'esterno dello Stato, attribuisce grande valore al guadagno di tempo; più che di una vigorosa reazione, essa ha il carattere di un procedimento lento, nel quale ha maggior importanza il tempo anziché l'indebolimento dell'avversario". Di questa guerra difensivistica Walter Hines Page, ambasciatore americano a Parigi, sosteneva: "Quando non c'è -nulla di nuovo da riferire dal fronte francese-, vuol dire che ci sono le consuete 5000 perdite quotidiane".

L'anno 1917 è anche l'anno del carro armato francese. Non molti si avvidero che era comparsa una nuova arma, che caratterizzerà l'avvenire. Fuller sosteneva: "Esso migliorò la mobilità sostituendo la potenza muscolare con quella meccanica; incrementò la sicurezza neutralizzando le pallottole con la corazzatura; aumentò il potere offensivo evitando al soldato di trasportare la propria arma o al mulo di tirarla. Il carro, assicurando protezione dinamica al fante, gli fornì contemporaneamente la possibilità di combattere staticamente: impose i procedimenti navali al combattimento terrestre".

È al colonnello Estienne (per maggiori dati sul personaggio vedere Estienne chi era costui?) che va il merito della sua progettazione in Francia e al "geniere" Joffre di averne afferrato prontamente le idee. Nel dicembre 1915 iniziarono gli studi resi difficoltosi dalla mancanza di esperienze, mano d'opera e materie prime. La prima concezione, un mezzo armato di cannoni e armi automatiche per il trasporto della fanteria, fu modificata.

La Francia schiera due mezzi. Lo Schneider CA-1, primo carro di costruzione francese, definito cuirasse terrestre, nasce dalla collaborazione tra il generale Estienne e l'ingegnere Brillié della Schneider-Creusot. Il generale Joffre, al quale va il merito di aver compreso l'importanza del progetto, autorizza nel gennaio 1916 la produzione di 400 mezzi. La commessa avrebbe dovuta essere portata termine nel mese di novembre dello stesso anno, ma le enormi difficoltà di realizzazione fecero sì che in quel periodo cominciarono solo le prime consegne. Il carro è un grosso cassone blindato posato su due longheroni. Il motore è sistemato davanti, le trasmissioni indietro. Il pilota ha a disposizione una serie di pedali e di leve, i cingoli sono composti di 34 pezzi, spinti da un motore a quattro cilindri. L'armamento è composto da un cannone da 75 mm. Schneider BS Blockhaus sistemato sul lato destro dello scafo con una gittata di 600 metri e un tiro estremamente preciso fino a 200 metri. Su ogni fianco erano montate due mitragliatrici. In un secondo tempo all'esterno furono montati due contenitori per la benzina. Malgrado i molti miglioramenti rimase un carro mediocre, estremamente lento sul terreno mosso. La penuria di pezzi di ricambio sarà una costante di questo mezzo.

A Berry-au-Bac nella battaglia del 16 aprile 128 Schneider, "chars d'assaut moyens", divisi in due gruppi avrebbero dovuto entrare in azione dopo il superamento della terza linea germanica, ma segnalati dall'aviazione, furono sottoposti a un concentramento di fuoco dell'artiglieria. L'azione fu deludente. Si paga il prezzo dell'inesperienza e delle misure difensive. L'aumentata larghezza delle trincee impedì di superarle, cosa che comportò, all'attraversamento della prima, una perdita di 45 mezzi. I carri si dimostrarono vulnerabili avendo al centro i serbatoi di benzina, cosa che li trasformava in torce se colpiti. Le perdite sono pesanti. Il 43% è distrutto, i caduti, di cui la metà ufficiali, ammontano al 25% degli effettivi. Muore in testa alla colonna, bruciato nel suo carro, lo chef d'escadron Bossut: "Je les commande, donc je dois marcher a leur tête pour qu'ils me suivent!".

Alla stessa battaglia parteciparono, ma in misura ridotta, il Saint Chamond. Ideato dal colonnello Rimailho era composto da un cassone blindato che appoggiava su una piattaforma e conteneva motore, armamento e equipaggiamento. Sul tetto vi erano cupole per il capo carro e i due piloti avendo due posti di guida, uno anteriore e uno posteriore, L'equipaggio era composto da un ufficiale capo carro, un sottufficiale capopezzo, due serventi, quattro mitraglieri, un meccanico. Sottoposto nel tempo a numerose modifiche, ne furono costruiti due modelli, il primo armato con un cannone 75 TR ST Saint Chamond, sostituito dopo il 165° esemplare dal 75/36 mod.1897. Il motore era un Panhard a quattro cilindri a benzina, i cingoli erano formati da 36 elementi, al primo scontro si accertò che erano troppo stretti e furono portati a 500 mm. Si rilevò che la parte anteriore del mezzo era troppo bassa e pesante, per cui fu rialzata, migliorando così la visibilità del pilota. Anche per questo mezzo l'assenza di pezzi di ricambio fu cronica.

Va notato che Estienne e Joffre non erano a conoscenza del nuovo mezzo, nato da una iniziativa dei servizi tecnici, miserabilmente ingelositi perché esclusi dalla progettazione dello Schneider. La produzione fu estremamente lenta, i primi otto furono consegnati nel febbraio 1917, gli ultimi nel marzo dell'anno successivo. Due carri furono attrezzati con impianto radio. Fu considerato più mediocre dello Schneider, anche per l'eccessiva debolezza delle trasmissioni, il peso eccessivo che lo metteva in difficoltà sui terreni molli e una scarsa visibilità.

Entrambi i modelli evidenziavano tutti i difetti dei prototipi, e la produzione fu particolarmente lenta e difficoltosa. Secondo lo storico Macksey entrambi furono un fallimento. Nel suo rapporto del 27 aprile Estienne conclude: "I carri non possono avanzare su terreno in vista dell'artiglieria nemica, occorre neutralizzare i punti di osservazione nemica, necessità di carri leggeri che meglio possono accompagnare la fanteria. I carri sono in grado di respingere attacchi di fanteria in movimento, ma non possono attaccare senza il sostegno della fanteria che deve fiancheggiarli nella difesa delle posizioni conquistate". Il 3° Bureau, ricevuto il rapporto, premesso che il gruppo carri di 16 unità era troppo pesante da manovrare, arrivò al convincimento che i carri in un attacco in profondità dovevano avanzare solo quando gli osservatori della prima linea fossero stati eliminati.

Nel suo Les chars d'assaut il capitano Dutil valuta che: "Da questa esperienza risulta che, se i carri d'assalto si schierano allo scoperto a 3 o 4 chilometri dalle batterie che hanno libertà di azione e i mezzi per regolare il loro tiro, sono votati a una perdita pressoché certa. Essi non devono essere impegnati in pieno giorno; la loro entrata in azione deve prodursi nella semioscurità che precede l'alba; […] Ora il 16 aprile le circostanze hanno imposto delle condizioni di tempo all'incontrario. Malgrado tutto, gruppi di carri hanno sorpassato in pieno giorno la fanteria bloccata e hanno combattuto avanti ad essa, sicuramente a 2000/2500 metri in avanti, restando padroni del terreno, malgrado i contrattacchi del nemico; non si sono ritirati che all'approssimarsi della notte, sfiniti e decimati. Non vi è stato quindi uno scacco dei carri d'assalto; vi è stato uno scacco generale dell'attacco che ha sottoposto i carri alla più rude delle prove".

L'arma era afflitta da continui e numerosi guasti meccanici, tanto che, anche se le capacità di guida dei carristi erano grandemente migliorate, un carro in grado di percorrere 30 km. senza noie meccaniche era fuori della norma. A distanza di quasi un secolo è difficile comprendere le difficoltà di fronte alle quali si trovarono i tecnici nel convulso clima del conflitto, quando le notizie dal fronte si susseguivano e non erano favorevoli. L'eterno triangolo del carro, velocità, potenza e corazzatura si pose per la prima volta. Ognuna di queste caratteristiche ne escludeva o diminuiva le altre. Un carro estremamente corazzato perdeva in velocità di movimento, viceversa era esposto in modo maggiore al fuoco nemico. Mancavano motori potenti e sicuri, con la necessità di un blindaggio leggero limitato alla resistenza contro le palle di fucile e di mitragliatrici. Dal "cassone" occorreva sparare a 360 gradi, con un numero sproporzionato di armi con un campo di tiro limitato, che portava a un equipaggio numeroso, il capo, il pilota, il meccanico, almeno un uomo per ogni arma. Costituivano un bersaglio relativamente facile per i cannoni da campagna dell'epoca che tiravano " a vista", svantaggiati però dal limitato campo di tiro che portava a uno spostamento a mano per far fronte ai numerosi bersaglio. Di certo i serventi dovevano avere un estremo coraggio nel fronteggiare questi "mostri" che avanzavano a massa. Dopo il primo e secondo centro le probabilità di essere colpiti e annientati dagli altri carri erano altissime.

Metodi d'impiego da scoprire, incomprensione di superiori che Estienne chiamava "Technicons" e "Tacticons", i problemi da risolvere sono molti. Estienne, cui va il merito in piena guerra di concepire, creare e realizzare la nuova arma, pur riconoscendo la necessità di carri pesanti per lo sfruttamento della rottura del fronte, rendendosi conto delle difficoltà tecniche e dei tempi necessari per la loro produzione, ripiega sul carro leggero, dai tempi di costruzione più rapidi e dalle difficoltà tecniche più superabili.

Nasce il char Renault F.T, carro di accompagnamento della fanteria dal peso di 6/7 tonnellate, potenziato da una torretta sopraelevata girevole armata di un cannone da 37 corto o di una mitragliatrice che può battere tutto l'orizzonte. Sul nuovo modello, che si affermerà negli ultimi mesi di guerra, si concentrerà la produzione che fu doppia di quella degli altri carri. Il Renault potrebbe essere definito un carro di seconda generazione, di dimensioni più contenute, il che lo rendeva un bersaglio più difficile. Le dimensioni e quindi il peso ridotto permetteva di impiantare un motore di 35 CV del tipo di quelli usati dagli autobus parigini. Fu considerato il "padre" di tutti i carri che lo seguirono con l'equipaggio in avanti, l'armamento nella torretta girevole, primo carro con questa caratteristica, e motore dietro. Con l'eccezione dell'israeliano Merkava questa sistemazione sarà applicata in tutti i carri dell'avvenire. Fortemente voluto dal generale Estienne fu messo a punto nell'ottobre 1916 con l'avallo di Joffre superando opposizioni varie. Armato di mitragliatrice e, per un modesto numero, di un piccolo cannone da 37 mm piazzato in torretta, sviluppava la velocità di 12 Km/h. con un'autonomia di 35 km/h. I cingoli erano composti da 32 pezzi larghi 340 mm. Era l'unico carro in grado di scendere e risalire i fossi scavati dal fuoco dell'artiglieria. Il 22 febbraio 1917 furono ordinati 150 carri armati di mitragliatrice, seguiti da altre 3350 a richiesta di Pétain, di cui 650 col cannone. Alla data dell'armistizio erano disponibili 3177 carri, qualche centinaia erano stati messi fuori combattimento, la produzione continuò sino al 1921, arrivando a 3728, di cui 1246 armati di cannone da 37 mm, 39 da 75, 188 con radio e 155 per l'addestramento. Il carro era diviso in due parti nella prima si trovava il pilota e dietro in torretta il tiratore. Nella parte posteriore erano sistemati il motore, il radiatore e la riserva di benzina. Era provvisto di una coda amovibile su cui poteva fare forza. La costruzione, oltre che alla Renault con 1850 pezzi fu assegnata alle società Berliet, SOMUA, Delauney-Belleville.

Anche per la tattica e i regolamenti di combattimento si deve iniziare da niente. Si sostiene che missione del mezzo è l'avanzamento della fanteria, ma, si aggiunge: "Le une des armes (chars et infanterie) n'attend l'autre qui sì elle ne peut plus avancer par ses propres moyens". Il 20 dicembre fu emanata a firma di Pétain una Instruction provisoire sur l'emploi des chars d'assaut, très secret, nella quale furono condensate le esperienze della battaglia: "Les chars d'assaut sont des appareils cuirassée à progression mécanique destinée à briser, par une action rapprochée, les obstacles ou les resistences qui arrêtent l'infanterie d'attaque. L'artillerie d'assaut est pour l'infanterie une artillerie d'accompagnement immédiat agissant à la demande des nécessités du combat". Per la prima volta si proclama che il carro armato è mezzo d'accompagnamento della fanteria.

Di fronte a una carneficina senza fine, e il 1917 sarà l'anno meno sanguinoso, scende in campo Benedetto XV. Il primo agosto rivolge: "In si angoscioso stato di cose, […] un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni". Non è un appello generico, sono: "Proposte concrete e pratiche [nella] soave speranza di vederle accettate, e di giungere quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno di più apparisce inutile strage". Chiede la diminuzione degli armamenti, l'arbitrato obbligatorio, la rinuncia a qualsiasi indennizzo per danni e spese di guerra, l'evacuazione dei territori occupati, la soluzione delle questioni territoriali tenendo conto delle aspettative delle popolazioni: "nella misura del giusto e del possibile". L'appello cade nel vuoto, "il caldo appello" è inaccettabile per governi che sono in un vicolo cieco, dopo gli immani sacrifici sopportati dai soldati e dalle popolazioni, non possono tornare indietro, non possono presentarsi ai loro stremati popoli a mani vuote, finire la guerra senza avere raggiunto gli obiettivi. Il governo francese non prende posizione ma la stampa è unanime nel condannare l'iniziativa vaticana, la Germania rifiuta ogni forma di negoziato, abbandonare il Belgio e le regioni settentrionali francesi significherebbe perdere i pegni territoriali di cui dispongono. La Gran Bretagna traccheggia.

I popoli rimasero uniti. I Francesi vogliono la vittoria per l'Alsazia e la Lorena, per le perdite e i sacrifici patiti, perché la Francia combatte per la Civiltà, il Diritto e la Cultura contro gli odiati barbari assassini di bambini e distruttori di cattedrali. Il clima è tale che un uomo illuminato come Mayer nel 1917 arrivava a sostenere: "On se demandera seulement s'il n'eût pas été désiderable d'arriver à l'écrasement complete et définitif de la race qui, n'eût-elle eu d'autre tort que de se livrer corps et âme au militarisme prussien, […] indigne de présider aux destinées du monde". I Tedeschi parlano di "Durchalten", andare fino in fondo. Gli eserciti contrapposti sono due omaccioni ubriachi che, fortemente abbrancati, non hanno la forza di abbattersi reciprocamente. Era ormai una guerra di religione senza religione, di fanatismo senza ideologie.

Il crollo dell'esercito russo destò gravi preoccupazioni in Francia. Il generale Niessel, comandante della Mission Militaire française in Russia, M.M.F, composta da circa 80 ufficiali, dichiarò che: "Gli ufficiali russi non erano in grado di farsi ubbidire" e che "molto prima dell'arrivo dei bolscevichi, la Russia aveva abbandonato la guerra". Acutamente sostenne in un rapporto del 7 dicembre 1917: "Les Bolchevicks sont les seuls à avoir à leur tête des hommes de volonté" (22) Dei soldati russi Lenin scrisse che avevano votato con i piedi per la pace.

Il venti novembre 1917 per la prima volta il Royal Tank Corps al completo scende in campo a Cambrai. Per la prima volta i carri appaiono in massa sul teatro bellico. Per la prima volta un attacco si trasforma in uno sfondamento del fronte, in precedenza a Passchendale erano occorsi quattro mesi e un mare di sangue per ottenere gli stessi risultati. Tre brigate con 479 mezzi, precedendo la fanteria, sfondarono la linea Hindenburg, un capolavoro di ingegneria, un insieme di linee fortificate fasciate da estesi reticolati su un fronte di dieci chilometri e per una profondità di sei. L'attacco è stato preparato con cura, i generali H. Elles e H.H. Tudor programmano l'operazione, mentre il tenente colonnello del Royal Tank Corps J. F. C. Fuller, un ufficiale al di fuori degli schemi che non raramente l'esercito britannico manifesta, stabilisce i collegamenti tra blindati e fanteria. Basato sulla sorpresa, infrangendo norme che pur attraverso insuccessi ripetuti si sono costantemente seguite, si rinuncia al violento bombardamenti preliminare che metteva in allarme i difensori. Il comando britannico mette agli ordini del generale Julian Byng comandante della terza armata tutto il corpo blindato, 324 carri, 14 squadriglie aeree e, nelle retrovie cavalleria britannica e indiana. I Tedeschi schierano nel settore sei divisioni. Obiettivo sfondamento del fronte e avanzata fino a Saint-Quentin.

Byng si muove secondo classici schemi tattici. Due terzi della forza parteciperà all'attacco, un terzo resta di riserva, a cinque chilometri di distanza. Nell'immancabile collana di errori commessi è il primo, ma il più importante. I carri sono ancora dei rozzi carrettoni, si muovono lentamente, hanno moltissimi problemi meccanici. Farli partire da una posizione così arretrata dimostra l'imprevidenza del generale e del suo stato maggiore. L'attacco inizia alle 6,20 del venti novembre, in una fredda mattina circa mille pezzi aprono il fuoco contemporaneamente, subito dopo agli occhi delle insonnolite sentinelle nella nebbia appaiono dei giganti metallici che si muovono lentamente eruttando fuoco in un fragore impressionante. Sono seguiti dalle fanterie che, arrivate alle trincee le riempiono con grosse fascine per permettere il passaggio. La linea Hindenburg è sfondata, qualche carro resta bloccato, altri sono fermati dal fuoco ma sono una esigua minoranza, 11.000 soldati tedeschi sono fatti prigionieri. L'avanzata procede per tutto il giorno e per una profondità di cinque chilometri. È un risultato sorprendente ma non si raggiunge l'obiettivo l'occupazione della posizione difensiva tra i boschi di Bourlon. L'elemento sorpresa è finito. La mancanza di riserve, la forza di reazione germanica, l'impossibilità della cavalleria di muoversi e di sopravvivere su terreni impraticabili e dominati dalle mitragliatrici, ristabilì la situazione. Il principe Rupprecht si muove con straordinaria velocità. Il giorno successivo quattro divisioni sono sul posto, sette sono in marcia. Invano a Londra le campane suonano a festa.

Le speranze si spengono ancora una volta tra gli Alleati, ma per lo stato maggiore germanico suona un campanello d'allarme. Hindenburg è preoccupato: "L'attacco britannico a Cambrai ha rivelato per la prima volta le possibilità di un grande attacco a sorpresa con i carri armati. Avevamo avuto esperienze precedenti con quest'arma nell'offensiva di primavera ma non ci aveva fatto un'impressione particolare. Nondimeno i tank hanno raggiunto un tale livello di perfezionamento che possono attraversare intatti le nostre trincee e gli ostacoli con un effetto marcato sulle nostre truppe. Gli effetti psicologici del fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni di questi colossi d'acciaio erano meno distruttori dell'effetto morale della loro relativa invulnerabilità. Il fante sente che non può fare praticamente niente. Da quanto il tank supera le nostre trincee, il difensore si sente minacciato alle spalle e abbandona il suo posto". Ludendorff non è di diverso avviso: "Noi non impiegammo le tank come arma ausiliaria della fanteria. Essa era piuttosto un'arma d'assalto ed i nostri assalti riuscivano anche senza le tanks. […] Le tanks presso Cambrai avevano avuto una grossa efficacia. Ma qui essa aveva urtato soltanto contro una posizione sottile, occupata per la massima parte da truppe delle classi più anziane, e molto male provviste di artiglieria. In tutti gli altri casi, essa era riuscita certamente di danno alle truppe, ma non aveva raggiunto scopi definitivi. Io avevo una idea molto seria della "paura delle tanks", quasi quanto le truppe stesse".

Il sette novembre nella conferenza interalleata di Rapallo finalmente gli alleati costituiscono un Conseil supérieur de la guerre incaricato della: "Conduite générale de la guerre" del quale fanno parte i presidenti del consiglio, un ministro e un rappresentante militare con un ruolo esclusivamente tecnico. Weygand, già ufficiale del 5° Ussari, capo di stato maggiore di Foch, né sarà il rappresentante francese. Il consiglio non inciderà in modo particolare sullo svolgimento delle operazioni. La conferenza era stata preceduta da numerose altre che vanno da quella dal sette al 10 luglio 1915 a Chantilly, passando per quelle dell'agosto 1915, del marzo e del novembre 1916, gennaio, febbraio, aprile, luglio, agosto 1917 nelle quali si susseguirono generiche dichiarazioni, progetti non andati a buon fine, studi sul comando unico, sul coordinamento, sulla strategia e sulle offensive delle forze alleate. Stessa sorte aveva avuto nel settembre 1915 un Bureau interalliés de l'État major de l'Armée con sede in Parigi che avrebbe dovuto riunire e coordinare i servizi segreti alleati, viziato dalla mancata designazione di un dirigente. Intanto la crisi alimentare comincia a profilarsi. Nel novembre nelle grandi città sono tesserati lo zucchero e il pane, nel gennaio 1918 il tesseramento è esteso a tutto il paese. Nel successivo aprile sono istituite le tessere alimentari per tutte le derrate.

Il 13 novembre Clemenceau, a 77 anni, succedendo a Painlevé, assunse la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero della Guerra col motto: "Je fais la guerre". Fu definito l'uomo delle "Quattro teste". Il Tigre che faceva a pezzi i governi, il dreyfusard che per nove anni si era battuto sul quotidiano L'Aurore per la revisione del processo al capitano Dreyfus, scrivendo circa 6000 articoli, il primo flic di Francia perché diresse con mano di ferro il ministero degli Interni, infine il Père la Victoire perché guidò il paese, avvilito e dissanguato, alla vitttoria. Esponente del partito radicale, uomo di fortissimo carattere, irriducibile anticlericale, ma capace di dire al generale Foch, per il quale era stata avanzata la proposta di nomina a direttore del corso di strategia presso l'École supérieure de guerre che gli dichiarava di avere un fratello gesuita "Me ne fotto". Carismatico capo di guerra, nazionalista intransigente, da sempre fautore di una politica forte nei confronti del vicino d'oltre Reno, spesso è tra i soldati nelle trincee. Alla Camera proclama: "Mi chiedete quale sarà la mia politica? La guerra! La politica interna? La guerra! La mia politica estera? La guerra! In ogni momento, ad ogni livello, io farò solo ed esclusivamente la guerra!".

C'è un sottile filo che unisce gli uomini forti. Winston Churchill il 13 maggio 1940, dopo aver assunto la carica di primo ministro, sosterrà: "Voi domandate: quale è il nostro obiettivo? Io posso rispondere con una parola: la vittoria, la vittoria a qualsiasi prezzo, la vittoria malgrado il terrore, la vittoria quale siano le difficoltà da affrontare […] perché senza la vittoria non vi è sopravvivenza". Quando Joseph Caillaux, già presidente del Consiglio e ministro degli Interni dal giugno 1911 al gennaio 1912, tenterà di stabilire contatti con diplomatici tedeschi per una pace di compromesso, una "paix blanche", lo farà privare dell'immunità parlamentare, arrestare e trascinare davanti al Senato costituito in Alta corte di giustizia che lo condannò a tre anni di carcere, coperti dalla detenzione preventiva, accompagnata dalla perdita dei diritti civili e dall'interdizione del soggiorno in Parigi e nelle grandi città francesi. Si sdegnerà violentemente quando, amnistiato nel 1924, entrerà a far parte del gabinetto Painlevé nel 1925, riprendendo la sua carriera politica. I responsabili degli scioperi sono mandati al fronte, giornalisti venduti, complici e spie fucilati, fu perseguitato Malvy, ministro degli Interni che li aveva inconsciamente protetti, Briand riceve un "avvertissement" e restò per tutta la durata della guerra in prudente silenzio. In Francia il potere civile, con l'arrivo di Clemenceau, assume sempre più fermamente la conduzione politica della guerra. De Gaulle sostiene che se Poincaré: "fut la raison de la France, Clemenceau en fut la fureur". Pétain: "Fu Clemenceau che vinse la guerra". Per la Germania fu l'anno delle grandi speranze. L'Italia pesantemente sconfitta, la Russia eliminata, la Francia dissanguata.

"L'anno si chiude, come i due che lo hanno preceduto, nel sangue e nella distruzione; e dopo 29 mesi di combattimenti, che hanno coinvolto quasi tutti gli Stati d'Europa, sembra assai lontana la possibilità di una definitiva soluzione" si legge il primo gennaio 1918 sul Times. Sconsolatamente il generale Herr annota che il 1917 non aveva portato ciò che ci si aspettava nel 1916.

Note

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2. Destrée Jules. L'effort britannique. Contribution de l'Angleterre à la guerre européenne. Août 1914 - Fevrier 1916. Bruxelles et Paris 1916. [torna su]

3. Chaunu, Pierre. Violence, guerre et paix. Politique étrangère 1996. [torna su]

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5. Keegan, John. La prima guerra mondiale. Una storia politica e militare. Roma 2000. [torna su]

6. Montgomery, Bernard Law. Storie delle guerre. Milano 1970. [torna su]

7. Horne, Alistair. Come si perde una battaglia. Francia 1919-1940: storia di una disfatta. Milano 1970. [torna su]

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10. Pedroncini, Guy. Les mutineries de l'armée française. Paris.1968. [torna su]

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