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Bastogne
di Piero Fiorili
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BASTOGNE (Battleground!, USA 1949)
Regia: WILLIAM A. WELLMAN
Soggetto e Sceneggiatura: Robert Pirosh
Fotografia: Paul C. Vogel; Montaggio: John Dunning; Musica: Lennie Hayton
Cast: VAN JOHNSON (Holley), JOHN HODIAK (Jarvess),
RICARDO MONTALBAN (Rodrigues), JAMES WHITMORE (Sgt. "Kinnie"),
RICHARD JAECKEL (Bettis), GEORGE MURPHY (Pop Stazak), DON TAYLOR (Standiferd), MARSHALL THOMPSON, JEROME COURTLAND, BRUCE COWLING, DOUGLAS FOWLEY, LEON AMES.
Prodotto da Dore Schary per la MGM (B/N, durata 118')
(Esiste una versione per home video "colorizzata" elettronicamente)

Dicembre 1944. Le truppe americane, dopo aver riconquistato la Francia, si apprestano a trascorrere un tranquillo inverno in attesa dell'assalto finale alla fortezza Germania. In un accampamento nei pressi del confine belga, gli uomini della 101ª divisione aviotrasportata accarezzano il sogno di una licenza natalizia a Parigi, e favoleggiano su Place Pigalle. Improvvisamente arriva l'ordine di partire verso il fronte, pare che i tedeschi abbiano lanciato una controffensiva. I soldati del 3° plotone della compagnia C (soldati come tanti, lavativi e scansafatiche) devono far buon viso a cattiva sorte, e dopo un viaggio di parecchi chilometri si fermano a Bastogne. Nessuno di loro ha mai sentito nominare questo paese: c'è chi lo crede in Belgio, chi in Francia e chi in Lussemburgo. Nessuno sa niente, inoltre, di ciò che sta succedendo intorno. Il giorno dopo vengono mandati in un bosco a scavare una trincea. Appena finito di scavare, arriva l'ordine di spostarsi. Tutti brontolano, cercano di darsi malati, uno addirittura sta aspettando il congedo da un momento all'altro. Ma obbediscono sbuffando e si aggirano per il bosco, in mezzo a una fitta nebbia. Incontrano sabotatori tedeschi travestiti da americani, e non se ne accorgono se non quando è troppo tardi: da quel momento iniziano a sospettare di chiunque non conoscano personalmente, col rischio di provocare una guerra interna all'esercito USA. Inizia a nevicare, e non sono equipaggiati per temperature così basse. Dal comando non arrivano né ordini né materiali. Infine hanno una scaramuccia vincente con un reparto tedesco su sci, e fanno trionfalmente un bel po' di prigionieri. Ma la soddisfazione dura poco: arriva finalmente una notizia dal comando, ed è che i tedeschi hanno sfondato le linee e l'intera divisione è accerchiata. Lo spettro della prigionia "guarisce" i finti malati, il soldato che nel frattempo aveva ricevuto il congedo raccatta il fucile che aveva gettato, e tutti si interrogano sulla sorte che i tedeschi riservano ai prigionieri di guerra. Gli uomini del terzo plotone della compagnia C decidono di non arrendersi. Ragionano come se le sorti della battaglia dipendessero da loro, ma in realtà non possono far altro che assistere impotenti al furioso bombardamento tedesco, nascosti nelle buche come talpe. Poi la nebbia si dirada, l'aviazione fa il suo dovere, e lo spettro della resa ai tedeschi si dissolve. Quando tornano a Bastogne, la trovano ridotta a un cumulo di rovine, ma il loro incubo personale è finalmente terminato. Li aspetta un meritato avvicendamento nelle retrovie.

C'è chi ha parlato giustamente di "poesia", per questo film. E' la poesia della schiena dolente, delle mani spellate e dei piedi congelati, del dovere compiuto senza entusiasmo, ma fino in fondo... Il film di Wellman è eccentrico quanto lo è il suo regista: la guerra più che vedersi la si sente nelle ossa, eppure è più vera che mai. Il motivo dominante è la frustrazione di uomini che ignorano tutto quello che accade al di fuori del proprio limitatissimo orizzonte. Nel plotone c'è un giornalista, il quale afferma che da civile sapeva giorno per giorno cosa accadeva al fronte, e ora che al fronte è presente personalmente, per sapere qualcosa deve leggerlo sul suo giornale, se e quando gli arriva. C'è il soldato la cui unica preoccupazione è di farsi una frittata con certe uova che ha rubato in pollaio, c'è quello con un febbrone da cavallo che si augura sia polmonite, così potrà essere ricoverato in ospedale nelle retrovie. C'è chi si improvvisa cuciniere per stare al caldo, chi vede la neve per la prima volta e non immagina quanto sia fredda... Insomma un campionario di uomini comuni, con tutte le debolezze, i sogni e le paure che appartengono all'essere uomini.

Un'orgia di candidature all'Oscar colse di sorpresa un po' tutti. Bastogne era in corsa come miglior film, e inoltre per la regia, la sceneggiatura, la fotografia B&N, il montaggio, e il miglior attore non protagonista (il debuttante James Whitmore). Vinsero solo la sceneggiatura e la fotografia, ma per colmo d'ironia oggi circola una videocassetta colorizzata che vanifica i sapienti contrasti del bianco e nero di Paul Vogel..
Sei candidature rimanevano comunque un risultato sorprendente. Un film "di genere" che incassava quanto una grande produzione, qual'era il segreto? Se vogliamo, è un segreto di Pulcinella. Il pubblico ama immedesimarsi negli eroi, è vero, ma mentre ne subisce il fascino, nel contempo misura la propria inadeguatezza rispetto al modello. Chiunque sia stato sotto le armi, anche in tempo di pace, non può fare a meno di identificarsi coi fragili e smarriti fanti di Bastogne. Lo slancio emotivo verso quegli antieroi così "verosimili" è dunque la chiave del successo di quest'opera, che servirà da modello per i successivi film di guerra degli anni '50 (con esiti più o meno pregevoli).

antologia della critica

Mario Guidorizzi (in: Hollywood 1930/59) giudizio *** (ottimo)
Pellicola asciutta e sincera, con notevoli pagine di azione e di poesia, probabilmente la migliore di genere bellico girata lontana dalla guerra, con grandissimi attori e l'ottima idea di un nemico quasi sempre "invisibile". Eccezionale successo di pubblico.

Norman Kagan (in: I film di guerra / Storia illustrata del cinema)
Bastogne, di William Wellman, come il suo precedente I forzati della gloria, è la storia di un plotone di sporchi, malandati e coraggiosi soldati. L'accento del film è posto sulla credibilità: un campo di battaglia coperto di neve, i fanti si muovono goffamente, con fatica, scavano trincee oppure sono impegnati in brevi, quanto confusi scambi di colpi con infiltrati nazisti che parlano inglese. Di grande effetto è anche l'interpretazione del cappellano i cui sermoni sul campo servono semplicemente a giustificare la guerra: «Era necessario questo viaggio? A migliaia sono morti per essersi posta questa domanda, quindi non c'è altro da fare se non combattere.» Ma l'ideologia è sempre in secondo piano. Bastogne è soprattutto un film di azione, quel che il famoso corrispondente di guerra Ernie Pyle ha chiamato "un'azione che è l'anticamera di quel che c'è dietro: stanchezza, una tensione troppo lunga, impossibilità di dormire, una fatica che è troppo grande, paura oltre la paura, la miseria che intorpidisce, uno sguardo di totale indifferenza per qualsiasi cosa chiunque possa fare." (Ernie Pyle: Brave Men, New York 1944)

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Wellman sfalda la statua retorica dell'eroe combattente per mostrare la guerra nella sua terribile e umile realtà, attraverso una serie di annotazioni molto realistiche.
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