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Roberto Saviano: perché oggi è sempre più difficile fare inchieste sul potere in Italia

«Querele a raffica, insulti pubblici, accuse che volano come proiettili: il dibattito pubblico si è trasformato in una vera e propria battaglia». Non è più solo confronto, ma una lotta senza esclusione di colpi. Le querele, spesso presentate come strumenti per difendere l’onore, nascondono un gioco sporco. Dietro molte denunce non c’è solo la volontà di proteggere la reputazione, ma una strategia precisa: gettare fango sull’avversario. Non si tratta solo di sporcare l’immagine, ma di mettere a tacere chi osa dissentire, chi solleva questioni scomode. È una forma di censura mascherata, a volte silenziosa, altre volte plateale, che schiaccia soprattutto chi lavora in ambiti delicati come la cronaca, la politica e la cultura.

Querele: uno strumento di pressione più che di giustizia

Le querele dovrebbero servire a proteggere la reputazione di persone o aziende, ma in molti casi diventano un modo per mettere pressione e intimidire. Spesso sono rivolte a giornalisti, attivisti o commentatori che criticano o scavano su temi delicati. La tattica è semplice: sommergere di cause chi cerca di fare informazione o denuncia, costringendolo a spese legali pesanti e a una battaglia giudiziaria lunga e snervante.

Dietro a questo uso distorto della giustizia c’è una vera e propria censura privata. Chi ha soldi o potere può bloccare informazioni scomode, condizionare il racconto pubblico e zittire chi non si piega. Chi subisce queste azioni si trova a combattere processi estenuanti, sostenere costi elevati e affrontare un forte stress psicologico, con il risultato di una pesante limitazione della libertà di stampa e di espressione.

Il “fango”: tattica sporca per delegittimare

Con “fango” si indicano tutte quelle pratiche usate per sporcare la reputazione altrui: calunnie, campagne mediatiche, fake news e disinformazione studiata a tavolino. L’obiettivo è sempre lo stesso: togliere credibilità a persone o gruppi per impedirgli di far sentire la propria voce o di portare avanti le proprie indagini.

Le querele spesso diventano un modo per dare un’apparenza di legittimità a queste offensive. Si crea un circolo vizioso: le accuse alimentano i processi, che a loro volta danno spazio a nuove denunce e sospetti, instaurando un clima di diffidenza che soffoca il dibattito democratico. Spesso le vittime escono con l’immagine compromessa, anche quando le cause si concludono con un’archiviazione o una sentenza a loro favore.

Quando la pressione giudiziaria e mediatica diventa censura

L’accoppiata tra querele aggressive e campagne diffamatorie dà vita a una censura atipica, che non passa per le vie ufficiali dello Stato, ma agisce tramite il peso economico e psicologico. In Italia, diversi casi hanno dimostrato come questa pressione possa tacitare voci critiche e minacciare il lavoro dei giornalisti.

Il silenzio non colpisce solo chi fa giornalismo investigativo, ma anche chi opera in politica locale, cultura o associazioni civiche. La paura di finire sotto attacco scoraggia la partecipazione pubblica e alimenta un’auto-censura diffusa, riducendo lo spazio per controllare il potere e denunciare abusi.

Così si rischia di perdere l’equilibrio tra diritto a difendersi e libertà di espressione. Se è vero che chi subisce diffamazioni merita tutela, è altrettanto urgente fermare l’abuso delle querele e le campagne di fango, che rappresentano una forma di censura mascherata e minano la democrazia e la qualità del confronto pubblico nel 2024.

Redazione

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