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L'ammutinamento del Caine
di Piero Fiorili
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L'AMMUTINAMENTO DEL CAINE (The Caine Mutiny, USA 1954)
Regia: EDWARD DMYTRYK
Sceneggiatura: Stanley Roberts, dal romanzo omonimo di Herman Wouk
Fotografia: Franz Planer; Montaggio: William Lyon; Musica: Max Steiner
Cast: HUMPHREY BOGART (Capt. Philip F.Queeg), VAN JOHNSON (Ten. Steve Maryk), FRED MACMURRAY (Ten.Tom Keefer), JOSE' FERRER (Ten. Barney Greenwald), LEE MARVIN ("Meatball"), WARNER ANDERSON (Capt. Blakely), E.G. MARSHALL (Comandante Challee), WHIT BISSELL, ROBERT FRANCIS, MAY WYNN, STEVE BRODIE, TOM TULLY.
Prodotto da Stanley Kramer per Columbia Pictures (Technicolor, durata 125')

Fronte del Pacifico, 1943. Alla base navale di Pearl Harbour c'è un normalissimo avvicendamento al comando dell'oscuro cacciatorpediniere USS Caine, una nave come tante. Il nuovo comandante, il capitano Queeg, è un veterano con quasi due anni di guerra all'attivo, un vero duro, maniaco della disciplina e della pulizia: a prima vista sembra una rassicurante presenza per i giovani e inesperti ufficiali di complemento imbarcati sul Caine.
Però l'idillio nel quadrato ufficiali dura poco: Queeg si dimostra tanto scontroso e intrattabile su questioni formali, quanto pavido e indeciso nelle azioni di guerra. Durante una missione di copertura a uno sbarco di marines, batte in ritirata precipitosamente al primo fuoco nemico, con una manovra così assurda da mettere a soqquadro l'intera squadra navale.
In compenso, imbastisce un processo inquisitorio per la scomparsa dalla cambusa di una confezione di ciliegie conservate, e tra la costernazione degli ufficiali minaccia duri provvedimenti. Il medico di bordo, tenente Keefer, sospetta di una grave psicopatia, e avendone conferma ogni giorno di più , inizia a sobillare il secondo ufficiale, tenente Maryk, affinché assuma il comando della nave in virtù di un articolo del regolamento che prevede il caso di "impedimento delle funzioni di comando".
Maryk è un giovane leale e idealista, l'azione gli sembra poco legale e gli ripugna moralmente, ma durante un terribile tifone, con la nave in pericolo di affondare, si avvede che Queeg sta sbagliando completamente manovra e, spinto dai compagni, rileva il comando invocando l'articolo suggerito da Keefer. Poiché Queeg non vuol saperne di lasciare la plancia, Maryk lo mette agli arresti, configurando così un vero e proprio ammutinamento. Naturalmente il giovane ufficiale non si illude che la cosa non abbia conseguenze, ma una volta tornati a Pearl Harbour si rende conto di rischiare addirittura il capestro.
Davanti alla corte marziale viene difeso dal tenente Greenwald, brillante avvocato che deve sfidare giudici che si sentono espressione di secoli di tradizione marinara. Le cose si mettono male, anche perché Keefer, pavidamente, nega ogni responsabilità: la sua diagnosi era solo un'ipotesi, non pensava che Maryk l'avrebbe presa per oro colato. Intorno al povero secondo si fa il vuoto, i suoi colleghi non ricordano, minimizzano, si defilano nella speranza di scampare alla forca. Maryk è l'unico capro espiatorio che pagherà per tutti, dunque? L'avvocato chiama allora a deporre, in una drammatica seduta, il capitano Queeg, e riesce a innervosirlo quanto basta perché questi, davanti a una Corte ammutolita, assuma i tipici atteggiamenti di quieta follia che gli ufficiali del Caine ben conoscono.
Il caso è chiuso, il comandante viene messo a riposo, gli imputati sono prosciolti. Mentre gli ammutinati brindano alla fine dell'incubo, il brillante tenente Greenwald abbandona i panni dell'avvocato per riassumere quelli del militare: vomita il suo disprezzo su tutti, in primis sul viscido Keefer, per aver causato la perdita dell'onore del capitano Queeg, un uomo che ha dato tutto se stesso fino alla consunzione, e del quale la Marina degli Stati Uniti non può essere che fiera.


L'omonimo romanzo di Herman Wouk (premio Pulitzer) era già diventato un dramma teatrale, prima di essere trasposto in film da Edward Dmytryk. Infatti i luoghi dell'azione sono fondamentalmente due; il quadrato ufficiali nella prima parte, e l'aula della Corte Marziale nella seconda. Benché una parte della critica abbia contestato questo impianto di base certamente più adatto al teatro che al cinema, va detto ad onore del regista che il film non è mai così statico come potrebbe sembrare a prima vista. Le scene di guerra, come anche la furia dei marosi, si fondono con naturalezza col dramma caratteriale, e la risposta del pubblico è stata molto positiva, riconoscendo al film un successo che gli valse fin da subito lo status di "classico" del cinema di guerra.

Semmai si discute ancora oggi sul finale incongruente e posticcio del film: né nel libro né nel dramma c'era la benché minima difesa di Queeg. Herman Wouk (che sarà autore vent'anni più tardi del notevole Venti di guerra) era invece apertamente polemico nei confronti della gerarchia militare. La sua Corte Marziale assomigliava a un tribunale dell'inquisizione, essendo formata da alti papaveri imbevuti di un anacronistico misticismo marinaro. Molti critici hanno addebitato questo "tradimento" del testo alle disgraziate esperienze di Dmytryk con la Commissione per le attività antiamericane, e in particolare al sospetto di una trasparente allusione ad essa, attraverso la Corte Marziale fanatica immaginata da Wouk. Da qui scaturirebbe un prudenziale "riscatto" delle ragioni della Marina, affidate nella scena conclusiva all'oratoria tronfia e sprezzante di Greenwald: questa sarebbe quindi un segnale di sottomissione del regista all'autorità costituita.
Sembra fin troppo facile prendersela con Dmytryk, ma la sceneggiatura non è sua, e il controllo produttivo sul film spettava a Stanley Kramer, che per quanto fosse noto come un progressista, stava bene attento a non esagerare, per evitare di apparire a sua volta davanti alla famigerata Commissione. Sicuramente qualche anno prima Dmytryk avrebbe rifiutato di dirigere il film, se non gli avessero permesso una più dura critica al cieco autoritarismo. Ma era un uomo duramente provato dalle persecuzioni, e desiderava solo poter lavorare senza più contrasti.

Il film è comunque estremamente avvincente e ben fatto, anche se le critiche non furono tutte entusiastiche. L'interpretazione di Bogart è agghiacciante, il suo capitano Queeg è un personaggio scolpito nella memoria del cinema (anche se a qualche "bastiano contrario", all'epoca, non piacque) e non fu premiata con l'Oscar solo perché nello stesso anno c'era il Marlon Brando di Fronte del porto. Oltre a Bogart, ebbero una nomination il film nel suo complesso, Stanley Roberts per la sceneggiatura, William Lyon per il montaggio, Max Steiner per la musica, e José Ferrer come supporting actor: per questo premio una nomination l'avrebbe meritata di più Fred MacMurray, il subdolo e spregevole Keefer, ma in effetti nessuno (!) ricevette la statuetta: Fronte del porto fece piazza pulita dei premi (meritatamente, del resto).
Pur nel coro delle lodi, è stato giustamente rilevato che l'esile sottotrama rosa che vede protagonista il giovanissimo guardiamarina del Caine, è del tutto inutile e addirittura controproducente. Probabilmente si tratta un'esca romantica per il pubblico femminile, ma non disturba più di tanto.

antologia della critica

Norman Kagan (in: : I film di guerra / Storia illustrata del cinema)
The Caine Mutiny è un classico degli anni '50, centrato sul tema della responsabilità del comando il cui peso può portare alla follia. Si avvale di un'ottima fotografia e di una brillante regia di Edward Dmytryk, e nonostante le sue contraddizioni risulta avvincente. Il film è costruito per mostrare MacMurray come una sorta di "malvagio intellettuale" che briga per influenzare il coraggioso e leale equipaggio che avrebbe anche sopportato il suo capitano logorato dalla guerra. La follia di Bogart è piena di magnetismo. Il suo personaggio è sdoppiato: per metà si rende quasi conto della propria alienazione, per l'altra metà è veramente l'infido, stanco e disperatamente infelice capitano. Le tensioni che si sviluppano tra l'equipaggio, MacMurray e Bogart, sono gli elementi che fanno funzionare il film.

Alan G. Barbour (in HUMPHREY BOGART / Storia illustrata del cinema)
The Caine Mutiny permise a Bogart di definire con più precisione il ritratto della disintegrazione psicopatica, precedentemente creato nel Tesoro della Sierra Madre. Quello che bisogna dire è che il film fu girato in pieno clima di caccia alle streghe e che la sfuriata retorica, ottenebrata e posticcia dell'avvocato difensore, fu un tentativo (di cui è palese l'artificiosità rispetto al materiale del film) di Dmytryk per dimostrare la sincerità della propria "onorevole ammenda" di collaborazionista. Tutto questo, tuttavia, nulla toglie alla vibrante interpretazione di Bogart, capace di rendere ancor più disgustoso un disgustoso, gretto personaggio interprete del più genuino militarismo. Bogart obiettò sempre che la parte di Queeg non gli piaceva, perché non la capiva e non gli riusciva di capire come andasse recitata. Alcuni critici concordarono nel giudicare il film una delle peggiori prestazione di Bogey, ma molti altri si schierarono sul fronte opposto, definendola una delle più riuscite e penetranti prove dell'attore.

Giancarlo Bertolina (in: Dizionario del cinema americano, a cura di F. Di Giammmatteo)
Ispirato a eventi bellici realmente accaduti durante la campagna del Pacifico, Caine è un impietoso dramma di guerra che mette in causa temi scomodi anche per l'epoca in cui è stato prodotto (l'epoca del maccartismo e della guerra fredda): la ribellione all'autorità costituita, la codardia dei superiori, la solidarietà di casta. Ambiguo e contraddittorio, risente della posizione ideologica di Dmytryk, ormai compromesso dopo il 1947. Il cast, quasi interamente maschile, è dominato dall'ineguagliabile presenza di Bogart, qui in una delle sue ultime interpretazioni, con la maschera segnata più che mai di amarezza e sarcasmo.

Mario Guidorizzi (in: Hollywood 1930/59)
Narrazione a sobbalzi, tratta da un interessantissimo premio Pulitzer, con una love-story zuccherosa alternata a pagine assai godibili grazie alla bravura dei grandi attori capeggiati da un Bogart e un MacMurray in forma smagliante.

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Nella trasposizione del bel romanzo di Wouk, che ebbe anche un'efficace riduzione teatrale, Dmytryk sembra preoccupato di non danneggiare l'immagine della Marina più che di mostrare come le nevrosi alla Queeg tra i capi militari non sono rare. Eccellente Bogart (memorabile, durante il processo, la scena con le biglie di ferro).

Paolo Mereghetti (in: Dizionario dei film)
Un film che è soprattutto il ritratto di una paranoia e di una disintegrazione psicopatica (Bogart non smette mai di far girare le sue biglie di ferro). Dmytryk, già inquisito per attività antiamericane, prende lo spunto per far recitare all'avvocato difensore una lunga arringa sul tema della ribellione all'autorità costituita (cioè sulla sincerità della propria ammenda di collaborazionista).
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