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La guerra e il cinema
di Piero Fiorili
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Cos'è il "cinema di guerra"? In cosa consiste la specificità del film bellico? Belle domande. Anzitutto è difficile stabilire un confine tra la Storia e la Guerra. Non v'è dubbio che le ricostruzioni storiche finiscano sempre per imbattersi in una guerra: in fondo sono proprio gli eventi bellici quelli che in genere cambiano la storia. Però non sempre questi eventi sono centrali, nella narrazione, spesso fanno da sfondo a vicende incentrate su altri aspetti storici. Ma anche considerando solo le pellicole nelle quali la guerra ha un ruolo centrale, ci si imbatte in classificazioni ormai consolidate da tempo: un film su Waterloo sarà indicato come "storico", uno su Little Big Horn come "western". Senza contare che ci sono poi film che si occupano di azioni belliche condotte da civili, lontane dai campi di battaglia, e magari in località esotiche, che sono classificati "avventurosi". Abbandonando ogni speranza di giungere a un metodo di classificazione oggettivo, sarà bene riferirsi a uno specifico scopo, e cioè una selezione di film che possano rivestire interesse per un newsgroup dedicato alla storia militare.

In quest'ottica pare lecito considerare d'interesse storico-militare i film che si cimentano in ricostruzioni di battaglie, di qualsiasi epoca esse siano. In realtà, sono poche le opere di questo genere: occorre un grande sforzo produttivo per le uniformi, le armi, i cavalli e tutto ciò che permette di rappresentare grandi scene di massa. Più numerosi sono i film, generalmente considerati western, dedicati alle guerre indiane condotte dalla cavalleria degli Stati Uniti, nonché quelli sulla rivoluzione messicana (oltre, ovviamente, alla guerra civile americana), o anche quegli action movies che mostrano reparti dell'esercito in funzione antisommossa, o in occasione di colpi di Stato veri o presunti. Insomma, in generale sono interessanti in questo contesto tutti i film nei quali i protagonisti siano militari in azione, in qualunque luogo e in qualsiasi tempo si svolga l'azione stessa.
Con ciò abbiamo allargato l'orizzonte, includendo elementi marginali di altri generi cinematografici, però non abbiamo ancora individuato l'esatta natura del genere bellico. Occorre prima di tutto intendersi sui termini. Il "cinema di genere" è per definizione un cinema povero, che si avvale di convenzioni consolidate, onde poter replicare più o meno all'infinito varie situazioni all'interno di uno scenario riconoscibile a prima vista. La guerra, per il lato industriale del cinema (non certo per il suo lato artistico), non è differente da una sit-com e da qualsiasi altra situazione seriale: e infatti, molto spesso, i film bellici furono prodotti in economia, i cosiddetti B-movies. Questo era vero soprattutto nel secondo dopoguerra, grazie alla grande disponibilità di materiale liquidato per pochi dollari dai magazzini militari. E' questo, principalmente, il motivo per cui il "film bellico" si identifica quasi automaticamente con la II GM, o al massimo con la guerra coreana.

Tragedia e spettacolo

Sulla Grande Guerra 1914-18 i film sono relativamente pochi. Non mancano esempi di opere "d'autore", nettamente antimilitariste, che denunciano l'assurdo macello nel fango delle trincee. Dal punto di vista del cinema di genere, quella guerra era troppo poco spettacolare per farne un filone redditizio. Con una sola eccezione: la guerra aerea. Dal 1927, e per parecchi anni, i duelli fra biplani entusiasmarono il pubblico, e si affermò, nell'immaginario collettivo, il concetto che i piloti fossero impregnati di un'etica cavalleresca, quasi moderni epigoni dei paladini medievali.
La seconda guerra mondiale, e quella immediatamente successiva in Corea, furono invece guerre di alta spettacolarità e movimento (battaglie di carri, sbarchi sulle spiaggie, scontri aereonavali) e registrarono dunque cambiamenti sostanziali nella trattazione cinematografica, costringendo registi e produttori a scegliere (o inventare) nuove modalità di racconto. Il cinema bellico "di genere" ha usato essenzialmente tre modi per illustrare quei conflitti:

Gli uomini. E' il modo più facile ed economico, e quindi più diffuso: viene descritta una singola azione di guerra, seguendo uno sparuto drappello di uomini, ognuno coi propri tic, le proprie sofferenze, le proprie speranze. Il nemico non si vede quasi mai, è un'entità ostile astratta, e anche le battaglie vere e proprie latitano: al massimo qualche scaramuccia di nessun peso storico. Ciò che rende prezioso questo filone (iniziato nel 1942 con la serie Perché combattiamo, e proseguito fino alla fine dei '50 col teatro di guerra coreano) è la commistione tra poesia e crudo realismo, ottenuta attraverso la caratterizzazione dei personaggi. Si sono ottenuti autentici capolavori anche con B-movies, specie quando il regista ha il giusto "senso" della guerra.

L'affresco. La presunzione che il cinema possa trasportare sullo schermo la complessità di un'operazione militare, porta inevitabilmente alla distruzione di qualsiasi intreccio e alla riduzione dei personaggi a rigidi manichini. In un continuo slalom del montaggio, analogamente a particolari di grandi affreschi dipinti, seguiamo un nugolo di personaggi, amici e anche nemici, negli stessi istanti e in luoghi diversi. Nessuno di essi è un reale personaggio filmico, anche trattandosi di reali figure storiche: la vera protagonista è la battaglia, e non gli uomini. Non è un caso che per questi kolossal ad alto costo (inaugurati nel 1962 da Il giorno più lungo) vengono scritturati tantissimi attori famosi per recitare ruoli-cameo di pochi minuti.

Gli specialisti. Se il film classico sulla II GM rappresentava uomini qualunque in una situazione qualunque, negli anni '60 incontrarono il favore del pubblico situazioni speciali e uomini speciali. A partire da I cannoni di Navarone, e poi da Quella sporca dozzina, non si contarono più i film che mostravano ardite e rischiose azioni "dietro le linee nemiche", sempre più improbabili e assurde: per gesta sovrumane occorrono naturalmente esseri sovrumani, ed ecco allora il gruppo di commandos assortire esperti a livello mondiale di esplosivi e di armi eterogenee, provetti rocciatori , autisti spericolati come stuntmen, acrobati e cultori di arti marziali, eccetera eccetera. Per l'alta spettacolarità di questo filone, zeppo di effetti speciali, è richiesto un grosso sforzo produttivo, e almeno tre o quattro attori di cartello. Nei '70 queste storie sconfineranno poi addirittura nella fantaguerra, un sottogenere che propone azioni ancora più ardite, fallite per un soffio (tipo rapire Churchill, come in La notte dell'aquila), ma con le quali pochissimi uomini superaddestrati avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra. Scontatissima l'analisi psicosociologica del successo di queste favole per adulti, basate sul presupposto - facilmente creduto - che negli archivi di "qualsiasi" Stato si nascondano chissà quali eclatanti segreti, divulgabili solo ora, a distanza di tanti anni. E' puro entertainement (anche divertente, quando va bene) non dissimile dalle rutilanti avventure di 007.

Un discorso a parte meriterebbe la guerra del Vietnam, che è stata toccata da un solo film di "genere", I berretti verdi. Dopo un lungo e penoso silenzio durato più di un decennio, sono apparse opere problematiche, rigorosamente "d'autore", nelle quali i risvolti sociali hanno sempre la prevalenza sulla realtà della guerra. A registi come Oliver Stone, Stanley Kubrick o Brian De Palma, non preme tanto mostrare il comportamento degli uomini di fronte al pericolo e al "dovere", quanto contestare il dovere stesso di affrontare il pericolo. Morire in qualche risaia vietnamita, per scopi oscuri e sostanzialmenti a lui estranei, non è precisamente quanto un ragazzo americano si aspettava dalla vita. Sembrava passato un secolo, e non solo un decennio, dalla guerra di Corea e dalla ferma convinzione del GI di combattere una "guerra giusta".

I classici

Una sezione del cinema di guerra dedicata ai classici può svolgere diverse funzioni: innanzitutto, quella di segnalare agli appassionati più giovani un po' di film dei quali magari non conoscono l'esistenza; poi quella di rinfrescare la memoria ai meno giovani, per i quali certi titoli suonano familiari, ma non ne ricordano quasi nulla; e infine quella di comparare criticamente il cinema di oggi con quello di un tempo.
Già, perché l'evoluzione del genere "bellico" ha seguito in tutto e per tutto la più generale evoluzione del linguaggio cinematografico. Iperrealismo, violenza visiva, montaggio concitato, sono le colonne sulle quali si regge oggi il film d'azione, ma per creare piccoli e grandi capolavori del cinema di guerra non era necessario ricorrervi, una volta. Anzi, il codice Hays di autodisciplina (che rimase in vigore a Hollywood fino agli anni '60) non avrebbe permesso né le scene né i dialoghi dei moderni film di guerra.

Si potrebbe discutere a lungo sulla definizione di classico applicato a questo tipo di opere cinematograficche. Ben pochi film bellici (anche nella più vasta accezione qui usata) sono considerati capolavori tout-court da critici e storici del cinema, i quali però non esitano a riconoscere tale dignità (quando meritata) all'interno del cinema di genere. E poiché l'età aurea del genere bellico (per numero di film e per interesse del pubblico) va dal 1942 al 1960, i "classici" riconosciuti dalla critica sono quasi tutti rappresentativi di quel periodo. Tuttavia ciò non esclude che opere apparse successivamente, e liquidate a loro tempo come bassamente commerciali, abbiano acquistato con gli anni un'aura di "classicità", dovuta alla fama di blockbuster che comunque li accompagna. E' il caso di La battaglia dei giganti, o di Quella sporca dozzina, e di altri film che in questa rassegna appaiono, indipendentemente dal loro valore artistico.
Ciò che a un film veramente occorre, per diventare un classico, è che il tempo non ne sbiadisca la fama e l'impatto emotivo, anche agli occhi di moderni e smaliziati spettatori.
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