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L'Opera 10 di Passo Monte Croce Comelico
di Davide Bagnaschino © (08/08)
Lo sbarramento di Passo Monte Croce Comelico, controllava la Strada Statale 50 Carnica, e faceva parte del XV Settore G.a.F. di Valle Pusteria (in seguito passato al XVI Settore Carnia). Suo compito era quello di impedire a truppe nemiche, che avessero superato le precedenti linee difensive, di raggiungere la pianura veneta. La sistemazione avrebbe dovuto comprendere un fossato anticarro (ancora visibile) e una quindicina di opere (tutte del tipo Circ. 15.000), con sviluppo dalla Pala del Popera sino al Col della Croce. I lavori, iniziati nel 1940, vennero interrotti solo nel 1943, dopo le reiterate proteste degli alleati tedeschi che continuavano a vedersi costruire opere di difesa sotto i propri occhi.
Tre opere non vennero realizzate mentre, nel dopoguerra, sette opere furono riattivate (come si dice in gergo) e dotate di nuove armi (MG42, pezzi da 75/21, 90/50, ecc.) in luogo delle vecchie FIAT 14/35 e pezzi da 47/32 e 75/27. Infatti negli anni '50 questo, come molti altri sbarramenti, nacquero a nuova vita, nell'ambito della difesa a Est dello schieramento della NATO. A fronte della minaccia dei paesi del Patto di Varsavia, molti sbarramenti di fondo valle (quasi tutti), rientrarono nei nuovi dispositivi difensivi, presidiati da reparti della rinata G.a.F. prima, da Battaglioni di Fanteria e di Alpini di Arresto poi.
In alcuni casi si dovette ricorrere a costruzioni ex-novo (bisogna dire di qualità assai scadente, almeno a fronte delle vecchie opere) per completare, come in questo caso, situazioni rimaste incomplete. Più precisamente nel 1976, tre piccole postazioni vennero costruite verso Sud a implementare le sette opere reimpiegate e a dare alla linea capacità di difesa anche in direzione di Santo Stefano di Cadore. Si trattava di due torrette di carro armato M 26 Pershing (torretta enucleata con cannone da 90/50 e sottostante ricovero/riservetta) e una torretta a quattro feritoie per due mitragliatrici (anch'essa con relativi locali e ingresso), poste a diretto controllo della rotabile e, lo ripeto, con caratteristiche di resistenza assai limitate.
La riattivazione in ambito NATO, diede allo sbarramento il nome in codice Tremiti, con presidio di 11 ufficiali, 16 sottoufficiali e 220 soldati di truppa, per un totale di 247 uomini. La maggior parte delle opere erano costituite da grossi monoblocchi in calcestruzzo, solo le opere 2 e 10 erano ricavate in caverna. L'opera 10 in particolare mi ha colpito per il suo notevole sviluppo e armamento, paragonabile soltanto al complesso del Balcone di Marta (Media Roja), ma anche per il suo impatto visivo, con le feritoie allineate lungo la parete rocciosa. A Luglio, in occasione delle mie ferie in zona, dopo essermi informato sul Vallo Alpino (quale fortuita coincidenza!!!), l'opera 10 era una meta obbligata: circa un chilometro e mezzo di gallerie, sei obici da 100/17, cinque mitragliatrici, cinque ingressi, otto caponiere, due osservatori, scale a non finire (oltre cento metri di dislivello) e soprattutto scale a chiocciola interminabili (in legno!!!). E ora a voi le immagini; ulteriori foto su www.scas.it, un saluto a tutti.
Tre opere non vennero realizzate mentre, nel dopoguerra, sette opere furono riattivate (come si dice in gergo) e dotate di nuove armi (MG42, pezzi da 75/21, 90/50, ecc.) in luogo delle vecchie FIAT 14/35 e pezzi da 47/32 e 75/27. Infatti negli anni '50 questo, come molti altri sbarramenti, nacquero a nuova vita, nell'ambito della difesa a Est dello schieramento della NATO. A fronte della minaccia dei paesi del Patto di Varsavia, molti sbarramenti di fondo valle (quasi tutti), rientrarono nei nuovi dispositivi difensivi, presidiati da reparti della rinata G.a.F. prima, da Battaglioni di Fanteria e di Alpini di Arresto poi.
In alcuni casi si dovette ricorrere a costruzioni ex-novo (bisogna dire di qualità assai scadente, almeno a fronte delle vecchie opere) per completare, come in questo caso, situazioni rimaste incomplete. Più precisamente nel 1976, tre piccole postazioni vennero costruite verso Sud a implementare le sette opere reimpiegate e a dare alla linea capacità di difesa anche in direzione di Santo Stefano di Cadore. Si trattava di due torrette di carro armato M 26 Pershing (torretta enucleata con cannone da 90/50 e sottostante ricovero/riservetta) e una torretta a quattro feritoie per due mitragliatrici (anch'essa con relativi locali e ingresso), poste a diretto controllo della rotabile e, lo ripeto, con caratteristiche di resistenza assai limitate.
La riattivazione in ambito NATO, diede allo sbarramento il nome in codice Tremiti, con presidio di 11 ufficiali, 16 sottoufficiali e 220 soldati di truppa, per un totale di 247 uomini. La maggior parte delle opere erano costituite da grossi monoblocchi in calcestruzzo, solo le opere 2 e 10 erano ricavate in caverna. L'opera 10 in particolare mi ha colpito per il suo notevole sviluppo e armamento, paragonabile soltanto al complesso del Balcone di Marta (Media Roja), ma anche per il suo impatto visivo, con le feritoie allineate lungo la parete rocciosa. A Luglio, in occasione delle mie ferie in zona, dopo essermi informato sul Vallo Alpino (quale fortuita coincidenza!!!), l'opera 10 era una meta obbligata: circa un chilometro e mezzo di gallerie, sei obici da 100/17, cinque mitragliatrici, cinque ingressi, otto caponiere, due osservatori, scale a non finire (oltre cento metri di dislivello) e soprattutto scale a chiocciola interminabili (in legno!!!). E ora a voi le immagini; ulteriori foto su www.scas.it, un saluto a tutti.
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