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Sidney Lumet
di Piero F.

Sidney Lumet (n. 1924) è un tipico rappresentante della nidiata di nuovi registi che irruppero nel cinema hollywoodiano alla metà degli anni '50, portando una ventata d'aria nuova. Come gli altri (Arthur Penn, Martin Ritt, Robert Altman), Lumet proveniva da esperienze televisive, e considerando quanto poco è valutata oggi la qualità televisiva, è sorprendente apprendere che invece, a cavallo fra i '40 e i '50, la TV americana (in primis la CBS) era più vivace e creativa dell'industria cinematografica. Molti di quei primi TV movies furono rifatti per il grande schermo, generalmente dagli stessi registi, e si guadagnarono anche degli Oscar, incentivando così la migrazione a Hollywood dell'intera generazione di filmmakers cresciuti nella CBS. Sidney Lumet debuttò con La parola ai giurati, grazie alla stima che in lui riponeva Henry Fonda, e nell'arco della carriera si distinse come un autore colto e intelligente, fin troppo rispettoso dei testi originali, al punto di essere accusato dalla critica di limitata immaginazione filmica. Accusa immeritata, in verità, giacché Lumet (sicuramente non un genio visionario) ha sempre dimostrato una spiccata capacità di adattarsi stilisticamente al testo, ottenendo risultati espressivi "nascosti" nelle pieghe del subconscio. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, pur fra gli alti e bassi della sua carriera, abbia al suo attivo una serie di blockbuster come Quel pomeriggio di un giorno da cani, Serpico, o Quinto potere, e si sia guadagnato ben cinque nomination all'Oscar.

La tematica ricorrente di Lumet è senz'altro la crisi di coscienza, vale a dire quel sofferto processo interiore che porta l'individuo a schierarsi pacatamente e caparbiamente contro un conformismo capace, per disinteresse o timore, di avvallare gravi ingiustizie. C'è in lui tutto l'ottimismo kennediano, genuinamente democratico e fiducioso nel concetto di giustizia.
Poiché questi problemi di coscienza sono ravvisabili in ogni aspetto della vita umana, Lumet ha affrontato programmaticamente generi cinematografici molto diversi tra loro, rispondendo prima che al pubblico o ai produttori, alla propria curiosità intellettuale.
«Il talento è il nostro stesso limite. E' l'angustia della nostra intelligenza delle cose a farci andare più in profondità, e poi di laggiù ci si espande. I limiti ci aiutano. Ma non penso proprio che ci sia una forma, una maniera di raccontare una storia, in sé superiore. Bergman è il solo vero genio che abbiamo avuto nella regia, ma non si può impararae nulla da quanto lui fa. Non si impara da un genio. Già la radice della parola implica una differenza genetica. Quando lavori bene, i problemi tecnici lavorano per te. In un modo o nell'altro, se si risolve un problema creativo, si risolve anche un problema tecnico. E quando si risolve un problema tecnico, si diventa maggiormente creativi.»

WAR FILMS
Lumet non si è praticamente mai occupato di guerra, tuttavia in due occasioni la sua tematica del conflitto di coscienza ha affrontato situazioni tipicamente militari, e sono entrambe occasioni troppo importanti per trascurarle.

Fail Safe, 1964 [A prova di errore]
The Hill, 1965 [La collina del disonore]
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