It.Cultura.Storia.Militare On-Line
invia stampa testo grande testo standard
Bookmark and Share
[HOME] > [icsm WORLD] > [Cinema: Classici di guerra]
Il ponte sul fiume Kwai
di Piero Fiorili
[torna indietro]
IL PONTE SUL FIUME KWAI (The Bridge on the River Kwai, UK 1957)
Regia: DAVID LEAN
Sceneggiatura: Michael Wilson e Carl Foreman, da un romanzo di Pierre Boulle.
Fotografia: Jack Hildyard; Montaggio: Peter Taylor; Scenografia: Donald Ashton
Cast: ALEC GUINNESS (Col. Nicholson), WILLIAM HOLDEN (Shears), SESSUE HAYAKAWA (Col. Saito), JACK HAWKINS (Magg. Warden), JAMES DONALD (Magg. medico Clipton), GEOFFREY HORNE (ten. Joyce), ANDRE' MORRELL, PETER WILLIAMS, JOHN BOXER, PERCY HERBERT.
Prodotto da Sam Spiegel per la Horizon Production.
Distribuzione: Columbia Pictures (Technicolor, Cinemascope, durata 161')

1943, in un campo di concentramento giapponese nella giungla thailandese, a ridosso del fiume Kwai. I prigionieri inglesi (con qualche americano) lavorano forzatamente alla costruzione di un ponte ferroviario che permetterà ai giapponesi di portare truppe ed equipaggiamento sul fronte birmano, ma i lavori vanno a rilento. Un nuovo contingente di prigionieri, tra i quali il colonnello Nicholson, giunge al campo, e il comandante, colonnello Saito, destina tutti quanti, ufficiali compresi, al lavoro manuale sul ponte in costruzione. Nicholson si oppone, poiché la Convenzione di Ginevra esenta gli ufficiali dal lavoro manuale. Ne nasce un dissidio del quale il colonnello inglese fa le spese, venendo sottoposto a un trattamento brutale. Ma il suo orgoglio di casta non si piega alle umiliazioni, e nel frattempo il ponte non progredisce, un po' per l'inettitudine dei progettisti giapponesi, e molto per il sabotaggio strisciante dei prigionieri, per i quali Nicholson è diventa un simbolo di riscatto. Intanto l'americano Shears (un soldato semplice che si spaccia per un ufficiale, e campa meglio degli altri grazie al proprio cinismo) riesce a fuggire dal campo e, dopo aver attraversato la giungla, raggiunge una base inglese. Sempre spacciandosi per ufficiale (ha assunto l'identità di un suo superiore, caduto in combattimento), riesce a farsi mandare in convalescenza a Ceylon, dove viene trattato con tutti i riguardi come "ospite".
Intanto il comandante Saito, sull'orlo del harakiri per gli isterici solleciti e le accuse di incapacità che quotidianamente riceve dal suo Comando, gioca la sua ultima carta: chiede umilmente aiuto a Nicholson. Costui accetta a condizione di assumere la direzione dei lavori e di affidare agli ufficiali britannici la riprogettazione del ponte, e ottenuta carta bianca, invita tutti i prigionieri a sospendere ostruzionismo e sabotaggi. Ora gli sta bene anche che gli ufficiali si adattino ai lavori manuali, dato che per lui è in gioco la superiorità della civiltà britannica su quella giapponese. Il ponte progredisce celermente, e osservatori interessati, da lontano, iniziano a preoccuparsi per il vantaggio strategico che la linea ferroviaria darà ai giapponesi. Bisogna fermare i lavori, costi quello che costi.
A Ceylon il soldato Shears, sempre sotto le mentite spoglie di ufficiale, se la spassa allegramente, aspettando la fine della guerra. Un giorno viene cortesemente invitato nella sede di un reparto di Commandos, dove il mellifluo maggiore Warden esibisce all'allibito Shears le prove della sua vera identità, e gli spiega come la prenderebbero gli americani se scoprissero l'inganno. La faccenda non uscirebbe dai Servizi inglesi, però, se Shears si offrisse "spontaneamente" come guida di un commando di guastatori attraverso quella giungla che già una volta aveva attraversato con successo...
Così, mentre il ponte viene completato con legittimo orgoglio da Nicholson, col tripudio dei prigionieri e con soddisfazione di Saito, quel "monumento alla civiltà britannica" viene raggiunto e minato silenziosamente dal commando del maggiore Warden, guidato da Shears.
Il giorno dell'inaugurazione, proprio mentre sta per passare il primo treno, Nicholson si avvede delle mine, e tenta di sventare il disastro: nello scontro a fuoco che ne segue cadono Saito, Shears e Nicholson, ma il ponte salta in aria ugualmente. I giapponesi non riusciranno a ricostruirlo prima della controffensiva alleata in Birmania: la missione dei guastatori è dunque riuscita perfettamente. E' fallita invece la missione di Nicholson, come fallirà di lì a poco quella dell'Impero Britannico, basata sulla convinzione di essere portatrice di una superiore civiltà.

Il film è tutto giocato sulle contrapposizioni, da quella tra civiltà, a quella di carattere e di concetto dell'onore, tra l'autodisciplina di Nicholson e il pragmatismo di Shears, tra l'inferno della giungla e il paradiso delle spiagge di Ceylon. Qualche critico si trova a disagio in questo continuo altalenare di situazioni (c'è chi ha parlato di discontinuità del racconto), ma la maggior parte di essi è genuinamente entusiasta per questa produzione spettacolare ad alto costo, che riesce ad essere profonda e incisiva sul piano della critica sociale e della psicologia bellica.
Anche qui, come in La grande illusione (capolavoro di Jean Renoir) vi sono due ufficiali che per quanto nemici finiscono per intendersi a livello di "classe", e a gareggiare per dimostrare la superiorità della propria civiltà su quella dell'amico-nemico. Il senso del film (e del libro che ne è la fonte ispiratrice) sta proprio qui: la guerra è una tragedia vera del common people e non una tenzone cavalleresca tra gentlemen. La figura di Shears fu apposta ampliata in sede di sceneggiatura, un po' per dare una parte di rilievo ad un attore americano di grande richiamo (il che, ovviamente, influì non poco a livello di mercato), ma anche per rappresentare un punto di vista esterno. E non è l'unica variante rispetto al romanzo: nell'opera di Boulle, infatti, il ponte resta intatto e abbandonato nella giungla, a mo' di monumento all'umana follia.
Il grande successo mondiale del film fu premiato con 7 Oscar: per il miglior film della stagione (primo film non americano ad aggiudicarsi questo premio), per la regia, per la sceneggiatura, il montaggio, la fotografia, e per il miglior commento musicale (la marcetta Colonel Bogey divenne un best seller in tutto il mondo). L'Oscar per il miglior attore protagonista fu assegnato ad Alec Guinness, ma fu negato quello al Sessue Hayakawa, che rimase l'unica candidatura non premiata.
Questo trionfo sembra dare ragione a chi ritiene che l'opera cinematografica sia di livello superiore a quella letteraria, praticamente sconosciuta fino a quando il film non rivelò al mondo l'esistenza di Pierre Boulle. Il francese firmò la sceneggiatura del film, ma i veri autori erano Wilson e Foreman, entrambi sulla lista nera hollywoodiana di proscrizione (avrebbero poi ricevuto un Oscar postumo nel 1985, a titolo di risarcimento). Boulle non fu un grande scrittore: giovane ingegnere col gusto dell'avventura, nel 1936 era andato a costruire ponti in Malesia, e lì aveva assistito all'invasione giapponese, finendo poi per aggregarsi alla Resistenza locale. Il libro nel quale descriveva la vicenda del ponte divenne celebre solo grazie al "traino" del film di Lean. Un caso analogo capitò a Boulle nel decennio successivo, quando il suo pamphlet La planète des singes fu portato sullo schermo, radicalmente trasformato, ed ebbe un enorme successo (Il pianeta delle scimmie ha avuto 4 sequel, più un recente remake!)

antologia della critica

(Giudizio critico dell'enciclopedia Il Cinema, edita da De Agostini)
La comune appartenenza al mondo militare e la parità di grado fa sì che tra Nicholson e Saito si crei un'intesa, al di sopra delle parti. Entrambi nutrono una cieca venerazione per i fondamenti ideali della loro missione. Entrambi, inoltre, sono fermamente decisi ad obbedire categoricamente agli ordini. I due uomini rappresentano anche due diversi codici di condotta. Nicholson è il tipico gentleman inglese: "Al di fuori della legge non c'è civiltà", dice a Saito. Sopporta quindi stoicamente la tortura per difendere il principio secondo il quale gli ufficiali non devono lavorare accanto agli uomini di truppa. Il codice di Saito è quello del guerriero giapponese (bushido). All'inizio del film lo si vede col tradizionale kimono e in ogni occasione egli porta con sé la spada cerimoniale. Saito disprezza gli inglesi perché, come dice a Nicholson, non provano alcuna vergogna per la loro sconfitta. Se il suo prestigio dovesse venir meno, sa che l'unica sua risorsa sarebbe il suicidio atuato col rituale hara-kiri. In opposizione a Nicholson e Saito, l'americano Shears non è guidato da un codice inflessibile né accecato dal patriottismo. Per Shears la guerra non è un "gioco" eroico, bensì una semplice questione di sopravvivenza. Per molti versi è un tipico eroe hollywoodiano secondo la tradizione del personaggio alla Bogart, che confida solo nelle proprie forze.

Georges Sadoul (in: Il Cinema. I film)
Pur modificato in più punti rispetto al romanzo di Pierre Boule, il film rimane una satira dello spirito militarista, perché il colonnello si metteva al servizio del nemico pur di salvare lo "spirito di corpo" e difendere il "suo" ponte, ignorando l'uso che ne avrebbero fatto i giapponesi. Se questa super-produzione ad alto costo ebbe un successo universale, fu certo per il suo aspetto spettacolare, la robusta interpretazione di Alec Guinness, una regia coscienziosa, una marcetta trascinante; ma forse anche perché la sua lezione aveva un significato per tutti, in quegli anni 1955-60 in cui si dimostrò come molti, ancor più in buona fede del colonnello Nicholson, avessero tradito, per ristrettezza mentale, la causa che credevano di servire.

(Giudizio critico da The Encyclopedia of Film, Baseline II)
La regia di David Lean, in questa indagine psicologica sulla guerra, è magistrale; e contrappone sapientemente sequenze di azione alla disamina psicologica dei suoi personaggi. La sceneggiatura (accreditata a Pierre Boulle, l'autore del romanzo, ma scritta in realtà da Michael Wilson e Carl Foreman, entrambi sulla "lista nera") conserva i dialoghi brevi e secchi di Boulle, intessuti di humor nero, particolarmente nel personaggio del cinico e realista Holden. Il film fu girato a Ceylon e la splendida fotografia cattura i lussureggianti colori della fitta giunga e delle aspre montagne. Così come il libro, il film è basato su eventi reali, la costruzione da parte dei Giapponesi di quella che fu chiamata "la ferrovia della morte", costruita da Bangkok a Rangoon nel 1942 con l'utilizzo del lavoro forzato dei prigionieri Alleati, lasciati senza cibo, bevande e protezione fino a che morivano sulla massicciata.

Pauline Kael (in: Pauline Kael Review)
Il film è piuttosto discontinuo, particolarmente nelle scene interpretate da William Holden, e l'azione che innesca il pirotecnico finale non è del tutto chiara. Tuttavia Alec Guinness è straordinario nel ruolo del colonnello inglese Nicholson, un maniaco del regolamento che sfida coraggiosamente i Giapponesi sul piano della legalità, e poi fa il loro gioco e rinfranca il morale dei prigionieri mettendoli al lavoro nella costruzione di un ponte per i loro carcerieri: un ponte che permetterà ai Giapponesi di ricevere rinforzi...

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film) Questo megafilm che è insieme tragedia e commedia, denuncia della guerra e omaggio a quelli che la fanno, concilia l'avventura con l'ironia, le ambizioni artistiche con quelle dello spettacolo. Memorabile Guinness, ma anche il motivo fischiettato "Colonel Bogey March".

Paolo Mereghetti (in: Dizionario dei film)
Primo kolossal di Lean, che riesce a bilanciare le ragioni dello spettacolo con una morale non corriva: l'assurdità dell'etica militaresca e della guerra in generale, con un'amarezza di fondo certo non in linea con il genere. Grandi interpretazioni, e stereotipi usati in modo efficace.
[torna indietro]
RIPRODUZIONE RISERVATA ©
[HOME] > [icsm WORLD] > [Cinema: Classici di guerra]