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Terra senza pace, i Balcani nella seconda guerra mondiale
di Roberto Roggero ©
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La spirale verso la guerra

Le manovre politiche di Hitler

La penisola balcanica ha sempre occupato una posizione strategicamente molto importante nell'equilibrio tra l'Est e l'Ovest europeo, importanza accresciuta dalle risorse del sottosuolo come rame, ferro e altri materiali necessari all'industria di un paese in guerra. Il territorio, già al centro delle vicende che avevano causato la prima guerra mondiale, ora balzava di nuovo e prepotentemente in primo piano. L'Alto Comando tedesco è sempre più ossessionato dalla impossibilità di fronteggiare una guerra su diversi fronti e il fuhrer decide quindi di giocare le proprie carte sul piano diplomatico prima che su quello militare, per poter dare inizio alla naturale espansione del Germanesimo verso est, secondo le teorie esposte in "Mein Kampf".

Già dall'ormai lontano 1934 Hjalmar Schacht, ministro dell'Economia e presidente della Reichsbank, era riuscito, con spregiudicate manovre finanziarie, ad avvicinare gli stati balcanici alla Germania perseguendo intelligenti accordi commerciali e la vendita di armi della prima guerra mondiale e varie attrezzature, garantendo al Reich l'afflusso regolare di materie prime per l'industria. Il paese che maggiormente interessa al Reich è la Romania, che già nel '30 riusciva a produrre oltre 3 milioni di tonnellate annue di carburante sintetico, necessarie a Hitler per poter fronteggiare la guerra che aveva intenzione di scatenare contro l'Unione Sovietica. Le prime battaglie sul piano diplomatico sono vinte senza sforzi eccessivi: nel 1939 la Romania si accorda con Berlino per l'esportazione di materie prime, escludendo la concorrente Inghilterra. Dopo la Romania, e dopo l'occupazione italiana dell'Albania, sia Bulgaria che Jugoslavia e Ungheria, decise a rimanere neutrali, saranno, loro malgrado, intrappolate nelle manovre economiche tedesche e poste davanti a scelte obbligate per non subire l'occupazione nazista.

Rimane la Grecia, che per il suo orientamento filo-britannico costituisce un probabile obiettivo militare. Ma perché paesi sia pur in grado di opporre una resistenza diplomatica se non militare, sono stati in così breve tempo attirati e imprigionati nelle trame imperialiste del Reich ? La risposta è una sola: avrebbero potuto evitare il coinvolgimento, almeno ancora per qualche tempo, se avessero opposto alle aspirazioni di Hitler e Mussolini un fronte compatto, ma sono essi stessi su posizioni in contrasto fra loro e l'Asse avrebbe avuto partita facile nel fomentare le rivalità reciproche, particolarmente a riguardo delle questioni territoriali rimaste irrisolte al termine della prima guerra mondiale. Si erano quindi creati due blocchi: da una parte Romania, Grecia e Jugoslavia, dall'altra Bulgaria e Ungheria. La questione ha però il proverbiale "rovescio della medaglia": ciò che preoccupa Hitler è il pericolo di un'invasione sovietica di tali territori prima che fosse scattata l'operazione Barbarossa dal momento che Mosca, secondo gli accordi di non-aggressione con Berlino, già reclama la Bessarabia e la Bucovina settentrionale di popolazione ucraina proprio a spese della Romania. Per non compromettere tali accordi Hitler lascia che l'Armata Rossa occupi le regioni in questione, non invia alcun aiuto né propone la mediazione della Germania.

Sull'esempio della Russia, pochi mesi dopo anche Bulgaria e Ungheria reclamano i possedimenti persi con i trattati degli anni Venti ma questa volta la Romania ordina la mobilitazione dell'esercito. Quando la crisi è sul punto di scoppiare il fuhrer decide di intervenire inviando una lettera ufficiale al sovrano e dittatore Carol II pregandolo di tornare sulla decisione di aprire le ostilità, e di risolvere, questa volta con la mediazione della Germania, ogni questione al tavolo delle trattative. Dopo non poche difficoltà, dal momento che le richieste bulgare sono di portata limitata (riguardano infatti solo una parte della Dobrugia meridionale), re Carol decide di accettare, mentre si dimostra più che mai contrario a considerare le richieste ungheresi sulla Transilvania di popolazione magiara. Quando i colloqui si interrompono per manifesta incompatibilità delle parti in causa, Hitler interviene drasticamente imponendo la sua legge.

I rappresentanti di Romania e Ungheria sono convocati a Vienna per un ultimo tentativo, ma si rendono subito conto che non si tratta più di prendere parte attiva alla definizione degli accordi, bensì di essere obbligati a sottoscrivere un trattato già deciso dalle potenze dell'Asse, redatto dal ministro von Ribentropp: restituzione all'Ungheria di 1/3 della Transilvania settentrionale, con usufrutto per la Romania di tutte le risorse del sottosuolo. E' il documento diventato noto come Arbitrato di Vienna. Le conseguenze sono un improvviso raggelamento dei rapporti russo-tedeschi e la fine della dittatura del re Carol II. In verità Hitler non si è mai fidato del monarca rumeno e non si mostra dispiaciuto più di tanto quando, il 6 settembre '40, abdica in favore del figlio Michele e delega i poteri al generale filo-nazista Antonescu, il quale si affretta a richiedere ufficialmente l'intervento militare tedesco per paura di rivolte popolari e per la protezione dei giacimenti petroliferi. Così la Wehrmacht entra in Romania "legalmente" e a testa alta, con la 13ª divisione corazzata, reparti d'assalto e unità contraeree.

Mussolini, di fronte a tale improvvisa mossa, si sente in un certo qual modo scavalcato dal suo alleato, ed è allora che prende forma nella sua mente il progetto di invasione della Grecia. è ormai una questione politica e di prestigio: l'Italia non poteva permettersi di apparire come un semplice spettatore o peggio, come un "cane al guinzaglio della Germania" che aspetta gli avanzi del padrone.

L'attacco italiano alla Grecia

Mentre le truppe corazzate tedesche marciano vittoriosamente in Francia, anche Mussolini si appresta a entrare nell'arena dei contendenti con due armate: la 4ª del generale Alfredo Guzzoni sul fronte del Gran San Bernardo e la 1ª del generale Pintor, dal Granero al mare, per un totale di 22 divisioni e gruppi specializzati, cioè 300mila uomini con oltre 10mila ufficiali. In questo periodo, le truppe di presidio in Albania sono circa 70mila soldati agli ordini del generale Visconti-Prasca (oltre al contingente dell'Egeo di 25mila uomini ben equipaggiati agli ordini del generale DeVecchi). A questi si devono aggiungere le forze del fronte est del generale Grossi (2ª Armata del generale Da Tarvisio, 6ª armata del generale Vercellino e 8ª Armata del duca di Bergamo con poco più di 200mila uomini); la riserva nazionale (7ª armata del duca di Pistoia, 42mila uomini); le 14 divisioni di Italo Baldo in Nord Africa (200mila soldati) e le truppe dell'Africa Orientale di Amedeo d'Aosta (180mila coloniali e 70 regolari), l'Italia mobilita un esercito di circa 1 milione e 300mila uomini, con 50mila ufficiali.

Gli avvenimenti si susseguono veloci: il 12 e 13 giugno l'aviazione italiana apre le ostilità contro una Francia ormai vinta, con il bombardamento di Tolone, poi le incursioni su Biserta, Calvi e Bastia in risposta alle precedenti della RAF su Genova e Torino. Il comandante della marina francese, ammiraglio Darlan, autorizza la risposta militare con un bombardamento navale delle installazioni portuali della Liguria compiuto il 14 luglio, nello stesso momento in cui i carri della Wehrmacht arrivano a Notre Dame e agli Champs-Elisée. Una flotta di 11 cacciatorpediniere e 4 incrociatori puntano i cannoni su Vado Ligure, Genova e Arenzano, colpendo alcune installazioni ma senza arrecare gravi danni, salvo la morte di una decina di operai. L'incursione francese agli occhi del duce assume un aspetto di vera e propria fida, che esigeva una risposta altrettanto determinata.

Verso la fine del 1940 Hitler sembra ancora indeciso sulle priorità militari per l'anno seguente: dopo gli incontri di Montoire con il maresciallo Pètain e di Hendaye con il generale Franco (che riesce abilmente a non coinvolgere la Spagna e rifiuta il permesso di transito alla Wehrmacht per impadronirsi di Gibilterra secondo il piano denominato Felix) sembra manifestare l'intenzione di riprendere la battaglia per stroncare l'Inghilterra e proseguire con il piano Seelowe anche se, d'altra parte, nella sua mente è già ben presente il progetto di invasione dell'Unione Sovietica, i cui rapporti con Berlino avevano subìto un aumento di tensione a causa della questione rumena. Il ministro degli Esteri Ribentropp insiste perché il fuhrer incontri Stalin allo scopo di chiarire ogni dubbio, ma Hitler sa bene che il dittatore sovietico non avrebbe mai acconsentito a venire in Germania nè lui ha alcuna intenzione di recarsi a Mosca e a tale scopo autorizza Ribentropp a inviare una lettera ufficiale al Cremlino per invitare nella capitale del Reich il ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Molotov.

I problemi che assillano Hitler sono, come sappiamo, il tempo e la segretezza relativi ai progetti di attacco a Est, che sembrano minacciati da un messaggio inviato alla Cancelleria dall'alleato italiano riguardo alla situazione nei Balcani: Mussolini si lamenta dell'atteggiamento del dittatore greco Metaxàs e di certe sue non meglio definite provocazioni, e lamenta il mancato avvertimento da parte dell'alleato tedesco riguardo alla occupazione dei pozzi petroliferi in Romania. Hitler deve quindi fare il possibile per evitare che chiunque venga a minacciare la preparazione dell'operazione Barbarossa, in modo particolare l'Italia, stando attento a non far nascere sospetti a Mosca. Senza perdere tempo Ribentropp contatta il ministro degli Esteri italiano, Ciano, per organizzare un incontro tra i due rispettivi capi, la data viene fissata il 28 ottobre a Firenze. Ciò che Hitler non sospetta è che il duce già dal 12 agosto ha in mente di invadere la Grecia, come riferisce lo stesso Jacomoni (rappresentante italiano in Albania) nelle proprie memorie: quel giorno è accompagnato da Ciano e da Visconti-Prasca a colloquio col duce, il quale domanda se le truppe disponibili in Albania fossero in grado di portare a termine una occupazione-lampo dell'Epiro a prescindere dalle reazioni che una azione simile avrebbe causato sia da parte della Grecia sia dei suoi simpatizzanti. Jacomoni aveva risposto, molto realisticamente e senza mezzi termini, che una conquista dell'Epiro avrebbe potuto essere effettuata solo se nessuno avesse reagito, e se i greci non avessero combattuto.

Nonostante questo, il 14 agosto il duce convoca il capo dello Stato Maggiore Generale, maresciallo Badoglio, ordinando la mobilitazione per un attacco alla Grecia attraverso l'Albania, occupata l'anno precedente, per impadronirsi della penisola ellenica, delle Isole Ionie, dell'Epiro e Corfù in un tempo non superiore ai tre mesi, con l'impiego di almeno 20 divisioni. Mussolini si sarebbe incaricato personalmente di mettere al corrente l'alleato tedesco, proprio come era avvenuto in occasione dell'invasione della Polonia e della Norvegia da parte della Wehrmacht. Il 15 ottobre il duce riunisce a Palazzo Venezia il ministro degli Esteri Ciano, il maresciallo Badoglio, il sottosegretario alla Guerra Soddu, il sottocapo di Stato Maggiore dell'esercito generale Roatta, il comandante del fronte albanese, generale Visconti-Prasca, il luogotenente generale del re in Albania Jacomoni, il proprio segretario personale Sebastiani e il colonnello Trombetti, consigliere militare. Vengono ufficializzati gli ordini di occupazione e redatto l'ultimatum da consegnare al governo greco. Per assicurarsi maggiori possibilità di successo nasce anche l'idea di proposte alla Bulgaria, la quale rifiuta.

L'operazione Emergenza-G è quindi avviata, e della riunione rimane un verbale completo: Mussolini inizia a esporre le direttive stabilendo l'occupazione in forze della costa meridionale albanese comprese le isole ionie e Salonicco, progetto da lui stesso elaborato da affiancare al piano Emergenza-G. La sperata ma non ottenuta collaborazione della Bulgaria non viene definita elemento determinante, quindi prende la parola Visconti-Prasca, che stima la presenza greca in Epiro non superiore ai 30mila uomini e il periodo necessario per l'occupazione del territorio in circa due settimane. Salonicco avrebbe invece richiesto non meno di 60 giorni; gli obiettivi primari restano Atene e i porti sull'Egeo. Interviene poi Badoglio, dicendo che per la riuscita del piano, e per scongiurare il probabile intervento inglese, si doveva contemporaneamente agire anche in Nord Africa, ma che l'occupazione della Grecia, in ogni caso, non si sarebbe potuta effettuare con meno di 20 divisioni. Visconti-Prasca ribatte che se altre truppe dovevano essere impegnate in Grecia, dipendeva esclusivamente dal buon avvio dell'operazione Emergenza-G, ed eventuali rinforzi sarebbero stati inviati una volta occupato l'Epiro. Dopo quasi due ore, la riunione ha termine con Mussolini che stabilisce gli ordini definitivi: attacco in Epiro, pressione su Salonicco, marcia su Atene. L'attacco sarebbe iniziato il 28 ottobre.

Il colloquio, che è all'origine della sfortunata avventura in Grecia, è dominato da diversi elementi contrastanti: il duce più che mai ansioso di prendersi una rivincita su Hitler, Ciano che pensa egoisticamente a una sua guerra privata, Jacomoni che si dimostra sorprendentemente superficiale, e infine Badoglio e Roatta che, sebbene coscienti della pericolosità dell'iniziativa, non hanno la forza di imporre il loro punto di vista. I motivi che inducono il duce a intraprendere Emergenza-G sono d'altra parte comprensibili solo inserendo tale iniziativa nel quadro generale dell'anno 1940: l'alleato tedesco ha conquistato fulmineamente Polonia, Paesi Scandinavi, Paesi Bassi e Francia, e la maggiore preoccupazione di Mussolini, in ragione della disparità di successi, è quella del ruolo che avrebbe avuto l'Italia nella nuova Europa dominata dall'Asse. Che Hitler intendesse comprendere i Balcani nella sfera di influenza tedesca è chiaro da quando i corpi mobili contraerei della Luftwaffe prendono posizione in Romania per difendere gli impianti petroliferi di Plojesti dalle incursioni britanniche, tuttavia da questo momento fino alla vigilia dell'attacco, la preparazione italiana alla conquista della Grecia è dominata da frenesia e superficialità.

Sul piano prettamente diplomatico l'unico passo era stato quello della proposta di non-aggressione e di tacita collaborazione rifiutata dalla Bulgaria mentre, su quello militare, un errore segue l'altro: i progetti operativi sono studiati senza considerare nè il potenziale dell'esercito greco, nè la capacità dei porti e degli scali aerei albanesi destinati alla raccolta delle truppe, nè le previsioni atmosferiche. Si è avanzata anche l'ipotesi, fra diverse altre, che tutto questo sia stato influenzato dalla presenza, in seno allo Stato Maggiore e al governo ellenico, di alcuni personaggi che dovevano operare dall'interno a favore dell'Italia (grazie a una grossa somma utilizzata per corrompere tali funzionari) i cui uomini sarebbero dovuti arrivare ad Atene in un tempo breve, incontrando resistenza trascurabile, ma non si ha la prova dell'esistenza di personalità corrotte in seno agli ai Comandi greci, e gli avvenimenti seguenti, smentiscono decisamente tale ipotesi.

Badoglio, pur sfiduciato, si mette all'opera ma da subito gli alti ufficiali di Stato Maggiore consultati danno opinioni contrarie a un'invasione nei Balcani; lo stesso maresciallo comunica al duce che le truppe presenti in Albania, 8 divisioni, non sarebbero state sufficienti, né adeguatamente equipaggiate, per fronteggiare la traversata dei monti greci con il rigido clima invernale, ma tutte le lamentele non hanno altro effetto che irritare Mussolini, il quale avverte Badoglio che sarebbe stato sostituito qualora non avesse intrapreso il trasferimento delle altre 12 divisioni necessarie, secondo gli ordini. Il comandante del fronte albanese, generale Visconti-Prasca (che aveva sostituito in giugno il collega Geloso), dispone di 5 divisioni pronte all'impiego: 3 di fanteria (Ferrara, Arezzo e Venezia), una alpina (Julia), una corazzata (Centauro), alcuni reparti autonomi italiani (tra i quali il 3º reggimento Granatieri di Sardegna e, più tardi, il battaglione alpino Monte Cervino) e locali, il che fa arrivare all'effettivo di circa 8 divisioni.

Un primo piano di attacco alla Grecia era già stato studiato dal predecessore, Geloso, con una più che discreta valutazione del territorio in questione, e comprendeva l'occupazione dell'Epiro, della Acarnania fino a Missolungi, e delle isole ioniche, con 11 divisioni, due reggimenti di cavalleria e uno di Granatieri. In seguito, conformemente alle direttive del duce, lo Stato Maggiore modifica il piano Emergenza-G per impiegare 8 divisioni. In seguito, si avvia quella serie di atti provocatori per causare la sperata reazione greca e poter dare inizio all'invasione. Già in agosto il ministro Ciano, che riguardo alla Grecia aveva cambiato il proprio atteggiamento da neutralista ad acceso interventista, aveva messo a punto una strategia politica che preludesse all'aggressione militare, con la complicità del luogotenente generale in Albania, Jacomoni. In Grecia, la situazione era cambiata, da quando il dittatore greco, generale Metaxas, aveva deposto il repubblicano Venizelos dal '36 e seguiva scelte marcatamente fasciste, retaggio dell'educazione compiuta in Germania, ed era dichiaratamente filo-tedesco, ma la linea politica aveva una doppia facciata: all'atteggiamento fascista per gli affari interni, corrispondeva una diffusa anglofilìa in campo estero, e le implicazioni di tale situazione erano diverse e pericolose per Ciano, il quale, inoltre, aveva ricevuto da Mussolini chiari messaggi di completo disinteresse per soluzioni diplomatiche a buon prezzo, che equivaleva alla volontà di una vittoriosa campagna militare.

Ciano si adopera per trovare occasioni di disputa, come quella di presunta ospitalità di ripari per le navi della marina inglese in isole dell'Egeo, o un'altra che rivendicava i diritti di una minoranza albanese in Epiro, ma tutte appaiono prive di solide basi mentre il generale Metaxas, da parte sua, continua a rinchiudersi in uno stato di decisa neutralità, e a nulla valgono gli sforzi e i tentativi di coinvolgimento degli addetti militari italiani ad Atene, Morin e Mondini. La prima azione militare, fra continue accuse e presunte violazioni, è portata dal sommergibile Delfino del comandante Aicardi, il 15 agosto 1940, che affonda l'incrociatore greco Helli nella rada di Tino, e provoca grande risonanza politica perché portata la notte di una importante festività, quando l'isola era affollata di pellegrini. Anche su quest'azione lo Stato Maggiore italiano cerca di salvare la faccia, imputandolo agli inglesi, ma i resti di uno dei siluri, con evidenti tracce di fabbricazione italiana, smentiscono ogni dubbio. Jacomoni e Ciano cercano di sfruttare l'appartenenza etnica della popolazione ciamuriota di nazionalità albanese, montando ad arte la leggenda di un non meglio identificato patriota di nome Hoggja, ricercato dal governo ateniese e ucciso da assassini prezzolati che avrebbero richiesto la taglia. Anche a questa accusa Atene risponde: un certo Hoggja, criminale comune schedato e ricercato per diverse rapine, era stato ucciso ma, stando ai verbali della polizia, nel corso di una rissa.

In Italia, il ministero della Cultura Popolare (Miniculpop) lancia una campagna di propaganda per creare il martire della resistenza. I giornali, la radio e diversi gerarchi fra i più influenti, si impegnano nella glorificazione di Hoggja e della piccola Ciamuria inglobata suo malgrado in Epiro. L'atteggiamento della Germania, in questa disputa, si manifesta quando il ministro Ribbentrop fa sapere che l'alleanza italo-tedesca aveva la priorità della sconfitta dell'Inghilterra, e non poteva permettersi l'apertura di un secondo fronte. Ciano comunica a Berlino che la situazione era di imminente risoluzione tramite accordi diplomatici e l'invio di nuovi reparti armati ai confini albanesi era da considerare una misura precauzionale. Si fa di tutto, insomma, per nascondere al mondo le intenzioni espansioniste, ma Mussolini è comunque preoccupato: il 12 ottobre i contingenti armati della Wehrmacht entrano in Romania sotto richiesta del governo locale, e già dal giorno 8 alcune squadre della Luftwaffe erano disposte per la difesa degli impianti petroliferi a Plojesti. La situazione sembra sull'orlo della crisi e Visconti-Prasca mette in stato di massima allerta le forze ai propri ordini.

Il 26 ottobre (in origine giorno stabilito per l'attacco, poi spostato di 48 ore) Ciano rende partecipe Emanuele Grazzi, ambasciatore italiano ad Atene, dell'ultimatum che questi doveva consegnare alle ore 03.00 del giorno 28, mentre i rinforzi affluiscono in Albania: vengono riuniti oltre 100mila uomini nel Gruppo Litorale e nelle divisioni Siena, Ferrara, Piemonte, Parma, Venezia, Arezzo, Centauro e Julia. Intanto Hitler parte da Montoire il 27 ottobre a bordo del suo treno privato per dirigersi a Monaco da dove avrebbe raggiunto Firenze in aereo, quando la sera stessa gli viene recapitato il messaggio di Mussolini che annuncia di avere dato inizio a un attacco in forze contro la Grecia. Appena giunto nella capitale bavarese un altro messaggio lo avverte che il principe di Bismarck, incaricato del Reich a Roma, è stato convocato dal ministro Ciano per assistere alla lettura dell'ultimatum che l'Italia avrebbe trasmesso al governo greco. Tale documento consiste in una serie di poco chiare richieste appositamente inaccettabili dalla Grecia: la si accusava di fellonia e del tradimento di certi accordi e veniva richiesta la restituzione di alcune postazioni di valore strategico di frontiera, che Ciano trascura deliberatamente di elencare: se entro tre ore (tempo decisamente insufficiente) non si fossero soddisfatte tali richieste avrebbe avuto inizio l'attacco. Inoltre, come pensa Mussolini, anche se fosse stato diramato lo stato d'allarme, le divisioni greche non avrebbero potuto accorrere verso i confini in tempo utile.

L'invasione italiana ha come obiettivi immediati Gianina, Florina, Edessa e Salonicco, quindi l'occupazione dell'Epiro e della capitale. Il dittatore greco Metaxas interpreta l'ultimatum come una vera e propria dichiarazione di guerra (cioè quello che realmente voleva essere) e dirama lo stato d'allarme e la mobilitazione generale. La guerra in Grecia ha inizio con gli ormai sfruttati "incidenti di frontiera", organizzati in realtà da reparti italiani: la notte del 26 ottobre una gruppo di banditi ellenici avrebbe attaccato postazioni di confine presso Coritza uccidendo due albanesi; la notte seguente tre ordigni esplosivi erano stati fatti esplodere da presunti terroristi greci alla tenenza di Santi-Quaranta. Al tempo stesso veniva inviato l'ultimatum di Ciano. All'alba del 28 ottobre, 105mila soldati italiani varcano i confini greco-albanesi dal mare al Lago Prespa, dove si incontrano i confini greco e jugoslavo. L'attacco è portato dal Gruppo Litorale a sud-ovest con il reggimento Granatieri di Sardegna, un reggimento di cavalleria, reparti albanesi e artiglieria; sul fianco vi sono le divisioni Siena e Ferrara. In seconda linea, la divisione corazzata Centauro con 163 carri leggeri, 24 pezzi d'artiglieria, 24 cannoncini anti-carro e alcuni cannoni contraerei; infine come cerniera dello schieramento vi è la divisione alpina Julia del generale Girotti. Queste forze sono destinate all'invasione dell'Epiro: 55mila uomini con circa 150 carri e 300 cannoni.

Nella zona di Coritza si schierano le divisioni Parma, Piemonte e Arezzo (fanteria da montagna, orientata verso la Jugoslavia). In pratica vi sono 87mila uomini contro la Grecia e 12mila a presidio dei confini jugoslavi, cioè 84 battaglioni e quasi 700 cannoni. Le truppe sono inoltre divise in due Corpi d'Armata: il Corpo d'Armata Ciamuria (per l'Epiro) comandato dal generale Rossi, e il 26º Corpo del generale Nasci. La Julia è posta agli ordini diretti di Visconti-Prasca. Il Gruppo Litorale, inoltre, deve avanzare lungo la costa fino a Prevesa, la Julia deve presidiare Passo Metsovo per tagliare i collegamenti tra Epiro e Macedonia, la Siena e la Ferrara (al centro) hanno come obiettivo Gianina, con la Centauro di sostegno. Più a nord la Parma e la Piemonte devono arrivare alla conca di Corcia. Da subito i fanti italiani avanzano ma sono messi in difficoltà dalle avverse condizioni atmosferiche.

Alle 11.00 dello stesso 28 ottobre Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze, in Santa Maria Novella. Il fuhrer, informato all'ultimo momento dell'iniziativa italiana, dissimula l'irritazione. Il colloquio verte sulle condizioni della Francia e le richieste italiane, sulla Spagna che ha rifiutato di entrare in guerra a fianco dell'Asse, sull'atteggiamento diffidente di Stalin e sull'intenzione di proseguire la guerra contro l'Inghilterra. Intanto in Grecia gli italiani avanzano sia pur con molta fatica per la prima settimana fino al 30 ottobre. Il 31 il Bollettino di Guerra n.146 del Comando Supremo annuncia il raggiungimento del fiume Kalamas in vari punti, mentre l'aviazione bombarda il porto di Patrasso, la base di Lepanto, le installazioni sul Passo Metsovo e i più importanti nodi stradali della valle del Kalamas, ma in realtà l'offensiva è portata avanti senza la dovuta perizia e cominciano a manifestarsi i primi sintomi del suo esaurimento, primo fra tutti la rinuncia dello sbarco a Corfù. Il comandante della difesa greca, generale Papagos, individua in Macedonia occidentale il punto debole dello schieramento italiano, nel settore occupato dalla Parma, dalla Piemonte e dalla Venezia (alle quali si stava aggiungendo la Arezzo) e si accorge anche della vulnerabilità della Julia, rimasta isolata alle pendici del Pindo a causa della sua stessa avanzata.

Il 1º novembre i greci contrattaccano in Macedonia occidentale, la Julia si stacca dai due bracci dello schieramento ma non riesce ad evitare la penetrazione di reparti nemici alle spalle, e inizia un disperato ripiegamento che culmina nella drammatica battaglia di Ponte Perati. Il 2 novembre il bollettino n.148 annuncia violenti combattimenti nella valle del Kalamas verso Gianina e sulle alture del Pindo. Le truppe italiane, intanto, occupano Vovousa (sul Passo Metsovo) punto di grande importanza strategica, mentre gli aerei continuano le missioni, sempre più ostacolate dal maltempo. I greci, all'inizio sorpresi, si organizzano in poco tempo sotto l'energico comando del generale Papagos, il quale mette in campo 15 divisioni e 4 brigate di fanteria più una divisione di cavalleria, dopo che la garanzia di non intervento da parte di Bulgaria e Turchia ha potuto permettere lo spostamento delle truppe di difesa dai confini macedoni all'Epiro. Il contrattacco greco si sviluppa il 4 novembre e a farne le spese è soprattutto la Julia, sorpresa al Passo Metsovo: sette divisioni greche attaccano sul fianco e alle spalle puntando su Corcia (Kore) dove la Parma e la Piemonte prima, la Venezia e l'Arezzo dopo, vengono travolte.

In seguito al sorprendente contrattacco l'intero Corpo italiano è minacciato di accerchiamento sulla linea Perati-Corcia. Il 6 novembre, a Roma, lo Stato Maggiore decide di costituire il Gruppo d'Armate Albania con la 9ª Armata per la Macedonia occidentale e la 11ª Armata per l'Epiro, forti di 4 Corpi d'Armata. Visconti-Prasca è ormai vicino al licenziamento e la situazione è caratterizzata dal caos: proprio mentre viene diramato l'ordine di formazione del nuovo assetto dell'esercito, è anche in svolgimento il congedo di circa 600mila riservisti, la metà dei quali è trattenuta in extremis, richiamata e inviata in Albania nella totale disorganizzazione. L'8 novembre gli attaccanti sono ancora bloccati e i comandi italiani cominciano a essere presi dalla confusione, addossandosi l'uno con l'altro colpe che, in realtà, dipendevano quasi esclusivamente dall'inefficienza delle attrezzature e degli armamenti, dal momento che l'esercito italiano aveva da tempo esaurito le proprie risorse nelle precedenti guerre in Africa Orientale e soprattutto in Spagna. Viene diramato l'ordine di ripiegamento, ma per difficoltà nelle comunicazioni tale avviso non raggiunge la divisione Julia che tuttavia riesce, decimata, a passare il tristemente famoso ponte Perati per iniziativa dei suoi ufficiali, che solo captando le trasmissioni di Radio Londra vengono a sapere che gli alpini italiani stavano per essere investiti da tre divisioni greche.

Il giorno 9 il generale Soddu assume il comando diretto e Visconti-Prasca è esonerato; la 11ª Armata, che viene temporaneamente a lui affidata, passa il giorno 11 al generale Geloso. Badoglio tuttavia è convinto che il peggio dovesse ancora venire e cerca di prepararsi: il 10 novembre (giorno della morte di Chamberlain in Inghilterra) convoca una riunione degli Stati Maggiori alla quale è presente anche il duce e tiene un riassunto nel quale precisa di essersi attenuto agli ordini ricevuti dal momento in cui è stata decisa Emergenza-G, pertanto, come responsabile principale della conduzione delle operazioni, aveva emanato direttive per il miglioramento della rete di trasporti, di scorta armata navale e per l'invio di nuove divisioni. Ciò che Badoglio e i generali italiani non sanno è che da lì a poche ore l'aviazione e la marina inglesi avrebbero assestato uno dei colpi più duri con l'assalto al porto di Taranto.

In Grecia, intanto, le truppe di Papagos, aggirata Coritza, minacciano i battaglioni italiani in prima linea, per altro protagonisti di una coraggiosa resistenza. Il giorno 11 novembre il fronte italiano è definitivamente bloccato e inizia il ripiegamento verso i confini albanesi, mentre i greci, perfettamente adattati alla guerriglia in montagna, costringono gli italiani in un territorio compreso fra il lago Ocrida e il mare, con la fanteria da montagna Evzone che avanza nei pressi lago Sarantàporors. L'assalto greco è per il momento contenuto, solo in ragione del superiore numero di battaglioni italiani (un centinaio contro 50 ellenici), ma Papagos progetta un contrattacco in forze su tutta la linea del fronte, dal lago Prespa attraverso il monte Morova e il massiccio del Gramnos fino al Mar Ionio, lungo la vallata del Kalamas. A peggiorare la situazione lo stesso 11 novembre avviene l'attacco notturno alla flotta italiana ancorata a Taranto: gli idrovolanti inglesi Swordfish divisi in due ondate, provenienti dalla portaerei Illustrious, colpiscono le corazzate Littorio e Cavour, poi la Duilio e ancora la Littorio e quella che era l'orgoglio dell'Italia, la flotta da guerra, è bloccata perché tre potenti corazzate sono inutilizzabili.

Il 18 novembre, ricevendo Ciano a Berchtesgaden, Hitler non nasconde il malcontento per i rovesci italiani e per i dissidi interni agli alti comandi, e si lamenta del fatto che, a causa dell'intervento inglese in Grecia e del presidio delle basi aeree della RAF a Salonicco, Atene, Arta e Larissa i pozzi petroliferi di Plojesti sono direttamente minacciati e così anche l'Italia meridionale e il fronte albanese. Durante i colloqui Hitler consiglia vivamente all'Italia di cambiare atteggiamento nei confronti della Jugoslavia e di agire per attirarla verso l'Asse con promesse di concessioni territoriali a Salonicco. Occorreva inoltre assicurarsi, se non l'appoggio, almeno la certa neutralità della Turchia per chiudere il Mediterraneo, ed era essenziale a tale scopo convincere la Spagna a entrare nel conflitto attaccando Gibilterra con aiuti sia tedeschi che italiani (operazione Felix). Il ministro degli Esteri spagnolo, Suner, ribadisce a Hitler che la Spagna, nelle condizioni in cui si trovava dopo la sanguinosa guerra civile, necessita di almeno 400mila tonnellate di generi alimentari e due mesi di preparazione per poter considerare l'intervento, il che equivaleva a un cordiale ma deciso rifiuto.

Mentre l'Ungheria aderisce al Patto Tripartito il 20 novembre, al fronte il 3º Corpo d'Armata greco occupa Corcia, in territorio albanese, a sud del lago Ocrida, facendo circa 2000 prigionieri e catturando 135 pezzi d'artiglieria e numerosi mitragliatori. Il giorno seguente anche il 2º Corpo d'Armata greco muove all'attacco dal monte Grammos, conquistando Erseke, Perati e Leskoviku. Con l'annessione della Romania al Patto Tripartito (23 novembre) la Grecia è però sempre più circondata da forze ostili e gli aiuti britannici non riescono a dare un impulso decisivo alla causa ellenica nonostante le promesse di Churchill. Hitler ha ordinato già dal 5 novembre un piano per un intervento tedesco, ma la situazione italiana crea nuove preoccupazioni al fuhrer anche per i rovesci in Nord Africa. L'inviato di Hitler, il generale von Thoma, torna dalla Libia con un rapporto preoccupante. I due capi di Stato Maggiore, Keitel e Badoglio, si incontrano a Innsbruck per discutere la cooperazione militare in Africa ed eventualmente nei Balcani: l'ufficiale italiano sa bene di essere in condizioni di manifesta inferiorità, ma cerca in ogni modo di salvare la faccia.

Il 12 novembre Hitler convoca i capi-servizio dell'OKW in una riunione di grande importanza: il generale Jodl, capo-operazioni, ha consegnato il rapporto sulla situazione di fine anno: l'operazione Seelowe contro l'Inghilterra (Direttiva n.18) è giudicata ormai impossibile da attuarsi e viene deciso di continuare con le incursioni aeree; la Francia di Vichy viene compresa nel progetto di protezione già approvato per le colonie extra-europee in Africa; il progetto Felix per la conquista di Gibilterra, caldeggiato soprattutto da Goring, è sospeso nonostante il temporeggiare del governo di Madrid, e allo stesso tempo è necessaria l'occupazione delle isole di Capo Verde, Madera, delle Azzorre e delle Canarie per completare l'esclusione dell'Inghilterra dal Mediterraneo e garantire l'isolamento del continente a Occidente. Riguardo alla situazione italiana, Hitler decide di eliminare il pericolo inglese in Grecia, ma da parte sua il duce deve impegnarsi a fare il possibile per convincere il generale Franco a fare entrare la Spagna nell'Asse e realizzare la chiusura del Mediterraneo poiché neanche i colloqui del ministro degli Esteri spagnolo, Suner, a Berlino hanno dato i risultati sperati.

Intanto il Commissario del Popolo per gli Affari Esteri dell'Unione Sovietica, Vjaceslav Molotov, accetta l'invito di Ribentropp e arriva a Berlino, ma l'alleanza tedesco-sovietica è già incrinata. I russi si lamentano per i continui affari poco chiari fra Berlino e la Finlandia, nonché per la penetrazione della Wehrmacht in Romania, e insistono per ottenere il controllo degli Stretti e usufruire di uno sbocco sul Mediterraneo. Hitler, da parte sua, è più che mai deciso a impedire tale manovra. Ormai la speranza di una guerra a breve termine è esclusa, il fuhrer pensa che solo attaccando la Russia si può frenare la costante infiltrazione bolscevica in Europa dal momento che l'Inghilterra si sta velocemente riequipaggiando grazie ai trattati commerciali conclusi con gli Stati Uniti, non ancora in guerra ma sulla strada dell'intervento. E' preoccupato per la sfortunata avventura italiana in Grecia, sia perché Mussolini rimane pur sempre un modello ideologico, sia perché vede minacciata la realizzazione dell'invasione a Est, e insiste con Ciano per un incontro a due.

Il duce da parte sua, non è della stessa opinione e cerca un pretesto per evitare di incontrare Hitler. Nel frattempo, il 23 novembre licenzia il comandante del fronte greco-albanese, generale Soddu e lo stesso maresciallo Badoglio, capro espiatorio dei rovesci di fronte, e il 6 dicembre il generale Cavallero viene avvisato che avrebbe riunito entrambe le cariche. Al fronte gli italiani riescono ancora a contenere il contrattacco greco con perdite territoriali non gravi, ma il fronte è sempre bloccato. Nonostante il cambiamento ai vertici la situazione non cambia, anzi, nel giro di pochi giorni peggiora ulteriormente: i greci occupano Argirocastro e Santi Quaranta e i piani militari italiani mutano da offensivi in difensivi: il problema non è più quello di conquistare Atene ma addirittura quello di resistere per non venire ributtati in Albania, dove è in corso una insurrezione popolare. Il 15 novembre il 3º Corpo d'Armata greco sfonda il fronte italiano sul saliente del monte Morova. E' un brutto momento per il nostro esercito: sconfitto in Grecia e assediato in Albania, deve ora subire anche la disfatta in Nord Africa dove il comandante inglese, Wavell, con la 8ª Armata, è protagonista di una avanzata che causa l'annientamento di 4 divisioni italiane, con migliaia di prigionieri.

Nel frattempo, i propositi di Hitler cambiano radicalmente: non è più interessato a una collaborazione con Vichy per la conquista del Ciad e della colonia extra-europea di Dakar, il progetto Felix è abbandonato, la sua attenzione è ormai completamente assorbita dalla operazione Barbarossa. Sul fronte dei Balcani l'attacco greco prosegue: il 4 dicembre il 3º Corpo d'Armata, dopo un'avanzata di 40Km da Korce, occupa Pogradec, sulle rive del lago Ocrida. Il giorno seguente il 2º Corpo d'Armata conquista Permet, oltre 30Km entro i confini albanesi, nella valle della Vojussa. Per rafforzare il fronte giunge dall'Italia la divisione Tridentina, ma i materiali scarseggiano, mancano del tutto le riserve di munizioni e indumenti invernali, e cominciano a manifestarsi casi di congelamento. Fortunatamente per gli italiani, l'avanzata greca non è veloce, dal momento che all'esercito ellenico mancano i mezzi corazzati e ben presto il fronte difensivo italiano si costituisce in una linea continua da Klimara lungo la costa, passando a nord di Sarande fino al lago Ocrida, con dei capisaldi disseminati tra le città di Klisura e Telepeni. La stessa Klisura è persa e riconquistata più volte e durissimi sono gli scontri nella valle della Vojussa e Quota-731 presso Monastir.

Il 6 dicembre i greci attaccano il versante di Argirocastro, nell'Albania meridionale, mentre è mantenuta costante la pressione sul fianco sinistro dello schieramento italiano, sui massicci montani ad ovest di Pogradec. Il 14 dicembre Hitler decide l'intervento nei Balcani con 24 divisioni della Wehrmacht e nella riunione del 17 firma la Direttiva n.20 con il nome in codice di operazione Marita, per l'invasione della Grecia. Non può permettersi una sconfitta dell'Italia in un momento così delicato e decide anche di utilizzare i paesi allineati Romania e Bulgaria per il transito della Wehrmacht verso la Grecia e il giorno seguente, 18 dicembre, firma anche la Direttiva n.21 per l'invasione dell'Unione Sovietica. In Albania la guerra è terribile e l'inverno ancora più atroce. Gli italiani non sono equipaggiati per fronteggiare una stagione tanto avversa mentre i greci cominciano a ricevere i primi quantitativi di aiuti inglesi, per lo più scorte provenienti dall'Africa sottratte proprio agli italo-tedeschi dopo l'avanzata su Sidi-Barrani. Giungono anche una trentina di caccia e una ventina di bombardieri britannici al comando del vice-maresciallo dell'Aria D'Albiac, e il generale Papagos (che ha ai propri ordini 13 divisioni contro una ventina di unità italiane, delle quali una corazzata) è più che mai deciso a cacciare gli italiani dai Balcani poiché la presenza di truppe tedesche in Bulgaria e Romania ha un chiaro significato.

Il giorno di Natale i greci si spingono ancora avanti occupando Himara sul fronte della 11ª Armata italiana, mentre il 29 dicembre il generale Cavallero, nuovo capo dello Stato Maggiore dell'esercito, assume il comando diretto delle operazioni del fronte greco-albanese. Il 31 dicembre 1940 arrivano in Albania le ultime aliquote dei rinforzi inviati dal duce (dall'inizio dell'operazione, 28 ottobre, al 31 dicembre, la Marina italiana ha trasportato in Grecia l'effettivo di 8 divisioni contro le 20 volute inizialmente da Mussolini). Il 4 gennaio 1941 i greci, pur affaticati dai continui sforzi offensivi, mantengono ancora l'iniziativa contro un nemico che si rafforza e attaccano Valona, Klisura e Berat. Davanti all'impeto degli ellenici Churchill, principalmente spinto da motivi di ordine politico, decide di intensificare gli aiuti; teme infatti che, scoraggiati dalle continue promesse non mantenute, i greci possano alla fine cedere e decidere di firmare una pace separata con l'Italia, magari con la mediazione e la benedizione di Hitler. A questo scopo, informato della concentrazione di forze tedesche, decide di intervenire e ordina al generale Wavell di procedere all'invio di tutti i rinforzi disponibili dalla Libia appena conquistata Tobruk.

L'8 gennaio Klisura è sottoposta a un grande attacco, deve essere abbandonata e viene occupata dai greci il 10, tuttavia i reparti italiani riescono a trincerarsi e resistere a Berat. Le divisioni Lupi di Toscana, Pinerolo, Julia e Pusteria subiscono perdite altissime in seguito ai violenti combattimenti che durano fino agli inizi di febbraio. I greci sanno che da tempo alti ufficiali tedeschi, coordinati dal generale Zeitler (capo di Stato Maggiore del 1º Gruppo Corazzato), stanno agendo in Bulgaria e Romania per completare lo schieramento della Wehrmacht, e in effetti quella di Klisura è per gli ellenici l'ultima vittoria. Bogdan Filoff, presidente del Consiglio bulgaro, aveva tentato il possibile per salvare il proprio paese dal coinvolgimento, ma la Russia, unica nazione che poteva offrire aiuto, non si interessa al caso per non compromettere ulteriormente le relazioni con Berlino.

Il fuhrer invia a Sofia un proclama nel quale esige l'affiancamento della Bulgaria all'Asse e al Patto Tripartito, la apertura delle frontiere per il transito delle truppe tedesche, nonché una collaborazione alle operazioni militari in programma. Re Boris tenta di guadagnare tempo: nell'incontro con Hitler al Berghof il 13 gennaio 1941 sottolinea la totale impreparazione del proprio paese a una guerra e fa presente anche la minaccia sempre viva del nemico turco, tuttavia non riesce a opporsi efficacemente e il 22 gennaio deve inviare il suo capo di Stato Maggiore, generale Boydeff, alla conferenza segreta di Predeal (in Transilvania) per definire la partecipazione bulgara all'invasione dei Balcani. La situazione di questa parte d'Europa comincia a preoccupare Churchill, le cui aspirazioni sul territorio in questione sono ben note: vede la Grecia come ideale trampolino per la riconquista del continente soprattutto in ragione dei vasti giacimenti petroliferi rumeni, e ordina al generale Wavell di sostenerla con qualunque mezzo disponibile. Il comandante inglese del Medio Oriente da parte sua è ancora più preoccupato: le forze ai suoi ordini stanno già combattendo su diversi fronti, Libia e Africa Orientale, nè poteva permettersi di trascurare la situazione in Siria, Persia, Giordania e Libano.

Accompagnato dal maresciallo dell'Aria Longmore, Wavell è ad Atene il 13 gennaio per conferire con Metaxas e Papagos, ai quali offre due reggimenti di artiglieria e 50 carri armati. I greci sono costretti a rifiutare, non per orgoglio nazionale ma per necessità politiche: erano necessarie almeno 9 divisioni e un consistente appoggio aereo, ma due reggimenti e pochi carri non sarebbero stati di nessuna utilità e anzi avrebbero fornito un ulteriore pretesto ai tedeschi per accelerare l'invasione, quindi ci si accorda sull'intervento inglese in caso che l'esercito tedesco avesse oltrepassato il Danubio. La situazione, a questo punto, è la seguente: sul fronte albanese Papagos tiene 12 divisioni e 3 brigate di fanteria, sulla frontiera bulgara ve ne sono 4, ma una sta per essere trasferita in Albania poiché gli italiani si stanno rafforzando ed è confermata la presenza di 12 divisioni tedesche in Bulgaria, impegnate, per il momento, nel rafforzamento e nel miglioramento della rete stradale e ferroviaria ma con scopi più che evidenti. Da parte sua Mussolini non può più sottrarsi all'incontro con Hitler, che viene fissato a Berchtesgaden il 19 gennaio. L'aiuto tedesco adesso è necessario perché anche in Africa Orientale l'armata italiana sta andando incontro a una disfatta e il duca Amedeo d'Aosta, non può sostenere l'attacco britannico.

Durante i colloqui, Hitler non fa parola sulle sfortune dell'esercito italiano ma nemmeno sull'imminente invasione della Russia. Si discute ancora sull'abbandono dell'operazione contro l'Inghilterra e sull'ostinazione del generalissimo Franco nel non voler collaborare con l'Asse, poi è il turno del generale Guzzoni che, sotto precedenti istruzioni del duce, accetta aiuti tedeschi in Libia ma giudica superfluo l'intervento in Grecia. Hitler, come sappiamo, ha già un piano di intervento contro la Grecia, non ancora in stato di guerra con la Germania, ma teme la reazione della Turchia, che avrebbe potuto fare precipitare irrimediabilmente la crisi balcanica. Il progetto Marita viene tuttavia approvato ma Mussolini non è d'accordo nel coinvolgere la Jugoslavia a fianco dell'Asse, paese che invece avrebbe voluto occupare e inglobare nei possedimenti italiani. Nei Balcani la situazione non migliora, in Romania è in corso un'insurrezione dei militari contro il governo, il generale Antonescu reagisce e i suoi miliziani reprimono ferocemente l'insurrezione.

Al fronte, mentre il generale Wavell riceve il benestare ufficiale da Churchill per sostenere con ogni mezzo la Grecia, le divisioni italiane danno inizio il 26 gennaio a un'offensiva per la riconquista di Klisura. L'attacco, inizialmente portato con un discreto profitto, è bloccato in poco tempo e la Julia, la Sforzesca e la Ferrara subiscono gravi perdite. Una delle unità più impegnate è il battaglione alpino Monte Cervino, costituito nel dicembre 1940, arrivato in Grecia il 13 gennaio '41 e inquadrato nel 25º Corpo, a disposizione della divisione Legnano, nel settore del monte Trebeshines, fra Telepeni e Klisura, ai limiti del tristemente famoso massiccio del Golico. Il reparto è a presidio dell'estremo limite sud-est dello schieramento italiano, sulle tre cime del monte Grappa, dove i greci avevano intenzione di sfondare per aggirare Telepeni, cioè il punto di congiunzione fra l'8º e il 25º Corpo. Richiamato in tutta fretta dalla zona di Tomori, il battaglione è posto in prima linea mentre alle sue spalle si alternano gli attacchi delle divisioni Ferrara, Sforzesca e Legnano. Data la difficile posizione e le difficoltà di comunicazioni, anche gli alpini sciatori del Monte Cervino rimangono isolati dal resto del fronte su quote fra i 1700 e i 2500 metri, dove la temperatura di notte scende a -20º.

Il 29 gennaio la notizia della inaspettata morte del dittatore Metaxàs sembra dare nuovo vigore al morale degli italiani, ma i greci si mostrano più che mai intenzionati a non cedere un solo metro di territorio. Il successore è Alexandros Koritzis, ex governatore della Banca Ellenica ed ex ministro della Pubblica Assistenza, il quale riprende da subito i colloqui con Londra. Churchill conferma la promessa di un invio di truppe in Grecia in caso che la Wehrmacht avesse preso qualche iniziativa. Il 10 febbraio, giorno in cui Hitler riesce a ottenere dal generalissimo Franco un accordo segreto nel quale la Spagna si impegnava da parte sua a contrastare qualunque iniziativa degli alleati occidentali, il primo ministro inglese telegrafa a Wavell per accelerare gli aiuti alla Grecia. I rovesci dell'esercito italiano non sono comunque limitati ai Balcani e alla Libia, dove Bengasi è abbandonata e le truppe in ritirata sono minacciate di accerchiamento (per cui lo Stato Maggiore è costretto a richiedere ufficialmente rinforzi tedeschi): in Africa Orientale stava per avere inizio la drammatica battaglia di Cheren. Il giorno 11 febbraio Mussolini incontra il generale Franco a Bordighera ma i colloqui, nonostante la versione ufficiale che parla di "molti punti in comune e grande comunanza di vedute", si concludono due giorni dopo con nulla di fatto.

La crisi dei Balcani si avvicina al culmine. Il governo britannico insiste anche con la Jugoslavia perché si faccia baluardo della resistenza al nazismo, ma Hitler precede gli inglesi in un primo colloquio con il presidente del Consiglio jugoslavo, Cvetkoviç, a Berchtesgaden , il 14 febbraio, per portare il paese all'interno del Patto Tripartito potendo, a differenza di Londra, mantenere le promesse in un senso o nell'altro. Lo stesso giorno l'ammiraglio Raeder e il capo di Stato Maggiore della marina italiana, ammiraglio Ricciardi, si incontrano a Merano e hanno un'animata discussione sull'impiego delle navi italiane: mentre il primo sostiene lo scarso impegno dell'alleato, il secondo risponde che se le navi italiane si dovevano muovere occorreva il petrolio rumeno. L'Italia, d'altra parte, dipendeva in maggior parte dalla Germania per le scorte di carburante. Al fronte, intanto, gli scontri sono sempre più duri e violenti. Lo stesso 14 febbraio i greci riescono a conquistare Quota-1178 nel settore dello Scindeli. Il battaglione Monte Cervino continua a rimanere isolato, nè si poteva ormai denominarlo battaglione: il comandante, maggiore Zanelli, è gravemente ferito e una delle due compagnie è ridotta a un centinaio di uomini agli ordini del sottotenente di complemento Cossard, del collega Sgorbati e del sottotenente medico Lincio. L'altra compagnia è ridotta a un pugno di uomini agli ordini del sergente maggiore Chiara e, nonostante le disperate condizioni, il reparto viene riunito e destinato a un contrattacco con un rinforzo di Camice Nere, sulle pendici del monte Metzgoranit.

L'azzardata iniziativa costa cara: il 2 marzo il battaglione è ridotto a due ufficiali e 30 uomini che, con la compagnia comando, salivano a tre ufficiali e circa 50 soldati. Il Monte Cervino è quindi fuso in un gruppo comprendente i resti di altri due reparti, i battaglioni Val Cismon e Bolzano, e denominato Gruppo Signorini dal nome del colonnello comandante, quindi rimandato in linea su postazioni a una quota di 1700 metri. Nel frattempo, la firma del Patto di non-aggressione tra Bulgaria e Turchia, firmato il 17 marzo, concede definitivamente via libera alle truppe di Hitler per invadere i Balcani. Anche gli inglesi sono ormai pienamente in gioco: il 22 febbraio una delegazione britannica composta dal ministro degli Esteri Sir John Dill, dall'ammiraglio Cunningham (capo della Flotta Mediterranea) e dal generale Wavell, stabiliscono i termini per l'invio del corpo di spedizione dall'Africa del Nord (operazione Lustre, effettuata proprio quando in Libia giungevano le prime aliquote dell'Afrika Korp al comando di Rommel che, appena arrivato approfitta della situazione). Koritzis accetta una forza di 100mila uomini, 2450 cannoni da campagna, circa 30 di medio calibro, 200 pezzi anti-aerei e poco più di 100 carri armati. La prima iniziativa inglese nell'Egeo è portata dal famoso Gruppo Commandos all'isola di Kastellorizon, nel Dodecaneso, il 25 febbraio, dove la guarnigione italiana viene sopraffatta e la base occupata, ma già il 27 un nuovo contingente italiano viene sbarcato con il compito di riconquistare l'isola.

L'offensiva di Primavera

Il 2 marzo il duce giunge in Albania per ridare vigore all'attacco. Mussolini arriva da Bisceglie, in Puglia, dove ha organizzato un Quartier Generale avanzato per poter seguire più da vicino le operazioni (anche se, in realtà, per le difficoltà nelle comunicazioni, la regione è praticamente isolata dal fronte di guerra) quindi, accompagnato da Cavallero, Ciano, Starace, Farinacci e Guzzoni (sottosegretario alla Guerra) pilota personalmente il trimotore S-79, scortato da circa 15 caccia, fino a Tirana. Da qui, in auto giunge a Rehova, dove il generale Gambara, già distintosi nel corpo di spedizione di Spagna, avrebbe comandato l'attacco. Il generale Guzzoni suggerisce un'offensiva della 9ª Armata su Pogradec per favorire l'apertura di un varco e raggiungere Coritza; Cavallero preferisce limitare la manovra nella valle Desnizza con la 11ª Armata verso Klisura, memore degli insuccessi appena verificatisi e preoccupato per i contrattacchi che i greci avrebbero potuto effettuare. Alla fine il piano Offensiva di Primavera viene elaborato dal generale Gambara con una logica militare quantomeno discutibile: il 35º Corpo d'Armata avrebbe attaccato a sud-ovest della valle Desnizza, il 4º Corpo a nord-est e l'8º Corpo (comandato direttamente da Gambara) inserito tra i due precedenti, avrebbe sostenuto il peso maggiore dell'operazione con il compito di sfondare nella valle Desnizza su una direttiva che passa in mezzo a montagne sulle cui cime i greci hanno numerose postazioni difensive. Sarebbe stato più comprensibile affrontare tale linea di difesa attaccandola al vertice, cioè sulle vette, anziché tentare di tagliarla alla base, ma il piano viene tuttavia approvato.

L'operazione impegna 12 divisioni e sarebbe scattata il 9 marzo dopo un bombardamento preparatorio di artiglieria. Mussolini e alcuni generali prendono posizione all'osservatorio di Komarit per seguire l'attacco: i cannoni aprono il fuoco e in due ore scaricano sugli obiettivi circa 100mila proiettili, in particolare su Monastir. Subito dopo alcuni bombardieri sorvolano la zona e sganciano il loro carico, quindi, intorno alle ore 08.30, viene dato l'ordine di attacco alla fanteria. Gli scontri sono violenti fra Tomor e il fiume Vojussa, si raggiungono alcuni obiettivi nel settore di Mali-Arza e sul monte Trebescini (a sud-est di Berat) ma dopo cinque giorni anche questo attacco è bloccato. Il 10 marzo il guadagno territoriale è insignificante e i contrattacchi greci vanificano ogni sforzo. Le divisioni Bari, Puglie e Cagliari subiscono gravi perdite, l'11º reggimento Alpini della Pusteria, che attacca il Mali-Spadarit, nel settore del 4º Corpo, viene fermato, sottoposto a fuoco incrociato e poi costretto a ripiegare. Allo stesso modo è impegnato in duri combattimento il Gruppo Signorini, di cui il Monte Cervino, comandato ora dal maggiore Salomone, assistito dai tenenti Gonella, Galbiati, Carboni, Caruso e Ciaburra (che sarebbe rimasto ucciso in battaglia solo quattro giorni dopo il suo arrivo al reparto) costituisce la punta avanzata che riesce a respingere i greci nel settore affidatogli.

Il 13 marzo, 32 reggimenti di fanteria italiana impegnano 34 reggimenti greci; dopo una furiosa battaglia i difensori riescono a respingere l'attacco italiano, dove si distinguono le divisioni Modena e Ferrara, ma sembra che l'obiettivo non sia più la conquista territoriale quanto il logoramento del nemico, proprio come accadeva durante la Grande Guerra. La località di Monastir viene conquistata e ripersa in poche ore, poi fanno la loro comparsa gli aerei greci che mitragliano le postazioni avanzate italiane. Alla sera del 14 marzo mancano 5000 uomini al 4º Corpo, altri 5000 al 35º, quasi 2000 al 5º e l'operazione è fallita. Mussolini, Cavallero e Gambara riuniscono il Consiglio di Guerra il 15 e decidono di sospendere l'offensiva finchè il fronte non fosse stato rafforzato a dovere, per tentare di riprendere ancora Klisura, quindi viene compilato un dettagliato rapporto da inviare a Vittorio Emanuele III. In linea si ristabiliscono le posizioni di trincea e il fronte si stabilizza nuovamente.

La situazione si complica quando arriva la notizia che Roosevelt, nuovamente eletto alla Casa Bianca, ha fatto approvare il piano di aiuti economici e militari non solo all'Inghilterra ma anche alla Grecia, che avrebbe ricevuto materiale d'artiglieria, tuttavia quest'ultima decisione giunge in ritardo: l'intervento tedesco è deciso. L'OKW aveva ultimato il trasporto truppe fino alle basi da dove sarebbe scattata l'invasione: la via più diretta attraversa la Jugoslavia, l'altra direzione attraversa l'Ungheria, la Romania e infine la Bulgaria, ma entrambe i piani dovevano necessariamente incontrare l'approvazione dei governi dei singoli stati in questione. A questo proposito Hitler ricorre ancora una volta alla forza diplomatica sostenuta dallo minaccia delle armi. La visita del ministro sovietico Molotov a Berlino si era conclusa con un nulla di fatto e la preparazione di Barbarossa non poteva subire ritardi, la situazione è molto delicata. La decisione del fuhrer di intraprendere la campagna di Russia è sottoposta alla necessità di risolvere al più presto la crisi balcanica, che imponeva la rapida conquista della Grecia ed eventualmente della Jugoslavia, soprattutto in funzione anti-britannica.

Intanto, i reparti italiani, stremati e decimati dal freddo e dalla guerriglia, vengono posti in seconda linea: i battaglioni come il Susa, Bolzano, Monte Cervino, Val Cismon, sono a poco a poco rilevati e rimpatriati con numerose decorazioni individuali. Le ultime imprese italiane prima dell'intervento tedesco avvengono la notte del 25 marzo alla baia di Suda (Creta), per opera dei reparti speciali della marina (la "Xa-Mas") e il 28 marzo, negli sfortunati scontri navali di Gaudo e Capo Matapan.

La Wehrmacht nei Balcani

Le tappe che hanno portato all'intervento armato della Germania nei Balcani sono rapide: Hitler inizia nel novembre del 1940 le convocazioni dei governanti degli stati balcanici a partire da Boris III di Bulgaria, al quale viene offerto un corridoio fino all'Egeo (ceduto alla Grecia nel 1913) in cambio del permesso di transito. Re Boris, per paura di ripercussioni sovietiche e turche, nega la sua approvazione e a nulla valgono le promesse di protezione. Si era infine giunti a una sorta di compromesso: il sovrano bulgaro concedeva il transito sul territorio nazionale solamente a una compagnia di 200 segnalatori della Luftwaffe per impiantare un sistema di vigilanza aerea lungo i confini con la Grecia. In poco tempo, e con vari sotterfugi, i soldati tedeschi che entrano in Bulgaria sono ben più di 200, e oltre ai segnalatori della Luftwaffe compaiono anche numerose unità del Genio, incaricate della costruzione di ponti sul Danubio, della preparazione di piste di atterraggio e della riparazione delle arterie stradali. Nessuna concessione ufficiale viene però ottenuta da Hitler, che decide di rinviare il caso bulgaro a quando re Boris si fosse trovato a non avere possibilità di scelta.

E' quindi il turno del generale Antonescu e della Romania, con il quale Hitler ha gioco facile poiché il dittatore rumeno è apertamente favorevole al Reich. Il fuhrer mette al corrente il reggente rumeno del piani di invasione della Grecia e del ruolo che avrebbe avuto la Romania come zona di raccolta delle armate tedesche. Antonescu accetta ma non garantisce il sostentamento di tali truppe poiché la debole economia del paese non avrebbe potuto fronteggiare un simile impegno. Nonostante tutto il 23 novembre la Romania aderisce al Patto Tripartito. Antonescu aveva ormai instaurato un vero e proprio stato legionario e la spietata Guardia di Ferro è la sola organizzazione politica tollerata. I legionari del generale, ferocemente anti-semiti, si scatenano in una furiosa caccia all'uomo e il paese è teatro di un'orgia di orrori nella quale spariscono centinaia di personalità anche solo presumibilmente opposte al regime o incluse nelle liste degli "indesiderati".

Hitler, però, ha bisogno di una Romania stabile al proprio interno per utilizzarla come alleato sia contro la Grecia che, soprattutto, contro la Russia, e vede nel comportamento dei legionari della Guardia di Ferro, un ostacolo a tale progetto. Per questo invita personalmente Antonescu a porre un freno alla furia dei suoi uomini. Nel febbraio del '41 il dittatore rumeno mette fine allo Stato Legionario inaugurando la dittatura militare. Antonescu, unico cittadino non tedesco a essere stato decorato con la Croce di Guerra, è ormai il più fervente sostenitore dell'Asse. Solo tre giorni dopo, il 26 novembre, anche l'Ungheria sottoscrive il trattato senza grandi sforzi da parte del fuhrer, che tiene in pugno i diplomatici di tale paese. La parte più difficile viene con la Jugoslavia e con il ministro degli Esteri Markoviç, rappresentante della monarchia costituzionale, che giunge ai colloqui deciso a evitare il coinvolgimento diretto. La Jugoslavia è di grande importanza per Hitler nella la corsa verso Atene: può garantire la sicurezza dello schieramento meridionale delle armate destinate all'invasione della Russia, è direttamente confinante con il territorio del Reich, è a una distanza relativamente breve dai giacimenti petroliferi rumeni, ha i propri confini orientali a soli 50Km dalla principale linea ferroviaria bulgara che la Wehrmacht avrebbe dovuto utilizzare, e può armare un esercito di almeno 500mila uomini.

Tutti questi motivi, e una formale promessa di neutralità, non soddisfano certamente Hitler, il quale esige una alleanza ufficiale, anzi, sarebbe stato ancor più conveniente utilizzare la stessa Jugoslavia non come territorio di transito ma come vera e propria base di partenza ancora migliore della linea di confine bulgara, essendo direttamente opposta alle fortificazioni della linea Metaxas, e avrebbe allontanato la minaccia di ripercussioni da parte della Turchia. A questo punto, la lotta di Hitler è principalmente contro il tempo, e una tale opportunità avrebbe accelerato la conquista della penisola ellenica e quindi i preparartivi per l'operazione Barbarossa. Churchill intende immediatamente l'importanza che la Jugoslavia occupa nei progetti tedeschi e si muove in tal senso: incarica Anthony Eden, ministro degli Esteri, di ottenere a qualunque costo la garanzia dal governo di Belgrado di non cedere in alcun modo a nessuna richiesta tedesca; ma ciò che Churchill probabilmente trascura è un altro aspetto della questione: Hitler continua a considerare ormai irraggiungibile una conclusione della guerra italo-greca con un armistizio o con qualunque sorta di negoziato diplomatico ed è altresì convinto che se Atene fosse stata costretta a liberarsi dell'imbarazzante influenza inglese, offrendo al duce un trattato appositamente studiato con il quale salvare le apparenze, il Reich avrebbe potuto evitare di intraprendere l'operazione Marita.

Per questo il fuhrer insiste affinché Belgrado entri nel Patto Tripartito, accettando come baratto il porto e il territorio di Salonicco. Se ciò si fosse verificato, la Jugoslavia sarebbe stata una minaccia in più per la stessa Grecia che, vedendosi circondata da alleati dell'Asse, si sarebbe probabilmente decisa a scendere a patti con l'Italia richiedendo la mediazione della Germania, la quale avrebbe posto fine alle ostilità senza alcun impiego di truppe, con notevole successo propagandistico della politica hitleriana. Quando però, alla vigilia dell'incontro Hitler-Markoviç, le truppe italiane sul fronte greco-albanese subiscono il completo disastro, la posizione di Hitler rispetto a tali intenzioni non è più sostenuta da pratiche basi. Hitler, abilmente, propone a Markoviç un patto di non-aggressione fra Germania, Italia e Jugoslavia, con la speranza di poterlo trasformare in una alleanza ufficiale, e il ministro jugoslavo, tutt'altro che desideroso di accondiscendere, si limita a rispondere di non avere la necessaria autorità per concludere tale accordo e che avrebbe riferito a Belgrado. La conclusione del colloquio con Markoviç, e la seguente indecisione di Belgrado, fanno nuovamente balzare al primo posto l'atteggiamento della Bulgaria, ora più che mai necessaria a Hitler.

Il governo bulgaro è preso fra due fuochi: Molotov ha fatto sapere all'ambasciatore bulgaro al Cremlino che l'URSS non avrebbe tollerato una Bulgaria alleata dell'Asse ,e la Turchia, di conseguenza, aveva cominciato a raccogliere truppe ai confini settentrionali in stato di pre-allarme. Tuttavia il fuhrer è convinto che una volta che la Wehrmacht fosse penetrata in Bulgaria, Stalin si sarebbe ben guardato dall'intervenire, quindi il problema da risolvere era l'atteggiamento turco. E' l'ex Cancelliere Franz von Papen, delegato del Reich ad Ankara, che viene incaricato delle trattative. Alla fine di novembre incontra il presidente turco Ismeth Inonu e offre un patto di non-aggressione con la garanzia della cooperazione, ma Inonu ribadisce che qualunque presenza militare straniera entro i confini bulgari sarebbe stata interpretata come un atto di ostilità. Ribentropp suggerisce a von Papen di prendere tempo, intanto, alla fine di gennaio, la Wehrmacht entra in Romania per avvicinarsi ai confini greco-bulgari con l'aggiunta di due divisioni corazzate destinate a intervenire in caso di attacco turco. Von Papen è quindi autorizzato a garantire che le truppe tedesche avrebbero avuto il tassativo ordine di mantenersi lontane dai confini turchi per una distanza non inferiore ai 50Km e si fa garante dell'inviolabilità dei medesimi. Grazie a tale concessione Turchia e Bulgaria riprendono i negoziati e arrivano, il 17 febbraio '41, al Patto di non-aggressione. E' un grande successo della diplomazia nazista.

Rimanevano da concludere gli accordi con Sofia e Belgrado. Re Boris invia il ministro degli Esteri Filov prima a colloquio con Ribentropp, quindi con Hitler, con un preciso avviso: la Bulgaria non è ancora pronta per un totale allineamento al Patto Tripartito ma avrebbe acconsentito ad un accordo di collaborazione militare solo se fosse stata minacciata da attacchi esterni. Di fronte all'obbligo di schierarsi o da una parte o dall'altra, il 1º marzo re Boris firma il trattato di adesione al Patto Tripartito in cambio della Tracia che sarebbe stata sottratta alla Grecia, e quindi di uno sbocco sul mare. Per garantirsi la neutralità turca, Hitler fa un ultimo passo: invia una lettera personale al presidente Inonu nella quale è garantito il rispetto della sovranità turca. Davanti a tutto questo si leva una clamorosa protesta di Mosca per la aperta violazione della zona di influenza sovietica ma, come lo stesso fuhrer aveva previsto, Stalin non prende alcun provvedimento.

Ora che anche la Bulgaria è nella sfera tedesca, la Jugoslavia rimaneva l'ultimo paese non allineato. La situazione è più difficile che altrove perché il reggente, principe Paolo, continua a prendere tempo dal momento che le condizioni interne sono assai delicate: la etnia prevalente, quella serba, rimane contraria all'Asse mentre i croati trovavano in Germania e in Italia dei garanti per le loro richieste. Lo stesso principe è poi legato affettivamente all'Inghilterra (era stato educato e aveva studiato a Oxford) e molti alti ufficiali dello Stato Maggiore considerano l'alleanza con l'Asse sconveniente a lungo termine poiché non credono la Germania in condizioni, al fine, di vincere una guerra su scala mondiale. La soluzione più conveniente sarebbe stata la conciliazione dei due gruppi etnici, ma rimaneva una vana speranza, anche perché i servizi segreti nazisti stavano già favorendo il più possibile i già insanabili dissidi interni. Churchill, da parte sua, cerca di fare il possibile per portare il paese dalla parte dell'Inghilterra come ultimo baluardo contro i nazisti nei Balcani.

Consapevole della gravità estrema della situazione, il principe Paolo si reca due volte, segretamente, a Berchtesgaden durante il mese di marzo. In occasione di tali incontri Hitler garantisce il rispetto della sovranità jugoslava e il possesso di Salonicco in cambio della adesione al Patto Tripartito. Il principe Paolo è cosciente che se avesse firmato l'accordo ciò avrebbe salvato il paese da una occupazione militare ma avrebbe anche sancito la fine della sua monarchia. In breve la notizia si sparge, giungono numerosi appelli dei diplomatici jugoslavi impiegati nelle ambasciate americane e inglesi. Lo stesso Giorgio VI d'Inghilterra invia un appello al principe per supplicarlo di non cedere alle fallaci promesse del capo del Terzo Reich e la stessa cosa fa Churchill nei confronti del Primo Ministro Cvetkoviç per conto dell'ambasciatore britannico a Belgrado, Sir Ronald Campbell. Anche Roosevelt spalleggia gli appelli inglesi tramite Arthur Bliss-Lane, ambasciatore statunitense a Belgrado, ma nè Washington nè Londra, per motivi diversi, sono realmente in grado di garantire aiuti concreti al paese. Intanto i capi delle rappresentanze governative croata (Macek) e slovena (Kuloveç) si pronunciano a favore dell'Asse, con la ufficiosa garanzia di protezione della Germania contro eventuali rivendicazioni italiane, ma i serbi continuano a non voler sentire ragioni.

Il 20 marzo 1941 il principe Paolo annuncia al Consiglio della Corona che la Jugoslavia aderiva al Patto Tripartito non essendovi altra scelta e nonostante l'acceso discorso anti-tedesco del reggente Doziç : se si fosse opposto non avrebbe potuto evitare la sicura invasione tedesca, tanto più che Hitler ha fatto sapere in forma ufficiosa che esisteva un ultimatum: i delegati jugoslavi Markoviç e Cvetkoviç avevano tempo fino alla mezzanotte del 23 marzo per presentarsi a Vienna e firmare il trattato. Al loro ritorno, il 26 marzo, la Jugoslavia è teatro di un colpo di stato militare portato da ufficiali dell'aviazione e dell'esercito che destabilizzano il governo in carica. Cvetkoviç è arrestato e il principe Paolo catturato mentre nel nord del paese e riportato a Belgrado per abdicare in favore del giovane Pietro II.

Il potere viene assunto dal generale Simoviç che dichiara la maggiore età politica del principe Pietro e ordina la mobilitazione, ma nel paese non tutti rispondono all'appello: in Croazia solo la metà dei richiamati si presenta alle caserme. Il nuovo governo militare appare da subito diviso al suo interno perché è manifesta l'impossibilità di una difesa contro la potente Wehrmacht. Simoviç tenta di porre rimedio inviando a Berlino un telegramma nel quale ribadisce l'orientamento filotedesco della Jugoslavia e respinge le proposte inglesi di un intervento in Albania contro gli italiani. Tutto inutile, Hitler ha ormai deciso di punire la Jugoslavia.

Gli inglesi, che nell'ombra avevano a loro volta fomentato i moti rivoluzionari, sperando di ristabilire l'ordine e spingere Belgrado a rifiutare ufficialmente l'adesione al Patto Tripartito, ma non fanno nulla di concreto per favorire tale speranza. Hitler, da parte sua, considera il colpo di stato come un affronto personale e ordina l'invasione della Jugoslavia, con le conseguenti misure repressive, tipiche dell'occupazione nazista. La decisione coglie di sorpresa gli strateghi dell'Alto Comando che devono in tutta fretta concentrarsi nel piano d'attacco alla Jugoslavia. Tutti i diplomatici tedeschi ancora presenti a Belgrado ricevono l'ordine di prepararsi ad abbandonare il paese non appena le parole in codice "Patto Tripartito" fossero state loro trasmesse, il che avviene all'alba del 6 aprile. Quella stessa notte, a Mosca, l'ambasciatore jugoslavo Gavrilovjç, è convocato al Cremlino per ricevere un'offerta ufficiosa di non-aggressione da parte dell'Unione Sovietica, immediatamente accettata al momento della sua trasmissione a Belgrado nella speranza che potesse garantire protezione. Nel frattempo, ad Atene, l'emissario di Hitler, principe di Schonberg, consegna la dichiarazione di guerra anche alla Grecia, adducendo come causa l'entrata del contingente inglese nel paese.

OPERAZIONE STRAFEKSPEDITION IN JUGOSLAVIA

I progetti tedeschi causano un cupo risentimento negli ambienti dell'Alto Comando italiano, ma i generali sanno bene che, dopo la fallita offensiva dell'11 marzo, la sola speranza che rimane di concludere entro breve tempo l'occupazione della Grecia è riposta nelle armate tedesche. Intanto Churchill si sforza di trovare la chiave per la difesa della Grecia e invia Sir John Dill ad Atene per organizzare un concentramento difensivo in Epiro sul versante del Pindo e sulla linea che, dalla foce della Vistrizza, raggiunge il monte Kaimakcialan, ma inutilmente. I greci rifiutano di abbandonare la Linea Metaxas pur accettando l'accorciamento del fronte in Albania. Il corpo di spedizione inglese al comando del generale Wilson (poco più di 50mila uomini ripartiti nella 6ª divisione australiana, un contingente neozelandese, una brigata corazzata, e quindi il successivo arrivo della famosa 7ª divisione corazzata australiana e una brigata polacca) si prepara a partire dal Nord Africa contro il parere del Comando in Capo del Medio Oriente, tanto più che, nonostante le promesse fatte, il restringimento del fronte albanese non viene effettuato. I primi reparti inglesi sbarcano al Pireo, Larissa e Volos il 7 marzo.

Nella tradizione della guerra-lampo, la Jugoslavia è destinata a breve vita: domenica 6 aprile inizia la prima fase dell'operazione nota come Strafekspedition ("Spedizione Punitiva") portata dalla Luftwaffe con la prima ondata di 74 bombardieri pesanti, 160 bombardieri medi e 100 caccia su Belgrado. Il paese, che ha in tutto il territorio nazionale poco più di 700 aerei da opporre alla potenza tedesca, non può operare una efficace difesa poiché la maggior parte di essi vengono distrutti sulle piste dalle incursioni preliminari. Due ore dopo la prima ondata, appare nei cieli della capitale la seconda, di 150 aerei, e dopo altre due ore la terza, composta da altrettanti velivoli armati con ordigni incendiari che in breve seminano la distruzione, uccidendo oltre 15mila civili e causando il ferimento di altri 50mila.

Ben cosciente della certezza di vittoria, Hitler vuole ottenere anche un successo che confermi al mondo la potenza del suo esercito, cosicché per le operazioni Strafekspedition e Marita vengono mobilitate forze schiaccianti: il maresciallo von List con la 12ª Armata (formata dai Corpi 11º, 14º, 18º, 30º e 40º) contro le linee difensive fra Skopje e Nis; il Gruppo Corazzato del maresciallo von Kleist con la 5ª, la 9ª e la 11ª divisione con il rinforzo della 2ª divisione corazzata distaccata dall'11º Corpo; dall'Austria e dall'Ungheria è pronta la 2ª Armata di von Weichs con tre Corpi d'Armata di cui uno corazzato; il supporto aereo dell'8º Corpo del generale von Richtofen, già in azione sui cieli di Belgrado con la 4ª Luftflotte del generale von Lohr; in più una grande varietà di reparti specializzati, sapientemente distribuiti, come le unità del Genio Ferrovieri, da montagna, esploratori, e la 2ª divisione Waffen-SS Das Reich del Gruppenfuhrer Paul Hausser (suo creatore) destinata a costituire la punta avanzata della 12ª Armata.

Insieme si sarebbe mossa la 2ª Armata italiana del generale Ambrosio con il 5º, il 6º e l'11º Corpo d'Armata dai confini italiani dell'Istria, mentre altre truppe sarebbero state riunite nella 3ª Armata ungherese, opposta alla 4ª Armata jugoslava nella quale la maggior parte dei soldati sono croati pronti a schierarsi con gli attaccanti. Di contro, la 7ª Armata jugoslava ha il compito di presidiare il settore di Maribor fino a Zagabria e la 5ª Armata, in maggioranza serba, decisa a resistere, si dispone intorno a Nis, nella vallata della Morava fino a Belgrado, sulla via di Kragujevaç dove si trova la più grossa fabbrica di armi e munizioni del paese. Le truppe tedesche si muovono quando gli aerei stanno ultimando l'incursione a tappeto su Belgrado. Uno dei primi gruppi d'avanguardia, comandato dal capitano Palten, prende intatto il ponte sul fiume Mur, che garantisce l'accesso al territorio interno per marciare direttamente su Maribor e Zagabria, e in poco tempo il grosso delle forze passa Maribor e Murska-Sobota senza sparare un colpo. Il 9 aprile la 2ª Armata di von Weichs, che muove dai confini del Reich, lancia all'attacco il 51º Corpo che solo un'improvvisa bufera di neve riesce a rallentare, ma il giorno 11 le forze d'avanguardia si presentano alle porte di Zagabria. Le autorità croate non oppongono resistenza, anzi, proclamano l'indipendenza croata e ordinano di cessare le ostilità contro gli italo-tedeschi.

Le altre branche della tenaglia stanno nel frattempo chiudendo la morsa su Belgrado: dal 10 aprile i carri del 46º Corpo tedesco sfondano le linee della 4ª Armata jugoslava e all'alba del 12 la 8ª divisione corazzata oltrepassa il fiume Sava a 70Km a est della città. Il generale Reinhardt con il 41º Corpo oltrepassa Pancevo, sbaraglia la 6ª Armata jugoslava e giunge a soli 20Km dalla capitale con in testa la 2ª divisione SS Das Reich; il Gruppo Corazzato di von Kleist invece rimane impegnato contro la 5ª Armata nel territorio a ridosso del confine bulgaro, in piena Serbia, accanitamente ostile all'invasione. La sera del 10 aprile anche von Kleist avanza deciso, oltrepassa Nis con la 11ª divisione corazzata e irrompe nella valle della Morava coprendo oltre 200Km in quattro giorni . La capitale viene conquistata con un sorprendente colpo di mano portato da un reparto di 10 uomini della 2ª Compagnia motociclisti del reggimento Deutschland (divisione Das Reich), comandato dall'Hauptsturmfuhrer Klingenberg. Il giorno 12, Klingenberg e i suoi uomini attraversano il Danubio, isolati dal resto della divisione perché non raggiunti dall'ordine di fermare l'avanzata e attendere il grosso delle forze sparpagliate per annientare le ultime resistenze nemiche, e si presentano in Belgrado nel pomeriggio. Con l'appoggio dell'addetto militare tedesco e di un non identificato cittadino di origini tedesche che si offre come interprete, Klingenberg si presenta prima al Ministero della Guerra poi al sindaco della città intimando la resa, bleffando su una ulteriore e decisiva incursione dei bombardieri in caso di rifiuto.

Alle 18.40 i rappresentanti civili di Belgrado, caduti nel tranello, consegnano la città all'ufficiale delle SS che stabilisce il comando nella sede dell'ambasciata tedesca. Solo alle prime ore della notte giungono le truppe d'avanguardia della 11ª divisione corazzata. La mattina del 13 aprile Klingenberg comunica al comandante della divisione SS, Paul Hausser, di avere preso possesso della capitale; il giorno dopo cade Sarajevo e il 17 aprile la Jugoslavia capitola. La Wehrmacht conclude l'operazione Strafekspedition il 18 aprile dopo aver sbaragliato le truppe di difesa, registrando 160 morti e poco più di 500 feriti, catturando oltre 300mila prigionieri. Pietro II e il suo governo fuggono in Grecia da dove raggiungeranno Londra. Churchill, nel frattempo, cerca di fronteggiare il pericolo e il 28 aprile invia l'ordine di trasferimento in Grecia per altri 55mila uomini del generale Wavell. Il Primo Ministro e il War Office sono convinti che sia necessaria la difesa a oltranza dell'ultimo avamposto nel Mediterraneo orientale, Creta, della quale non ci si poteva permettere la perdita, dal momento che nei Balcani le truppe jugoslave e greche non potevano sperare di ribaltare la situazione e opporre resistenza alla schiacciante superiorità della Wehrmacht. Convinto che la mossa successiva dei tedeschi fosse l'attacco a Creta, Churchill mobilita i servizi segreti, che con una brillante operazione di controspionaggio riusciranno a conoscere i piani dell'operazione Merkur.

All'esame dei fatti, la campagna di Jugoslavia è la quasi identica ripetizione dell'invasione della Polonia nel '39: a difesa del paese vi era un Gruppo d'Armate in Croazia con presidi da Fiume a Brod, un secondo era situato sulle cosiddette Porte di Ferro e un terzo alla frontiera con la Bulgaria, con l'ulteriore obiettivo di invadere l'Albania. Parlando però di "armata" per l'esercito jugoslavo si devono intendere gruppi di tre o quattro divisioni, sprovviste di artiglieria pesante e armi anti-carro in grado di fermare i possenti Panzer, la cui più grande difficoltà era stata il superamento degli ostacoli naturali. Von Kleist aveva oltrepassato le gole di Zaribrod seguendo i binari dell'Orient Express e aveva invaso la Bosnia con le avanguardie lanciate verso l'Albania e la valle della Morava. Il generale Stumme era passato come un ciclone su Skopje e operato il collegamento con gli italiani nei pressi del lago Ochrida, catturando centinaia di migliaia di prigionieri, dei quali solo i serbi venivano trattenuti. La Wehrmacht sconfigge la Jugoslavia in 12 giorni e il ministro Simoviç è allontanato.

Operazione Marita in Grecia

In conformità alla Direttiva n.25 di Hitler, che fra l'altro deve posporre l'attacco all'Unione Sovietica, la 12ª Armata del generale von List deve affrontare sia la penetrazione in Jugoslavia sia l'attacco alla Grecia a partire dal 6 aprile, quando il principe von Erbach consegna al ministro greco Koritzis un documento che non è una vera e propria dichiarazione di guerra quanto una formale accusa di servilismo di Atene nei confronti di Londra. Il territorio greco, molto meno vasto di quello jugoslavo ma altrettanto montuoso e quindi efficacemente difendibile, deve essere percorso lungo due direttrici principali: la prima dai confini della Jugoslavia verso la vallata del Vardar e Salonicco a partire da Skopje fino a Gap-Monastir per invadere la Grecia centrale; la seconda con la 5ª divisione da montagna del generale Ringel, gli Stukas e l'artiglieria, contro la Linea Metaxas sul versante del fiume Struma, con il territorio bulgaro intorno a Petrich come base di partenza. Queste truppe devono compiere un percorso di circa 300Km per entrare in territorio greco, dove sorge la catena montuosa della Belastica.

Vi è poi la linea Metaxas, un potente dispositivo di difesa costruito dal dittatore greco durante gli anni Trenta, che sfrutta sapientemente la conformazione del paesaggio. Ogni postazione o bunker sulla cima delle montagne è collegato a numerosi altri tramite una miriade di cunicoli, gallerie e corridoi scavati nella roccia, e fa capo a punti fissi (ad esempio uno dei principali avamposti era formato da 25 bunkers sul monte Istbei con 500 uomini). Il responsabile della difesa sulla linea Metaxàs è il generale Bakopulos che comanda le brigate Nestos, Evros, le divisioni di fanteria 7ª, 14ª, 18ª e 19ª per un totale di 25 battaglioni ripartiti in 37 batterie. Le prime linee inglesi sono circa 50Km più indietro, insieme ad altri reparti greci (12ª e 20ª divisione).

Il 2 marzo '41 le truppe tedesche destinate all'attacco della Grecia oltrepassano il Danubio. Sono cinque corpi d'armata (4º, 11º, 14º, 18º e 30º), il 1º Gruppo Corazzato di von Kleist forte di 3 divisioni (5ª, 9ª, 11ª) più la 2ª divisione corazzata aggregata all'11º Corpo d'Armata. L'appoggio aereo è fornito dall'8º Corpo di von Richtofen. Il 3 marzo la Wehrmacht è a ridosso del confine greco mentre Londra rompe le relazioni con Sofia e il generale Wilson è ad Atene per assumere ufficialmente il comando del corpo di spedizione britannico. Il giorno seguente il primo grosso contingente aveva lasciato Alessandria con destinazione Il Pireo, protetto da 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere. Pur davanti all'invasione tedesca i responsabili greci non sono in grado di prendere decisioni atte a respingere la Wehrmacht. Al generale Papagos interessa che le proprie forze restino insediate in territorio albanese poiché la linea Metaxas, anche se valido baluardo, può solo rallentare quelle divisioni tedesche potentemente armate che in un baleno avevano annullato ostacoli ben più robusti. A presidio della prima linea vi sono solamente 3 divisioni e altre 3 sono poco più arretrate, intorno al fiume Aliakmon. Il contingente inglese si pone tra queste due forze con una divisione australiana e una neozelandese più una brigata corazzata. In Albania rimangono 14 divisioni opposte alle 21 italiane.

Gli Stukas iniziano a bersagliare le postazioni sulla linea Metaxas per preparare il terreno alle divisioni da montagna, ma i fortini nemici rimangono troppo nascosti perché anche i bombardamenti con gli stukas possano risultare efficaci. Ringel e le truppe alpine prendono d'assalto le postazioni della linea difensiva conquistando in poco tempo notevoli porzioni di territorio, ma presto la reazione greca prende corpo e il tiro incrociato delle postazioni blocca l'avanzata, che riprende solo nei momenti in cui il fuoco dei difensori si sposta su altri bersagli o si interrompe per brevi attimi. La 5ª divisione rimane bloccata nelle gole di Ruper e la 6ª a ovest del fiume Struma; il giorno successivo la 6ª riprende gli assalti e l'attacco prosegue, fino alle vette innevate a quota 2500 intorno al monte Rupeskos, circondato da campi minati che causano diverse vittime. Nei pressi del villaggio montano di Istibei si accende una furiosa battaglia. I tedeschi avanzano con attacchi frontali sostenuti da manovre di aggiramento, ma la linea Metaxas si rivela un ostacolo più difficile del previsto. Dopo diversi tentativi, le manovre di aggiramento riescono e le postazioni di difesa cominciano a essere smantellate una dopo l'altra in furiosi scontri corpo a corpo. I greci si ritirano lungo i cunicoli e riescono a mettersi in salvo mentre gli alpini tedeschi rimangono disorientati in quella sorta di labirinto. Il 7 aprile Istibei viene occupata e la battaglia volge a favore degli attaccanti, le cui truppe si riversano attraverso il valico e irrompono nella valle del fiume Struma e sulla strada che conduce al mare. Le unità tedesche, superbamente attrezzate, raggiungono la linea ferroviaria per Salonicco e dilagano nella valle del lago Dojran.

Per l'assalto a Salonicco si schiera la 2ª divisione corazzata del generale Veier (già protagonista della vittoria di Sedan) che, dopo avere aggirato la linea di difesa passando per la città di Strumica, supera il lago Dojran, poi volge i suoi carri a sud senza incontrare particolare resistenza perché i greci hanno trascurato di rinforzare adeguatamente le postazioni di difesa al confine con la Jugoslavia. Attraverso sentieri ripidissimi Veier porta la sua divisione nella valle del Vardar. Il 18 aprile, dopo avere sfondato le ultime postazioni della 2ª Armata greca, i Panzer entrano in Salonicco a mezzanotte. Intanto gli italiani riescono a prendere Coritza, Monastir, Klisura e Argirocastro, e il fronte si muove ma solamente perché è quello greco a indietreggiare. Ad Atene Wilson e Papagos si consultano, il primo ministro Koritzis si è tolto la vita la mattina stessa: la situazione è grave, il nemico minaccia Gianina, la presenza di truppe inglesi non ha più alcun senso. Churchill mostra tutta la necessaria ipocrisia della politica in questa occasione. Si dichiara "forzatamente d'accordo" nel ritirare le truppe secondo un preciso piano di ritirata, assecondando i comandanti greci ,e ancora una volta deve fronteggiare una evacuazione come a Dunkerque, con la fortuna che la flotta italiana non avrebbe creato difficoltà avendo perso gli incrociatori Pola, Fiume e Zara a Capo Matapan il 28 e 29 marzo, e dal quale la potente corazzata Vittorio Veneto era stata salvata per poco. L'unico problema sarebbe stata la Luftwaffe.

Sull'altro versante, a nord di Monastir, il 10 aprile il generale Stumme si prepara all'assalto con il 40º Corpo corazzato da Skopoje (occupata il 7 aprile) contro la 1ª Armata greca: Bitolj e Prilep, sul confine ellenico, cadono una dopo l'altra, i difensori cominciano a indietreggiare lasciando parte delle forze intrappolate e isolate in Albania. Le uniche sacche di resistenza che impegnano più seriamente i carri di Stumme sono le unità del corpo di spedizione britannico (il Gruppo-W) con due divisioni greche, allineato intorno al monte Olimpo fino al fiume Aliakmon per proteggere il territorio della capitale. Tali forze hanno ricevuto l'ordine di opporsi con ogni mezzo alla avanzata dei Panzer e trattenere l'attacco nemico il tempo necessario per provvedere alle operazioni di rinforzo e consolidamento di una linea fissa. Tuttavia gli schieramenti dei difensori vengono oltrepassati senza eccessive difficoltà da una delle unità d'assalto preferite del fuhrer giunta in linea, la SS-Leibstandarte Adolf Hitler di Sepp Dietrich, che il giorno 11 aprile arriva nei pressi di Vevi, dove si accende una furiosa battaglia perché lì è concentrato il grosso delle truppe anglo-greche della 1ª Armata del generale Tsolakoglu. A dare manforte alle SS giunge la 9ª divisione corazzata con in testa il 33º reggimento e in breve l'attacco riesce.

Tsolakoglu decide di evitare un inutile massacro e invia al comandante della SS-Leibstandarte, il Gruppenfuhrer Dietrich, alcuni ufficiali per negoziare la resa delle forze ai propri ordini, deciso a evitare trattative con gli italiani. Mussolini si lamenta personalmente con Hitler perché anche rappresentanti italiani dovevano poter prendere parte alla resa di una intera armata nemica ed esige precisi accordi redatti in greco, tedesco e italiano. Il maresciallo von List, diretto superiore di Dietrich, che aveva trattato personalmente la resa con il generale greco, ritiene però il documento troppo superficiale e impreciso, e ordina una nuova stesura della dichiarazione di resa. Per soddisfare l'alleato italiano, Hitler ordina che nessuna proposta di resa venga accettata se anche gli italiani non ne avessero ricevuto la formale richiesta. Il generale Stumme, intanto, ordina alla 73a divisione corazzata di intercettare altri gruppi in ripiegamento presso Kastoria, più ad ovest, conquistata il 13 aprile, e mantiene la 9ª divisione corazzata sulla strada per Atene. Wilson, da parte sua, è favorito dal paesaggio montuoso e posiziona l'unica brigata di carri nei pressi di Ptolemais, creando una trappola naturale, circondata da ampie paludi, lungo la via obbligata che i tedeschi avrebbero dovuto percorrere. Nel pomeriggio del giorno 13, il 33º reggimento corazzato tedesco cade nella trappola e deve interrompere l'avanzata. La resistenza anche qui non si rivela però abbastanza efficace: i carri tedeschi, preceduti da reparti del Genio, riescono ad attraversare parte delle paludi cogliendo il fianco dello schieramento difensivo. In seguito a un violento quanto rapido scontro i difensori perdono oltre 30 carri e devono ripiegare. Il generale Papagos insiste per il ritiro del contingente inglese e pianifica l'ultima linea di difesa, la linea Aliakmon, per dare il tempo necessario a Wilson di organizzare l'imbarco dei suoi uomini.

Il 14 aprile Stumme lancia nuovamente all'attacco la 9ª divisione corazzata, che travolge la cittadina di Kozani e oltrepassa il fiume Aliakmon, ultimo ostacolo prima della Thessalia, dove i neozelandesi hanno creato un ampio sbarramento anti-carro. La battaglia anche qui è violenta, i mezzi corazzati di Stumme rimangono impegnati per ore, mentre la 5ª divisione corazzata, distaccata dalle forze di von Kleist e appena giunta dal fronte jugoslavo, opera l'aggiramento del nemico passando per l'aspro paesaggio del corso più intricato del fiume. Grevena è raggiunta ma nuovamente Wilson riesce a fare indietreggiare i suoi uomini e organizzare un fronte più meridionale verso le Termopili. Lo stesso 14 aprile, sul versante orientale del fronte, la divisione corazzata del generale Bohme avanza su Katerini con le truppe da montagna, in direzione di Platamon, nei cui pressi sorge la catena montuosa dominata dall'Olimpo. Wilson ha posto in questo punto di grande importanza un solo battaglione neozelandese con una piccola batteria d'artiglieria. Durante la notte avviene il primo scontro: il 304º Fucilieri tedesco con il supporto del 3º reggimento corazzato riesce ad aggirare le creste occidentali del fronte di difesa e al mattino seguente i neozelandesi si ritirano attraverso le gole di Peneus, un corridoio naturale che sfocia nella pianura della Thessalia e dell'ultimo ostacolo, le Termopili.

Alcuni battaglioni australiani vengono disseminati lungo gli anfratti dei canions, ma in quel momento l'attacco tedesco riprende vigore con l'arrivo della 5ª e parte della 6ª divisione da montagna del generale Ringel. Il 16 aprile mentre la 2ª divisione corazzata impegna gli australiani lungo la gola, le truppe da montagna tentano di aprirsi un passaggio sulle ripide creste a ovest, ma il loro piano è rovinato da un'improvvisa pioggia torrenziale notturna che impedisce ogni movimento. Solo all'alba del 18 aprile i reparti della 6ª divisione da montagna riescono a uscire dalla gola verso ovest, nei pressi di Evangelismos. Nel frattempo i Panzer passano il punto critico della gola e sbucano all'esterno, determinando l'esito della battaglia che vede l'annientamento pressoché totale del 21º battaglione neozelandese.

Il 19 aprile cade Larissa, dove viene catturato un più che discreto deposito di scorte e carburante, quindi il giorno seguente le due ali della tenaglia tedesca si concentrano sul passaggio delle Termopili (letteralmente "porte calde"), celebre per essere stato teatro di importanti battaglie del passato, da quella del 480 a.C. fra i greci di Leonida e i persiani di Serse, poi nel 280 a.C. quando i greci tentano di fermare le orde barbariche; e ancora nel 191 a.C. quando i contendenti erano i romani, ormai padroni del paese, contro Antioco III proveniente dalla Siria; infine, durante la guerra di indipendenza greca, contro l'occupante ottomano, che ne usciva sconfitto. Il 21 aprile il generale Bohme raggiunge Volos e punta su Lamia, mentre Ringel si presenta davanti alla città dopo aver oltrepassato i massicci montuosi e occupato Grevena.

A Salonicco, il 23 aprile, Tsolakoglu incontra gli emissari di Hitler (Jodl, von List e Dietrich) e quelli del duce, comandati dal generale Ferrero, e firma le dichiarazioni di resa di una parte cospicua dell'esercito greco. Lo steso giorno inizia la quinta grande battaglia delle Termopili, ma una condizione gioca a sfavore di Wilson: il paesaggio non consiste più nella stretta via di accesso dei secoli passati, che sarebbe stata facilmente difesa, perché nel corso del tempo i depositi alluvionali dei diversi fiumi presenti nella valle hanno notevolmente allargato il passaggio lato mare, quindi greci e neozelandesi si trovano a difendere un territorio che non è così difficile da oltrepassare per i Panzer. Per questo motivo i difensori devono dividere le loro forze per presidiare i punti di più facile accesso, diminuendo il loro potenziale: la 6ª brigata neozelandese del generale Freyberg si posiziona sulla via costiera mentre la 19ª australiana si attesta sulle colline intorno al villaggio di Skamnos. Gli attaccanti decidono di adottare, di fronte a tale schieramento nemico, la già collaudata ed efficace tattica dell'attacco simultaneo di fronte e su un fianco. La manovra di accerchiamento tocca ancora una volta alle ormai veterane truppe da montagna della 6ª divisione mentre di fronte sarebbero avanzati i carri. Nel corso della notte il comandante neozelandese riceve l'ordine di ritirarsi: Wilson ritiene non difendibile la posizione e decide di accelerare le operazioni di imbarco per l'isola di Creta.

I Fallschirmjaeger e i Parà italiani

A questo punto entrano in scena i paracadutisti tedeschi. Il piano è quello di interrompere la via di ritirata al contingente britannico verso i porti del Peloponneso, al quale si accede attraverso il canale di Corinto, ma il 26 aprile, quando due battaglioni di paracadutisti scendono sulla zona del canale e conquistano il ponte, la maggior parte delle truppe britanniche e greche ha già passato l'istmo. Per meglio comprendere le motivazioni e l'apporto che i paracadutisti tedeschi hanno dato alla campagna dei Balcani, e poi nella drammatica conquista di Creta, è necessaria una breve introduzione.

Dopo le vittoriose imprese del corpo aereo, negli alti comandi tedeschi la fiducia riposta nel corpo dei Fallschirmjager era decisamente profonda. In vista di più gloriose vittorie, Goring, l'onnipotente maresciallo del Reich, aveva ottenuto il potenziamento dei reparti ed erano stati fatti studi ed esperimenti per ridurre i rischi delle missioni dal cielo. In Germania, sul modello di quella di Stendal-Borstel, erano sorte scuole militari specializzate a Mecklenburg, Braunschweig, Wittstock,ed erano stati formati nuovi battaglioni con sempre più specifici impieghi. Le reclute erano sottoposte a estenuanti esami teorici e corsi pratici per circa due mesi, con un minimo di sei lanci. Nuove tecniche di lancio e atterraggio sono messe a punto facendo tesoro delle esperienze di Norvegia, Olanda e Belgio, come la diversa procedura di salto orizzontale dall'aereo, rispetto agli anglo-americani che si lanciano con il tuffo in piedi diventato famoso appunto come "a soldato".

Secondo i tedeschi, la tecnica orizzontale permetteva, data la bassa quota di lancio stimata fra i 150 e i 200 metri, di toccare terra ed essere rapidamente in assetto di combattimento subito dopo la fase critica dell'atterraggio. Il mezzo aereo è di essenziale importanza: protagonisti delle imprese dei Fallschimrmjager sono lo Junker-52 da trasporto e l'aliante da sbarco aereo, impiegato con successo in Olanda l'anno precedente. Il primo, lo Ju-52, poteva trasportare 15 uomini equipaggiati, oppure 4t di materiali; ha tre motori BMW 123A-3 raffreddati ad aria da 725hp che sviluppavano una velocità di 270 Km/h per un'autonomia di circa 1000Km. L'aliante è il DFS 230 in tela e legno, che sganciava il carrello utilizzato nella fase di decollo e atterrava su un pattino posto al centro della fusoliera. Era lungo 12m, pesava 2t, apertura alare 20m, poteva trasportare 10 uomini o 240Kg di materiale e aveva due mitragliatrici sui lati della cabina di pilotaggio per la difesa in fase di atterraggio.

La 7ª divisione Flieger, per esempio, era quella che forse rappresentava al meglio il modello di forza aerotrasportata. Nel suo organico era stato approntato un reparto di segnalatori che, insieme alle prime ondate di assaltatori, avevano il delicato e fondamentale compito di identificare le zone di atterraggio per il grosso contingente imbarcato su alianti. Per potenziare la forza di fuoco di uomini che dovevano necessariamente essere dotati di armamento leggero, viene messo a punto un sistema di lancio per armi di grosso calibro, come il cannoncino anti-carro da 37mm, mitragliatori, e anche un pezzo da 100mm senza rinculo, appositamente preparato con cinque paracadute. I reparti d'assalto sono anche dotati di nuove armi automatiche, pugnali, mortai da 80mm ed esplosivi. La pistola semi-automatica è molto diffusa e gli ufficiali portavano il mitra corto MP38 al petto, il celebre Schmeisser, pesante solo 4Kg perché aveva parti in plastica, lungo 90cm, calibro 9mm, con caricatore da 32 colpi e una cadenza intorno ai 500 colpi al minuto, a seconda del tipo di munizioni.

L'impiego dei paracadutisti tedeschi in Grecia nasce dalla necessità di tagliare la via della ritirata al corpo di spedizione inglese, occupando contemporaneamente le due sponde dello stretto di Corinto e il ponte in ferro sull'unica strada percorribile. All'operazione avrebbero preso parte il 1º e 2º battaglione del 2º reggimento del colonnello Sturm, con una compagnia di pionieri, un gruppo d'artiglieria con i già citati pezzi da 100mm e un reparto di pronto soccorso. Il piano, messo a punto dallo stesso Sturm, è articolato in un primo lancio con il 1º battaglione sulla sponda nord, un secondo con il 2º battaglione sulla sponda meridionale, e un lancio simultaneo di un reparto di segnalatori per predisporre la rapida discesa degli alianti con i reparti di pionieri assaltatori che dovevano attaccare il ponte. Poco prima dell'alba, le formazioni di Junker-52 decollano da Larissa e portano sull'obiettivo i paracadutisti, che alle 7.00 si lanciano affrontando una nutrita reazione da terra, specialmente da parte della contraerea.I difensori britannici e greci sono comunque colti di sorpresa e, una volta atterrati, i paracadutisti riescono a vincere la difesa disorganizzata. Solo nei pressi del canale avvengono scontri violenti, ma anche in questa zona i paracadutisti hanno successo grazie ad alcuni gruppi che si sono impadroniti di diversi automezzi britannici. In seguito al fortunato colpo, il 2º battaglione occupa il piccolo aeroporto di Corinto e gli assaltatori giungono al ponte e lo conquistano intatto.

I prigionieri, in maggior parte inglesi, sono circa 3000 e le avanguardie del colonnello Sturm sono già dirette versi i porti di Kalamatas, Gythion e Kiparissia, dove la maggior parte del corpo di spedizione si stava imbarcando, dopo aver passato Corinto in breve anticipo rispetto al colpo di mano dei tedeschi, abbandonando scorte di materiali, automezzi, munizioni e cannoni.Dopo l'operazione dei Fallschirmjager, entrano in scena i paracadutisti italiani, al loro battesimo del fuoco, per la conquista di Zante, Itaca e Cefalonia (isole che dominano l'accesso al canale di Corinto), con un progetto già elaborato in precedenza e destinato al 2º battaglione, di stanza a Civitavecchia, agli ordini del maggiore Zanninovich. Prime a partire, le compagnie 5ª e 6ª dei capitani Macchiato e Avogadro, in riserva la 4ª del capitano Pescuma. Il decollo è previsto da Lecce con obiettivo Cefalonia, a bordo degli aerei SM-82 della 4ª Squadra, diretti dal maggiore Verando, che avevano sostituito all'ultimo quelli forniti dalla scuola di volo di Tarquinia, dei vecchi e malandati Caproni-133.

Poco dopo mezzogiorno del 30 aprile iniziano i decolli: insieme al gruppo per Cefalonia, dall'aeroporto di Brindisi parte una squadriglia di cinque Z-506 per Corfù diretta dal colonnello Grande e, alle 14.30 cominciano i lanci, nei pressi di Krancia, poco a sud-est di Argostoli. La cittadina è occupata senza trovare resistenza, a prezzo di alcuni feriti per incidenti in fase di atterraggio su un terreno accidentato e ricco di muretti di sassi. La bandiera tricolore viene issata sulla Prefettura e in breve l'isola è occupata. Zante è attaccata dal mare dopo che i paracadutisti, condotti dal comandante Zanninovich, hanno requisito alcuni battelli a motore, mentre ammarano anche due idrovolanti con alcuni rinforzi, diretti dal colonnello Dalle Mole. In breve le due isole sono presidiate senza scontri e un piano di rifornimento alimentare viene immediatamente realizzato per il rifornimento delle popolazioni locali. I problemi iniziano alcuni giorni dopo, quando una nave con un reparto di circa 700 superstiti, provenienti dalla Grecia, entra in porto per sbarcare parte dei soldati. Il presidio italiano del maggiore Zanninovich conta poco più di 30 uomini. Poteva scatenarsi una drammatica battaglia, come già era successo anni prima a Cefalonia, ma grazie al sangue freddo e alla diplomazia del comandante italiano, lo scontro viene evitato, lo sbarco si svolge senza incidenti e inizia una strana quanto pacifica convivenza della popolazione locale con i soldati italiani che, non comportandosi da conquistatori, si guadagnarono l'amicizia della popolazione.

In Italia era rimasto, oltre al reparto del capitano Pescuma, una nuova formazione voluta dal comando in capo della marina e composta nel marzo del '41, uno speciale corpo anfibio in grado di operare in mare, terra e cielo per missioni di particolare rilevanza. Erano i primi 300 uomini del battaglione Leone Veneto del reggimento fanteria di marina S.Marco, al comando di uno dei più celebri ufficiali, già protagonista di coraggiose imprese, il tenente di vascello Conti e del suo vice, capitano del genio navale Buttazzoni. Il reparto di commandos è allenato a lanci notturni da bassa quota in qualunque condizione, atterraggio in mare e recupero di paracadute e attrezzature, avvicinamento a terra su battelli pneumatici, demolizione di ostacoli sommersi per aprire passaggi a mezzi da sbarco o mini-sommergibili, messa in opera di sabotaggi a installazioni nemiche e rientro alla base. Il battaglione è di stanza a Porto Clementino, non lontano dalla scuola di Terquinia. La missione sul canale di Corinto e la presa del ponte per interrompere i collegamenti fra greci e inglesi era stata inizialmente assegnata al reparto Leone Veneto, che aveva affrontato un ulteriore massacrante addestramento, ma l'operazione viene anticipata dai paracadutisti tedeschi e l'impiego del S.Marco è rinviato a futura occasione. Una nuova possibilità si presenta con il progetto di sbarco a Malta, operazione C-3, e per questa il battaglione di marinai incursori paracadutisti viene potenziato e ribattezzato battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti) e l'armamento individuale assai modernizzato, grazie soprattutto al capitano Buttazzoni, esperto tecnico, che brevetta fra le altre cose, giubbotti impermeabili portamunizioni e una particolare pistola lanciarazzi che anticipa di anni il tedesco Panzerfaust e il bazooka americano.Insieme al battaglione Leone Veneto NP, sono destinati a Malta i reparti della Folgore, la divisione tedesca del leggendario colonnello Ramcke, la divisione aerotrasportata La Spezia, i Battaglioni-M delle Camicie Nere, gruppi d'attacco di Granatieri di Sardegna, il battaglione Loreto per la rapida messa in funzione di campi di volo. Ai 600 uomini del S.Marco è affidata l'importantissima missione di conquistare la fortezza S.Luca con un lancio in mare.

Come sappiamo, l'intero progetto sarebbe poi stato rinviato per gli avvenimenti in Nord Africa e quindi definitivamente abbandonato. Il battaglione NP è trasferito prima a Marsiglia, poi a Tolone e quindi a La Spezia, in seguito a "difficoltà di convivenza" con l'occupante tedesco più che con la popolazione locale. Non molto lontano, in Grecia, la situazione è drammaticamente diversa: con la presa di Corinto, Atene è senza difese: il 27 aprile le avanguardie della 2ª divisione corazzata tedesca entrano nella capitale e la svastica viene issata sull'Acropoli. Dopo la conclusione dei trattati di resa della 1ª Armata greca, Mussolini insiste nuovamente presso Hitler perché anche una rappresentanza italiana partecipi alla parata della vittoria per le strade di Atene. La manifestazione si svolge il 30 aprile con vari raggruppamenti delle truppe da montagna del generale Ringel, alcuni reparti corazzati e un reggimento italiano di fanteria motorizzata.

L'operazione Marita si conclude in tre settimane con la perdita di 1000 uomini e il ferimento di altri 4000; gli inglesi lamentano la perdita di oltre 1/4 dei 50mila soldati del corpo di spedizione, migliaia di prigionieri e di ben 26 battelli da trasporto affondati dalla Luftwaffe durante la ritirata via mare verso Creta. I soldati britannici che riescono a riparare a Creta, ultimo baluardo difensivo nel Mediterraneo orientale, sono oltre 40mila, portati in salvo da 7 incrociatori, una ventina di cacciatorpediniere, 3 corvette e numerosi vapori e caicchi requisiti. Pesanti tuttavia sono state le perdite sia in naviglio sia in vite umane durante l'evacuazione. Creta balza in primo piano come importanza strategica, sia per i tedeschi, in quanto obiettivo finale della campagna nei Balcani, sia per gli alleati che erano intenzionati a mantenerne il controllo per non essere cacciati dal Mediterraneo orientale e poter rimettere piede sul continente. In seguito a una brillante operazione dei servizi segreti inglesi, che svolgono un mirabile lavoro di intercettazione venendo a conoscenza della futura operazione Merkur per la conquista dell'isola con uno sbarco aerotrasportato tedesco, Churchill rende note le intenzioni tedesche al generale Wavell, ordinandogli di predisporre le difese nell'isola. Intanto la Wehrmacht ultima la conquista occupando Sparta il 30 aprile.

A somme fatte, Hitler ha sottomesso un'altra area d'Europa, in totale sono stati fatti oltre 600mila prigionieri, la guerra-lampo ha nuovamente rivelato la potenza, la versatilità e l'invincibilità dell'esercito tedesco. La campagna di Grecia è costata all'Italia oltre 13mila morti, 12mila casi di congelamento, circa 25mila dispersi e quasi 43mila feriti.

La notte di Taranto: operazione Judgement

Della situazione di stasi e quindi di crisi dell'esercito italiano sul fronte sia greco-albanese che soprattutto africano, gli inglesi approfittano subito, occupando alcuni punti strategici del Mediterraneo Orientale fra i quali Suda, a Creta, che cominciano ad attrezzare come base avanzata per operazioni navali nel settore, contro i trasporti di rifornimenti destinati alle truppe dell'Asse impegnate in Africa del nord.Da parte italiana lo spostamento degli interessi militari verso i Balcani suggerisce al Comando Superiore della Marina (Supermarina) l'idea di concentrare nella base di Taranto una forza sufficiente per tenere l'iniziativa sul mare che garantisse la sicurezza per le truppe combattenti sia in Libia che in Albania. Vedere tante unità navali così importanti riunite in un unico porto, d'altra parte, favorisce gli inglesi nel tentare un attacco per neutralizzarle.

Gli storici vedono due cause principali nella azzardata decisione di Supermarina: in primo luogo una grave lacuna dei servizi di informazione italiani che non hanno dato la dovuta importanza ai precedenti storici: già nel 1930 l'allora capitano di vascello Lyster (poi comandante della portaerei Glorious) aveva preparato un piano per un attacco di aerosiluranti proprio alla base di Taranto per ordine dell'ammiraglio Pound, a quel tempo capo della Royal Navy nel Mediterraneo; in secondo luogo la scarsa fiducia nell'impiego degli aerosiluranti stessi, sebbene fosse stato un italiano (il capitano del Genio Navale Guidoni nel 1911 presso la base di La Spezia) a dimostrare la possibilità di sganciare un siluro da un aereo con risultati sorprendenti.Ignorando il piano congegnato da Lyster, Supermarina non da la giusta importanza neanche alla presenza della portaerei Illustrious unita alla flotta dell'ammiraglio Cunningham e alla presenza dello stesso ammiraglio Lyster a bordo, giunto ufficialmente per assumere la direzione della squadra navale e in realtà con il preciso incarico di istruire i piloti degli Swordfish, mossa che testimonia quanta cura i britannici mettano nell'organizzare l'incursione.

La notte dell'11 novembre nella base di Taranto vi sono le seguenti unità: nel Mar Grande le corazzate Littorio, Giulio Cesare, Vittorio Veneto, Cavour, Doria e Duilio, poi tre grandi incrociatori (Gorizia, Zara, Fiume) e numerose navi appoggio; nel Mar Piccolo gli incrociatori Bolzano, Trieste, Garibaldi, Abruzzi, Trento e Pola, la nave appoggio Miraglia e alcune cacciatorpediniere. Navi e installazioni portuali sono protette da un buon sistema difensivo al comando dell'ammiraglio Pasetti: 21 batterie con 100 cannoni contraerei; 68 postazioni di mitragliere con 110 pezzi; 27 palloni frenati 16 dei quali a ovest lungo la diga Tarantola e gli altri 11 lungo la costa di levante. La rete di segnalazione dispone di 13 stazioni trasmittenti e 22 proiettori. Inoltre, sul mare, dei 12mila metri di reti nel Mar Grande ne erano stati calati poco più di 4000 a una profondità dagli 8 ai 10 metri e sostenute da cilindri galleggianti. Tutta questa opera difensiva, però, è nota al nemico. Dal 6 novembre, giornalmente, i ricognitori inglesi Glenn Martin (di fabbricazione americana) sorvolano Taranto e scattano migliaia di fotografie, aggiunte alle documentazioni raccolte dagli uffici informazioni, che lo staff operativo interpreta, fornendo all'ammiraglio Cunningham l'esatta disposizione di ogni nave, delle installazioni di difesa, della profondità del Golfo di Taranto, delle reti di protezione e della loro profondità per determinare la quota di sgancio da 10 metri e il percorso dei siluri.

Una delle condizioni principali per la riuscita dell'impresa è quella di fare giungere la Illustrious a circa 40 miglia da Cefalonia e a 170 da Taranto senza che fosse avvistata, dove doveva rimanere in attesa del rientro degli aerei, cosa che grazie alla caccia inglese che tiene lontano i ricognitori italiani, riesce in pieno: alle 20.00 dell'11 novembre la Illustrious scortata dalle unità da battaglia Valiant, Warspite, Ramilles, Malaya e da altre navi minori giunge nel punto stabilito. L'ammiraglio Lyster, in possesso delle particolareggiate informazioni, aveva messo a punto il seguente piano: l'attacco sarebbe stato portato in due ondate successive (alle 22.45 e alle 23.45) entrambe nello stesso modo. Gli Swordfish sarebbero giunti su Taranto da sud-ovest, per nascondere la provenienza (la portaerei è a sud-est), quindi due aerei avrebbero sganciato dei bengala illuminanti lungo il tratto orientale del Mar Grande per illuminare le navi alle spalle, altri avrebbero bombardato le unità ancorate nel Mar Piccolo per attirare il fuoco di difesa, altri ancora sarebbero scesi a motore spento fino alla quota di lancio per sganciare il siluro verso le corazzate, che costituiscono l'obiettivo principale.

Le due ondate sono così formate: la prima da 6 aerosiluranti, 2 bengalieri, 4 bombardieri; la seconda da 5 aerosiluranti, 2 bengalieri e un bombardiere. I ricognitori sorvolano Taranto fino a pochi minuti prima dell'attacco, e ciò fa scattare gli allarmi numerose volte nel corso della serata, poi alle 23.00 inizia il primo attacco che si svolge come previsto: gli aerosiluranti planano da 1300 fino a 10 - 8 metri dall'acqua e sganciano. Il pilota Williamson colpisce la Cavour a prora poi viene abbattuto dalla contraerea stessa della nave; altri due siluri lambiscono lo scafo della Doria senza toccarlo. I due piloti, Kemp e Swayne, sganciano da lati opposti e colpiscono la Littorio, poi l'ultimo aerosilurante del pilota Maund sgancia il siluro che però esplode prima di colpire il bersaglio.

La prima ondata ha compiuto l'attacco e si ritira ma alle 23,50 scatta un nuovo allarme: i bengala illuminano ancora il Mar Grande quindi l'aereo del pilota Lea piomba sulla Duilio e la colpisce a prua. Altri due prendono di mira la Littorio ma solo uno dei siluri colpisce la nave nella fiancata destra. Sorprendentemente i riflettori non si accendono (non si stabilisce chi deve dare l'ordine!) un altro aereo plana sulla Vittorio Veneto ma non coglie nel segno. L'ultimo Swordfish del pilota Baily viene abbattuto mentre si accinge a lanciare contro la Gorizia. Alle 00.30 tutto è finito e immediatamente le navi colpite vengono portate a incagliarsi per evitare l'affondamento e per compiere un esame dei danni che risultano molto più gravi del previsto: la Littorio ha nelle fiancate tre squarci di almeno 15 metri per 10 e dovrà rimanere in riparazione fino al marzo '41; la Duilio ha una falla di 11 metri per 7 e riprenderà la navigazione nel maggio '41; la Cavour con una falla di 12 metri per 8 proprio in corrispondenza del deposito munizioni prodiero viene rimorchiata a Trieste ma non verrà più rimessa in servizio; le vittime sono 32 sulla Littorio, 17 sulla Cavour, 3 sulla Duilio e metà della squadra navale italiana è fuori combattimento.

L'ammiraglio Cunningham valuta assai positivo l'attacco per il rapporto fra danni inflitti e mezzi impiegati (per la cronaca, l'esempio insuperato, in tal senso, rimane l'impresa compiuta dai sommozzatori italiani nel porto di Alessandria, dove con solo tre "maiali", sei uomini mettono fuori uso le due principali corazzate britanniche presenti nel Mediterraneo e una grossa petroliera - ndr -). In effetti l'attacco di Taranto riduce di grande misura il pericolo di disturbo nella operazione di trasferimento del corpo di spedizione inglese in Grecia e permette di alleggerire il numero di corazzate britanniche nel settore. Il 12 novembre anche le altre navi uscite indenni dall'assalto, lasciano Taranto per dirigersi nei più sicuri porti di Napoli e La Spezia.
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