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L'esercito borbonico e la fine del regno
di Emilio Bonaiti ©
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- I reggimenti svizzeri
- Ferdinando II
- L'impresa dei Mille
- La battaglia di Calatafimi
- Soccorso, pronto soccorso

L'esercito borbonico nei suoi 127 anni di vita ebbe sempre una doppia anima. Rimase un esercito "uno di nome, doppio di fatto" come scriveva il De Sivo, separato in due fazioni da ideologie diverse, opportunismi e contrasti. Nel 1798 si divise tra ufficiali rimasti devoti ai Borboni e ufficiali giacobini e, subito dopo, si ebbero contrasti tra quelli che avevano seguito il re nell'esilio siciliano e i capi sanfedisti inseriti nell'esercito come Michele Pezza detto Frà Diavolo ex soldato semplice nominato colonnello. Nel novennio napoleonico molti servirono prima Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat re di Napoli, altri seguirono Ferdinando IV in Sicilia. Nel 1820 i moti carbonari generarono una nuova divisione fra borbonici e carbonari, nel 1848 fra i leali al re e quelli, in numero limitato, che continuarono a partecipare alla guerra agli Austriaci anche dopo l'ordine reale di tornare in patria e, ancora nel 1860, tra i pochi rimasti fedeli al prestato giuramento al re e i molti che lo abbandonarono per viltà, opportunismo o adesione alla nuova Italia.

Quando Ferdinando IV ritornò a Napoli dopo il secondo e lungo esilio siciliano, pesantemente esortato a non ripetere le stragi del 1799, fece stipulare a Capua il 20 maggio 1815 il trattato di Casalanza (dalla famiglia dei baroni Lanza, nobili capuani, proprietari della casa ove venne firmato il documento), col quale si confermarono nel grado gli ufficiali che avevano combattuto per Murat, mentre ai reduci dalla Sicilia, detti "fedelini", fu concessa una medaglia di fedeltà. Tra gli ufficiali murattiani spiccò per il suo valore Carlo Filangieri il quale il 4 aprile 1815 nella battaglia sul Panaro condusse i soldati napoletani all'attacco degli austriaci trincerati intorno al Ponte di Sant'Ambrogio e fu lasciato per morto sul terreno con sette otto palle in corpo. Miracolosamente ripresosi fu dai suoi concittadini solennemente chiamato 'o principe do Panar' che in dialetto sta anche per sedere.

Immancabili furono contrasti e gelosie fra le due parti; i murattiani, che avevano mostrato il loro valore a Bautzen e a Danzica, superiori per capacità tecniche, spesso costretti a servire sotto gli ordini di ufficiali "siciliani", mostravano tutta la loro insofferenza. Dopo il fallimento del governo costituzionale l'inossidabile Ferdinando IV, che aveva assunto il nome di Ferdinando I, scampato ai francesi, ai giacobini e ai carbonari e sopravvissuto alle "attenzioni" degli alleati inglesi, turchi, portoghesi, russi e austriaci, sciolse l'esercito, al quale con un proclama del primo luglio 1821 addebitò che "L'Armata è principalmente colpevole di tanti mali; ... mancando di tutte le condizioni necessarie all'esistenza di un'armata, abbiamo co' fatti dovuto riconoscere che essa più non esisteva". Ritenne allora necessario "Il ben essere dei nostri Stati reclama però l'appoggio di una forza protettrice; Noi siamo stati obbligati a sollecitarla da' Sovrani nostri alleati; essi l'hanno messa a nostra disposizione; ..." e sollecitò l'imperatore asburgico a far presidiare da truppe austriache il regno. I reparti, al comando del generale Nugent, vi rimasero fino al 1827, con un ingentissimo esborso per il loro mantenimento. Tutti gli ufficiali e i soldati furono sottoposti a procedimento per accertare il loro comportamento nel periodo costituzionale ed espulsi se ritenuti non fedeli al sovrano. Dalla "purga" furono escluse la Guardia Reale che, ironia della sorte, non avrebbe dato nessun contributo alle forze borboniche durante la battaglia del Volturno del 1860, rifiutandosi di muoversi e la Guardia d'interna sicurezza della città di Napoli sia a piedi che a cavallo.

I reggimenti svizzeri

La ricostituzione dell'esercito fu estremamente lenta anche per l'abolizione della coscrizione obbligatoria, ripristinata nel 1823, e per maggior sicurezza del sovrano furono arruolati quattro reggimenti di mercenari svizzeri. Il 3 luglio 1823 fu stipulato il primo di una serie di "capitolazioni" con il cantone di Lucerna per il primo reggimento e successivamente con i cantoni di Uri, Ticino, Unterwalden, Appenzell, Friburgo e Soleure per gli altri tre. "Le capitolazioni militari dei Reggimenti svizzeri al servizio di Sua Maestà il Re del Regno delle Due Sicilie" avevano una durata di trenta anni e potevano essere rinnovate 18 mesi prima della scadenza. Ogni reggimento, che prendeva il nome del suo comandante, aveva una forza di 1.451 uomini divisi in sei battaglioni, su quattro compagnie fucilieri, una di granatieri e una di cacciatori supportati da un reparto di artiglieria. Le compagnie fucilieri erano dette "cantonali", le altre "scelte". Ogni reggimento doveva avere 480 soldati non svizzeri, con esclusione dei sudditi austriaci e degli stati italiani. La ferma era di quattro o sei anni. Tutti i reggimenti svizzeri presidiavano Napoli. Il primo era accasermato al castello del Carmine, il secondo a San Giovanni a Carbonara, il terzo a San Domenico Soriano e a San Potito e il quarto ai SS. Apostoli. Di questi reparti l'ambasciatore britannico a Napoli scriveva "Le uniche truppe sulle quali ci sia da fare affidamento sono quelle svizzere". Il Montecuccoli nel suo Trattato della guerra poteva sostenere "un esercito composto da diverse nazioni è utile per l'emulazione e per le diverse attitudini", ma restava un senso di acuto disagio nella parte migliore del paese.

I reggimenti svizzeri rappresentarono il migliore sostegno per il re, il ricordo della strenua resistenza e del massacro della guardia svizzera di Luigi XVI il 10 agosto 1792 nei giardini delle Tuileries ad opera della plebe parigina non era lontano ed essi mostrarono la loro fedeltà e il loro valore reprimendo in sette ore i moti del 1848 a Napoli. Il quindici maggio si fronteggiavano reparti militari ed estremisti rivoluzionari che avevano eretto una serie di barricate a Toledo, tra via Pignasecca e piazza Carità, a Chiaia, all'Infrascata, a Monteoliveto, a Santa Teresa, a Castel Capuano, a Santa Brigida e a San Carlo davanti ai giardini reali. Nella mattinata il re convocò il sindaco e lo invitò a farle rimuovere ma i rivoltosi si rifiutarono. Improvvisamente da quella di via Toledo partirono colpi di fucile che ferirono due soldati in piazza San Ferdinando, le truppe risposero, il fuoco si estese a tutte le barricate. I reggimenti svizzeri provenienti da San Ferdinando attaccarono e sfondarono le barricate erette in via Toledo e in via Santa Brigida, avanzarono flagellati dal fuoco delle vicine case, presero d'assalto il palazzo Cirella e, imbestialiti per le gravissime perdite subite, trucidarono tutti coloro che si trovarono di fronte. Il quarto reggimento ebbe un centinaio tra morti e feriti, il terzo reggimento una cinquantina. Particolarmente gravi furono le perdite tra gli ufficiali: il capitano de Muralt colpito a una mano perse tre dita, continuò ad avanzare, ferito alla scapola non si fermò fino a quando fu freddato con una palla in testa mentre scavalcava una barricata. Il capitano Sturler del primo reggimento capeggiava il suo reparto che procedeva in via Toledo rasente i muri quando si sentì chiamare da una voce femminile "Capitano Sturler! Capitano Sturler!". Fermatosi alzò il volto a una casa di fronte e venne centrato da una palla in fronte.

I soldati elvetici costituivano con le loro marsine rosse, pantaloni e cappotto azzurri una colorita componente della variopinta vita cittadina. Venivano chiamati dai napoletani "Titò" che nasceva dalla espressione con i quali i soldati li interpellavano "Dis donc" [dimmi, orsù]. Particolarmente stimati dal re godevano di vitto e trattamento economico migliori dei reparti napoletani con i quali non correva buon sangue. Nel 1835 un colonnello napoletano di fanteria percepiva 1.704 ducati all'anno, un parigrado svizzero 2.857, i capitani rispettivamente 600 e 1.036, i secondi tenenti 312 e 540. Le differenze si estendevano anche ai soprassoldi. Di fronte alle loro possibilità economiche era uso a Napoli dire per un acquisto non particolarmente costoso "E' svizzere se ne vevono annice". Dopo i moti costituzionali del 1848 la Confederazione svizzera, anche sull'onda delle proteste dei circoli liberali europei, non continuò negli arruolamenti affidati a privati e alla scadenza le "convenzioni" non vennero rinnovate. Il re si accordò personalmente con i comandanti dei reggimenti, ma nel 1859 il governo svizzero dispose che tutti gli svizzeri che militavano sotto le bandiere di altri Stati perdessero temporaneamente la cittadinanza e proibì l'uso degli emblemi cantonali sulle bandiere.

Una rivolta scoppiò il 7 luglio nella caserma del Carmine dove erano acquartierate quattro compagnie del terzo reggimento. I soldati, che chiedevano la conservazione del nome di truppe svizzere, delle insegne dei cantoni e della croce federale sulle bandiere lamentando la perdita dei loro privilegi, ribellatisi ai loro superiori si diressero a San Carlo all'Arena e poi a San Potito dove si trovavano altri reparti, si impossessarono della bandiera del quarto reggimento dopo una violenta colluttazione che causò un morto e arrivarono alla Reggia di Capodimonte per esporre al re le loro ragioni. Invitati a recarsi al Campodi Marte di Capodichino per avere una risposta furono circondati da truppe napoletane agli ordini del generale Nunziante e, dopo un violento scontro con morti, rientrarono in massima parte in Svizzera. Solo una esigua minoranza si arruolò nei Cacciatori Carabinieri del colonnello von Mechel. Venne così meno uno dei puntelli della monarchia.

Ferdinando II

Ferdinando II fu un re migliore del padre e del nonno, dalla vita familiare irreprensibile, dedito al bene del popolo del quale si riteneva padre e padrone, grande lavoratore e grande accentratore. Riuscì a sottrarsi alla tutela austriaca e a iniziare e continuare in una politica di indipendenza e di neutralità. Giacinto De Sivo, sanguigno scrittore borbonico, autore della Storia del Regno delle Due Sicilie, settario, fazioso, reazionario ma legato da un amore viscerale alla sua patria, così lo descrive "A sé volse la somma delle cose alte e basse; e spese la vita a un lavorio immenso, cui uomo non bastava, e vi macerò i giorni suoi. Schiacciato da faccende e suppliche innumerevoli era, che ogni cosa doveva iniziarsi da esso; e seguendo la macchina dello Stato tal verso, l'ingegno v'avea poco a fare, sendo mestieri anzi di chi cieco ubbidisse, che di chi perspicace pensasse. Quindi molta forma, poco pensiero,". Benedetto Croce osservava che "l'ideale del re era un regno delle due Sicilie, nelle cui faccende nessun altro stato avesse da immischiarsi, un regno che non desse noia agli altri e non ne permettesse a sé". Proclamava Ferdinando "Io sarò re, solo e sempre! Il mio popolo non ha bisogno di pensare, io mi incarico della sua felicità!". Sosteneva di non avere ambizioni e che il regno era difeso dall'acqua santa nei confini terrestri e dall'acqua salata per quelli marittimi, mentre i Savoia, ambiziosi e risoluti, avevano un nemico, l'impero austroungarico e un campo di battaglia, la pianura padana.

Con Ferdinando II l'esercito acquistò una propria identità e fu oggetto di attente cure sin dal marzo 1827 quando, principe ereditario, ne era stato nominato comandante in capo con la carica di Capitano Generale. L'otto novembre 1830 nel suo primo proclama il nuovo re scriveva "... sperando che dal suo canto ci darà in tutte le occasione le pruove della sua inviolabile fedeltà e che non macchierà mai l'onore delle sue bandiere". La nuova legge per l'arruolamento prescriveva che le "reclute siano trattate con dolcezza ... e si usino verso di esse de' mezzi atti ad affezionarle al Real servizio, e non mai a far concepire loro una falsa idea della disciplina militare, la quale non permette abuso di autorità". I regolamenti disciplinari vennero mitigati anche se restavano le punizioni corporali e i "servizi ignobili in caserma", ossia la pulizia delle latrine. Le punizioni corporali venivano inflitte con una verga sulle spalle nude o con bastonate sul sedere. Con un decreto si stabilì che "tutti gli uffiziali da colonnello in giù, e tutti i sottuffiziali e soldati delle nostre reali truppe, a qualunque arma o corpo del reale esercito essi appartengano, porteranno indistintamente i mustacchi" e si confermò che le reclute "devono essere di religione cattolica, apostolica, romana". L'altezza minima dei soldati rimase quella di 5 piedi pari a metri 1,624. Vi fu una maggiore cura nell'addestramento, frequenti manovre a fuoco nelle quali il soldato sparava 50 colpi a salve, miglioramenti nell'armamento e addestramento a lunghe marce in colonne mobili alle quali erano obbligati a partecipare anche gli ufficiali di età avanzata, tanto che si disse "che a molti si apparecchiò la fossa".

I battaglioni avevano un cappellano il quale giornalmente celebrava la santa messa, dirigeva la recita del rosario, provvedeva all'insegnamento del catechismo a sottufficiali e soldati. Sant'Ignazio di Loyola, fondatore dell'ordine dei Gesuiti, fu nominato maresciallo dell'esercito e il suo stipendio veniva versato alla casa professa dell'ordine. Gli ufficiali venivano formati nel Real Collegio della Nunziatella, i migliori venivano assegnati all'artiglieria e al genio, i sottufficiali nella Scuola militare di San Giovanni a Carbonara. Era il re che nominava i generali, mentre non esistevano limiti di età per il loro pensionamento, quasi sempre affidato alle leggi della natura. Le paghe erano modeste se rapportate a quelle degli altri eserciti della penisola, ma le divise erano estremamente sfarzose. Nel 1859 si imposero tutta una serie di economie, venne ridotta la razione di biada ai cavalli e si dispose che "gli ospedali serbassero le briciole cadenti da' tagliamenti del pane, onde non si comprasse il pane grattugiato". L'esercito era il cosiddetto esercito di caserma modellato su quello francese, con un nucleo di mercenari svizzeri e una grossa componente di soldati di professione con una ferma di otto anni, rinnovabile alla scadenza. Dalla leva, dalla quale erano esclusi i siciliani per antico privilegio, si ricavava con il sistema del sorteggio una aliquota estremamente ridotta in quanto molti elementi si prestavano al cambio dietro compenso o rinnovavano la ferma. In teoria gli effettivi ammontavano a 60.000 uomini in tempo di pace e 80.000 in tempo di guerra, mentre nell'esercito piemontese gli organici erano rispettivamente di 25.000 e 80.000. L'esercito si ripartiva in venti reggimenti di fanteria di cui tre della Guardia Reale, quattro Svizzeri e 13 di linea tutti su due battaglioni oltre a sette battaglioni di cacciatori. L'artiglieria era composta da otto batterie da campo e una a cavallo tutte su otto pezzi, la cavalleria aveva sette reggimenti, due di lancieri, tre di dragoni e due di ussari di 600 cavalli ciascuno. L'arma si era messa in luce nelle guerre napoleoniche tanto che l'imperatore in esilio a Sant'Elena ricordava ancora i Diavoli Bianchi cavalleggeri napoletani dai mantelli bianchi che nel 1796 gli si erano opposti nelle pianure padane. Era un esercito di soldati di professione, che dalla loro professione ricavavano il sostentamento, "spada ncoppo 'o culo, pane sicuro" era il motto ricorrente. L'armamento individuale non era inferiore a quello piemontese, a differenza dell'artiglieria.

La stima per i "pennaruli" gli ufficiali dediti agli studi non era grande: Ferdinando e i suoi generali facevano proprio il motto del maresciallo francese Mac-Mahon che sosteneva, prima di arrendersi ai prussiani a Sedan, "Io cancello dai quadri di avanzamento ogni ufficiale di cui abbia letto il nome sulla copertina di un libro". Eppure molti furono gli studiosi che avevano militato nell'esercito napoletano. Giuseppe Palmieri, nobile pugliese della seconda metà del Settecento, ricordato da Benedetto Croce, fu autore di Riflessioni critiche sull'arte della guerra del quale si complimentò il grande Federico II di Prussia. Luigi Blanc scrisse Discorsi sulla scienza militare considerata nei suoi rapporti colle altre scienze e col sistema sociale, che interessò Napoleone III, Marmont e Iomini. Carlo Pisacane figlio cadetto del duca di San Giovanni, abbandonato l'esercito nel 1847 chiuse la sua vita a 38 anni a Sanza capitanando la disperata spedizione di Sapri. Apprezzato teorico della guerra scrisse con Saggi storici-politici-militari sull'Italia pubblicati postumi nel 1858 e nel 1860 la sua opera migliore. Niccola Marselli, transitato dall'esercito borbonico a quello italiano, i cui interessi spaziarono dalla musica all'architettura, da Tucidide a Erodoto, ricordato per l'interessante La guerra e la sua storia. Ad essi vanno uniti i fratelli Ulloa Calà Antonio e Girolamo che fondarono la prestigiosa Antologia Militare (1835-1846) della quale il maestro della storia militare in Italia Piero Pieri osservava "... rappresentò veramente il pensiero militare italiano in questo campo di studi, e fu tale da non impallidire, sotto certi aspetti, al confronto con le migliori riviste straniere" Girolamo lasciò vari scritti tra cui La guerra per l'indipendenza italiana nel 1848-1849. A titolo di curiosità va citato l'alfiere di fanteria Nicolò Abbondati per un un trattato di ginnastica, scritto nel 1842, definita l'arte dei ladri dai suoi superiori.

Lo spessore culturale degli ufficiali borbonici era considerato superiore a quello dei piemontesi, anche se riservato agli ufficiali delle "armi dotte", artiglieria e genio. In massima parte provenivano dalla media e dalla piccola borghesia, su molti la propaganda liberale aveva buona presa. Solo una minoranza seguì Francesco II a Gaeta, gli altri entrarono nella quasi totalità nel Regio Esercito, nato dall' esercito piemontese, nel quale negli anni a venire altri contrasti sorsero e durarono sino alla fine del secolo. I piemontesi chiamavano i borbonici "napulitan" con ricercato disprezzo, i napoletani, con la verve che li caratterizzava, rispondevano con un non immeritato "cape e' lignamme". L'aristocrazia, a differenza di quella sabauda che compatta scendeva in campo col suo re, snobbava la carriera delle armi preoccupata solamente di difendere i suoi privilegi. Impenetrabili a ogni forma di propaganda restavano i soldati, quasi tutti analfabeti, legati al re garante delle loro condizioni di vita.

Il generale francese Oudinot nel suo De l'Italie e de ses forces militaires scritto nel 1835 osservava: "L'esercito napoletano é istruito e molto bello. Le truppe che lo compongono sono oggetto di una sollecitudine attiva e illuminata da parte di un sovrano dotato di inclinazioni militari. Infine esso possiede in tutte le armi degli ufficiali di alto merito". A lui si univa negli elogi il il critico militare svizzero A. Le Masson. Aggiungeva Guglielmo Pepe nel 1848: "L'esercito napoletano era devoto al Re, il quale a forza di vivere in mezzo alle truppe era pervenuto a sapere il nome dei semplici soldati di cavalleria ... Il Re si occupava dei matrimoni degli ufficiali e dei bassi ufficiali e dava impieghi civili ai parenti di questi ultimi e ai parenti delle loro donne". Nel tempo le cose cambiarono.

Nel febbraio 1860 il generale Pianell, una delle teste pensanti dell'esercito borbonico che dimostrerà le sue capacità nell'esercito italiano combattendo a Custoza, scriveva "Che non venga mai il momento di dover agire perché sarebbe il momento del disastro" e l'ambasciatore sardo Di Groppello "eccettuati i corpi svizzeri … l'esercito napoletano si trova in tristi condizioni, senza spirito militare che lo informi, senza intelligente direzione che lo guidi". Eppure quell'esercito aveva, primo in Europa, sotto la guida di Ferdinando II, posto fine alla rivoluzione del 1848 senza ricorrere all'aiuto straniero estirpando i restanti focolai nelle province calabresi di Catanzaro e Cosenza e successivamente in Sicilia. De Sivo icasticamente tratteggiò la situazione "Nell'esercito napoletano c'erano vecchi impotenti e giovani scontenti" ed aggiunse che tutti erano di scarsa cultura, usi a non prendere decisioni. Era a questi giovani che si rivolgevano Mariano d'Ayala e Giuseppe La Farina esuli a Torino quando rispettivamente scrivevano: "Il bene della patria e l'obbedienza nazionale sono obbligo più sacro del giuramento al re" e "Soldati napoletani mostrate di essere degni figli di quella illustre schiera di prodi che i Borboni fecero morire sulle forche e sul palco e nelle miserie dell'esilio".

Restava un esercito che non era forgiato da obbiettivi futuri perché nessuna minaccia si profilava all'orizzonte, un esercito dinastico strumento di repressione interna. Nel 1820 dovette procedere alla sanguinosa rioccupazione della Sicilia, nel 1822 al soffocamento delle rivolte nel Cilento, nel 1828 ancora nel Cilento e a Laurenzana e Calvello nella Basilicata, nel 1837 in Sicilia e negli Abruzzi, nel 1841 all'Aquila, negli anni 1847 e 1848 a Messina, a Napoli, nelle Puglie e nel Cilento, per tutti gli anni cinquanta le rivolte nell'isola furono frequenti. Nel 1860 si ebbe l'ultima, decisiva rivolta di Palermo e dell'isola. Inoltre dovette opporsi a tre tentativi esterni di sollevare le popolazioni, quello di Gioacchino Murat del 1815, dei fratelli Bandiera del 1844 e di Carlo Pisacane nel 1857. Grande impressione fece il fallito attentato al re al Campo di Marte a Capodichino da parte di Agesilao Milano soldato dell'undicesimo battaglione Cacciatori. La morte gli venne data per impiccagione "col quarto grado di pubblico esempio". Fu portato al patibolo vestito di nero, con un velo nero sul volto, a piedi scalzi e con un cartello "uomo empio" nella piazza del Cavalcatoio presso Porta Capuana. Con il metallo della sua carabina e della baionetta venne fusa una statuetta della Madonna dell'Immacolata che venne donata alla famiglia reale.

L'impresa dei Mille


"Carta d'insieme della Sicilia"

Nel 1859 morì a Napoli a 49 anni Ferdinando II cui successe il figlio ventiquattrenne Francesco II. Veniva così meno l'ultimo baluardo al dissolvimento del regno. "... mancato esso appunto nel gran momento del bisogno, non si trovò chi abbrancasse il timone; e lo stato fra' marosi fu nave senza pilota". ll console sardo a Napoli nell'agosto 1859 esaminava con acutezza la nuova situazione creatasi. Il regno era indebolito, in preda a una profonda crisi morale, ma le forze rivoluzionarie interne non erano in grado di rovesciare il governo e occorreva quindi una forza esterna che non poteva essere il Piemonte per la recisa opposizione delle potenze continentali europee. La rivolta avrebbe dovuto iniziare in Sicilia da sempre in endemica rivolta contro i Borboni e doveva essere guidata da un capo carismatico al cui nome la gente accorresse; tale era Garibaldi uomo da lanciarsi in una impresa dalle incognite paurose. Sulla valutazione del console sardo concordava il De Sivo "V'era un malessere latente inesplicabile, una fiacchezza uffiziale tra gagliardie di parole, un'audacia speranzosa fra' tristi, un malcontento sfiducioso fra gli amatori della patria e della monarchia. Veri oppressori e finti oppressi lavoravano concordi per contrario verso all'opera stessa". E il Buttà, cappellano del 9° Cacciatori "... eravi molto marcio nell'esercito e poca coesione".

All'epoca dello sbarco di Marsala la Sicilia era presidiata da 21.000 soldati con 64 pezzi di artiglieria quasi tutti concentrati nella capitale. Di essi saranno impiegati rispettivamente duemila e quattromila soldati nelle battaglie di Calatafimi e Milazzo e, in disordinate scaramucce, poche centinaia di uomini a Palermo. Comandante in capo era il settantuenne tenente generale Paolo Ruffo principe di Castelcicala di nobile famiglia calabrese nei cui ricordi giovanili vi era la partecipazione alla battaglia di Waterloo del 1815, "uomo buono a ubbidire, salvo l'onestà e la fedeltà, non avea pregio da stare in tanta sede". Verrà sostituito dall'inetto settantaduenne generale Ferdinando Lanza "tristo amministratore, mediocre soldato, niente generale". Al 23 maggio in Palermo aveva a sua disposizione 571 ufficiali, 20.290 soldati, 684 cavalli, 457 muli e 36 cannoni.

La battaglia di Calatafimi

"Cumannà pe sapè avimmo vinciuto o avimm perdut?". Queste parole pronunciate da un oscuro soldato napoletano dell'ottavo Battaglione Cacciatori dopo Calatafimi furono forse la migliore definizione della battaglia e l'epitaffio funebre dell'esercito del Regno delle Due Sicilie. Uno scontro confuso, una zuffa violenta tra 1.089 volontari venuti dal nord, aristocrazia morale di una nazione che si sarebbe chiamata Italia guidati da un geniale comandante di bande dal nome carismatico a cui si aggiunsero 200 picciotti siciliani e circa 2.000 cafoni analfabeti, soldati di mestiere che nulla sapevano, legati al loro Re, il giovane inesperto Francesco II da un vincolo di fede e dal giuramento prestato. Ai tricolori sventolanti rispondevano "Viva o' re!" e avanzavano per dare o ricevere la morte. Tra essi primeggiavano i Cacciatori quasi tutti abruzzesi, "Belli, prodi e svelti" come lì descrive il De Sivo. La colonna borbonica proveniente da Palermo agli ordini del brigadiere generale Landi era composta dall'ottavo Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore Sforza, dal secondo Battaglione del decimo Reggimento di linea al comando del tenente colonello Pini, dal secondo Battaglione Carabinieri del tenente colonello De Cosiron, da quattro obici e da uno Squadrone di Cacciatori a cavallo..

Il brigadiere generale Francesco Landi all'epoca aveva 68 anni. La sua carriera può rappresentare il paradigma dell'ufficialità borbonica e delle traversie che subì nel corso della breve storia del Regno. Sottotenente agli ordini di Gioacchino Murat re di Napoli aderì al regime borbonico e, con il grado di capitano, prestò servizio nel terzo Reggimento di linea Regina. Dopo i moti costituzionali del 1820 fu radiato dall'esercito nel quale fu riammesso solo nell'ottobre 1836. Nel 1848 partecipò alla repressione dei moti calabresi, maggiore nel 1849, tenente colonnello nel 1856, comandò il nono Battaglione Cacciatori e poi il sesto Reggimento di linea Farnese a Palermo. L'anno successivo fu promosso colonnello e partecipò alla repressione dei moti siciliani. Il 19 aprile 1860 fu nominato brigadiere generale. Poteva dirsi fortunato perché l'età media dei capitani del sedici reggimenti di linea era di sessant'anni. Della battaglia vi sono state decine di descrizioni, ma sembra che essa abbia avuto il classico schema che caratterizzava la tattica di Garibaldi.

Era l'unico tra i capi italiani che godeva della considerazione dei militari austriaci, tanto che il generale D'Aspre e gli ufficiali del secondo corpo d'armata austriaco ne avevano un ammirato ricordo dopo le operazioni del luglio 1848 in Lombardia. Non va dimenticato che il Bandenfuehrer, così veniva definito nelle accademie militari austriache ove si studiavano i suoi procedimenti tattici, agiva al di fuori degli schemi classici avendo sempre e solo a disposizione volontari, soldati motivati, "pensanti", di buona tempra, fortemente caratterizzati dai loro ideali e pronti a morire ma privi di disciplina, dall'affrettato addestramento, incapaci di manovre troppo elaborate. Molti hanno già combattuto con Garibaldi e hanno quell'inestimabile vantaggio che viene dalla fiducia nei capi. Come i cittadini soldati della Rivoluzione francese sono privi di tende e di zaini e hanno in dotazione oltre il fucile solo una coperta e un tascapane, si muovono con straordinaria velocità sulle assolate strade siciliane. L'armamento è particolarmente mediocre. Dei fucili scriverà George Maculay Trevelyan "erano moschetti a calibro liscio, arrugginiti dalla vecchiaia, già ad acciarino, poi trasformati a percussione, e finalmente venduti dalle autorità militare perché fuori uso". Avevano una gittata teorica di trecento metri con scarsa precisione. Solo i Carabinieri genovesi erano dotati di carabine e di addestramento al tiro. Era quindi la baionetta l'arma sulla quale contava il generale nizzardo "Tirare sul nemico bisogna ammazzarlo, perché tirare senza ferire insuperbisce il nemico e dà a noi ben meschina opinione, dunque bisogna essere ben parchi nel tiro, e ricorrere, se si debba pugnare, allo spediente più spiccio della baionetta" dichiara in un proclama del sette maggio. La baionetta, il cui uso nel tempo diventerà sempre più raro era un'arma di particolare efficacia in mano a soldati risoluti.

Il generale russo Suvarov sentenziava "La palla è cieca, la baionetta sa quello che vuole!" ma l'effetto era specialmente psicologico. A una carica portata con decisione si aveva come reazione in linea di massima la fuga dell'avversario che si sottraeva al combattimento. Su questo, anche alla luce dell'esiguo numero di feriti da baionette, sono concordi la maggior parte degli studiosi di cose militari. Dallo storico italiano Pieri al generale medico Larrey dell'esercito napoleonico al britannico Majdalany che scrisse sulla battaglia di Montecassino all'ottocentesco teorico francese Ardant du Picq il quale osservava "Ogni nazione europea proclama 'Nessuno ha il coraggio di affrontare una nostra carica alla baionetta'. E tutti quanti hanno ragione".

Garibaldi, che ha finalmente trovato un carta geografica della Sicilia vanamente cercata a Genova, da Marsala puntò su Salemi, posizione naturalmente forte, attendendo le promesse bande di picciotti siciliani. Il brigadiere Landi "vecchio e malaticcio" come lo definì il De De Sivo, impossibilitato a montare a cavallo, al comando una colonna mobile i cui effettivi si calcolano a 2.835 unità secondo Battaglini e Agrati, 3.000 per il De Sivo e 4.000 per il De Cesare si attestò nel castello saraceno di Calatafimi, posizione strategica dalla quale dominava l'incrocio delle due strade che da Trapani e Salemi per Alcamo conducevano a Palermo. Mandò in avanti il maggiore Sforza con l'ottavo Cacciatori, la compagnia cacciatori del decimo di linea, la seconda compagnia cacciatori del secondo Battaglione Carabinieri, due obici e 24 cavalieri con l'ordine di "circolare per la campagna" in una dimostrazione di forza ma non di "impegnare battaglia".

Inizia qui la prima di una interminabile sequela di errori tattici dei generali borbonici, errori che vennero limpidamente fotografati dal giornale francese Charivari in una vignetta che rappresenta l'esercito con soldati dalla testa di leone, ufficiali dalla testa di asino e generali senza testa. Aggiunge lo storico Carlo Corsi "[i generali borbonici] non furono traditori, ma incredibilmente inetti e noncuranti, non solo della causa che difendevano, ma della loro stessa reputazione; nessuno, nessuno eccettuato". Immancabili furono le accuse di tradimento rivolte loro, accuse che, come quelle rivolte agli alti gradi delle forze armate italiane negli anni seguenti al 1945, fanno venire alla mente le parole di Montesquieu "un governo e una nazione portano nella guerra l'impronta morale che li segna". Distaccare più della metà delle forze per una esplorazione appare eccessivo, si tratta di un reparto troppo numeroso per il compito e troppo esiguo per lo scontro anche se i garibaldini erano considerati non soldati ma "filibustieri". Lo Sforza poi, che come quasi tutti i comandanti dei Cacciatori rappresentava l'élite degli ufficiali del Regno, o si fa prendere la mano dai suoi uomini che vogliono combattere o ha paura di passare per vile, paura che in battaglia spesso ha provocato più disastri della paura stessa e dimentica il principio machiavellico "Saper nella guerra conoscere l'occasione e pigliarla, giova più che niuna altra cosa". A Calatafimi "l'occasione" consisteva in una tattica temporeggiatrice in attesa dell'arrivo del resto della colonna che avrebbe dato ai napoletani una schiacciante superiorità.

I due schieramenti si fronteggiano da opposte alture. Racconta Garibaldi nelle sue Memorie che i reparti ai suoi ordini erano schierati su quelle di Vita "formidabilmente scoscese", i Carabinieri genovesi gli unici armati di buone carabine al comando di Mosto in modo visibile, i restanti al coperto. I Borbonici su quelle dette di "Chianti di Rumani", nome secondo Garibaldi in memoria di una sconfitta patita dai romani, altri più esattamente dei vigneti della famiglia Romano. Tra i due schieramenti "uno spazioso terreno con pianure ondulate e poche cascine di campagna". Disattendendo l'ordine superiore e l'aureo principio napoleonico di concentrate la maggiore quantità di forze nel punto esatto, che i tedeschi chiamano lo schwerpunkt (punto principale di sforzo), alle ore 13, in un caldo soffocante, il maggiore Sforza col sostegno di due pezzi di artiglieria ordina l'attacco.

Abba, autore delle Noterelle di Uno dei Mille, che vede avanzare i Napoletani scrive: "Che Calma! Che sicurezza nei loro movimenti!". Garibaldi che se ne intende esclama: "Per Dio come manovrano bene! Sono belle truppe davvvero" e in seguito: "I Napoletani si batterono come leoni, e certamente non ho avuto in Italia un combattimento così accanito, né avversari così prodi ...". I Mille li attendono a pié fermo, l'ordine è di risparmiare le scarse munizioni, di non sparare. La tensione è però troppo forte, i Carabinieri, vedendo i soldati napoletani scendere lentamente l'erta avanzando nel piano a loro volta scattano al contrattacco, inutilmente il Generale fa suonare l'alt, non riesce a fermarli e allora ordina l'attacco generale. I borbonici arretrano sulle alture, i garibaldini avanzano all'arma bianca sostenuti dalle carabine dei carabinieri, inerpicandosi faticosamente sotto il fuoco. La zuffa, perché di zuffa si tratta, é violentissima, è ferito a una mano Menotti Garibaldi e ucciso il portabandiera Schiaffino, il tricolore gli viene strappato. Luigi Lateano, il cacciatore che conquista la bandiera donata a Garibaldi dalle donne di Valparaiso, passa alla storia, é promosso sergente, nominato cavaliere del Real Ordine Militare di San Giorgio, gratificato con 200 scudi. La salita sembra non finire mai tra piattonate, colpi di baionetta, urla, lamenti, spari e imprecazioni. La collina é composta da una serie di terrazze coltivate a vigna, dietro le quali di volta in volta le Camicie Rosse riprendono fiato e si contano, molti non hanno munizioni, scoprono che la guerra é l'inferno come dice un vecchio proverbio scozzese. I morti e i feriti sono molti, i soldati sono stravolti, sfiniti, la battaglia arriva a quel punto nel quale la vittoria é legata a un capello.

Un uomo come Bixio, dal coraggio eccezionale, chiede a Garibaldi se non conveniva ritirarsi. La risposta secondo alcuni non é quella passata alla storia "Nino, qui si fà l'Italia o si muore" ma un'altra, terribile nella sua semplicità: "E dove andiamo?". Ha davanti a sé il ricordo dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane, sa che i volontari fiaccati dalla battaglia non si ritireranno con ordine, sa che i siciliani che contano aspettano l'esito dello scontro per stabilire da quale parte voltarsi, sa che molti ufficiali borbonici "andavano con la fortuna" come elegantemente dice il De Sivo. Scriverà nelle sue Memorie "I magnatti, ossia gli uomini del privilegio pria di avventurarsi in un impresa, vogliono assicurarsi da che parte soffia il vento della fortuna". Intanto i Cacciatori sono rimasti senza munizioni, non indietreggiano, scagliano sassi contro gli attaccanti. Ricorda Garibaldi "ci scaraventarono delle pietre", colpito a un fianco da un grosso sasso, con il suo straordinario colpo d'occhio realizza che è il momento, il punto decisivo della battaglia e ordina l'assalto generale.

Quando le trombe dei Napoletani suonano la ritirata il sollievo dei Garibaldini é enorme. Stanchi, scorati, quasi privi di munizioni, avevano dato fondo a tutta la loro forza morale. I Cacciatori si ritirano con ordine "...come stessero in un campo a istruirsi ... allontanandosi lentamente. Fin Garibaldi stette a mirarli un pezzo in quelle loro belle mosse..." scrive l'Abba nella Storia dei Mille. Nell'ordine del giorno di Garibaldi dopo la battaglia si legge "Deplorando la dura necessità di dover combattere soldati italiani noi dobbiamo confessare che trovammo una resistenza degna di uomini appartenenti a una causa migliore". Da entrambe le parti le perdite sono pesanti, le cifre sono le più varie. Vanno da cira cinquanta a un centinaio di morti per parte.

Soccorso, pronto soccorso

Carlo De Cristoforis e Carlo Pisacane, studiosi militari uniti dalla morte in combattimento per l'Italia, osservavano rispettivamente che i capi dovevano avere "l'energia, la continuità nell'esecuzione, la fermezza" e "Per concepire ed effettuare un disegno strategico è indispensabile la più difficile di tutte le qualità, il carattere". Il sessantottenne brigadiere Landi, patetico vegliardo, inizia il suo rapporto sulla battaglia con le parole: "Soccorso, pronto soccorso", sostiene "i nostri hanno ucciso il gran condottiero degli Italiani e presa la loro bandiera che noi conserviamo; sventuratamente un pezzo di artiglieria caduto dal mulo, è rimasto tra le mani dei ribelli, e questo mi spezza il cuore". Confonde Garibaldi con Schiaffino, farnetica di migliaia e migliaia di nemici che lo circondano, crede di essere stato assalito da truppe regolari "erano in numero immenso, temo di essere assalito nelle posizioni che occupo, mi difenderò finchè mi sarà possibile, ma se un pronto soccorso non mi giunge, dichiaro che non so come le cose finiranno".

All'alba del sedici maggio abbandona Calatafimi, inizia una precipitosa ritirata, vanamente opponendosi il consiglio di guerra che ha convocato, "Di fatto parecchi soldati, uscenti rabbiosi dalle righe, con gravi voci chiedevano al brigadiere di combattere". Soccorrono le parole di Nelson "Se un uomo si consulta sul se deve combattere sicuramente la sua posizione è contraria al combattimento". E' un uomo fortunato, in Calabria i soldati del primo Reggimento di fanteria di linea inferociti dall'atteggiamento rinunciatario del generale Briganti lo uccideranno sulla strada di Monteleone. Racconta il De Sivo "il capo tamburo del 15° reggimento di linea ... gli si fece incontro, ordinandogli: "Dì Viva il Re!", poi a bruciapelo lo colpì con una fucilata. A quel colpo ne seguirono altri dieci, venti, cinquanta... poi una massa imbestialita di soldati si gettò sul cadavere e ne fece scempio".

Landi non si ferma che a Palermo, tormentato per i 118 chilometri che separano Marsala da Palermo, dalle bande di picciotti che cominciano a insorgere, miserando esempio di quello che può la viltà e l'inettitudine di un capo sul valore dei soldati. Molti storici definirono quella di Calatafimi una scaramuccia e tale fu, ma ebbe una importanza immensa, segnò il principio della fine di una monarchia, la caduta di un re abbandonato da tutti tra lo stupore dell'Europa, la nascita di una nuova nazione che riuniva un paese diviso da 1.400 anni. Garibaldi così scriveva "La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la brillante campagna del '60".

Di fronte all'ignavia dei generali, "si mandavano innanzi i dappochi, rattenevansi in quartiere gli animosi" sta il coraggio dei soldati. Quando il 6 giugno 1860 Palermo è abbandonata ai garibaldini in modo vergognoso un soldato dell'ottavo reggimento di linea uscito dalle file, si rivolge al comandante in capo generale Lanza "Eccellenza, vè quanti siamo! E ce ne andiamo così?". Queste parole evidenziavano lo sbigottimento, la confusione, lo stupore di soldati sballottati da ordini diversi, incerti e confusi, sconfitti senza combattere da un nemico inferiore per numero e armamenti. Si ebbe con questo spirito il fenomeno straordinario di un esercito che da una serie di sconfitte uscì rinsaldato e depurato degli inetti e dei doppiogiochisti, si battè con valore sul Volturno, arrendendosi a Gaeta dopo un lungo assedio, nella vana speranza, come scriveva Machiavelli "che accordo o che aiuto esterno lo liberi". Del suo re va ricordato il proclama che rivolse l'8 dicembre 1860 ai Napoletani da Gaeta assediata "In mezzo a continue cospirazioni non ho fatto versare una goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore più tenero per i miei sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nell'onestà degli altri, se l'orrore istintivo del sangue, meritano tal nome; si, certo io sono stato debole. Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara capitale, senza essere cacciato da voi, per non esporla agli orrori di un bombardamento. Questi sono i miei torti. Preferisco i miei infortunii ai trionfi degli avversari".

L'ottavo Cacciatori successivamente combatté valorosamente a Milazzo a difesa di Messina che dopo l'ignominiosa resa di Palermo era rimasta l'ultima piazzaforte siciliana in mano ai Borboni. In seguito trasferito via mare a Napoli e acquartierato a Caserta partecipò alla battaglia del Volturno, dopo aver riconquistato Caiazzo, causando ai Garibaldini la perdita di 1.500 soldati tra morti, feriti e prigionieri. Dopo la sconfitta lo ritroviamo in Gaeta, ove rimase in armi fino al 15 febbraio 1861, quando la bandiera del Regno delle Due Sicilie fu per l'ultima volta ammainata.

Quale fu il destino di quei soldati? Travolti dal crollo generale, alcuni tornarono alle loro case accolti con scherno o indifferenza, altri finirono i loro giorni davanti ai plotoni di esecuzione dopo essere stati sbrigativamente etichettati come briganti, altri ancora si arruolarono nel Regio Esercito; frazionati tra i nuovi reggimenti furono trasferiti nelle caserme del nord Italia, ove spesso subirono lo sprezzo di ufficiali e sottufficiali piemontesi sulle cui capacità militari Custoza non si era ancora pronunciata. Scriveva Francesco Ferruccio secoli prima "Di niente è da imputare ai soldati, ma solo da imputare chi li comanda". L'Esercito Borbonico nove mesi dopo Calatafimi terminava la sua esistenza. Tutti i giudizi emessi su di esso furono negativi, molti sarcastici. Benedetto Croce napoletano nel quale l'altissima sapienza non fu mai disgiunta da un meridionale buon senso, scriveva nel 1924: "Confondendo due cose diverse, la saldezza politica degli eserciti e l'attitudine militare della nazione, si appagarono ... [gli storici] di un superficiale giudizio dispregiativo ...".

Bibliografia

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