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Commandos
di Emilio Bonaiti © (09/10)
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Viene dal mare una mano d'acciaio che strappa le scolte tedesche dai loro covi.
Winston Churchill
- Le prime operazioni
- Bruneval
- Saint Nazaire
- Dieppe
- Armamenti e mezzi


1940. La Germania occupa la Danimarca, la Norvegia, l'Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, la Francia

Nel giugno 1940 la guerra è finita. L'esercito francese, il più forte del mondo, guidato da generali aureolati dalla gloria conquistata nella Grande Guerra, fu battuto senza attenuanti. L'esercito britannico, in precipitosa ritirata, era miracolosamente riuscito a superare la Manica e a mettersi in salvo, con una gigantesca manovra di reimbarco, l'Operazione Dynamo, durata dal 27 maggio al 4 giugno. 850 unità di tutti i tipi e dimensioni, tra cui yacht e chiatte da carico, avevano riportato a casa 338.000 soldati. Sulle spiagge di Dunkerque era stato abbandonato l'armamento pesante, 90.000 mezzi di trasporto e tutto il materiale in dotazione.

La Germania, il mondo, aspettavano la richiesta di apertura di trattative di pace, ma la Gran Bretagna rifiutò di dichiararsi sconfitta. Un intero popolo: "[…] istintivamente ostinato e strategicamente ignorante […] reagirono ancora una volta nel modo che era loro più congeniale e cioè con l'incrollabile determinazione di non mollare la preda, di tener duro a ogni costo. Mai la storia aveva dimostrato e giustificato con tanta chiarezza l'identificazione del popolo inglese con il bulldog, in tutta la sua sublime stupidità" (1). La "stupidità" era così spessa che alla fine dell'anno, un anno amarissimo al quale non sarebbe seguito uno migliore, Churchill ordinò che venissero messi allo studio i piani per la futura invasione dell'Europa.

La situazione era tragica, Winston Churchill, salito al timone del paese, pronunciò parole che passarono alla storia: "I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat". L'esercito si preparava all'invasione imminente, l'Home Fleet all'estenuante battaglia per la difesa delle rotte atlantiche, di cui Churchill osservò: "[…] l'unica cosa che mi abbia veramente spaventato durante la guerra fu il pericolo degli U-Boat", la R.A.F. all'ultima battaglia con 2950 piloti che meritarono, con la morte di 500 e il ferimento di altri 500 l'epitaffio: "Mai nel campo dei conflitti umani così tanti dovettero talmente tanto a così pochi".

Il giorno successivo alla fine del reimbarco, il tenente colonnello Dudley Clarke del Royal Artillery, assistente del capo di stato maggiore generale sir John Dill, propose la costituzione di reparti per operazioni speciali sul continente: "[…] anche la più piccola minaccia […] dovrà costringere i Tedeschi a cessare i loro febbrili preparativi di invasione per organizzare la difesa e distaccare truppe per proteggere la gigantesca linea del fronte europeo". Churchill, combattente di razza circondato da generali incompetenti, aveva proclamato: "Non ci accontenteremo di una guerra difensiva" e aveva adottato una strategia basata su tre pilastri: "Bombing" bombardamenti aerei, "Blockade" blocco economico, "Subversion" attività clandestina. Mentalmente aperto a ogni forma di guerra, nel giro di due giorni, approvò la proposta che portò alla costituzione dei Commandos, gruppi mobili che mutuarono il nome dai guerriglieri boeri che, per lungo tempo, avevano tenuto in scacco 250.000 Inglesi.

A questo studio va premesso che la storia delle forze anfibie della Gran Bretagna nel secondo conflitto mondiale è estremamente complessa. Questo termine viene in genere usato per forze che, con componenti terrestri, aeree e navali, proiettano la loro potenza su una spiaggia per aprire la strada a un corpo di spedizione. Ci limiteremo per tanto a esaminare i commandos costituiti nel 1940 e le loro operazioni nell'Atlantico, unica singolare digressione il raid di Potenza.

Loro predecessori furono le Compagnie indipendenti, create per operazioni anfibie che, formate da volontari e agli ordini di ufficiali scelti, erano state impiegate nella campagna di Norvegia come unità di fanteria, classico esempio di uso errato di truppe scelte che ricorda la Folgore sul fronte libico.

L'arruolamento era su base volontaria, non essendo possibile ricorrere ai reparti regolari impiegati nella difesa dell'Isola. Su espressa richiesta del premier, il cui attivismo era eccezionale, furono reclutati nell'esercito regolare per un: "sevizio speciale di natura pericolosa". Le opposizioni furono numerose, andavano dal naturale spirito di corpo fortissimo nei reggimenti britannici al rifiuto di privarsi degli uomini migliori, all'ostruzionismo di ambienti del ministero della Guerra, alla paurosa penuria di materiali, armamenti e mezzi di trasporto in un contesto di povertà generalizzato. Dopo il reimbarco in tutto il Regno Unito esistevano solo 2500 mitragliatori Bren e cento carri armati. Basti pensare che le armi automatiche dovevano essere riconsegnate ai depositi al termine delle missioni e, quando nel corso di un'operazione un piccolo battello sul quale erano sistemati fucili mitragliatori colò a picco, fu aperta un'inchiesta per appurare le responsabilità. In tutte le foto del periodo iniziale i Berretti Verdi, come erano chiamati, hanno in dotazione solo fucili.

Malgrado la forte volontà di Churchill: "il ministero della Guerra opponeva una resistenza feroce e l'opposizione aumentava man mano che si scendeva nelle gerarchie)" e gli inviti a Eden a dare un esempio punendo: "uno o due ufficiali superiori scettici" (2), la resistenza era fortissima. I capi delle forze armate si chiedevano se distogliere uomini e mezzi per operazioni che si concludevano con la distruzione di qualche impianto, l'assalto a fortificazioni, l'uccisione o la cattura di pochi soldati valeva il costo dell'addestramento o della perdita di soldati d'élite, il rischio dell'affondamenti di naviglio, l'impiego dell'aeronautica.

Liddell Hart sosteneva che la Chiesa anglicana e l'esercito inglese costituivano le istituzioni più conservatrici della storia, ma va anche compreso la naturale avversione per una distrazione di forze per un paese, la cui la principale difesa all'invasione era il fosso anticarro della Manica, un paese che nel corso degli anni si trasformerà prima in una inaffondabile portaerei e poi in una piattaforma di lancio per l'invasione.

Annotava Clarke che i commandos furono: "armati, equipaggiati, organizzati e gestiti per un solo tipo di missione: dei raid rapidissimi sul continente nel quale non dovevano sostare per più di 48 ore". L'addestramento dal dicembre 1940 veniva effettuato nelle brughiere intorno al castello di Achnacarry in Scozia con munizioni di guerra e cariche esplosive. La selezione era rigorosa. Si privilegiavano uomini giovani, coraggiosi, resistenti, motivati, buoni tiratori e nuotatori, "capaci di guidare qualsiasi mezzo di trasporto e non soggetti al mal di mare, di imbarcarsi e sbarcare da imbarcazioni di qualsiasi tipo e con qualsiasi tempo", dotati di iniziative personali, estrema fiducia nei comandanti con i quali esisteva un continuo dialogo, di lavorare in coppia, maneggiare esplosivi e arrampicarsi su scogliere. Le marce di addestramento erano al limite della sopravvivenza, con percorsi di 100 chilometri in 24 ore, 11 chilometri in un'ora, con pesanti carichi equamente divisi tra tutta l'équipe nel clima glaciale delle Highlands, con pioggia e vento continui, con sbarchi nelle acque glaciali delle Ebridi che, chi scrive, ha trovato gelide in pieno agosto. Tutti erano in grado di dare la morte con un coltello o a mani nude. I soldati che dimostravano buone qualità venivano promossi sottufficiali. Come le Compagnie indipendenti non erano alloggiati nelle caserme ma presso privati, allo scopo di renderli sempre disponibili e sottrarli ai numerosi servizi di corvé e di guardia. La maggioranza non era composta da militari di carriera, erano contadini, operatori di borsa, minatori, economisti ma diventarono tutti esperti veterani, induriti dall'esperienza che solo la guerra può dare. Fu subito codificato un principio assoluto. Per evitare di essere rintracciati esisteva il divieto di usare le radio se non in caso di necessità assoluta. Massima punizione il ritorno all'unità da cui provenivano.

I primi tre ufficiali volontari provenivano dalla Royal Artillery, dalla Life Guards e dall'Argyl and Sutherland Highlanders, i soldati da tutte le armi e si dovettero affrontare problemi di affiatamento. Sotto l'occhio del premier, si costituì il primo commando con un quartiere generale e dieci esigui gruppi ciascuno su tre ufficiali e 47 soldati. Oltre alla mancanza di battelli da sbarco, la maggioranza era andata perduta in Norvegia e a Dunkerque, tra le tante difficoltà vi era quello della completa sconoscenza delle coste europee, dello stato dei luoghi, delle maree, degli scogli, dei bassi fondali, delle condizioni atmosferiche. Ad esempio nell'attacco a Stamsund nelle isole Lofoten era assicurata una spiaggia "dolcemente digradante", invece gli incursori si trovarono di fronte "a un'alta banchisa" che fu superata solo con l'aiuto di volenterosi locali che li issarono a braccia, permettendo di continuare nell'azione.

Le prime operazioni

A 19 giorni dalla costituzione del reparto, Clarke ricevette l'ordine di organizzare "il più presto possibile" un raid sulla Manica, ritenendosi che il passare subito all'azione fosse il miglior sistema per affermarsi. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, 120 commandos affrettatamente organizzati tornano sul continente, missione catturare prigionieri e valutare le difese. Con una mezza dozzina di scialuppe adibite al salvataggio dei piloti in mare in prestito dalla R.A.F., tra l'altro estremamente rumorose e non mimetizzate, partendo da Dover, Folkestone e Newhaven sbarcano in Francia tra Cap d'Alprech presso Boulogne e la Punta di Hautbanc presso Berck. Il raid, in pratica una ricognizione, non fu un successo, si svolse in un clima di confusione ed emersero numerosi problemi come, ad esempio, le difficoltà di riconoscersi nell'oscurità. Clarke, ferito di striscio a un orecchio, valutò l'operazione: "Un fiasco colossale" ma l'azione fu esaltata dalla stampa, l'Inghilterra aveva bisogno di eroi.

Lo stesso avvenne nello sbarco su due punti di Guernsey nella notte tra il 14 e il 15 luglio. Scortati da due vecchi cacciatorpediniere, il Saladin e lo Scimitar salpati da Dartmouth, il primo gruppo non incontrò Tedeschi, le imbarcazioni del secondo, di cui una finì su uno scoglio, patirono avarie e rottura delle bussole, le informazioni si rivelarono inesatte e le coste rocciose inadatte allo sbarco. L'incursione fu accompagnata da aerei che col loro rombo coprirono i mezzi in avvicinamento. Prima dell'incursione, Churchill, solito a inviare un diluvio di richieste a tutti i suoi collaboratori con una frequenza che dimostra le sue capacità lavorative, il 2 luglio aveva scritto al generale Ismay: "Se è vero che qualche centinaio di soldati tedeschi sono sbarcati a Jersey o Guernsey, si deve studiare un piano per uno sbarco segreto di notte nelle isole e l'uccisione o la cattura degli invasori. Questa è proprio una delle imprese a cui i -commandos- sarebbero adattissimi". Il successivo 23 luglio lamenta col ministro della Guerra gli "assurdi fiaschi" a proposito di Guernsey. Ammonisce che non vi dovevano essere altri insuccessi.

Gli oppositori cantarono vittoria.

Si organizzano nuove operazioni puntando sulla lontana Norvegia le cui difese sono più deboli, con l'obiettivo di saggiarle con rapidi colpi di mano, fare prigionieri, distruggere impianti industriali, stazioni meteorologiche e fari, creare uno stato di allarme e di insicurezza nelle guarnigioni. Per molti versi ricordano gli attacchi nella "terra di nessuno" della Grande Guerra.

Si inizia con un raid contro la centrale idroelettrica di Glomfjord che forniva energia a una fabbrica di alluminio. Il 17 luglio 1940 Churchill sostituì il tenente generale sir Alan Bourne della Fanteria di marina con l'ammiraglio Roger Keyes, eroe di Gallipoli e Zeebrugg, nominandolo Direttore del Comando Operazioni Combinate. E' un uomo navigato, afferra subito la situazione, percepisce di godere l'appoggio del premier ma di aver contro i capi di stato maggiore che respingono implacabilmente le sue proposte. Passa dall'organizzazione di piccoli colpi di mano ad operazioni più impegnative. Modifica l'organizzazione, potenziando i reparti che passano a cinque di tre ufficiali e 62 uomini e un gruppo di 40 unità, dotato di armi pesanti. La trasformazione avvenne anche perché due mezzi da sbarco L.C.A. erano sufficienti per trasportare un gruppo. Le operazioni assumono un peso maggiore, una parte dei commandos venne inviata in Egitto ove operò contro le truppe dell'Asse.

Nel dicembre i commandos vengono battezzati Unità dei servizi speciali, nel successivo febbraio tornano ad essere unità indipendenti riacquistando il vecchio nome.

1941. La Germania occupa la Jugoslavia, la Grecia, l'isola di Creta, attacca l'Unione Sovietica, dichiara guerra agli Stati Uniti d'America.

Si ebbe poi l'Operazione Claymore, l'attacco alle isole Lofoten del marzo 1941. Imbarcati sulla Queen Emma e la Princess Beatrix, scortate dai cacciatorpediniere Somali, Bedouin, Tartar, Eskimo e Legion e dal sommergibile Sunfish, 500 uomini divisi in due gruppi e un distaccamento di soldati norvegesi partono dalla base navale di Scapa Flow, fanno scalo alle isole Faroe e si presentano davanti alle isole Lofoten la mattina del tre marzo. Al largo staziona una potente squadra navale composta dalle corazzate Nelson e King George V e gli incrociatori Nigeria e Dido scortati da cacciatorpediniere. Obiettivo la distruzione degli stabilimenti per la produzione dell'olio di merluzzo e di aringa allo scopo di privare il nemico della preziosa glicerina alla base della fabbricazione degli esplosivi e, scrive Peter Young: "[…] delle vitamine A e D destinate alle forze armate, sostanze tutte che venivano estratte da detti oli" (3). La sorpresa è totale, l'unica opposizione venne da un motopeschereccio armato il Krebbs che, coraggiosamente, non esitò ad affrontare il cacciatorpediniere Somali. Tra clamorose manifestazioni di entusiasmo da parte della popolazione furono fatti prigionieri 216 appartenenti alla Luftwaffe che stavano costruendo un campo d'aviazione, affondate undici navi per 20.000 tonnellate, distrutti 18 stabilimenti. Il film sull'impresa ebbe una risonanza propagandistica mondiale e mandò su tutte le furie Hitler.

Nel febbraio 1941 si organizza una cervellotica azione in provincia di Potenza, l'attacco di paracadutisti a un acquedotto presso l'Ofanto. Difficile spiegare le motivazioni, manca ogni proporzionalità tra la sicura perdita di soldati ben addestrati e la missione un acquedotto in una delle più povere e isolate regioni italiane. Sarà l'unico attacco dal cielo in località distanti dalla costa per la quasi assoluta impossibilità di recuperare gli uomini. Si legge in Comando delle operazioni combinate del ministero delle informazioni. Operazioni combinate 1940-1942 che: "Ogni tentativo di resistenza avrebbe causato vittime tra le donne e i bambini che erano saliti dal villaggio insieme con le truppe e la polizia. Non rimase al maggiore Pritchard che arrendersi".

Il 22 giugno la Germania attacca l'Unione Sovietica ex alleata, che diventata un'improvvisa alleata, la pressione sulle isole britanniche diminuisce, la Gran Bretagna riprende fiato. Seguì il 25 agosto l'operazione Gaunlet lo sbarco alle isole Spitzberg senza opposizione di truppe canadesi e di un piccolo contingente inglese per sabotare le miniere di carbone e distruggere le due stazioni radio che avevano continuato a trasmettere per trarre in inganno i Tedeschi.

Per insanabili contrasti con lo stato maggiore generale, Keyes viene sostituito. Il 27 ottobre, lamenterà amaramente di: "condividere pienamente l'opinione del Primo Ministro su quel potere negativo che controlla tutto l'apparato bellico nei Ministeri di Whitehall […] Il tempo passa e tirare per le lunghe sembra oggi diventare la parola d'ordine della burocrazia inglese". Viene accusato di aver voluto abbandonare la tattica delle piccole incursioni per l'organizzazione di grandi operazioni come la presa di Pantelleria.

Con una forza maturata nel tempo, si attua l'impegnativa operazione Archey, con obiettivo la città di Vaagsö e la vicina isola di Maalöy. La flotta salpò il giorno di Santo Stefano con mare mosso, in testa l'incrociatore Kenya, seguito da quattro cacciatorpediniere e dalla flotta da sbarco che imbarcava circa 600 incursori, tra cui reparti norvegesi. Alle otto, nella sorpresa totale, l'incrociatore aprì il fuoco, seguito dai cacciatorpediniere e da bombardieri Hampden, Blenheim e Beaufighter. Ripresisi dalla sorpresa i Tedeschi, con la loro proverbiale risolutezza, ingaggiarono aspri combattimenti nella città, casa per casa: "con una decisione e una tenacia paragonabile a quella dei Commando" si legge in Comando delle operazioni combinate del ministero delle informazioni. Operazioni combinate 1940-1942. Contemporaneamente furono nuovamente attaccate con successo le isole Lofoten nelle quali i commandos si fermarono per due giorni.

1942. La Wehrmacht arriva a Stalingrado. Rommel avanza in Egitto. Controffensiva russa. Controffensiva britannica in Libia. Sbarco angloamericano in Marocco e Algeria.

Lord Louis Mountbatten assumerà il comando col titolo di Commodoro delle Operazioni combinate e nel marzo 1942, promosso vice ammiraglio, diventa Capo delle operazioni combinate. Ha un altro peso, non gli guasta essere cugino del re. Il premier, icastico come sempre, gli dichiara: "Voglio che trasformiate il bastione difensivo che è la costa sud dell'Inghilterra in una piattaforma d'attacco". Commenterà: "Churchill mi ha domandato di proseguire i raid allo scopo di mantenere la combattività dei soldati, di far loro acquistare l'esperienza necessaria per tormentare il nemico […] Devo soprattutto prepararli in tutte le maniere possibili alla grande controffensiva in Europa". Apporta cambiamenti all'organizzazione. Gli undici commandos vengono riuniti in una brigata dei servizi speciali con missione principale l'effettuazione di raid e secondaria di partecipare a grandi operazioni anfibie per aprire una testa di ponte, proteggere uno sbarco in forza o servire di forza di copertura con la maturata esperienza bellica.

Bruneval

L'operazione successiva fu la distruzione di un radar vicino al villaggio di Bruneval, non distante dal mare, a 20 chilometri da Le Havre. Per avere buone condizioni atmosferiche, luna piena e alta marea, viene scelta la notte dal 27 al 28 febbraio 1942. Per l'attacco, data l'assoluta impossibilità di raggiungere l'obiettivo sistemato su una scogliera estremamente ripida dal mare, viene impiegata una compagnia della 1ª Parachute Brigade della 1ª Airborne Division, rinforzata dal 12° commando che doveva dalla spiaggia proteggerne la ritirata. La preparazione fu accurata, comportò un durissimo addestramento e la costruzione di modelli in scala, i parà si imbarcano su 12 vecchi bombardieri Whitley V in una notte di bel tempo, al comando del maggiore J. D. Frost che si metterà in luce nel disastro di Arnhem. L'azione fu rapidissima, durò dieci dei 30 minuti preventivati, per una fortunata combinazione i difensori erano stati impiegati in una esercitazione a fuoco con proiettili a salve e intervennero con ritardo. Dal radar, un Telefunken FuMG 39/62 Würzburg, furono asportati o fotografati alcuni pezzi, con successiva distruzione. I parà ebbero due morti, sei feriti e quattro prigionieri.

Saint Nazaire

Seguì poi l'operazione Chariot che va considerata un capolavoro. Saint-Nazaire, a nove chilometri dalla foce della Loira, distante 250 miglia dall'Inghilterra, aveva un porto di primaria importanza. Occupata dalla Wehrmacht il 21 giugno 1940 era l'unica base di tutta la costa atlantica per il raddobbo o rifugio in caso di avarie di navi di grandi dimensioni, con un bacino di carenaggio della lunghezza di 360 metri e 50 di larghezza. Il bacino, conosciuto come Forme Écluse, Forme Louis Joubert o Dock Normandie in quanto vi era stato allestito l'omonimo transatlantico, era in grado di ospitare corazzate come la Bismark, che gravemente danneggiata e poi affondata vi si dirigeva, la Jean Bart e la Tirpitz. Dal settembre 1941 era in costruzione un enorme bunker, con una capienza di 18 sottomarini, in grado di resistere a bombardamenti aerei. Sarà inaugurato il 30 luglio 1942 dal sottomarino U-203.

"Questa non è un incursione come le altre. E' una vera operazione di guerra" ammonì Lord Mountbatten, aggiungendo con britannica crudezza al capo della spedizione: "Sono sicuro che potete compiere il lavoro, ma non abbiamo molte speranze di potervi riportare indietro. Anche se vi perderemo tutti, il risultato dell'operazione ne varrà la pena. Dovete quindi dire a tutti gli uomini che hanno responsabilità familiari che possono ritirarsi e che nessuno né vorrà loro per questo". Nessuno dei 611 uomini si tirò indietro.

Il piano coinvolgeva tutte le forze armate. L'esercito schierava il Commando n.2 e ottanta sabotatori, il fior fiore dei commandos n.1, 3, 4, 5, 9 e 12 ai quali se ne aggiunsero altri 30 per un totale di 256, quando si accertò dalla ricognizione aerea che ben quattro batterie di cannoni erano piazzate nella zona dei bacini. I gruppi avevano una squadra di demolizione composta da uomini armati di pistole con un carico esplosivo di circa 40 chilogrammi e squadre di protezione con Thompson e Bren. Altri gruppi composti da due ufficiali e 12 unità dovevano assalire le postazioni d'artiglieria, bloccare le vie di acceso al porto e respingere eventuali rinforzi. La riserva era di dodici uomini e un gruppo medico. Agli ordini del tenente colonnello A. Charles Newman del reggimento Essex, comandante del 2° commando, veterano dei raid in Norvegia, si imbarcarono sulla nave da sbarco Princess Josephine Charlotte a Falmouth. La componente navale, agli ordini del comandante R.E.D. Ryder, esploratore polare, veterano della prima guerra mondiale, reduce da due affondamenti era estremamente modesta e rispecchiava gli effetti della dissennata politica pacifista degli anni precedenti la guerra.

Era composta dalla motocannoniera in legno MGB (Motor Gun Boat) 314 che aveva in dotazione un cannone antiaereo Vickers da 40 mm. due mitragliatrici bitubo da 12,7 mm e un cannone da 40 mm. semiautomatico, destinata a guidare la flottiglia essendo dotata di un radar e una sonda sonora, 15 vedette in legno prive di blindatura, di cui quattro armate di siluri, lunghe 34 metri, con un cannone bitubo Oerlikon da 20 mm. e due fucili mitragliatori Lewis che si erano fatti onore nella Grande Guerra. Avevano però una buona velocità arrivando a 18 nodi e si muovevano senza sollevare una forte scia. Vi era poi la torpediniera 74, dotata di lanciasiluri, famosa nella flotta per la sua lentezza, che sarebbe stata trainata fino all'obiettivo e un cacciatorpediniere l'HMS Campbeltown lungo 95 metri. Si trattava del vecchio cacciatorpediniere americano Buchanan, uno dei 50 ceduti alla Royal Navy, in cambio dell'uso di basi nei Caraibi, umiliante operazione alla quale il governo della flotta più forte del mondo era stata costretto per la sua debolezza. L'unità era caratterizzata da quattro fumaioli e dal "Flush Deck" ( ponte continuo) "con un alto bordo libero a prora per assicurare una buona tenuta di mare, e un basso bordo libero a poppa per rendere la sagoma sfuggente (4). La classe a cui apparteneva il Buchanan salì agli onori della cronaca quando l'otto settembre 1923 l'11° squadriglia tattica composta da otto unità nel corso di una esercitazione autunnale a tutta velocità nella fitta nebbia cozzò contro la costa nei pressi di Santa Barbara in California, col successivo affondamento di tutte le unità. I commenti negli ambienti marinari delle grandi potenze navali furono tutti sarcastici.

Già il 15 maggio 1940, era da cinque giorni a Downing Street, Churchill aveva richiesto a Roosevelt: "il prestito di quaranta o cinquanta vecchi cacciatorpediniere nell'eventualità che l'entrata in guerra dell'Italia con un centinaio di sommergibili minacciasse di portare il nostro sforzo fino al punto critico". Secondo Divine: "Nella settimana dopo Dunkerque per tutti gli enormi impegni della marina in un mondo che diventava sempre più freddo e ostile erano disponibili solo 72 cacciatorpediniere fuori dei cantieri" (5). A questo era stata ridotta la prima marina del mondo.

Il premier torna sull'argomento il 15 giugno ricattandolo con la minaccia che si sarebbe addensata sul continente americano se la Gran Bretagna fosse venuta meno, insiste il 31 luglio e, comunicandogli che undici cacciatorpediniere erano stati affondati o danneggiati, gli offre in affitto: "una serie di basi nelle Indie Occidentali in particolar modo Bermuda". Scrive ancora il 15 agosto, il 17 e il 22. Il 27 agosto, spinto dalla disperazione gli comunica: "Il Governo di Sua Maestà" [offre] "la cessione in affitto per novantanove anni di zone per la creazione di basi navali e aeree in: Terranova, Bermuda, Bahama, Giamaica, Antigua, Santa Lucia, Trinidad, Guiana britannica". Finalmente il cinque settembre può comunicare alla Camera dei Comuni l'avvenuto acquisto dei 50 cacciatorpediniere. L'effetto è doppio, si è rinforzata la flotta e si è lanciato un messaggio al nemico e ai neutrali: gli Stati Uniti sono con noi. Roosevelt aveva dovuto superare l'opposizione del Capo delle Operazioni Navali ammiraglio Harold Stark che riteneva essere "la flotta in naftalina", in tutto 149 cacciatorpediniere che risalivano alla fine della Grande Guerra, necessaria alla difesa degli Stati Uniti.

A Devonport il Campbeltown viene profondamente modificato. In dieci giorni viene rimodellato per renderlo simile, per quanto possibile, alle torpediniere tedesche della classe Möwe. Dovendo penetrare alla massima velocità nella foce della Loira che aveva un pescaggio di tre metri con la marea alta, alleggerendolo al massimo si eliminarono tutte le strutture superflue, tubi lanciasiluri, attrezzatura e armamento per la lotta antisommergibili, quasi tutti gli alberi, i cannoni ad eccezione di uno, due delle quattro ciminiere con l'accorciamento delle altre. Per dare agli incursori imbarcati una certa protezione fu costruita una blindatura leggera intorno al ponte, furono piazzati otto Oerlikon da 20 mm. per proteggere lo sbarco e il cannone da 76 fu dalla poppa spostato in avanti. Il vecchio Campbeltown costituiva il fulcro di tutta l'operazione perché i commandos non avevano la possibilità di distruggere le porte del bacino anche con l'uso di potenti cariche esplosive. La nave fu trasformata in una gigantesca bomba ad orologeria con 24 cariche di profondità per un totale di quattro tonnellate nello scafo dietro il cannone con una protezione di acciaio. Il detonatore entrava in azione dopo otto ore dall'azionamento. Obiettivo la distruzione del bacino, delle installazioni del porto con precedenza alle stazioni di pompaggio, agli argani, alle centrali elettriche, alle porte di accesso al bacino dei sottomarini, ai ponti. Si trattava di una missione suicida dalla quale ben pochi sarebbero tornati. Aerei del Comando costiero e del Comando caccia dovevano proteggere il convoglio, bombardamenti aerei dovevano precedere l'attacco.

Saint Nazaire era una fortezza. Presidiata dal 280° gruppo d'artiglieria navale con 28 cannoni di un calibro che andava da 70 a 170 mm, cui si aggiungeva una batteria da 240 su affusto ferroviario, oltre a tre gruppi con 43 cannoni da 20 a 40 mm. e altri da 37. Alcuni erano posizionati sui bunker e sui tetti avendo così un più largo campo di tiro. Il quadro era completato dalle artiglierie delle navi di stanza nel porto, tra cui dieci dragamine, quattro navi per la difesa costiera e quattro torpediniere classe Möwe. Per la data non vi sono perplessità. L'ultima settimana di marzo presentava la luna piena e una marea montante dalle 24 alle due.

Il 26 marzo, una bella giornata di primavera, la formazione entra nella Manica su tre colonne con i cacciatorpediniere Atherstone e Tynedale in testa seguiti dal Campbeltown fiancheggiati sui due lati dalle vedette. La torpediniera 74 e la cannoniera erano rimorchiate dai due cacciatorpediniere in testa. I cacciatorpediniere Cleveland e Brocklesby restano di riserva. Si avvista un sottomarino l'U-593 che, fatto segno a bombe di profondità, scompare, la fortuna aiuta gli audaci, le vedette, troppo basse sul livello del mare non sono avvistate, si affondano due pescherecci francesi per impedire che diano l'allarme. Verso le dieci di sera si avvista il sottomarino Surgeon che segnala il punto d'ingresso dell'estuario. I due cacciatorpediniere di scorta virano, piazzandosi in appoggio al largo, la MGB 314 passa in testa, gli ufficiali del comando vi si trasferiscono, segue il Campbeltown. Sulla città 35 bombardieri Whitley e 25 Wellington iniziano il bombardamento, secondo altre fonti si limitano a un'azione di disturbo per impegnare la difesa. La navigazione prosegue, alle 23 si arma l'esplosivo, alle ore 0,30 il Campbeltown, agli ordini del luogotenente di vascello R. H. Beattie, entra nel fiume, preceduto dalla cannoniera, finisce nelle secche, riesce ad uscirne, avanza, all'1,22 i riflettori della base si accendono, viene aperto il fuoco. Si risponde con segnali convenzionali tedeschi chiedendo il permesso di entrare in porto, i cannoni interrompono il fuoco ma solo per cinque minuti, scoperto l'inganno all'1,27 il fuoco riprende, si risponde da tutte le imbarcazioni anche con i Bren, le navi all'ancora aprono il fuoco, la 74 lancia i siluri a scoppio ritardato, il Campbeltown, inquadrato dai riflettori, ripetutamente colpito, avanza imperterrito, vengono uccisi il timoniere, il nostromo, i serventi di due Oerlikon subito sostituiti, all'1,34 alla velocità di 19 nodi penetra, investe e sfonda le paratie del bacino, con quattro minuti sull'orario fissato nota il comandante Beattie, apre le valvole, si autoaffonda, con la prua deformata per undici metri. I superstiti, sono un centinaio, scavalcano il bordo della nave e scendono a terra, mentre le Oerlikon continuano a sparare, accolti da un fuoco intensissimo, sparano anche dai sommergibili alla riva, si risponde con i mortai leggeri e con i mitragliatori. Si assale e si distrugge la stazione pompe, obiettivo importantissimo, si distruggono cannoni e postazioni, con perdite pesantissime, si raggiungono altri obiettivi spesso sono respinti, la difesa è accanita, entra in azione un carro armato, in uno scontro notturno in cui, tra i bagliori degli incendi, ci si spara addosso da pochi passi.

Sotto un diluvio di fuoco le vedette patiscono perdite terribili. Alcune non arrivano ai moli, affondano, bruciano nell'acqua, esplodono, saltano in aria, sono distrutte in massima parte. Miracolosamente si salva la motocannoniera sulla quale è imbarcato Ryder, con un carico di morti e feriti. Solo tre vedette e la motocannoniera sfuggono all'inferno e tornano all'appuntamento con i due cacciatorpediniere. La torpediniera 74, compiuta la sua missione ridiscende la Loira ma indugia per salvare due soldati in un battello e, presa sotto il fuoco, affonda.

I commandos sopravissuti, circa settanta, si radunano a terra agli ordini di Newman, non vi sono possibilità di rivedere l'Inghilterra, ricevono l'ordine di dividersi in piccoli gruppi a allontanarsi. La maggioranza sarà uccisa o catturata. I due cacciatorpediniere di scorta il Tynedale e l'Atherstone sostengono uno scontro con quattro cacciatorpediniere, il primo accoglie a bordo i superstiti di tre vedette, il secondo quelli della cannoniera e di altre vedette, tutte con feriti a bordo. Filano alla massima velocità verso Falmouth, sottoposti ad attacchi aerei e protetti dalla caccia. Sopraggiungono il Brocklesby e il Cleveland a dar man forte. Altre tre vedette raggiungono la base con i propri mezzi. Tutte hanno i ponti letteralmente coperti di sangue. Un'altra è intercettata dalla torpediniera Jaguar con la quale ingaggia un feroce combattimento per un'ora, per poi arrendersi. I combattimenti sono durati tutta la notte. A mezzogiorno il Campbeltown mentre una quarantina di ufficiali salita a bordo valuta i danni e circa 400 soldati osservano dalle banchine salta in aria, disintegrando la chiusa. Alle 16.30 e alle 17,30 i siluri a scoppio ritardato affiorano e deflagrano. Sono momenti di panico, si teme che l'invasione sia cominciata, i soldati, scossi dai combattimenti, sparano contro gli operai francesi, né muoiono 16, 26 sono feriti.

Si é inflitto un colpo gravissimo alla marina germanica impegnata nella Battaglia dell'Atlantico con la distruzione dell'unico bacino di carenaggio della costa atlantica. Il bacino riprenderà la sua attività solo nel 1947. Alle 19 dello stesso giorno soldati tedeschi, sotto lo sguardo perplesso degli abitanti, vengono filmati mentre attaccano, lanciando granate, caseggiati distrutti nel bombardamento del 16 febbraio. La Deutsche Wochenschau diffonde il cortometraggio in tutta l'Europa attribuendolo agli scontri ovviamente vittoriosi del 26 marzo.

Sosteneva Churchill che in tempo di guerra la verità deve essere protetta da una cortina di bugie. Ricalcava Eschilo che diceva che in guerra la prima vittima è la verità.

Le perdite britanniche ammontano a 168 uccisi e 200 prigionieri, cinque soldati riescono ad arrivare in Spagna, i caduti sono onorati dall'esercito tedesco con una cerimonia funebre. E' stato lo scontro tra soldati valorosi. Sono 74 le decorazioni concesse, alle quali si aggiungono quattro Croix de Guerre, 51 uomini sono citati, a cinque è concessa la Victoria Cross, la massima decorazione. Ai comandanti Ryder, Neumann e Beattie si aggiungono quelle del sergente Durrant e del soldato Savage uccisi sulle loro armi.

Quando il Campbeltown salta in aria è in corso di svolgimento l'interrogatorio del luogotenente di vascello il comandante R. H. Beattie da parte di ufficiali del servizio informazioni che, sulla micidiale trappola che sta per scattare, non dice una parola. A chi scrive viene alla mente de la Penne che, dopo aver posto un "maiale" sotto la chiglia della corazzata Valiant, si affretta a comunicarlo al suo comandante perché metta in salvo l'equipaggio. Due modi diversi di fare la guerra, espressione di paesi diversi.

In un monumento eretto a Falmouth si legge che di 622 marinai e commandos partiti da quel porto, 168 sono rimasti in terra di Francia. Bertold Brecht nel suo Vita di Galileo affermava essere "Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi", chi scrive pensa che "beati" sono i popoli che ricordano i loro eroi e il pensiero corre a Teseo Tesei, Carmelo Borg Pisani e tanti altri.

L'anno 1942 è anche l'anno dei minori colpi di mano nei luoghi più diversi delle coste atlantiche. A Boulogne l'11 aprile due commandos fanno saltare una petroliera inoltrandosi nel porto con una mina magnetica. Nella notte del 14 agosto si distrugge una batteria antiaerea vicino a Cape Barfleur, il tre settembre è la volta del faro di Conquest, usato per segnalazioni marittime, il sette a St. Honoré gli incursori nei pressi della penisola di Cherbourg vennero sorpresi e annientati quasi per intero.

Hitler è su tutte le furie e con il Commando Order del 18 ottobre 1942 ordina: "Tutti gli uomini che menano attacchi contro le truppe germaniche in Europa o in Africa, dovevano essere annientati sino all'ultimo uomo, sia che siano in uniforme o senza, sia che si battano o cerchino di fuggire. Anche se una volta scoperti si diano prigionieri […] non bisogna accordare loro alcuna pietà, senza alcun pretesto a quanti avessero preso parte a operazioni commando".

Gli angloamericani e i russi passarono, quasi fino alla fine, di sconfitta in sconfitta ma comincia a iniziare quello che il premier inglese chiama "il riflusso". La Gran Bretagna era sottoposta a una pressione continua da parte dell'alleato sovietico perché addirittura aprisse il secondo fronte sul continente per ridurre la pressione della Wehrmacht. Si mise allo studio la conquista di Cherbourg, sull'estremità della penisola del Cotentin, scrive Churchill che l'ipotesi: "cadde da sola per la sua estrinseca debolezza". Si studia una incursione "violenta e rapidissima", battezzata Operazione Imperator. Il primo ministro avanza delle perplessità: "[…] Ho visto soltanto lo schema, propone di sbarcare sul continente una divisione o alcune formazioni corazzate per compiere una violenta incursione della durata di due o tre giorni e di reimbarcare poi quanto rimarrà del corpo di spedizione […] non gioverebbe affatto alla Russia, […] ce ne dovessimo tornare a casa pochi giorni dopo con perdite gravissime. […] Dopo di ciò non sentimmo più parlare dell'operazione Imperator".

Dieppe

In seguito, per le accese rimostranze sovietiche, per impedire il trasferimento di divisioni dalla Francia al fronte orientale, per saggiare la consistenza e lo spessore delle fortificazioni del Vallo Atlantico fu pianificata una "incursione in forze" l'Operazione Rutter con obiettivo Dieppe, cittadina della Normandia.

A proposito di questa cittadina, il feldmaresciallo von Rundstedt, ipotizzando la probabile e possibile zona di sbarco dell'invasione, riteneva che si sarebbe svolta tra Dieppe e Calais, ossia nella zona più vicina alle coste inglesi. La città, una località turistica divisa dal fiume Arques, si estendeva su una spiaggia ghiaiosa seguita da due vialoni, estesi prati, alberghi e palazzi dominati dall'imponente edificio del Casinò. La costa era delimitata dalle falaises alte scogliere tagliate da strette gole e dagli estuari dei fiumi. Costituiva un vasto arco circondato da scogliere che arrivavano fino a 100 metri punteggiate da grotte trasformate in fortini e casematte. Era fiancheggiata da due paesini Pourville e Le Puys, con piccole spiagge.

La zona, irrobustita da numerosi postazioni di artiglieria di piccolo e medio calibro e da tempo fortificata con bunker e casematte era presidiata dalla 301ª divisione di fanteria del generale Conrad Haase. Due grosse batterie una a Berneval con quattro pezzi da 105, tre da 170 di preda bellica e due mitragliatrici Oerlikon e l'altra a Vesterival con sei cannoni da 105 delimitavano il perimetro.

In un primo tempo l'operazione, battezzata Operazione Rutter, fu affidata a una divisione dei Royal Marines potenziata da un reparto di carri armati e a reparti di paracadutisti. Successivamente si sostiene per le pressioni del comando dell'armata canadese di stanza in Inghilterra fu affidata a una divisione canadese, la Seconda, mentre i parà furono sostituiti da reparti di commandos. I Canadesi sono frustrati, sono in Inghilterra dal novembre 1939 e non hanno sparato un colpo. Si tratta di militari di carriera, della Riserva, di volontari ingaggiati per tutta la durata del conflitto. Solo il primo reggimento di artiglieria da campagna era sbarcato in Francia all'inizio della guerra, reimbarcandosi a Brest senza sparare un colpo.

Fissata per il quattro luglio venne rinviata per il peggioramento delle condizioni atmosferiche al 19 agosto, quando le maree erano favorevoli. Va tenuto conto che nei tempestosi mari del Nord condizioni atmosferiche, maree, correnti e stato delle coste costituivano problemi che andavano, per ogni operazione, studiati con particolare attenzione.

Nasceva così l'Operazione Jubilee, classica operazione anfibia. Al comando dei reparti navali vi era il capitano di vascello Hughes Hallet che, dopo aver preso parte allo studio dei piani dell'operazione, sostituisce il contrammiraglio H.T. Baillie-Grohman, per le forze terrestri il maggiore generale John Hamilton Roberts dell'esercito canadese. Con i loro stati maggiori si imbarcarono sul cacciatorpediniere Calpe. Per l'aeronautica il maresciallo Leigh Mallory che: "seguiva chiaramente su una grande carta ogni mossa della battaglia man mano che si svolgevano" (6). Roberts passerà alla storia perché tranquillizzò i suoi ufficiali a un briefing prima del raid con le parole: "Non vi preoccupate sarà un pezzo di torta!". Si dice che nell'anniversario del raid uno sconosciuto per anni gli abbia inviato una fetta di torta.

Il totale della forza ai suoi ordini è costituito da due brigate, la quarta e sesta, agli ordini dei generali della Riserva Sherwood Lett e William Wallace Southam in tempo di pace rispettivamente avvocato a Vancouver e editore a Toronto. La seconda divisione è composta dai reggimenti South Saskatchewan, Royal Hamilton Light Infantry, Fusiliers Mont-Royal, Essex Scottish Régiment, Royal Regiment of Canada, Queen's Own Camerons Highlanders del Canada, dai carri armati del XIV battaglione del reggimento Calgary cui si aggiungono il primo battaglione dei rangers americani, i commandos 3 e 4 rinforzati, il commando A dei Royal Marines, oltre a elementi isolati incaricati di missioni speciali. E' interessante notare che i Fusiliers Mont-Royal sono l'unica unità francofona dell'esercito canadese, agli ordini del generale francofono Ménard, il quale nel dopoguerra non si stancherà di stigmatizzare le difficoltà che i Francocanadesi incontravano per arrivare ai vertici della carriera militare. Va aggiunto che solo il Quebec rifiutò in tempo di guerra la coscrizione obbligatoria.

La preparazione fu accurata, sino a 36 ore prima dell'attacco vennero scattate fotografie della zona, costruiti plastici della città e delle fortificazioni, studiate le condizioni atmosferiche e del mare. Il piano, estremamente ambizioso, comportava, per proteggere i fianchi, la neutralizzazione delle due potenti batterie che fiancheggiavano la città. Gli obiettivi erano chiaramente indicati. Distruzione delle fortificazioni, della stazione radio, delle centrali elettriche, dei depositi di petrolio, delle installazioni portuali e ferroviarie, demolizione delle installazioni dell'aeroporto di Dieppe Saint Aubin, fare il maggior numero di prigionieri. Non erano previsti bombardamenti navali per non allarmare la guarnigione e bombardamenti aerei per non distruggere caseggiati e vie interne ed impedire la movimentazione dei corazzati. Da altre fonti sembra che il maresciallo dell'Aria sir Arthur Harris, detto il "macellaio", si rifiutasse di sciupare i suoi preziosi equipaggi "in inutili dimostrazioni".

L'obiettivo era diviso in quattro settori, distinti con colori diversi. Ad est di Dieppe (Yellow Beach), il commando n.3 che si era fatte le ossa in Norvegia, agli ordini del tenente colonnello John Durnford-Slater, partendo da Newhaven doveva sbarcando a Berneval (One beach) e a Belleville-sur-Mer (Two beach), siti a meno di un chilometro l'uno dall'altro, distruggere la batteria Goebbels che, circondata da una fitta rete di reticolati, aveva un posto di osservazione sul bordo della scogliera, un posto comando e una forza di 130 uomini alloggiati nelle case dei dintorni. Sulla sua destra il Royal Regiment of Canada sbarcato a Le Puy, piccolo villaggio di pescatori (Blue Beach) doveva attaccare la batteria pesante Rommel e il caposaldo Bismarck e occupare da tergo l'altipiano alle spalle di Dieppe.

Il settore centrale, costituito dalla città, era affidato al reggimento Essex Scottish nella zona orientale (Red Beach) e al reggimento Royal Hamilton per quella occidentale (White Beach), supportati dal XIV battaglione carri. I reggimenti South Saskatcheven e Queen's Own Cameron Highlanders dovevano impadronirsi di una postazione fortificata nota come "Les quattres vents" e calare alle spalle del caposaldo Hindenburg, occupare l'aeroporto e il comando della divisione a Arques-la-bataille a quattro miglia dalla spiaggia. All'estrema destra (Orange Beach) il commando n.4, agli ordini del tenente colonnello Lord Lovat doveva attaccare la batteria Hess sistemata nei pressi di Varengeville nell'entroterra a mille metri dalla scogliera, sbarcando a Varengeville-sur-mer a circa 400 metri dal fiume Saane e a Quiberville. Riserva generale il reggimento Mont Royal e il commando A dei Royal Marines.

In estrema sintesi il piano prevedeva che i commandos, divisi in due gruppi, attaccassero le due grosse batterie site ai lati della città, mentre i Canadesi dovevano investirla frontalmente potenziati dai carri del XIV battaglione del reggimento Calgary. Condizione prioritaria era la distruzione delle due batterie prima dello sbarco dei Canadesi. Gli sbarchi sarebbero stati preceduto da cortine fumogene e da attacchi di Spitfire e Hurricane a bassissima quota. In totale 6086 uomini partecipano all'operazione, con circa mille commandos a cui erano aggregati 50 rangers americani del primo battaglione. L'operazione costituiva una fase più avanzata delle classiche operazioni "Hit and run". La flotta composta da naviglio di tipologia diversa, per un totale di circa 250 unità era supportata da otto cacciatorpediniere della classe Hunt, cannoniere, motocannoniere, motovedette, cacciasommergibili, mezzi da sbarco per truppe LCA (Landing Craft Assault) capaci di trasportare 35 unità con le loro dotazioni, e LCT (Landing Craft Tank ) per il trasporto da 6 a 12 carri armati. Il giorno J è fissato, il 19 agosto alle 4,50 le truppe sbarcheranno.

Il 18 agosto alle ore 10 si dà inizio all'operazione, l'imbarco termina alle 16, solo a bordo i Canadesi sapranno che non è un esercitazione, si va a Dieppe. La notte da quattro porti la flotta salpa le ancore. Condizioni atmosferiche ottime, mare calmo, mancanza di vento. Il Gruppo navale n°5 agli ordini del comandante D.B. Wyburd alle ore 21 salpa da Newhaven per Berneval distante 112 chilometri, con 325 uomini del Commando n°3, 50 rangers, 5 francesi del 10° commando interalleato, un ufficiale e tre uomini del reparto Phantom, unità di trasmissioni incaricata di tenere i contatti col quartiere generale. I soldati, guidati del tenente colonnello John Durnford-Slater, erano per la maggior parte imbarcati su 23 mezzi da sbarco, definiti ufficialmente: "Imbarcazioni leggere per lo sbarco del personale", non blindate, il cui equipaggio, composto da un ufficiale e tre marinai, timoniere, segnalatore e meccanico, aveva in dotazione tre fucili mitragliatori Lewis 7,62. La velocità di crociera era di nove nodi, e ad essa doveva necessariamente adeguarsi la flottiglia. Dotati di un motore a benzina non avevano autonomia per tutto il percorso e avevano a bordo bidoni di riserva. Armi di accompagnamento erano oltre a mitragliatrici, Bangalore, tubi in ferro riempiti di esplosivo per la distruzione di reticolati, due mortai da due pollici (51,2 mm) o un mortaio da tre pollici (76,2 mm). A metà percorso, quattro avevano fatto dietro front per noie meccaniche. La scorta era costituita da un DCA o LCF(L) armato di due cannoni da 102 mm. e di tre Oerlikon da 20 mm, dalla ML 346 con due cannoni bitubi da 102 mm. e la cannoniera Grey Owl su cui era imbarcato il comando, con un armamento costituito da due cannoni, due Oerlikon, due mitragliatrici gemellate da 12,7 mm. e un tubo lanciasiluri. Va notato lo squilibrio esistente tra questo gruppo, che parte dall'Inghilterra su mezzi da sbarco e le altre forze che arrivano sino a poca distanza da Dieppe su navi dalle quali passano ai mezzi da sbarco.

Il Gruppo alle 3,47 a otto miglia dalla costa francese incappa in una formazione navale nemica proveniente da Boulogne-sur-Mer. E' un classico combattimento d'incontro, uno scontro confuso nel buio della notte, i Tedeschi sparano per prima. Su 23 mezzi solo quattro raggiunsero la spiaggia, sette secondo un'altra fonte. Il rombo dei cannoni mette in allarme la Batteria, la sorpresa viene meno, l'allarme è generale. Sulla One Beach, sbarcano circa 50 uomini che avanzano brevemente e, contrattaccati, dopo breve resistenza, si arrendono. Sulla Two beach un solo mezzo con 18 uomini nel silenzio assoluto, non sono stati scoperti. Sono le 4,50 lo sbarco è fallito ma il maggiore Young, autore di un libro sui commandos, decide di continuare, con un coraggio pazzesco. Ha a disposizione dieci fucili, una mitragliatrice leggera, sei fucili mitragliatori, due mortai leggeri (kg.3,32) e uno pesante (kg.57,2) con qualche bomba. Il mortaio pesante viene abbandonato. Il gruppo si inerpica faticosamente tra il reticolato che copre il costone, raggiunge la vetta, elimina il posto di vedetta, scivola sul bordo di un campo minato, giunge a 200 metri dalla batteria, approfittando di un attacco aereo alle sei apre il fuoco, infligge perdite, disturba il tiro dei cannoni, alle 07,30 decide di ritirarsi, scende alla spiaggia, contrasta gli inseguitori, miracolosamente si reimbarca, la piccola formazione è salva. Hughes-Hallet comandante delle forze marittime dichiarò: "Sono convinto che l'intervento del maggiore Young ha impedito alla batteria di Berneval di giocare un ruolo efficace durante l'operazione". Nei tempi in cui viviamo, un ufficiale italiano che si fosse comportato nello stesso modo in Afganistan sarebbe stato messo alla gogna da tutta l'italica stampa pacifista per vocazione ed elezione.

Il commando n.4, dopo una tranquilla navigazione a bordo della nave appoggio, si imbarca su mezzi da sbarco che avanzano preceduti da una motocannoniera. Giunti a terra senza essere scoperti, seguendo il piano si dividono in due gruppi, il primo con 88 uomini doveva assicurava il fuoco di copertura, l'altro, al comando del tenente colonnello Lord Lovat, portare a termine l'attacco. Il Gruppo 1, al comando del maggiore Derek Mills-Roberts sbarca alle 04,53 si infila in una gola, distrugge il filo spinato con cariche di bangalore, le esplosioni sono coperte dal rombo degli aerei, arriva sul pianoro sotto il fuoco, sempre più preciso, di una mitragliatrice pesante e di mortai. Apre a sua volta il fuoco, alle 05,50 un fortunato colpo di mortaio mette a tacere temporaneamente la batteria, con un antiquato fucilone anticarro il Boys Mark I. si colpiscono le due torri antiaeree. Sopraggiunge l'altro gruppo con alcuni rangers, al comando di Lord Lovat. Si lanciano bombe fumogene e insieme iniziano l'assalto, si eliminano i difensori che si battono accanitamente, la postazione è distrutta. Alle 17,45 sono di ritorno. Dalla relazione ufficiale: "Questo ardito attacco venne effettuato esattamente secondo i piani prestabiliti e potrà servire da esempio per le prossime operazioni di tal genere". In effetti è l'unica parte dell'operazione che va a buon fine.

Per i Canadesi inizia la tragedia. Quando arrivano in vista della città si accorgono che non è stata scalfita da bombardamenti preliminari, alcuni soldati osservano che i vetri delle finestre sono intatti. Trasbordati dai grossi trasporti sui mezzi da sbarco il Royal Regiment of Canada sbaglia la rotta, perde tempo prezioso, non raggiunge la batteria da eliminare. Il muro frangiflutti a ridosso della piccolissima spiaggia,potenziato da mitragliatrici e filo spinato, costituì un ostacolo insormontabile. La sorpresa fallisce. Le difese tedesche entrano in azione, tre ondate d'assalto vengono distrutte. Vanamente il cacciatorpediniere Garth bombarda l'altipiano, unitamente a Hurricane della 32° squadriglia.

Il reggimento South Saskatcheven sbaglia il punto di sbarco. Una parte avanza intrepidamente, l'altra che doveva prelevare elementi di un radar è fermata da un fuoco violentissimo. Stesso errore per il Queen's Own Cameron Highlanders che sbarca con mezz'ora di ritardo. Dopo una resistenza durata fino alle undici si arrendono. Anche l'attacco principale contro Dieppe fallì, il bombardamento dall'alto e dal mare, effettuato con i deboli pezzi dei cacciatorpediniere non scalfì le difese, l'attacco si trasformò in un massacro che ricorda quelli della guerra passata. I carri sbarcati dagli LCT attraverso una rampa prodiera non hanno migliore sorte. Di 28 sbarcati, quattro arrivano nella città, prima di essere distrutti. Si legge nella relazione ufficiale: "[…] questo terrificante fuoco d'infilata impedì di potersi impadronire della spiaggia. Da quel momento fu ovvio che il piano stava crollando".

La cosa non doveva sembrare così ovvia perché fu impiegata anche la riserva generale con conseguenti altre perdite. Il Mont-Royal sbarcato è immobilizzato sulla spiaggia ciottolosa, coperta da reticolati, sotto un uragano di fuoco, non ha speranze, si arrende. La tragedia fu aggravata perché tra l'HMS Calpe, nave comando e i reparti le comunicazioni erano estremamente difettose e Hughes-Allet e Roberts non ebbero mai il preciso quadro della situazione. Alle 10,30 la situazione è chiara, la sconfitta certa. Il comando trasmette il segnale "Vanquish 1100 FR", si ordina il reimbarco, tutte le imbarcazioni in soccorso affluirono sulla spiaggia patendo danni gravissimi. Molti reparti privi di radio continuano a combattere. L'Hunt e il Calpe vengono danneggiati, il Berkeley colpito da bombe di uno Junker 88 deve essere affondato. Nei cieli di Dieppe si svolse una accanita battaglia aerea che sfuggì completamente alle truppe sbarcate. In 16 ore si scontrano cacciatori germanici e caccia della R.A.F. che mette in campo 70 squadroni, si calcola in 100 i piloti alleati abbattuti e in 50 quelli della Luftwaffe.

Le perdite sono spaventose. La Royal Navy perde 81 ufficiali, 469 marinai. I Canadesi 3379 unità di cui 907 caduti. In nessuna delle successive battaglie subiranno perdite così alte in una sola giornata. I Commandos 24 ufficiali e 223 uomini. L'aviazione 153 uomini di cui 113 morti, i rangers 13. Complessivamente 494 ufficiali e 3890 uomini di truppa sono stati uccisi, feriti, dispersi, fatti prigionieri. Di essi 1255 sono stati sicuramente uccisi. A Dieppe si ebbe il primo caduto dell'U.S. Army in Europa, un sottotenente dei Rangers di diciannove anni. Si aggiungono i danni materiali, 34 unità della marina, tra cui il cacciatorpediniere Berkeley, sono affondate, l'aeronautica perde 98 velivoli. L'esercito i carri armati, le attrezzature, l'armamento pesante e buona parte di quello leggero.

Passano due anni, il sei giugno 1944 i Canadesi sbarcano con le forze alleate, il primo settembre la seconda divisione entra nella città. Churchill alla Camera dei Comuni il successivo otto settembre tentò di giustificare la catastrofe: "L'operazione Dieppe deve essere considerata una ricognizione in forza. […] Prima di intraprendere operazioni di sbarco su scala molto maggiore dovevamo raccogliere tutte le necessarie informazioni". Eisenhower è sulla stessa linea: "Senza Dieppe non avremo avuto la maggior parte del materiale speciale e le conoscenze necessarie al buon svolgimento dell'invasione". Montgomery né da un giudizio più meditato: "E' fuori dubbio che l'operazione di Dieppe diede un importante contributo per la messa a punto dello sbarco operato in Normandia il 6 giugno 1944. Ma il prezzo di questa lezione fu molto pesante sia in morti sia in prigionieri. Sono dell'opinione che avremmo potuto ottenere le informazioni e l'esperienza di cui avevamo tanto bisogno senza la perdita di tanti magnifici soldati canadesi". A chi scrive sembra una costosa, suicida incursione di massa, una moderna Carica dei Seicento, in verità erano 666, cantata da Alfred Tennyson: "O la folle carica che fecero- tutto il mondo stupì", ma forse lo stupore era determinato dal 44% delle perdite tra morti e feriti.

Quando si osserva la zona dal mare, si resta colpiti dalle alte scogliere, le francesi falaises, che torreggiano sulle spiagge. I Canadesi furono spinti in un imbuto nel quale non avevano nessuna possibilità di successo, Nella pianificazione vi fu sottovalutazione della situazione topografica e delle difese, rigidità nel piano d'attacco basato sulla distruzione delle due grosse batterie e che prevedeva tabelle dei movimenti fissate nei più minimi dettagli, grandi difficoltà nelle comunicazioni tra terra e navi, estrema povertà del materiale navale, mancanza della supremazia aerea, di un massiccio bombardamento e dell'appoggio dei grossi calibri delle navi da battaglia. Era un tipico piano in stile britannico lento e meticoloso, uno stile che nessuno ha rappresentato meglio del legnoso feldmaresciallo Montgomery.

La macchina propagandistica germanica si mette in moto e trionfalmente vanta il tentativo respinto di apertura del secondo fronte. Pétain e Laval manifestarono il loro compiacimento, il comando di zona, soddisfatto per il comportamento della popolazione, libera 1800 prigionieri francesi nativi di Dieppe che piange 40 morti e 40 feriti gravi. Le polemiche continuarono per anni specie ad opera di autori canadesi, il duolo per i soldati caduti fa dimenticare la causa per cui sono morti.Aprendo una parentesi fu uno dei tanti segni della decadenza di un Impero, decadenza che inizia sempre dallo strumento militare. I primi sintomi si ebbero all'inizio del secolo passato, nella guerra contro i Boeri per la quale furono necessari 250.000 uomini, continuò nel primo conflitto mondiale con gli inumani massacri sul fronte francese e si raggiunse l'epilogo nella seconda, col Blitzkrieg in Francia nel 1940, Creta e Rommel in Libia nel 1941 e la vergognosa resa di Singapore nel 1942.

Senza scomodare Bouthoul che sosteneva: "La vittoria conferma, la sconfitta trasforma", bisogna riconoscere che gli Alleati seppero trarre preziosi insegnamenti dal disastro. Si accertò che le città portuali non potevano essere investite frontalmente per la superiorità delle difese fisse sulle navali, che i mezzi da sbarco dovevano scendere in acqua alla distanza di sicurezza minima dalla spiaggia, che occorreva mettere a punto nuove attrezzature, mezzi, materiali e tecniche per superare gli ostacoli, che lo sbarco dei corazzati doveva avvenire su spiagge aperte per le maggiori possibilità di manovra e avanzata, che per le forze di mare, di terra e aeree le comunicazioni andavano assolutamente migliorate a tutti i livelli, che l'attacco doveva essere preceduto da devastanti bombardamenti navali e aerei che andavano spinti in profondità, onde impedire l'afflusso di rinforzi, che la superiorità aerea doveva essere assoluta, che per l'impossibilità di trovare attrezzature portuali intatte occorreva costruire, trainare e sistemare sulla costa porti artificiali e impiantare pipe-line sotto la Manica". Va aggiunto che fu messo in conto, ma vi erano state prove precedenti, che la difesa sarebbe stata fortissima.

Resta il quesito. I vantaggi, le esperienze qualitativamente e quantitativamente conseguite giustificavano un simile dispendio di vite umane? Si potrebbe aggiungere che la vita di un soldato aveva un valore maggiore nel corso del secondo conflitto mondiale se rapportato al primo ma estremamente minore nell'epoca dei media. I raid, che nel corso degli anni si erano sempre più sviluppati, vanno a finire. Nel 1940 furono tre, nel 1941 dieci, l'anno successivo arrivano a 21. L'ultima operazione dei commandos avvenne ancora una volta in Norvegia nel gelido gennaio 1943. Il giorno 24 a Lillebö nell'isola di Stord un gruppo di motosiluranti con equipaggio norvegese sbarca un commando che operò la completa distruzione di una miniera di ferro, malgrado l'opposizione della guarnigione.

Armamenti e i mezzi

Non sembra inutile una breve panoramica sulle armi leggere adottate dagli incursori che, nel corso degli anni, passarono dai fucili della fanteria ai Bren, Sten e Thompson. Per i revolvers, fu adottato quello regolamentare nell'esercito dal 1936 al 1957, l'Enfield n°2 Mark I cal. 9,65. John Weeks, autore dell'interessante Armi della fanteria, così lo valuta: "[…] notevole efficienza e l'altrettanta notevole imprecisione nelle mani di un tiratore di media esperienza […] per tenere ferma l'arma durante lo sparo occorre la forza di un gigante […] la gittata utile è irrisoria". Non va dimenticato che il tiro di un'arma da pugno è efficace fino a 20/30 metri. Conclude: "alla prima occasione di procurarsi un'altra pistola o di catturarne una al nemico, veniva abbandonato. Tra le preferite vi erano le Beretta italiane e le P-38 tedesche". Definisce la prima: "davvero di prima classe […] molto ricercata dalle truppe alleate". L'Enfield veniva costruito dalla Royal Small Arms Factory di Enfield e derivava dalla Webley Mark VI, già in dotazione all'esercito. I reparti commandos e i parà furono dotati, ma in numero modesto, della pistola automatica Browning 9 mm. di fabbricazione canadese, arma assai stimata con un caricatore a 13 colpi.

Caratteristiche dell'Enfield n.2.
Calibro 9 mm. 
Caricatore 6 colpi
Peso 0,720 kg.
Lunghezza 260 mm 
Lunghezza della canna 127 mm.

Il fucile con cui si iniziò la guerra aveva la denominazione ufficiale di Rifle N.4 Mark 1 ed era l'evoluzione del vecchio Lee-Enfield modèle 1895 e dei successivi Lee-Enfield a caricatore corto Mark II. Era un'arma robusta, maneggevole, di lunghezza non eccessiva, con un otturatore facile da maneggiare che permetteva un tiro celere senza stancare, superiore in questo campo agli altri fucili militari, anche se non adatto agli snipers. In mano a un buon tiratore sparava una media di 15 colpi al minuto. Va ricordato che l'addestramento, accurato e continuo, faceva del soldato britannico un ottimo tiratore. La produzione globale è stata calcolata in circa 10 milioni.
Calibro 7,7 mm.
Munizioni 303 British 
Cadenza di tiro 15 colpi/min 
Caricatore 10 cartucce
Portata 850 m 
Peso 4,07 kg 
Lunghezza  1129 mm 
Lunghezza della canna 640 mm

Lo stato maggiore imperiale negli anni precedenti la guerra snobbò i moschetti automatici o mitra tanto che, alla richiesta della BSA (Birmingham Small Arms), per conoscere l'eventuale interesse per la fabbricazione di un mitra rispose: "L'esercito britannico non sente alcuna necessità di adottare armi da gangster" (7) e senza armi "da gangster" l'esercito, guidato da ufficiali-gentiluomini, scese in guerra. Dopo le prime dure, durissime esperienze belliche si ricorse all'americano Thompson, opera del brigadiere generale John Taliaferro Thompson, assegnato ai commandos, dai quali era estremamente apprezzato. Il Thompson 1919, "sub-machine gun" ribattezzato in Gran Bretagna "Tommy Gun", considerato arma di polizia, era entrato in servizio nell'esercito americano nel 1928. Fu da sempre associato alla lotta tra gangsters e polizia, immortalato col suo caricatore rotondo in centinaia di film. Arma di una robustezza eccezionale, il munizionamento era intercambiabile con la pistola d'ordinanza, sparava cartucce da pistola con una forza viva iniziale che, secondo Golino, era: "[…] sufficiente a bloccare un bufalo alla carica" (8). Aggiunge Antonio Verdicchio: "[…] in grado in certi casi di sostituire una mitragliatrice" (9). Fenoglio nel suo Il partigiano Johnny lo definisce "l'aristocratica arma del sogno partigiano". Alla fine della guerra risultarono prodotti 1.750.000 esemplari.

Sue caratteristiche erano:
Calibro 11,43 mm.
Cadenza di tiro 600-727 colpi al minuto
Caricatore ad astuccio da 20, 30, 50, 100 colpi.
Peso kg. 8,80 con caricatore di 50 colpi.
Lunghezza 850 mm.
Lunghezza canna 267 mm.
Si iniziarono affannosi studi per un mitra e fu ideato lo Sten, Mk I, opera di R.V. Shepperd e H. Turpin, realizzato dalla Enfield, esperimentato per la prima volta il primo gennaio 1941 e prodotto dal giugno dello stesso anno. La sigla derivava, secondo una consuetudine inglese, dai cognomi degli inventori e dalle due prime lettere della casa costruttrice. L'arma, "storico esempio di essenzialità, rusticità ed efficienza" scrive Golino ebbe un successo eccezionale per la facilità di fabbricazione e il prezzo bassissimo, 11 dollari americani, addirittura il più basso tra le armi costruite dai belligeranti, guerra durante. L'americano Thompson né costava 209 nel 1939. La rusticità era forse eccessiva perché in mancanza di una sicura precisa era soggetto allo sparo accidentale. Si sostenne che poteva essere costruita in una officina di riparazione auto ben attrezzata, di certo la casa costruttrice l'appaltò a industrie che in tempo di pace erano specializzate in attrezzi per giardino, giocattoli, ferramenta. Dell'arma vennero realizzate cinque versioni e prodotti un numero di esemplari valutati intorno a 3 milioni. Il peso con il caricatore era estremamente contenuto kg. 4,107, la possibilità di smontarlo in più parti lo rendeva estremamente utile alle forze della Resistenza in Europa. Beppe Fenoglio scriveva che i partigiani fortunati in possesso di uno Sten non lo lasciavano nemmeno quando dormivano per timore di esserne derubati.

Il calibro nove fu determinato dall'acquisizione di grossi quantitativo di munizioni italiane dello stesso calibro e dalla assoluta deficienza di munizionamento nell'isola assediata. Difetto sostanziale era l'alimentazione per le difficoltà, mai risolte, di immettere le cartucce nel caricatore diverso da quello normalmente in uso. John Weeks, tenente colonnello dell'esercito inglese, istruttore al Royal Military College of Science, fa una colorita analogia con il traffico stradale che conviene trascrivere: "Si immagini due colonne di auto in prossimità di una strettoia che permette il transito a un solo veicolo per volta. Con il sistema dello Sten si hanno i ritardi e gli urti che una tale manovra comporta, mentre il sistema bifilare normale permette un passaggio ordinato, è più facile da realizzare e dà meno inconvenienti". Si sostenne che con la jeep, il Dakota e il quadrimotore da bombardamento fece vincere la guerra agli Alleati.
Calibro  9  
Munizioni 9x19 mm Parabellum 
Cadenza di tiro  550 colpi/m
Caricatore 32 colpi 
Peso col caricatore  kg. 4,107  
Portata 145 m 
Lunghezza 896 mm 
Lunghezza della canna  196 mm  
Velocità iniziale 365 m/s
Chi scrive, abituato a negative ma non immeritate definizioni degli armamenti italiani, prova un sottile compiacimento quando a proposito del mitra Beretta 38, opera dell'ingegnere Tullio Marangoni, Weeks osserva: "Esso è stato giudicato da molti esperti il mitra più bello mai costruito".

Tra le armi automatiche, la mitragliatrice leggera Lewis Gun o Lewis Automatic Machine Gun, rimase in servizio fino al 1945. Di fabbricazione americana, progettata da Samuel McClean e perfezionata dal colonnello Isaac Newton Lewis, arma automatica individuale, fu adottata dall'esercito britannico, unitamente a quello belga, nel 1911. Il peso di 11,8 chili rendeva più facile il trasporto a differenza di armi simili dello stesso periodo. Montava un caricatore a tamburo da 47 o 97 colpi e in entrambi i casi aveva una cadenza di tiro di 550 colpi al minuto. Esisteva anche in configurazione antiaerea. Secondo Weeks: "Godeva di una reputazione poco invidiabile per la sua scarsa ingegnosità e per il numero di inceppamenti in azione". Giovanni Ludi La definisce "vecchia e anche pericolosa" (10).
Calibro   7,7 mm 
Munizioni  .303 British
Cadenza di tiro  500-600 colpi/min 
Gittata  805 m
Lunghezza della canna  1280 mm 
Peso  12,7 kg 
Alimentazione  caricatore a tamburo da 47 
Ritmo di tiro 600 colpi al minuto
Il Bren Mark I fu il sostituto della Lewis dal 1935. Derivava dal cecoslovacco ZB 26 e il nome è composto da Brno città cecoslovacca e da Enfield fabbrica inglese. Pesante 9,96 kg, di straordinaria affidabilità, di buona precisione, era caratterizzato da un curioso caricatore di 30 colpi ricurvo "a banana" piazzato sulla canna e era manovrato come la Lewis da un solo uomo. Sua grande dote era la possibilità di un rapidissimo sbloccaggio e sostituzione della canna. Difetto maggiore la mediocre cadenza del tiro, 500 colpi al minuto. Il colonnello Weeks la definisce: "ottima mitragliatrice". Sia permesso un ricordo personale di chi scrive. In anni lontani, lontanissimi, nell'immediato secondo dopoguerra era una recluta in uno scalcagnato reggimento di fanteria. Il sergente istruttore, estremamente efficiente, ripeteva continuamente la definizione dell'arma: "Bren arma rustica che non si inceppa" alle reclute di vario comprendonio che si susseguivano nel tiro. Quando fu la volta del sottoscritto, estremamente emozionato, a impugnarlo per una brevissima raffica l'arma si inceppò.
Calibro 7,7 mm 
Munizioni .303 British 
Cadenza di tiro 500 colpi al minuto  
Capacita 30 cartucce 
Portata massima 900 m 
Peso 9,96 kg 
Lunghezza 1150 mm 
Lunghezza della canna 635 mm 
Velocità iniziale 731 m/s 
Negli scontri ingaggiati dagli incursori, brevi e improvvisi, le bombe a mano avevano gran parte. La bomba a mano N°36 Mark I, tipo Ananas, adottata nel primo conflitto mondiale, rimase quella standard fino agli anni sessanta. Ideata dall'ingegnere William Mills nel 1915 fu perfezionata nel corso degli anni. In ghisa era profondamente intagliata per migliorare la frammentazione. Il tempo dello scoppio fu tarato a 4 dagli originari 7 secondi che davano modo ai Tedeschi di rigettarla al mittente.
Esplosivo gr.70 di TNT 
Tempo di scoppio 4 secondi 
Portata 35 metri 
Peso gr.630
Diametro 62,5 mm
Il fucilone anticarro usato dai commandos a Dieppe era stato ideato dal capitano Boys, prodotto dal 1937 al 1943 in due modelli Boys.55 Mark I MK1 e MK2, teoricamente in grado di sparare 10 colpi al minuto, non era in grado di perforare corazzature superiori ai 10 mm. Fu sostituito dal PIAF le cui prestazioni non erano migliori. Sembra una costante degli armamenti britannici di non avere vie di mezzo o si producevano armi eccezionali o di una estrema mediocrità.
Calibro 13,9 mm
Cadenza tiro 10 colpi/m
Gittata 100 metri
Lunghezza 1,575 mm.
Peso kg.16
Per la produzione dei carri armati questa regola trova un'eccezione. Tutti i carri britannici costruiti dagli anni venti furono di una straordinaria mediocrità e di una straordinaria bruttezza. Sostiene il generale Pugliani nel suo Storia della motorizzazione militare italiana del 1951 che se l'architettura di un carro soddisfa dal lato estetico è perché si è raggiunto un compromesso razionale tra le tre caratteristiche di base, velocità, potenza e corazzatura. Il carro d'accompagnamento fanteria Mk 14 Churchill A 22, lanciato sulle spiagge di Dieppe presentava una serie di problemi meccanici, anche per l'affrettato sviluppo, problemi che portarono alla rielaborazione degli anni successivi. Aveva un cannone da 2 libbre e un obice da 76 mm a prua. Malgrado i successivi miglioramenti la produzione fu interrotta nel 1943. Va aggiunto che per la sua pesante corazzatura e spaziosità nelle operazioni in Normandia fu adattato a tutta una serie di compiti come carro getta ponti, carro soccorso, carro appoggio ravvicinato con un obice da 95 mm., carro lanciafiamme col nome di Crocodile, carro sminatore.
Equipaggio 5 unità
Peso in combattimento 39.626  kg
Lunghezza 7,44 m
Altezza metri 3,51
Larghezza metri 2,743
Velocità massima 25 km/h
In terreno vario  12,8 km/h
Autonomia su strada 145 km.
Armamento cannone da 2 libbra e obice da 76 mm in prua 
Blindaggio  minimo 15 mm, massimo 101 mm. 
Il mezzo navale L.C.A. (Landing Craft Assault) che accompagnò i commandos in quasi tutte le loro incursioni, di concezione britannica era il primo e il più piccolo di una estesissima serie di mezzi da sbarco che man mano si ampliò per le esigenze della guerra del Pacifico. Era un goffo scatolone di forma cubica con una rampa anteriore per lo sbarco. Di ridotte dimensioni, 11 metri per 3,33, a fondo piatto, con una velocità di 9-12 nodi secondo le condizioni del mare, aveva un equipaggio di tre uomini. L'armamento era di due mitragliatrici, il peso a vuoto di 8,5 tonnellate, 12,4 a pieno carico. Era in grado di trasportare 36 soldati o 3674 kg. di materiali. Va aggiunto che non era particolarmente adatto a chi soffriva il mal di mare.

1943. La Wehrmacht è sconfitta a Stalingrado. Cade Tunisi. La Sicilia è occupata. Resa dell'Italia. Avanzata generale dell'Armata Rossa.

Nel 1943 gli alleati prendono l'iniziativa, tre mesi dopo Dieppe sbarcano nell'Africa settentrionale francese, comincia il riflusso. Le operazioni dei commandos via via si riducono, scendono in campo quelli che Napoleone chiama "i grossi battaglioni", l'Unione Sovietica: "Barattando uomini e spazi in cambio di tempo" ha respinto l'invasore, inizia la grande marea che finirà a Berlino, sempre con perdite spaventose, i generali sovietici temono più Stalin che la Wehrmacht.

I commandos, truppe d'élite, passano a precedere e fiancheggiare le armate impegnate in grandi operazioni. Hanno dato le prime, modeste vittorie a un paese frastornato dal susseguirsi di disastri, hanno conseguito risultati rimarchevoli su un piano tattico e propagandistico, mettendo in allarme le difese costiere dell'Atlantico, distruggendo navi, impianti per la produzione bellica, impossessandosi di cifrari e documenti, creando uno stato di allarme nei territori occupati. Nella remota Norvegia le guarnigioni sono portate a 372.000 unità che praticamente non parteciperanno ad operazioni belliche.

Le loro gesta, passato il periodo peggiore della guerra, non ebbero grande risonanza. John Keegan in La seconda guerra mondiale, Basil Liddell Hart in toria militare della seconda guerra mondiale, Martin Gilbert in La grande storia della seconda guerra mondiale non ne fanno cenno. Il francese generale L.-M. Chassin nella sua Storia militare della seconda guerra mondiale si limita a poche parole. Sostiene, e giustamente, che Dieppe rappresentò un ben modesto contributo delle potenze occidentali alla gigantesca lotta che si stava svolgendo sul fronte russo, aggiungendo che preziose furono le informazioni per le future operazioni di sbarco.

Verso di loro, come verso tutti i reparti speciali, si pensi ai nostri Arditi, esisteva una estesa insofferenza e per le migliori condizioni di vita e per la fama da cui erano circondati in un'epoca in cui con l'aumentato peso della stampa, alla propaganda si andava unendo la pubblicità. Tutti volontari, pagarono un tasso altissimo di sangue, le forze speciali che si costituiranno in tutto il mondo hanno un debito per i commandos britannici.

Note

1. Liddell Hart, B.H. Storia militare della seconda guerra mondiale. Milano 1971. [torna su]

2. Churchill, Wilson. Storia della seconda guerra mondiale. Milano 1958. [torna su]

3. Young, Peter. Commando. Parma 1971. [torna su]

4. Storia della Marina. Milano 1978. [torna su]

5. Divine, David. I nove giorni di Dunkerque. Firenze 1960. [torna su]

6. Comando delle operazioni combinate del ministero delle informazioni. Operazioni combinate 1940-1942. Londra 1945. [torna su]

7. Weeks, John. Armi della fanteria. Parma 1972. [torna su]

8. Golino, Lorenzo. Moschetti automatici e pistole mitragliatrici. Rivista militare 1979. [torna su]

9. Verdicchio, Antonio. Moschetti automatici e pistole mitragliatrici. Rivista militare 1984. [torna su]

10. Ludi, Giovanni. Le armi leggere degli alleati nella seconda guerra mondiale. Allegato a Storia Illustrata 1976. [torna su]

Bibliografia

Brecht, Bertold. Vita di Galileo. Torino 1963.
Cecchini, Ezio. L'incursione di Dieppe. Storia militare 1996.
Chassin, L.-M. . Firenze 1964.
Churchill, Wilson. Storia della seconda guerra mondiale. Milano 1958.
Comando delle operazioni combinate del ministero delle informazioni. Operazioni combinate 1940-1942. Londra 1945.
Divine, David. I nove giorni di Dunkerque. Firenze 1960.
Gilbert Martin. La grande storia della seconda guerra mondiale. Milano 2003.
Golino, Lorenzo. Moschetti automatici e pistole mitragliatrici. Rivista militare 1979.
Keegan, John. Storia militare della seconda guerra mondiale. Milano 2006
Liddell Hart, B.H. Storia militare della seconda guerra mondiale. Milano 1971.
Ludi, Giovanni. Le armi leggere degli alleati nella seconda guerra mondiale. Allegato a Storia Illustrata 1976.
Montgomery, Bernard Law. Storia delle guerre. Milano 1980.
Mordal, J. Commando a Dieppe. Milano 1965.
Pugliani, Angelo. Storia della motorizzazione italiana. Torino 1951
Storia della marina. Milano 1978.
Verdicchio, Antonio. Moschetti automatici e pistole mitragliatrici. Rivista militare 1984.
Weeks, John. Armi della fanteria. Parma 1972.
Young, Peter. Commando. Parma 1971.

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