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La Grande Guerra sul fronte francese (parte IV)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
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Capitolo quarto

1916. L'anno dei massacri.
"Courage! On les aura!"
- Philippe Pétain
- Verdun
- I forti
- La battaglia aerea
- Le Somme
- I somari
- Joffre silurato
- Falkenhayn
- Hindenburg e Ludendorff
- La difesa elastica
- I carri armati

Il 1916 fu l'anno di Verdun, "il cuore della Francia" come disse il Kronprinz di Prussia, principe ereditario dell'impero, nel suo proclama alle truppe, una battaglia che fu la sintesi, la sublimazione della guerra d'usura. All'inizio dell'anno, oltre a 39 divisioni britanniche e 6 belghe, 105 divisioni francesi sono schierate agli ordini del generale Foch Comando Nord, di de Langle de Cary per la Région fortifiée de Verdun (R.F.V.) e Dubail per la Région Est.

I capi alleati, uniti da un patrimonio di idee, esperienze e ammaestramenti, incrollabili nei loro convincimenti, dal 6 dicembre 1915 preparano una nuova, grande offensiva guidata da Foch, obiettivo le Somme, alla luce di concezioni tattiche riportate in tre Instructions, che si aggiunsero alla regolamentazione. Con l'Instruction dell'otto gennaio sul combattimento offensivo delle piccole unità, si arriva a riconoscere che: "On ne lutte pas avec des hommes contre du matériel". Quella del 16 gennaio è centrata sull'obiettivo e sulle condizioni di un'azione offensiva d'ensemble. Si osserva: "L'infanterie ne peut agir offensivement sans le concours de l'artillerie; L'artillerie dévaste, l'infanterie submerge; Pour l'infanterie au combat, l'ordre prime la rapidité". L'ultima del 26 gennaio esamina il combattimento offensivo delle grandi unità. Di certo il modus operandi non subisce variazioni. Ma i disegni tedeschi sono diversi.

Falkenhayn in un memoriale indirizzato all'imperatore "verso il Natale 1915" espose le sue considerazioni sullo stato della guerra: "La Francia militarmente ed economicamente, sotto quest'ultimo riguardo a causa della sottrazione permanente delle regioni carbonifere nel nord-est del suo territorio, è indebolita fin quasi al limite estremo sopportabile. La potenza militare russa non è completamente annientata, ma la sua energia offensiva è così infranta […] L'esercito serbo può considerarsi distrutto […] L'Italia […] lieta di poter presto liquidare l'avventura in qualche modo conveniente, […] Si è invero riusciti a dare una grave scossa anche alla solidità inglese […] La semplice attesa difensiva, alla quale si potrebbe pur pensare, non risponde allo scopo, a lungo andare". Continuando in un vasto excursus conclude sostenendo che è la Francia il nemico da attaccare e, scartata Belfort, obiettivo "di poco peso", conclude: "Verdun merita la preferenza […] è tuttora il più poderoso appoggio per ogni tentativo avversario tendente a rendere, con impiego di forze relativamente scarse, intenibile l'intera fronte tedesca in Francia e nel Belgio". Aggiunse che a poca distanza dal fronte vi erano obiettivi irrinunciabili per la Francia. Se per la loro difesa era pronta a sacrificare fino all'ultimo uomo, non vi era per la Germania nessuna necessità di raggiungere questi obiettivi, se al contrario, la Francia si ritirava, l'effetto morale sarebbe stato enorme in tutto il mondo. […] Lo stato maggiore francese si sarebbe visto costretto a impiegare in quella azione fino all'ultimo uomo" piuttosto che rinunciare alla città. Concludeva: "Ergo, bisogna prendere senza ritardo l'offensiva su questi punti".

Verdun, diventato il centro di gravità strategica del teatro di operazioni, il tedesco schwerpunkt, rappresenterà nella storia militare un tentativo da manuale di disarticolazione del dispositivo avversario. La strategia del logoramento faceva proseliti anche nello stato maggiore tedesco. Va a merito dello storico e critico militare Angelo Gatti, all'epoca ufficiale di stato maggiore, l'aver percepito già nell'aprile 1916: "[…] poiché non la conquista della città è l'ultimo scopo tedesco, ma l'indebolimento dell'esercito francese", l'obiettivo di fondo germanico (1).

Sarà l'erede al trono imperiale ad avere la condotta strategica dell'operazione, ma puntigliosamente preciserà nelle sue Memorie che il disegno strategico alla base del piano era stato fermamente voluto da Falkenhayn. Vanno ricordate le parole di Luigi Cadorna dello stesso anno, un capo del quale tutto si può criticare ma non la fermezza di carattere:"Qualsiasi operazione, anche se motivata da ragioni essenzialmente politiche, non può che essere subordinata alla sua attuabilità sotto il punto di vista militare. Di questo è giudice il comandante delle truppe operanti, il quale deve ritenersi vincolato soltanto al raggiungimento del fine generale stabilito dal Governo; se dal Governo partono istruzioni particolareggiate e in contrasto con la sicurezza delle truppe, il comandante ha l'obbligo di fare presenti le ragioni militari che sono in opposizione alle istruzioni ricevute: se non venisse ascoltato gli rimane il diritto di domandare l'esonero dal comando".

Il 14 febbraio 1916 alla vigilia della battaglia l'imperatore lancia un proclama: "Io Guglielmo dichiaro che la Germania è costretta all'offensiva. Il popolo vuole la pace, ma per raggiungerla bisogna chiudere la guerra con una battaglia decisiva. È a Verdun, cuore della Francia, che voi coglierete il frutto delle vostre fatiche […]". La Région fortifié di Verdun, un saliente a forma di ferro di cavallo che si spingeva nelle linee tedesche, apparentemente facile da tagliare, era la sentinella sulla strada per Parigi. Il sistema fortificatorio, svantaggiato dalla Mosa che divideva in due il campo di battaglia, privo di comunicazioni tra i forti, era composto da una serie di fortificazioni campali e da 20 forti strategicamente sistemati in posizioni sopraelevate, in grado di coprire tutto l'orizzonte. A Verdun era stata creata tra il 1874 e il 1880 la prima cintura di forti nel settore nord, (Belleville, Saint-Michel, Tavannes), dal 1880 fu potenziata con una linea esteriore di forti Douaumont, Vaux, Moulainville sulla riva destra, Bois-Bourrus sulla riva sinistra. La potenza dei nuovi proiettili portò a rinforzare le strutture con cemento armato. I lavori furono eseguiti dal 1880 al 1897 sui forti della linea esterna, Tavannes e Souville sulla linea interna. Altre opere intermediarie, progressivamente rinforzate furono create a Froideterre, Thiaumont, La Laufée e Charny con l'installazione di batterie corazzate. Dal 1889 sino al 1914 numerosi perfezionamenti furono adottati. Nuovo cemento armato, torrette e osservatori corazzati, ricoveri sotterranei e depositi di munizioni dietro la linea, aggiunte opere nuove come Vacherauville.

Dopo la sorprendente caduta dei forti belgi, con un gravissimo errore di valutazione, erano stati disarmati con le guarnigioni ridotte ai soli addetti ai pezzi delle torrette, 43 batterie pesanti e 11 da campagna furono trasferite sul fronte della Champagne. Il generale Coutanceau, governatore della città, aveva protestato violentemente, esprimendo le sue idee davanti a una delegazione del Parlamento, Come non pochi generali che vedevano lontano pagò in prima persona l'errore di Joffre. Fu sostituito dal generale d'artiglieria Herr, posto al comando della nuova Région fortifiée de Verdun R.F.V. Quando il ministro della Guerra Gallieni chiese nel dicembre 1915 chiarimenti sul siluramento ebbe in risposta che Coutanceau aveva gettato: "un trouble profond dans l'esprit de discipline de l'armée".

Il 16 gennaio Herr segnalò che Verdun sarebbe stata: "l'objet d'une puissance attaque", mentre il 3° Bureau del G.Q.G., alle prese con i piani di future offensive, valutava il settore non prioritario. Sulla linea di Herr era il 2° Bureau, nei cui confronti vi era un grande scetticismo, il comandante colonnello Dupont sosteneva: "Le coup serait porté sur Verdun" segnalando movimenti di truppe, artiglierie e lavori in corso. Il generale de Langle de Cary, comandante il gruppo di armate del Centro, impartì disposizioni che Pétain considerò sagge: "Non sono solo le prime linee che in caso d'attacco saranno schiacciate dall'artiglieria ma bien l'ensemble des lignes constituant la première position", in conseguenza si dovevano rinforzare anche "le autres positions". Per la prima volta si accettava il principio della difesa in profondità e non della difesa ad oltranza della posizione, statuito nel principio: "ne cédât jamais un pouce de terrain".

L'offensiva, una sorpresa strategica e tattica, fu portata: "con impeto irresistibile" secondo Falkenhayn, da nove divisioni che ebbero un forte potenziamento di mortai da trincea e a disposizione tutte le compagnie lanciafiamme dell'esercito, arma che dimostrò ben presto scarse potenzialità. Lo stato maggiore aveva organizzato i lanciafiamme su compagnie di tre plotoni con un plotone di accompagnamento montato su carrette trainate da cavalli. Si trattava di una specialità che non era in dotazione a tutti i reggimenti, assegnata di volta in volta per operazioni di particolare importanza. Il primo reparto, Flammenwerfer Abteilung, fu organizzato il 18 gennaio 1915. Scrive Gudmundsson (2) che molti soldati erano ex pompieri e che il loro capitano era un ufficiale dei vigili del fuoco di Lipsia. Negli anni precedenti la guerra, le esercitazioni avvenivano con getti d'acqua delle pompe, il che fa venire alla mente il dopoguerra quando l'esercito dei 100.000 soldati imposti dal trattato di Versailles manovrava con carretti trasformati in carri armati. In dotazione vi erano due modelli. Il Grof (Grosses Flammenwerfer) che scagliava un getto fino a 40 metri e un modello spalleggiabile Kleif (Kleines Flammenwerfer). Il primo era di scarsa utilità per il peso, le difficoltà di impianto e il gettito che si riduceva a un minuto, il secondo aveva un gittata di circa venti metri e, per il suo peso, poteva essere trasportato nell'avanzata nella terra di nessuno. I soldati agivano in coppia, uno portava il lanciafiamme e l'altro dirigeva il getto incandescente. Le perdite erano altissime, anche perché su di loro si concentrava il fuoco dei terrorizzati difensori. Nel febbraio 1915 si ebbe il primo impiego nei pressi di Malancourt vicino a Verdun.

"La conquista del centro fortificato di Verdun con un veloce attacco è basata sulla ben nota efficacia dell'artiglieria pesante e superpesante. A questo fine, dopo aver scelto il settore più adatto all'attacco dobbiamo gestire l'azione dell'artiglieria in modo che lo sfondamento da parte della fanteria sia destinato al successo", si legge nella storia ufficiale del Reichsarchiv. Il parco d'artiglieria che circondava il saliente da tre lati era imponente. Si schierano 25 mortai da 305 e 420 mm., tre cannoni da marina da 380 e 1612 pezzi, di cui un terzo cannoni leggeri della quinta armata. Le scorte di proiettili ammontano a 600.000 colpi. Inoltre i Tedeschi avevano a disposizione un formidabile sistema di comunicazioni con sette strade ferrate e la vicinanza del campo fortificato di Metz. La sicurezza nella vittoria è totale. Molti ufficiali d'artiglieria erano sicuri che la fanteria avrebbe attraversato il saliente al passo d'oca, col fucile a tracolla.

Il 21 febbraio alle ore 8,12 l'attacco era stato previsto per il giorno 13 ma rinviato per le forti piogge, alla presenza del Kronprinz, il Long Max, un gigantesco obice da 380 montato su rotaie, apre il fuoco, seguito da un obice da 355 che centrò il palazzo vescovile di Verdun da 35 chilometri di distanza. Per nove ore l'artiglieria inondò di fuoco il saliente. Il generale Herr così lo descrive: "Ces tirs, exécutés à dose massive par concentrations des feux de plusieurs unités de calibre variè, sont extrêmement meurtriers pour nos batteries, dont plusieurs sont littéralement volatilisées, personnnel et matérial". È il segnale d'inizio dell'operazione Gericht, è il segnale d'inizio della mattanza fra due eserciti valorosi che durò fino a luglio, con perdite inimmaginabili. Al fuoco dell'artiglierie, che sparò 14 milioni di colpi, i poilus risposero con straordinaria tenacia. Alle 17,15 scatta l'attacco ma i risultati in un primo tempo non sono all'altezza delle aspettative, reparti francesi tengono strenuamente le posizioni, bisognerà arrivare al giorno 25 perché il fronte scricchioli. Cade il forte di Douaumont tenuto da 58 territoriali, Verdun è vicinissima, distante solo 5 chilometri. Arriva Castelnau, lancia un messaggio: "Tutti i capi che, nelle circostanze attuali, daranno un ordine di ritirata, saranno tradotti davanti a un consiglio di guerra". Il rifiuto a perdere ulteriori territori nasceva dalle pressioni dei politici soggetti all'opinione pubblica. Con un provvedimento che salverà la Francia, provvede allo scioglimento della Région e, sul tamburo, affida il comando a Pétain, l'ordine è scritto "sur une feuille de son calepin […] avec mission d'enrayer l'effort prononcé par l'ennemi sur le front nord de Verdun".

La situazione è gravissima, Joffre ordina che il comandante della seconda armata riferisca direttamente a lui senza passare per il gruppo d'armata e che la terza armata passi sotto il comando tattico di Pétain. Pétain afferra subito l'importanza morale della resistenza, di cui diventa il simbolo. Nel suo libro su Verdun, dedicato "Aux défenseurs de Verdun" (3) sottolinea: "Verdun non è solamente la grande fortezza dell'est, destinata a sbarrare la via all'invasore, è la fortezza della Francia". Attua nuove procedute tattiche, è il primo e uno dei pochi a comprendere i meccanismi della "nuova" guerra, così diversa da quella cui si era preparati. Liddell Hart lo definisce l'uomo che come Fabio, seppe salvare il suo paese evitando la battaglia, e, come Carnot, l'organizzatore della vittoria.

È dolorosamente colpito dalla caduta di Douaumont, "la piéce maîtresse du système", che rappresentava il prototipo del modello di forte voluto da Séré de Rivière, il simbolo del sistema fortificato, "le pivot et l'enjeu de la lutte.[…] le fort venait de tomber par surprise au pouvoir de l'ennemi! Perdiamo così la migliore e più moderna delle nostre fortificazioni, quella che riassumeva le ragioni della nostra confiance, lo splendido osservatorio che ci avrebbe permesso di sorvegliare e di battere il terreno dagli approches tedeschi".

Con una guarnigione ridotta a 48 anziani riservisti al comando di un sottufficiale, ampio 320 metri, protetto da una scarpata e da filo spinato, con 4 pezzi da 75 e un pezzo da 155 mm, il cui affusto era troppo pesante per essere asportato, (lo stato maggiore aveva ribadito che: "I forti, costituendo un bersaglio troppo cospicuo, sono destinati a una immediata distruzione ad opera dell'artiglieria; solo fortificazioni campali, assai meno vulnerabili, possono offrire qualche speranza di resistere alle offese nemiche"), incassò 120.000 colpi d'artiglieria, equamente ripartiti fra i contendenti, perché fu conquistato dai Tedeschi, perso, riconquistato e perso nuovamente. Il forte di Moulainville ne incassò 5800, di cui 330 proiettili da 420. Pétain osserva: "L'esperienza dei combattimenti ha provato la capacità di resistenza dei forti. Sono posizioni meglio organizzate di quelle create in piena battaglia […] inoltre coprono sovente una zona assai larga. I forti in conseguenza possono e devono essere utilizzati là dove esistono per la difesa dei settori". In conseguenza si provvede affannosamente a rappezzare le fortificazioni, in alcune delle quali le mine predisposte sono già entrate in azione, e a riarmarle con i pezzi a disposizione. A titolo di esempio per i forti di Vaux e di Thiaumont non si poterono recuperare i pezzi da 75. L'importanza che il maresciallo attribuisce alle fortificazioni, porterà nel dopo guerra all'eccesso opposto, alla Maginot.

Joffre perde il pelo ma non il vizio. In piena battaglia quando le sorti sono in bilico con un telegramma del giorno 27 febbraio invita Pétain a: "Au point où en est la bataille, vous sentez comme moi que la meilleure manière d'enrayer l'effort que prononce l'ennemi est de l'attaquer a votre tour". L'undici marzo arriva a Verdun e proclama in un vibrante ordine del giorno: "Vous serez de ceux dont on dira: ils ont barré aux Allemands la route de Verdun!". Pétain alla dottrina dell'offensiva "à outrance", sostituì quello della "défensive à outrance", con contrattacchi immediati dettati dal rifiuto incondizionato a cedere anche un palmo di terreno, "côute que côute". Sa essere prudente conscio che le risorse umane vanno diminuendo, sa che le perdite devono essere contenute. Applica una tattica intelligente, alternando le divisioni per turni in linea di breve durata, sono ben 65 quelle che passeranno per Verdun. Sa che una divisione passata per l'inferno non vi ritornerebbe, si giustifica sostenendo che queste divisioni sono state rinforzate con coscritti della classe 1916 che: "n'ont jamais vu le feu et l'on constate qu'elles se laissent impressionner par le bombardement auquel elles sont soumises, plus que les contingents anciens". Sa che la guerra napoleonica in cui rifulgeva il genio dei capi, si è trasformata in una guerra industriale, fondata sull'artiglieria pesante, carri armati aerei, munizioni e ancora munizioni. Basa la resistenza ad oltranza sui forti, con l'ordine tassativo di non abbandonarli. La difesa regge, i poilus, incredibilmente, al prezzo di altissime perdite bloccano il nemico che sospende gli attacchi sulla riva destra della Mosa e attacca su quella sinistra. Scrive Pétain: "Les sections et les compagnies de renfort […] sans contacts à droite et à gauche, sans liaison avec l'artillerie, sans mission précise, sans tranchées pour s'abriter, sans boyaux pour assurer leurs communications, elles formaient barrage là où le sort les amenait". Il nove aprile lancia parole che passeranno alla storia: "Le 9 avril est une journée glorieuse pour nos armes […] Courage! On les aura!".

Della battaglia lascia un ricordo indimenticabile: "Mon cœur se serrait en effet quand je voyais aller au feu de Verdun nos jeunes gens de vingt ans […]" per scendere all'inferno dal quale molti, troppi, non sarebbero ritornati. Mentre il successo è in bilico al quartier generale di Chantilly si canta vittoria, Joffre si profonde in elogi, arriva a chiedere: "une vigoureuse et puissante offensive à exécuter dans le plus bref delai", il presidente della Repubblica in visita al quartier generale di Pétain, mentre la situazione è ancora incerta e confusa, sicuro di una prossima controffensiva resta deluso quando si discute sul come tenere le posizioni. Il primo maggio Pétain, sempre prudente col sangue dei suoi soldati, de Gaulle lo definisce: "Excellent à saisir l'essentiel", cede il comando al generale Nivelle e passa al comando del gruppo d'armate del Centro, composto dalla seconda, terza, quarta e quinta sostituendo de Langle de Cary passato nei quadri della riserva.

Buon giudice degli uomini nello stesso mese nomina il generale Herr al comando di un Centre d'études d'artillerie a Vitry-le-François incaricato di riassumere le esperienze della guerra e di promuovere un migliore impiego dell'arma. Herr godrà sempre di più la stima del comando supremo, nel 1917 sarà nominato Directeur général de l'instruction de l'artillerie (D.G.I.A.) e di seguito assume la presidenza della Commission centrale d'artillerie (C.C.A.) agli ordini diretti del Chef d'état-major général. Nel 1923 pubblicherà un pregevole lavoro sull'artiglieria dal titolo L'artillerie. Ce quelle à été. Ce qu'elle est. Ce quelle doit étre presso Berger-Levrault éditeurs di Parigi.

Nello stesso anno si crea l'A.L.P.G. l'Artillerie lourde à grande puissance, che utilizza a massa i pezzi delle navi da guerra e delle batterie di difesa marittima, non più necessari per la presenza della onnipotente flotta britannica. Si risolve il problema della loro mobilità sistemandoli su piattaforme ferroviarie, raggiungendo così la mobilità strategica. Verdun è una delle più lunghe battaglia di usura della storia, continuerà sino al 15 luglio. L'undici luglio per l'ultima volta le fanterie tedesche si lanciano, con indomato ardore, all'attacco. Vi sono progressi, cadono località come Avocourt, Béthincourt, nomi come la quota del Mont-Homme passano alla storia, ma i Francesi tengono infliggendo e subendo perdite spaventose. Fleury e il ridotto di Froideterre sono occupati, persi e riconquistati sei volte. Sul campo di battaglia ogni metro quadrato è stato investito da un proiettile, su tre soldati morti due sono dichiarati dispersi. Lo sconosciuto capitano de Gaulle, che comanda la 10° compagnia del 33° reggimento di fanteria, è ferito da un colpo di baionetta a una gamba nel villaggio di Douaumont, dato per morto cade prigioniero. Viene ricordato con una citazione alla memoria. Aveva avuto il battesimo del fuoco il 15 agosto 1914 sul ponte di Dinant in Belgio nei primissimi giorni di guerra, sottotenente nel 33° reggimento di fanteria della quinta armata di Lanrezac colpito a una gamba era stato evacuato e ricoverato. Il dieci marzo del 1915 è nuovamente ferito alla mano sinistra, nei combattimenti di Mesni-les-Hurlus. Per lui la guerra è finita. Prigioniero tenterà per cinque volte di evadere.

Muore il deputato lieutenant-colonel Driant, comandante del groupe composto dal 56° e 59° bataillon de chasseurs del quale tornano nelle retrovie 110 soldati sui 1200. Della divisione di Debeney un comandante di brigata e tre di reggimenti sono uccisi. L'80° divisione bavarese ha perso l'80% dei suoi effettivi. Comincia il lento riflusso, a fine anno l'Armée ha riconquistato il terreno perduto. Nel suo lavoro Pétain dedica un capitolo Rôle des forts de Verdun pendant la bataille alle fortificazioni permanenti. A Verdun dispone che i forti dovevano rappresentare l'ossatura della resistenza, con un comandante e una guarnigione stabili, scorte di viveri e munizioni per 15 giorni, assoluto divieto di abbandono o di resa. Ricorda che a Douaumont le forze in ritirata "scivolarono" da una parte e dall'altra dell'opera senza lasciarvi una guarnigione, considerandola un nido per i proiettili, mentre offriva osservatori più sicuri e più confortevoli, con le mura ostacoli migliori delle trincee e osservava che le piazzeforti dovevano restare in liaison con la linea di cui formavano l'ossatura. Dava peso all'artiglieria che doveva dare alla fanteria l'impressione che la sosteneva senza essere dominata dall'artiglieria nemica.

Definisce diplomaticamente "dispositions inopportunes" quelle che nel decreto del 5 agosto 1915 disponevano lo smantellamento del sistema con l'asporto delle bocche da fuoco e lo scioglimento delle guarnigioni e conclude: "La fortificazione da sola non è in condizioni di arrestare il nemico, ma moltiplica la forza di resistenza delle truppe che sanno utilizzarla". Si dovrà arrivare alla caduta di Douaumont perché il giocondo Joffre, si badi ufficiale del genio, in un suo ordine riconosca: "L'expérience des derniers conbats a permis d'apprécier la capacité de résistance des forts", facendo la straordinaria scoperta che sono meglio organizzati dei punti di difesa creati affrettatamente sui campi di battaglia: "Les forts peuvent et doivent être utilisés partout pour la défense des secteurs. Le casematte saranno dunque riarmate, le torrette riparate, sarà eliminato il sistema di minamento, personale e materiali mancanti saranno richiesti d'urgenza". Va notato che Douaumont e Vaux nelle mani tedesche resistettero per sei mesi a intensi bombardamenti, i rifugi sotterranei restarono intatti e nessuna torretta fu distrutta.

A differenza di quelli belgi, tra lo stupore generale, i forti della città resistettero bravamente. Le coperture, un metro di volta in copertura ordinaria con 3 metri di terra sovrapposta, furono rinforzate con uno strato di sabbia sul quale fu colato uno strato di calcestruzzo di metri 2,50/3. Va aggiunto che il cemento armato dei forti francesi era di qualità superiore a quello dei forti belgi. Orgogliosamente il generale del genio Descourtis alla fine della battaglia di Verdun proclama: "La guerra ha mostrato che gli organi attivi e i principali elementi passivi dei nostri forti sfidano l'artiglieria più potente. A parte la piccola fortificazione di Thiaumont, tutte le opere di Verdun sono ancora oggi pronte a combattere. Il cemento che si è così male comportato all'estero e di cui troppo presto si proclamava la debolezza, ha tenuto bene presso di noi".

Secondo il colonnello Papone che stila le sue interessanti osservazioni nel 1931: "In genere si nota che a parità di grossezza di copertura le costruzioni che nell'insieme presentano, come la caserma di Douaumont, una grande massa monolitica d'insieme, hanno resistito meglio che non costruzioni a piccola massa. Analogo fatto si è verificato per le caserme dei forti di Vaux e di Tavannes, nessuna delle quali fu sfondata. Taluno spiega questa maggior resistenza delle costruzioni in grandi masse, col fatto che l'energia del proietto viene in gran parte trasformata in vibrazioni del calcestruzzo. Se la massa di questo è estesa le vibrazioni si possono propagare e spegnere senza passare il limite di elasticità del mezzo in vibrazione. Quando la massa è ristretta le vibrazioni non possono estendersi attorno al centro di loro produzione, ed agiscono quindi maggiormente secondo la profondità causando delle dissociazioni della massa lungo il percorso del proietto e facilitandone la penetrazione". (4)

La logistica, materia sempre negletta dai militari francesi, assume tutta la sua importanza a Verdun unita alle retrovie da quattro vie di comunicazione. La ferrovia proveniente da Commercy era inutilizzabile perché attraversava le linee tedesche, la via ferrata di Sainte-Menehould e Clermont-en-Argonne era esposta al fuoco nemico, quella a scartamento ridotto, detta Meusien, costruita nel corso delle operazioni era utilizzata per il trasporto dei viveri e di una parte del materiale. La più importante era la strada dipartimentale di Bar-le-Duc-Verdun, nel dopoguerra battezzata da Maurice Barrès "Voie sacre". Sotto la direzione della Commission régulatrice automobile, fu divisa in sei cantons alla testa dei quali vi è un ufficiale responsabile della circolazione.

Per la sua manutenzione, ben presto ridotta in pessime condizioni, lavorano 12 ore al giorno 300 ufficiali e 8000 uomini, 8500 secondo Pétain, vecchi territoriali francesi e ausiliari indocinesi che rinforzano la massicciata con 70.000 tonnellate di ciottoli. I trasporti sono assicurati da 2000 vetture e 200 autobus Gli automezzi consumano 2 tonnellate di grasso, 20.000 litri d'olio e 200.000 litri di carburante, gli autisti guidano anche per 18 ore di seguito. Transitano complessivamente 2.400.000 uomini, 2 milioni di tonnellate di viveri, munizioni e materiali e 600 cannoni. Le autoambulanze sono 800. Le dimensioni della guerra possono essere meglio valutate quando si pensi che all'inizio del conflitto l'Armée aveva 25 vetture per i collegamenti, 12 automitragliatrici, di cui cinque in Marocco, 31 autoambulanze, di cui otto in Marocco, cinque trattori. Sulla Marna due brigate furono trasportate con autobus e taxi, uno dei quali è esposto al Museo dell'Armée di Parigi.

Joffre nelle sue Memorie tributa a Pétain un vivissimo omaggio: "Á étè véritablement l'âme de Verdun. […] Verdun fu sotto l'intelligente direzione di Pétain la migliore scuola di preparazione per l'esercito francese". Mangin, da sempre contrario ai generali che risparmiano il sangue dei soldato sostiene invece che: "Il faut le dire, cette volonté d'agression [di Joffre] n'est pas compris de tours". Di certo quando dirige l'assalto per la riconquista del forte di Douaumont l'esito è negativo, la sua divisione è respinta con gravissime perdite, ma è un generale fortunato, un proiettile mette fuori combattimento i cinque ufficiali che lo circondano lasciandolo incolume. Sarà in seguito rimbrottato dal generale Pétain quando non riuscirà a riprendere la posizione di Fleury il 15 luglio 1915 a Verdun.

A completamento di queste note va osservato che nessuno può descrivere l'angoscia, l'usura fisica e mentale cui furono sottoposti, per lunghi, lunghissimi giorni, i soldati all'interno delle fortificazioni, in una situazione che arieggia quella dell'equipaggio di un sommergibile sotto caccia. Nel forte di Moulainville una granata da 420 perforò la volta in cemento armato di una galleria dello spessore di metri 1,75. La deflagrazione interessò, sfondando porte corazzate e uccidendo quanti si trovarono sul percorso, locali posti a 70 metri di distanza, nonostante la galleria fosse "spezzata" da sette gomiti successivi. Nel forte di Douaumont per lo scoppio di un deposito di munizioni muoiono 680 soldati tedeschi. Nell'incendio del tunnel di Tavannes sono 500 i soldati francesi che muoiono, bruciati vivi o asfissiati. A Verdun si svolge la prima battaglia aerea della storia per la conquista della supremazia nell'aria, con la concentrazione del massimo numero di aerei.

Il comando tedesco forma un raggruppamento di 280 aerei contro 70 francesi, obiettivo impedire al quartiere generale francese di rendersi conto dei giganteschi preparativi, secondo il Kronprinz: "I preparativi dell'attacco erano completamente sfuggiti all'attenzione dei Francesi". Solo nell'immediata vigilia un aereo lancia l'allarme. Pétain, resosi conto della minaccia, il 28 febbraio ordina al comando dell'aeronautica: "Spazzatemi il cielo, sono cieco […] Se siamo cacciati dal cielo allora è semplice, Verdun sarà perduta!". Dà un grande peso alla nuova arma: "l'action du canon sera prolongée par toute l'aviation disponible. A coups de bombes et de mitrailleuses, nos avions s'acharneront de jour et de nuit sur les colonnes en marche, les convois, les bivouacs, les parcs… Les commandants de groupes d'armées assureront les concentrations de moyens aéronautiques nécessaires pour exercer une puissante action de démoralisation sur les troupes destinées à mener et à nourrir l'attaque". Gli va riconosciuto tra i molti meriti, quello di avere realizzato la concentrazione strategica dell'aviazione.

La situazione è aggravata perché l'aeronautica tedesca ha un grosso, anche se temporaneo, vantaggio tattico, quando appare nei cieli il Fokker E.-1 le cui mitragliatrici sparano attraverso l'elica. Non passerà tempo e lo svantaggio tecnico sarà recuperato con il francese Nueuport XVIII e l'inglese Sopwith Pup. Il problema della sincronizzazione delle pallottole della mitragliatrice con il movimento dell'elica era stato risolto dall'ingegnere Raymond Saulnier prima dell'inizio del conflitto ma il progetto era stato respinto dal generale Bernard, nuovo Directeur dell'aeronautica al ministero della Guerra, perché: "Gli aerei non hanno bisogno di armi, dal momento che sono semplicemente destinati a rimpiazzare un pallone frenato […].

Al comando nel settore di Verdun viene designato il commandant de Rose che non vedrà la fine della guerra, ucciso in un incidente aviatorio. De Rose, uno dei fondatori della dottrina che caratterizzerà la caccia, codifica il volo in gruppo, impone la formazione molto maneggevole su tre aerei, riunisce i migliori piloti, chiamandoli da tutte le squadriglie, e crea il "groupement de chasse" G.C., il primo della storia francese. Stabilisce che gli aerei presidiano costantemente il cielo, va ricordato che all'epoca un aereo poteva restare in aria per circa due ore e mezzo, attua una tattica estremamente aggressiva: "A toutes les heures, des groupes d'avion passent les lignes ennemies parcourent de vastes itinéraires à la recherque des appareils adverses qu'il doivent absolument détruire". Si adatta l'organizzazione a quella dei corpi d'armata, la Zona di Verdun viene divisa in settori aeronautici che corrispondono ai settori tenuti dai corpi d'armata. L'aeronautica coadiuva le fanterie nei contrattacchi. Si trasforma l'organizzazione alla luce dell'esperienza bellica. La "quadille" è formata da 4 aerei dello stesso tipo, due "quadrilles" formano una "escadrille" Il capitano Jauneau scriveva nel novembre 1916: "La squadriglia è una truppa che come tutte le truppe si batte raggruppata e comandata. La disciplina, la solidarietà e l'abitudine della manovra in gruppo fanno la forza principale della squadriglia". Comincia a tramontare il mito dell'asso solitario, ma l'addestramento collettivo, il coordinamento e il combattimento in gruppo presentano estreme difficoltà. Gli assi sono recalcitranti al lavoro di gruppo, romantici cavalieri del cielo sono i favoriti della stampa alla ricerca di eroi da glorificare. Da più parte si sostiene che la nuova tattica crea una zona di sicurezza per le forze di terra ma esclude la sorpresa con attacchi improvvisi. Un nuovo aereo entra in azione a Verdun: il Nieuport XI comunemente conosciuto come Bébé per le sue piccole dimensioni. Caratterizzato da una grande velocità ascensionale, agile e maneggevole ha il suo tallone di Achille nell'armamento costituito da una mitragliatrice Hotchkiss. Questa battaglia resta il simbolo dell'unica forma di guerra che i generali conoscono. La chiamano guerra d'usura nella quale la vita umana non ha più valore ma serve per distruggere altre vite umane in una insensata contabilità di morti. L'animo dei soldati si è spezzato.

Nel bellissimo Gente di trincea del generale Fabi si legge: "I veterani di Verdun si riconoscevano a vista, poiché a differenza dei nuovi arrivati, non cambiavano direzione per non calpestare una gamba o una faccia". Secondo Pétain nel 1916, dopo Verdun, la massa dei combattenti si componeva di uomini maturi, una generazione di veterani di 25/26 anni, passati attraverso la guerra "blanchis aux travaux de la guerre […] Soldats dans la plus haute acception du mot". Calzante è il paragone con i grognards di Napoleone.

Mayer osservava: "L'eccitazione bellica dell'inizio è finita. La cupa stagnazione nelle trincee, con il suo seguito di sofferenze senza gloria, non ha tardato a diminuire fortemente l'ardore per la lotta e a smussare la combattività. Il sentimento del dovere ha creato una rassegnazione stoica. Il poilu non ama il rischio ma non esita ad affrontarlo". Stesse cose Louis Mairet nell'aprile 1917: "Il soldato del 1916 non combatte né per l'Alsazia, né per rovinare la Germania, né per la patria. Si batte per onestà, per abitudine e per forza. Combatte perché non può fare altrimenti e perché, dopo i primi entusiasmi, dopo lo scoraggiamento del primo inverno è venuta la rassegnazione".

Ludendorff prima scrisse: "Verdun come punto strategico d'attacco fu molto ben scelto" e dopo l'insuccesso: "l'offensiva avrebbe dovuta essere interrotta quando assunse il carattere di una battaglia di posizione. I guadagni non avrebbero più potuto compensare le perdite". La definisce: "una piaga aperta che rode le nostre forze". Ritter parlò di: "ultimo disperato azzardo per rimediare a una situazione senza speranze". Il Kronprinz attribuisce la sconfitta al mancato arrivo delle riserve: "Ignoro perché queste truppe non sono arrivate […] Il G.Q.G. ha dato prova più di cocciutaggine che di senso comune militare". Continuerà ad ignorarlo anche nelle sue Memorie date alle stampe nel 1922, respingerà con sdegno l'accusa di essere stato "l'assassino sorridente di Verdun". Aggiunge, e Pétain gliene dà atto, che si batté per porre termine alla continuazione dell'offensiva in questa "officina del diavolo", alla quale finalmente il 2 settembre 1916, il nuovo capo di stato maggiore Hindenburg porrà fine. Quando i combattimenti si esauriscono, lo scenario di Verdun è un paesaggio lunare, 160.000 Francesi e 140.000 Tedeschi guardavano i fiori dalla parte delle radici.

La linea del fronte non presentava grandi variazioni. I Tedeschi avevano occupato un terreno grande la metà di Berlino, insufficiente per seppellirvi i loro morti. L'epitaffio è scritto da Alistair Horne: "Nessuno dei due contendenti -vinse- a Verdun. Fu una battaglia non decisiva in una guerra non decisiva: una battaglia non necessaria in una guerra non necessaria; una battaglia senza vincitori in una guerra che non ebbe vincitori" (5). Il monumento è l'ossario di Douaumont con 300.000 morti.

Le valutazioni furono diverse. Émile Mayer sosteneva nel suo Autour de la guerre actuelle scritto nel 1917: "Ce n'est pas les vaincre, certes; mais c'est n'être pas vainc par eux en tout cas". Paul Reynaud 23 anni dopo: "A Verdun, les Françaises sur la défensive, perdent plus de monde que les Allemandes". Pétain attribuisce le perdite superiori alla potenza dell'artiglieria germanica. L'angoscia attanaglia il paese, nessuno si rese conto che l'usura dell'esercito germanico, che fino alla primavera del 1918 non sarà più in grado di iniziare grandi operazioni offensive, era ormai avanzata.

Passeranno 68 anni e il 22 settembre 1984 il presidente della Repubblica francese François Mitterand e il cancelliere germanico Helmuth Kohl si raccolgono dinnanzi alle tombe dei combattenti di Verdun, vite perdute senza un perché. A Pétain il primo maggio viene affidato il comando del Gruppo d'armate del Centro, ha ai suoi ordini quattro armate, la 'sua' seconda armata, su sette corpi d'armata per un totale di 13.600 ufficiali, 525.000 uomini, 170.000 cavalli e muli è affidata a Nivelle. Obiettivo assicurare su tutto il suo fronte l'inviolabilità della linea e sul fronte di Verdun, occupare il forte di Douaumont. In pratica, considerato un difensivista che non può portare alla sospirata vittoria, è accantonato. Le speranze di una rapida vittoria, della fine dell'incubo, furono affidate a Nivelle, uomo insofferente della filosofia difensivistica di Pétain. Il paese, la classe dirigente, il governo vogliono la vittoria pronta e definitiva, la fine dell'incubo. Grintosamente si batte per: "Iniziare un combattimento organico condotto di obiettivo in obiettivo sempre con una preparazione di artiglieria exacte et par conséquent efficace". Sir Douglas Haig che aveva sostituito French il 19 dicembre 1915, un ufficiale di cavalleria tipico prodotto della scuola militare britannica, prima della battaglia aveva proclamato: "Nulla sarebbe rimasto alla fine del bombardamento nella zona battuta dal fuoco". Come Gamelin e Weygand, collaboratori di Joffre e Foch, aveva fatto carriera all'ombra di French e Kitchener.

L'annunciata offensiva, che non è una sorpresa per i Tedeschi, è portata nelle Somme, su un fronte di 70 chilometri, di cui 45 nel settore francese, con 14 divisioni supportate da 900 pezzi pesanti e 1.100 leggeri. Gli anglofrancesi persero 623.000 uomini tra morti, feriti, prigionieri e dispersi, i Tedeschi 465.000. Fu la più sanguinosa battaglia dell'esercito britannico, dell'"esercito degli innocenti" come lo definì Keegan che aggiunse: "Le Somme segnano la fine di un'età di vitale ottimismo nella vita britannica che non sarà mai recuperata" (6).

Le fanterie britanniche, a norma di regolamento, avanzarono al passo, spalla a spalla, le mitragliatrici tedesche ne fecero scempio. La sola artiglieria inglese rovesciò, 1.508.000 proiettili su un fronte di 25 chilometri: "La bataille meurt de sa propre violence" osservava Audoin-Rouzeau. Gli Alleati conquistano la supremazia nell'aria, abbattono tutti i palloni tedeschi tanto che il 18 luglio ne resta solo uno a 400 metri d'altezza ed a 10 chilometri nelle retrovie. Nelle guerre di coalizione è un classico quello di attribuire all'alleato le defaillances manifestatesi. Herr scrive: "Malheureusement a notre gauche, l'armée britannique ne réussit pas aussu bien". Il capo di stato maggiore imperiale sir William Robertson sentì il bisogno di far sentire la sua voce: "Noi e i Francesi abbiamo preso un forte ascendente morale e materiale sul nemico". L'etichetta di "somari" che Corelli Barnett coniò per i generali anglofrancesi, gli calzava a pennello. Più soffice fu Jean-Henri Mordacq, capo del gabinetto di Clemenceau, il quale sosteneva che l'uomo pur non avendo una: "forte culture stratégiqique" era però dotato di un forte buon senso. Sulla stessa linea è il serafico Foch: "I risultati ottenuti nella battaglia delle Somme non erano punto trascurabili. Il numero dei prigionieri e il materiale caduto in nostro possesso, i chilometri quadrati di terreno riconquistati, superavano d gran lunga quanto fino ad allora s'era visto".

L'appassionato biografo di Joffre, il tenente colonnello Jean Fabry aggiungeva: "la poussé victorieuse sur la Somme avait conduit l'Allemagne au bord du précipice". Orgogliosamente Lucas nel suo L'évolution des idées tactiques en France et en Allemagne pubblicato nel 1923 sostiene che la Francia ha riottenuto l'iniziativa delle operazioni e sviluppa la strana teoria che "l'offensive est moins coûteuse que la défensive" in quanto la battaglia difensiva consuma più effettivi di quella offensiva. Al prezzo sanguinoso va aggiunto che gli Alleati non hanno portato la guerra "en rase campagne" e non sono passati alla fase dell'exploitation du succès". Mangin osserva che: "I risultati della battaglia delle Somme furono ignorate in Francia […] si esagerarono le perdite mentre quelle nemiche erano sconosciute". Ludendorff considera questa battaglia: "[…] un libro di testo per l'intero esercito". Così Blunden la descrisse dopo 18 anni: "Sul finire del giorno, entrambi le parti avevano letto nell'atroce realtà della terra dilaniata e degli uomini assassinati la risposta al quesito. Chiuso. Divieto di transito. Nessuno dei due popoli aveva vinto, né poteva vincere la guerra. Era la guerra ad aver vinto e avrebbe continuato a vincere". Annotava Liddell Hart: "I generali della prima guerra mondiale volevano strappare una vite dal legno usando le tenaglie invece di un cacciavite".

Nel suo diario di guerra il colonnello Brancaccio, capo della missione italiana in Francia, alla data del 23 novembre, legge perfettamente la situazione creatasi: "La mentalità militare professionale non sembra essere in questo momento molto apprezzata. Si accusano apertamente i militari di non avere capito nulla dell'attuale guerra e di essere incapaci di mai capirne qualcosa". Joffre, continua Brancaccio, paga per tutti, accusato, tra l'altro: "Di aver creato un governo a parte nella zona di guerra, una Francia nella Francia, […] di incomprensione strategica, ossia di non sapere ispirare la sua strategia alle necessità della guerra moderna" (7).

Il generalissimo, ignaro della tempesta, in una Nota del 27 agosto parla dell'aumento della forza offensiva della fanteria con la messa in funzione del fucile mitragliatore, delle granate Viven-Bessières e del cannone da 37, ma il paese è stanco del suo ottimismo e della mancanza di risultati, vuole la vittoria e la fine della guerra, e anche per questo fu silurato. Paga per tutti. Silurato il 13 novembre, fu nominato consigliere militare del governo per tutti i teatri di guerra e tacitato col bastone di maresciallo di Francia. In pratica le sue funzioni erano solo consultive, si applicava la massima promoveatur ut amoveatur. Prontamente afferrò la situazione e preferì dimettersi il 26 dicembre anche se Jean Fabry, uno dei pochi ammiratori rimastigli osserva: "il avait cédé aux instances de M. Aristide Briand, alors Présidente du conseil, et accepté de quitter le commandement suprème des armées du Nord et du moderna" (8). Foch non ha una migliore sorte. Deve lasciare il comando delle armate del nord, accoglie l'invito di Nivelle, nuovo comandante in capo, e assume il comando provvisorio della 7° e 8° armata, il cui comandante, generale de Castelnau, è in missione in Russia. Il suo braccio destro Weygand così descrive il capo, caduto in disgrazia: "Mai, in tutto quel tempo in cui le sue grandi virtù restarono quasi inoperose, gli sfuggì una parola di protesta o di malcontento".

Qualcosa inizia a scricchiolare nell'Armée se il comandante della sesta armata in una nota del sei agosto parla di una mentalité déplorable di alcuni ufficiali che fanno della fanteria uno strumento passivo che si limita a occupare il terreno "conquistato" dall'artiglieria. Alla ricerca disperata di nuove idee da ambo le parti s'inizia ad attuare la tattica del barrage roulant. In una nota Insegnamenti estratti dalla battaglia delle Somme del comando della 17° armata germanica si legge: "Nostro principio è che i primi fanti devono entrare nella posizione nemica nello stesso tempo che l'ultimo proiettile è stato usato". Il comando francese dispone la diminuzione sempre più accentuata della densità della linea d'attacco. All'inizio del conflitto l'intervallo tra i soldati era di un passo, di due nel gennaio 1916, di quattro-cinque a fine anno. La cavalleria con L'Instruction dell'otto dicembre viene riorganizzata e orientata verso il combattimento a piedi. Gli squadroni sono ridotti a tre plotoni armati con carabina e baionetta, fucili mitragliatori, granate a mano e V.B. I reggimenti hanno due sezioni di mitragliatrici, le divisioni due gruppi di auto cannoni e auto mitragliatrici. Sue missioni sono lo sfruttamento immediato del successo, l'esplorazione lontana, l'entrata in azione quando: "une brèche aura été faite dans le système défensif de l'ennemi o quando batterà in ritirata sur une large front". Le sciabole resteranno nei foderi per tutta la guerra.

Erich von Falkenhayn, nato nel 1861, prediletto dell'imperatore, governatore militare del Kronprinz, capitano di fanteria a 23 anni, nel 1890 risulta il terzo del suo corso alla Kriegsakademie, inviato come istruttore in Cina, umoristicamente Liddell Hart sostiene che invece di inculcare la dottrina tedesca ai Cinesi si sia fatto impregnare dalla dottrina cinese, entra poi nello Stato maggiore generale, tenente colonnello nel 1905, nel 1911 è nominato comandante di un reggimento della Guardia, formazione d'elite. È sempre Liddell Hart che sostiene che alle qualità militari si aggiungevano quelle di un cortigiano. Nel 1913, ha 51 anni, nominato luogotenente generale, è ministro della Guerra. Sostituì Moltke nella carica di capo di stato maggiore la sera del 14 settembre 1914, la nomina, in un primo momento segreta, fu resa pubblica il successivo 3 novembre. Scoppiata la guerra aveva seguito l'imperatore a Coblenza presso il comando supremo. Va precisato che in Germania l'imperatore era il Capo supremo in guerra, suoi organi erano per le forze terrestri il capo di stato maggiore prussiano dell'esercito di campagna e per la marina il capo dell'ammiragliato. Il capo di stato maggiore dell'esercito aveva la facoltà di emettere ordini operativi in suo nome, in pratica era il responsabile delle operazioni belliche.

Falkenhayn non era circondato da prestigio. Il silurato Moltke in una lettera all'imperatore del 10 gennaio 1915, così lo tratteggia: "Il generale v. Falkenhain, né sono profondamente convinto, non è, né per carattere, né per capacità, la persona più adatta ad essere, in questi tempi difficili, il primo consigliere di Vostra Maestà nelle questioni militari. La sua persona costituisce un grave pericolo per la patria". Verrà a sua volta allontanato dal comando anche a seguito all'aspro conflitto con Ludendorff che lo accusò nelle sue Memorie di non avergli dato i rinforzi necessari per la guerra in Russia. Dando prova di personale dignità accettò senza remore il comando della nona armata in Romania. Di lui il cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg diceva: "Non è un grand'uomo, ma senza dubbi un uomo capace". In un colloquio il capo di stato maggiore, prevedendo lucidamente la sconfitta, gli proponeva una pace di compromesso con la Russia, continuando la guerra su un solo fronte. Annotava il cancelliere: "Apparirebbe al popolo una ricompensa troppo modesta per gli immensi sacrifici sopportati", mentre i militari erano sicuri della vittoria.

Il 26 agosto 1916, Paul Ludwig von Beneckendorff und Hindenburg viene convocato al quartiere generale imperiale a Pless e a 67 anni nominato capo di stato maggiore generale, Ludendorff assume la carica di primo quartiermastro generale. Nell'eterno gioco della politica Falkenhayn diventa il capro espiatorio e Hindenburg con Ludendorff, circondati da grandissima fiducia, i salvatori dell'Impero. Sui capi di stato maggiore va evidenziata l'estrema importanza della carica. Era stato Moltke il Vecchio a volere che i comandanti delle armate, in genere principi di sangue reale o vecchi generali arrivati alla carica per anzianità, fossero assistiti da capi di stato maggiore altamente qualificati e che avevano un rapporto diretto con lo stato maggiore generale. La responsabilità che veniva loro attribuita era tale che se non erano d'accordo su un ordine dovevano mettere per iscritto il loro dissenso. In caso contrario se l'ordine si fosse rilevato erroneo sarebbero stati rimossi dalla carica.

Il nuovo condottiero si era distinto nella campagna del 1866, ove aveva riportato una ferita alla testa, e aveva partecipato alla guerra del 1870. Capitano a 31 anni, si pensi che secondo Ludendorff occorrevano in tempo di pace a un ufficiale dai 12 ai 15 anni per assumere il comando di una compagnia, col grado di maggiore a 39 anni viene chiamato allo Stato maggiore generale dove redige i regolamenti sul servizio dell'esercito in campagna, di poi professore di tattica all'Accademia per 5 anni, è promosso colonnello a 46, generale di brigata a 49, generale di divisione a 53, assume il comando nel 1903 di un corpo d'armata.

Uomini diversissimi, il generale francese Buat (9), l'erede al trono di Germania (10) il generale Weygand concordano nel giudizio. Il primo lo definisce: : […] prussien et soldat de naissance" e di "générale bonne foi", il secondo: "grande capitano e uomo di cuore", l'ultimo: "dotato di una penetrante e larga intelligenza". Il generale Baumgartnen sintetizzava il pensiero del milieu militare: "Prima del pensionamento del conte von Schlieffen, l'esercito sperava di vedere nominare al suo posto Hindenburg o Bulow. […] La volontà dell'imperatore decise altrimenti. Al posto che spettava al più capace, mise un uomo eccellente, ma generale dotato di medie qualità, perché portava il nome più glorioso dell'esercito. Non era l'uomo che poteva applicare il piano grandioso di Schlieffen" (11). Il principe ereditario lo definisce: "Un amico devoto di mio padre. […]

Va aggiunto che, a detta di molti, Guglielmo Secondo, "il supremo signore della guerra" non sapeva valutare gli uomini e che si circondava di cortigiani, mentre chi aveva personalità (Hindenburg, Bernhardi, Beseler) era messo da parte. Walther Rathenau nel suo libro sul Kaiser valuta che: "L'istinto, -il fiuto- gli mancava completamente nella scelta degli uomini.[…] La concezione del servizio personale si estendeva a tutti gli alti funzionari del servizio civile e militare, coscientemente o non la loro funzione predominante era quella del cortigiano, la funzione accessoria quella di amministratore responsabile; era meno pericoloso essere incapace che noioso o mancante di apparenze" (12). Liddell Hart era d'accordo. L'imperatore teneva più conto della nascita che della personalità. Perfino von Schlieffen invitava i suoi collaboratori a far vincere l'imperatore e nelle grandi manovre e nei giochi di guerra, i tedeschi Kriegspiele. Il pensiero vola a Mussolini. Si ritira a 64 anni nel 1911, ma quando "suonò la diana" e l'imperatore lo richiama in servizio, risponde laconicamente: "Sono pronto". Viene destinato al fronte orientale al comando dell'ottava armata la sola che fronteggia l'esercito russo. Riporta strepitose vittorie (Tannenberg, Laghi Masuri) che lo fanno passare alla storia e che formeranno oggetto di studi nelle accademie militari. Entra in contrasto con Falkenhayn che nel 1915 rigetta il suo piano di distruggere le armate russe con una audace manovra. Resterà sempre dell'idea che la guerra poteva essere decisa con la distruzione dell'orso russo e si dichiarerà sempre favorevole all'opzione orientale. Colpisce che nei sui ricordi non citi mai Schlieffen a differenza di Ludendorff che lo definisce: "Uno dei migliori soldati che io abbia conosciuto e a me più caro").

Eric Ludendorff, figlio di un negoziante, ammesso all'Accademia di guerra nel 1893, colonnello nel 1911, prestò servizio nello Stato maggiore generale dal 1904 al 1913 agli ordini di Schlieffen e di Moltke. Carattere fortissimo, la propaganda nemica lo tratteggia come il modello del prussiano brutale, orgoglioso, duro, privo di diplomazia, parla pochissimo del suo comandante in capo e dell'imperatore che non lo ha in particolare stima, a differenza del Kronprinz che lo definisce: "[…] Uomo in tutto superiore […] alte capacità strategiche […] vero soldato". Privo di amicizie altolocate, senza titoli nobiliari, avanza con le sue sole forze, Per Tuchman è un: "uomo senza ombra". Si batté negli anni precedenti il conflitto per un gigantesco aumento dell'esercito e per un miglior impiego delle riserve, a seguito delle sue pressanti, continue richieste in materia fu allontanato dallo stato maggiore generale e comandò prima un reggimento e poi una brigata. Promosso generale, diventò capo di stato maggiore di von Bülow e si mise in luce nella presa di Liegi. Passò agli ordini di Hindenburg, insieme inviati sul fronte russo. Per inciso va notato che la stessa sorte, allontanamento dal comando e ritorno trionfale, spettò a Mannstein nella seconda guerra mondiale. Fu un anomalo caso di direzione bicefala. Del loro rapporto il Kaiser sosteneva: "Hindenburg fa soltanto quello che Ludendorff gli propone" e, aggiungeva: "Ludendorff fa soltanto quello che l'imperatore gli comanda". Lo storico Ritter concordava: "come sappiamo oggi, senza questo consigliere [Ludendorff] egli sul piano militare era praticamente perduto".

Il primo era al comando, il secondo la testa pensante. Fra di loro l'affiatamento perfetto nacque subito, in precedenza non avevano mai collaborato. Hindenburg lo paragona a un matrimonio felice e aggiunge: "Come si può in tale unione dividere rigorosamente i meriti di ciascuno?". Gli elogi per il suo secondo sono sperticati: 'armonia', 'unità di concetti', "fedeltà di camerata", il primo calmo, sicuro e diplomatico, il secondo impetuoso, soggetto a forti collere, fazioso come si evince dalle sue Memorie. Fa dichiarazioni che lasciano perplessi, sostiene che la Francia : […] condusse la guerra, specialmente nell'estate 1918 quasi esclusivamente con soldati coloniali". Sulla deportazione di operai belgi: "Per le numerose leve che si dovettero fare, sorsero durezze che sarebbero state da evitare, la colpa però per la maggior parte è dovuta ai Belgi stessi". Il lavoro obbligatorio fu attuato anche per i prigionieri russi. Idem per la Polonia: "Procedemmo nel modo più delicato che ci fu possibile perché non eravamo per niente fatti per schiacciare le popolazioni straniere con la forza superba del conquistatore, essendo molto più obiettivi e non essendo neppure portati a questo dalla nostra natura". Racconta di avere usufruito nel corso della guerra di 4/5 giorni di licenza in tutto e di aver rivisto la moglie "rare volte e di sfuggita". Era un uomo, perse due figli in combattimento, che si era consacrato al suo paese. Hindenburg riconosce che svolse un lavoro sovraumano, parla di "resistenza di ferro".

Nello loro memorie i due generali trattano le stesse questioni nello stesso ordine, si somigliano perfino fisicamente: vasta fronte, spalle larghe, taglia massiccia. Hindenburg, popolarissimo in patria, è però estremamente modesto, delle sue idee parla come: "quelle di un uomo soggetto, come gli altri, ad errori". Ludendorff sulle operazioni contro i forti belgi, la modestia non è tra le sue virtù, scrive: "La cittadella [Liegi] era, pertanto, ancora in mano al nemico. Bussai alla porta chiusa. Fu aperta dall'interno. I 200 belgi apparsimi dinanzi si arresero al mio comando di cedere le armi". Sarà caratteristica costante di tutti i firmatari di memorie e non solo della Grande Guerra di essere sempre i migliori e dalla parte della ragione in tutte le circostanze. Le giornate allo stato maggiore generale, estremamente intense, non erano molto diversa di quelle del 1870. Sveglia verso le ore otto, alle nove il primo abboccamento, alle 12 rapporto all'imperatore. Il pranzo durava circa tre quarti d'ora con: "conversazione animata e piena di brio […] non era quella l'ora riservata alla discussione delle operazioni di guerra". Rientro nel comando alle 14 e continuazione fino alle ore 20 per la cena; di poi il lavoro continuava sino alle ore 24 e ancora oltre. A proposito dei giornalieri abboccamenti con l'imperatore Moltke il Vecchio, dotato di un insospettabile senso dell'umorismo, riteneva che: "Ma più sfortunato ancora è il generale in capo che ha sopra di lui un'autorità che lo controlla, alla quale deve rendere conto ogni giorno e ogni ora dei suoi disegni, dei suoi progetti e delle sue disposizioni". Personalmente lo era in modo marcato, in quanto nella guerra del 1870 era tallonato dal suo imperatore e da Bismarck. Le visite al fronte erano frequenti, ma ai comandi locali, secondo le tradizioni germaniche, veniva lasciata la massima autonomia decisionale.

All'imperatore nel settembre 1916 viene assegnato il ruolo di "guida suprema della guerra", ma la "guida" era limitata ai piani strategici generali. Il primo dicembre fu distribuito ai comandi il manuale "Die Führung in der Abwehrschlacht", con il quale si stabilì il principio della difesa elastica di una zona profonda, in contrapposizione alla difesa ad oltranza di una linea. Si passava dalla difesa rigida, nella quale la posizione avanzata doveva essere tenuta ad ogni costo, "umbedingtes Halten", alla difesa elastica in profondità. Sottolineava Ludendorff: "Il fante non dirà più a se stesso: Io sto qui e qui muoio non avendo libertà di movimento in tutta la zona". Con la nuova dottrina si istituirono una serie di posti d'ascolto a 150/200 metri da una linea di avamposti e una linea difensiva formata da capisaldi distanziati di circa 200 metri in grado di difendersi anche se superati, nell'attesa del contrattacco della terza linea, sulla quale sostava il grosso della difesa. Si contava sul fatto che alle artiglierie nemiche occorrevano quattro o cinque giorni per portarsi sulle nuove posizioni. Il terreno che non aveva un reale valore tattico doveva essere abbandonato ed il contrattacco doveva essere proporzionato alle perdite prevedibili. La nuova dottrina nacque dall'impossibilità di sopportare le perdite inflitte dall'artiglieria alleata, le cui dotazioni di munizioni aumentavano in modo esponenziale. I battaglioni in linea, che erano sostituiti ogni cinque giorni a seguito dello sfinimento provocato dai bombardamenti, vennero in seguito sostituiti ogni due giorni. Scrive il capitano Wynne: "secondo le memorie storiche del 4° reggimento Granatieri: -[…] i proiettili di grosso calibro marciavano attraverso il cielo contro il villaggio in colonne di battaglioni e cadevano a plotoni su tetti e sulle macerie del villaggio-" (13).

Di seguito si pubblicò un altro manuale "Allgemeines über Stellenbau" che completò il primo. Non si combatteva per ogni metro di terreno, ma in un terreno diviso in due zone, una di sicurezza e una di resistenza. Tutta l'organizzazione fu migliorata. Le nuove mitragliatrici leggere furono distribuite nella misura di 36 per reggimento, all'inizio dei bombardamenti i fanti abbandonavano le loro posizioni e si spostavano in avanti sistemandosi nelle buche della "terra di nessuno". Le compagnie mitraglieri e i comandanti dell'artiglieria divisionale rimanevano temporaneamente sulle posizioni anche quando i loro reggimenti, scaduti i turni di trincea tornavano nelle retrovie, allo scopo di permettere ai reparti subentranti di ambientarsi.

Scetticamente il principe ereditario di Baviera Ruprecht di Wittelsbach nel suo interessantissimo diario pubblicato nel 1929, annotava: "Un sufficiente rifornimento di munizioni d'artiglieria può neutralizzare la resistenza in una zona profonda, sin dove arriva il tiro efficace delle battere da campagna, a prescindere dalle modalità con le quali l'organizzazione difensiva può essere stata imbastita". La fine della guerra era solo ritardata dagli errori tattici e dalla straordinaria incapacità dei comandi alleati, in particolare di quelli britannici.

Di fronte alla prevalenza della difesa sull'attacco, di fronte all'impossibilità di superare un complesso fortificato con filo spinato e protetto da mitragliatrici che sparavano fino a 500 colpi al minuto nelle mani di soldati addestrati, l'inglese Edward Swinton e il francese Jean-Baptiste Estienne giunsero separatamente alle stesse conclusioni. L'Inglese, vice segretario del Comitato imperiale di difesa, fu a giudizio di Raimondo Luraghi: "Primo autentico progettista del carro armato" (14). Ebbe come sponsor il suo superiore diretto sir R. Maurice Hankey e Winston Churchill, del quale Lloyd George, sarcasticamente sosteneva che: "Ha dieci idee di cui una buona, ma egli non sa quale sia". In quel caso lo sapeva.

Il vulcanico uomo politico, all'epoca Primo Lord dell'Ammiragliato, ossia ministro della Marina, creò la Commissione delle corazzate terrestre già nel febbraio 1915. Riuscì a fronteggiare gli esperti della marina che prospettavano "mostri terrestri" di enormi dimensioni con un armamento potentissimo, spalleggiato da un gruppo di ufficiali dell'esercito, tra cui primeggiò il colonnello Swinton. Occorreva un mezzo motorizzato, blindato e armato di mitragliatrici e cannoni, per sfondare il filo spinato, sostenere il fuoco delle armi automatiche, superare come una catapulta la trincea. Il 26 agosto davanti al comandante delle truppe britanniche in Francia Douglas Haig, i carri armati diedero una dimostrazione delle loro possibilità. Scesero in campo per la prima volta il 15 settembre 1916 a Flers-Courcelette e, per la prima volta, il fante riacquistò la corazza, la velocità e la possibilità di aprire il fuoco in movimento. Furono allestiti in modo affrettato, in numero esiguo, con equipaggi impreparati.

Si legge nella Storia dei carri armati di Kenneth Macksey (15): "Un ufficiale carrista scrisse: -In Inghilterra, durante l'addestramento, non avevamo mai avuto a nostra completa disposizione un carro armato. Il nostro, lo stesso giorno dell'arrivo in Francia, si fermò per guasti meccanici. Non esisteva, nel nostro reparto, attività di ricognizione, non possedevamo mappe, nessuna conoscenza dell'uso della bussola […] nessuna pratica nel ricevere e nell'espletare ordini. Non sapevamo a chi domandare particolari istruzioni necessarie per l'uso e il funzionamento di un carro né potevamo prevedere quali ordini ci sarebbero pervenuti. […] Ciò nonostante la notte del 13 settembre alcuni carri, guidati da nastri bianchi stesi per terra, raggiunsero il campo di battaglia, creando sbigottimento e panico in tutti coloro che li udirono sferragliare nel buio. La notte successiva raggiunsero nuovamente il campo di battaglia e, per la prima volta, si addentrarono in un terreno fortemente accidentato, sconvolto dalle bombe, di gran lunga peggiore di quello dove, in Inghilterra, avevano ricevuto il loro addestramento. Qui, molti carri, pesanti 30 tonnellate, non sufficientemente forniti di potenti motori e malamente guidati dagli emozionati guidatori si bloccarono. Gradualmente, la loro forza iniziale di 50 si ridusse a 36, ma all'alba del 15, nella mezza luce del mattino, quei pochi rimasti in grado di funzionare, mossero all'attacco, aprendo così una nuova era nella storia della guerra". Liddell Hart scrisse: "Per un miserabile piatto di lenticchie di un successo locale si sacrificò la possibilità che questo mezzo possedeva di creare una sorpresa strategica definitiva". Churchill commentò: "Nessuno di essi dovrebbe essere usato se non è possibile impiegarli tutti e nello stesso tempo".

Le valutazioni sulle possibilità del nuovo sistema d'arma furono diverse, ma Haig, che non passò alla storia come un genio militare, secondo alcune fonti, manifestò grande fiducia e ne richiese ben 1000, evitandone così l'accantonamento. Fece costituire in Francia un quartiere generale del corpo corazzato per lo sviluppo della nuova arma nel quale furono analizzate, su basi scientifiche, tutte le informazioni acquisite. Nel nuovo organismo, agli ordini del brigadiere Hugh Elles, spiccò il maggiore J.F.C. Fuller, convinto assertore della nuova arma, di cui diventerà uno dei maggiori teorici. Di parere opposto Liddell Hart il quale sostenne che il generalissimo si espresse in termini negativi e che solo l'intervento di uomini politici bloccò l'accantonamento dell'arma.

Oggi l'equipaggio di un carro armato si definirebbe un modulo elementare ossia l'entità minima di personale con equipaggiamento e dotazioni per rendere operativo un sistema d'arma o un mezzo di combattimento. Fu un'insperata fortuna per gli alleati che lo stato maggiore tedesco non valutò il campo che si apriva col carro armato. Churchill osservò: "Se i nostri generali furono miopi, il più bravo condottiero della Germania è stato addirittura cieco", l'accusa poteva essere estesa a tutti i capi militari tedeschi se il principe Ruprecht di Baviera in un'intervista concessa al Berliner Tageblatt, riprodotta da Le Matin, faceva un'esatta, accurata descrizione del mezzo, minimizzandone però capacità e risultati ottenibili.

Il terzo anno di guerra fu anche l'anno della gigantesca ma inconcludente battaglia navale dello Jutland, dopo la quale le grandi flotte restarono agli ormeggi. La mahaniana battaglia decisiva (Salamina, Azio, Lepanto, Trafalgar) non si avrà e il sogno dell'ammiraglio Castex: "Uscire dal porto, portarsi direttamente contro il nemico per stringerlo nella battaglia tanto desiderata, erano queste le nostre vive ed intime aspirazioni. Questa linea di condotta ci sembrava la più semplice e la più sicura, ed è in queste condizioni di spirito che la gran parte di noi entrò in guerra nell'agosto 1914", resterà un sogno.

La guerra si fa sempre più dura. In Gran Bretagna dal 27 gennaio il Military service act impone il servizio obbligatorio a tutti gli scapoli. Per la prima volta nella storia del paese la coscrizione si estende ai cittadini. In Germania nel dicembre si applica una nuova legge sul servizio ausiliario voluta dai militari.

Note

1. Gatti, Angelo. Le presenti condizioni militari della Germania. Milano 1916. [torna su]

2. Gudmundsson, Bruce L. Sturmtruppen. Origini e tattiche. Gorizia 1989. [torna su]

3. Maréchal Pétain. La bataille de Verdun. Paris 1929. [torna su]

4. Papone, Mario. La guerra mondiale e le grosse artiglierie al seguito dell'esercito campale. Almanacco delle forze armate 1931. [torna su]

5. Horne, Alistair. Come si perde una battaglia. Francia 1919-1940. Storia di una disfatta. Milano 1970. [torna su]

6. Keegan, John. La prima guerra mondiale. Una storia politica e militare. Roma 2000. [torna su]

7. Brancaccio, Nicola. In Francia durante la guerra. Milano 1926. [torna su]

8. Fabry, Jean. Joffre et son destin. Paris 1931. [torna su]

9. Général Buat. Hindenburg. Paris 1921. [torna su]

10. Memoires du Kronprinz. Paris 1922. [torna su]

11. Gen. Dupont. Le haut commandement allemand en 1914 (Du point de vue allemand). Revue militaire française 1921. [torna su]

12. Rathenau, Walther. Le Kaiser. Quelques meditations. Bâle s.d. [torna su]

13. Wynnie, G. La lezione tattica della guerra mondiale. Milano 1940. [torna su]

14. Luraghi, Raimondo. Carri armati. Storia militare 2002. [torna su]

15. Macksey, Kenneth. Storia dei carri armati. AA.VV. Carri armati 1914-1945. Milano 1976 [torna su]

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