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Le unità di superficie italiane in Estremo Oriente 1940-1943

Breve storia delle unità e dei reparti italiani dislocati nel Far East scritta da Alberto Rosselli, che ringrazio per questo suo contributo al mio sito.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale la Marina Militare Italiana fu presente, anche se in misura molto ridotta, nelle lontane acque dell'Oceano Indiano e del Pacifico. L'esistenza, fin dalla fine della Guerra dei Boxer (1901) di un piccolo quartiere commerciale nazionale in terra cinese a Tientsin, obbligò infatti il governo italiano a mantenere in quello scacchiere un paio di cannoniere, la Lepanto e la Carlotto ed alcuni reparti di terra per tutelare gli interessi commerciali dei nostri residenti.

Cannoniera Lepanto
La cannoniera "Lepanto"

Le vicende di quelle unità (alle quali se ne aggiunsero altre a partire dal 1940) e di quegli uomini sono a tutt'oggi ancora poco note ma meritano una rivisitazione non fosse altro per onorare la memoria di quegli ufficiali, marinai e soldati che, isolati dalla madrepatria, onorarono con il loro coraggio la bandiera in uno dei periodi più drammatici della storia del nostro Paese.

Dopo l'entrata in guerra dell'Italia (10 giugno 1940), il Comando Supremo della Marina Militare ordinò ad alcune unità di base a Massaua (colonia italiana di Eritrea) di trasferirsi in Estremo Oriente: manovra che venne decisa nel timore, del tutto fondato, che nel caso di caduta dell'Impero d'Africa Orientale, gli inglesi mettessero le mani sulle navi italiane.

Nel febbraio del 1941 (neanche due mesi prima della presa da parte britannica della base militare di Massaua), la nave coloniale Eritrea (armata con 4 pezzi da 120 millimetri, 2 da 40 e 2 mitragliere da 13,2 millimetri) e i due piroscafi armati (Ramb1 e Ramb2: moderne e veloci bananiere trasformate in incrociatori ausiliari con l'installazione di 4 cannoni da 120 millimetri e alcune mitragliere antiaeree da 13,2 millimetri) presero il mare con l'ordine di raggiungere Kobe (Giappone) e, in alternativa, i porti di Shanghai o di Tientsin. Mentre l'Eritrea e la Ramb2 riuscirono nell'intento, eludendo la sorveglianza della Royal Navy, la Ramb1 ebbe la sfortuna di incontrare al largo delle isole Maldive (Oceano Indiano) l'incrociatore inglese Leader che la colò a picco.

Veduta della fiancata dell'Eritrea   L'equipaggio schierato in coperta lungo la fiancata della nave coloniale Eritrea (prima della partenza da Massaua per la "storica" traversata nell'Indiano e nel Pacifico).

Nel periodo compreso tra il 1941 e il settembre del 1943, le concessioni italiane in Cina (Tientsin) e i consolati di Shanghai, Hankow e Pechino vissero un periodo di calma relativa, nonostante i non ottimi rapporti instauratisi con i comandi militari giapponesi di occupazione. Questi ultimi, infatti, non vedevano bene la presenza di europei, seppure alleati come gli italiani, a governare città o quartieri situati nella loro zona di influenza. Nonostante ciò, gli addetti militari e i diplomatici italiani in Cina e in Giappone cercarono di ridurre al minimo i motivi di attrito, anche quando Tokyo proibì alle navi coloniali italiane (Eritrea e Ramb 2) di effettuare crociere offensive contro naviglio inglese nel Pacifico (i giapponesi, almeno fino al 7 dicembre del 1941, il giorno del loro attacco improvviso a Pearl Harbour, vollero evitare qualsiasi situazione imbarazzante con la Gran Bretagna e gli Usa). Solo dopo la sua ufficiale entrata in guerra, il Giappone permise alla nave Eritrea di prestare appoggio ai sommergibili oceanici italiani che giungevano a Penang e a Singapore dalla lontana base di Bordeaux con carichi di prodotti e merci rare ad essi destinati.

Per quanto concerne le numerose navi da trasporto italiane che si trovavano in acque cinesi e giapponesi al momento dell'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania contro l'Inghilterra e la Francia (10 giugno 1940), parte di esse (come il grande Conte Verde) rimasero inattive o dovettero prestare servizio per i giapponesi, mentre altre tentarono di raggiungere la costa francese (Bordeaux) rompendo il blocco britannico. Alcune riuscirono nella difficilissima impresa, trasportando in Europa discreti quantitativi di merci pregiate (gomma, stagno, chinino).

L'armistizio dell'8 settembre 1943

L'8 settembre, alle ore 2 antimeridiane (locali) l'Eritrea si trovava in navigazione tra Singapore e Sabang per dare appoggio al sommergibile oceanico da trasporto Cappellini appena giunto dalla Francia dopo una lunga e difficile tratta per trasportare in Estremo Oriente materiali strategici per il governo di Tokyo. Captato un comunicato della Reuter che annunciava la resa dell'Italia, l'Eritrea cambiò subito rotta puntando a tutta forza su Colombo (Ceylon), attraversando lo Stretto di Sumatra e sfuggendo alla immediata caccia scatenata dalle unità navali ed aeree nipponiche.

Vediamo ora quale era la situazione delle altre unità italiane, di superficie e sottomarine, presenti in Oceano Indiano e nelle acque malaysiane e indonesiane in quella data. I sommergibili oceanici da trasporto Giuliani (capitano di corvetta Mario Tei) e Torelli (tenente di vascello Enrico Gropalli) si trovavano a Singapore già carichi di merci pregiate e in procinto per ripartire per Bordeaux, mentre il Cappellini (capitano di corvetta Walter Auconi) si trovava a Sabang, pronto anch'esso per il rientro in Europa. Il sommergibile oceanico Cagni (capitano di corvetta Giuseppe Roselli-Lorenzini) navigava invece in pieno Oceano Indiano proveniente da Bordeaux e diretto a Singapore.

Per quanto riguarda le navi di superficie (esclusa l'Eritrea), le cannoniere Lepanto (capitano di corvetta Morante) e Carlotto (tenente di vascello De Leonardis) si trovavano rispettivamente a Shanghai, mentre l'incrociatore ausiliario Calitea II, l'ex Ramb II (al comando del capitano di corvetta C. Mazzella) si trovava a Kobe per lavori. Alcuni piroscafi, come il Conte Verde (capitano di corvetta Chinea) si trovavano anch'essi a Shanghai. Queste due ultime unità si autoaffondarono il giorno 9 settembre per non cadere nelle mani dei giapponesi. Lo stesso giorno, anche la Lepanto e la Carlotto si autoaffondarono per lo stesso motivo. La sorte delle unità italiane rimaste a galla fu triste e avventurosa. Il sommergibile Cappellini decise con tutto il suo equipaggio di continuare a combattere a fianco della Germania e del Giappone (aderendo di fatto alla nuova Repubblica Sociale Italiana fascista creata da Mussolini), ma una volta trasferitosi a Singapore sotto scorta nipponica venne catturato con l'inganno. Nonostante la dichiarazione di fedeltà del comandante Auconi, l'ammiraglio Hiroaka fece internare la nave e imprigionare il suo equipaggio, riservando ad esso un trattamento disumano. Stessa sorte tocco pure al Giuliani e al Torelli sebbene gli equipaggi volessero, al contrario dei loro ufficiali, continuare a combattere con i vecchi alleati. L'unica unità che si salvò fu il Cagni che, saputo dell'armistizio, fece rotta su Durban (Sudafrica) consegnandosi agli alleati. Nonostante il pessimo atteggiamento giapponese, molti marinai dei sommergibili italiani dell'Oceano Indiano continuarono a combattere per molti mesi. Le unità tricolori passarono in consegna al Comando degli U-boat tedeschi di Penang e continuarono ad operare contro gli anglo-americani con equipaggi misti italo-tedeschi.

Ma anche dopo la resa della Germania, 8 maggio 1945, una ventina di marinai italiani si ostinarono nella lotta a fianco dei giapponesi. Per la cronaca, il Torelli fu operativo addirittura fino al 30 agosto del 1945 quando nelle acque giapponesi le armi antiaeree di questa ultima unità italiana sperduta in Oriente riuscirono ad abbattere perfino un bombardiere statunitense B25 Mitchell: l'ultima vittoria di un mezzo navale "giapponese".

La sorte delle guarnigioni italiane in Cina dopo l'8 settembre 1943

L'armistizio colse di sorpresa tutti i reparti italiani in Cina, contro i quali si scatenò la vendetta dei giapponesi. La Stazione Radio di Pechino (difesa da 100 tra marinai e soldati al comando del capitano di corvetta Baldassarre) resistette, armata solo di fucili e bombe a mano, per 24 ore. Attaccati da almeno 1.000 soldati nipponici appoggiati da 15 carri armati leggeri e cannoni, il piccolo drappello si arrese alle ore 09 del 10, dopo avere distrutto l'impianto radio e bruciato tutta la documentazione segreta.

Tuttavia, la maggior parte degli italiani decise poi di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e dei giapponesi, mentre 29 tra ufficiali e soldati, rifiutandosi di fare ciò, vennero inviati in un campo di concentramento in Corea, dove subirono un trattamento durissimo.

A tal proposito si veda la storia del marinaio Raffaello Sanzio.

I reparti italiani di Tientsin (al comando del capitano di fregata Carlo dell'Acqua), circondati da un'intero reggimento giapponese guidato dal tenente colonnello Tanaka (una forza di circa 6.000 uomini con decine di mezzi corazzati leggeri e parecchi cannoni da campagna) decisero sulle prime di tentare una disperata resistenza. Gli italiani (che volevano proteggere i numerosi civili presenti, tra i quali il console Stefanelli) si trincerarono nella caserma "Ermanno Carlotto", nel Forum e nel Municipio appostando 600 tra soldati e marinai armati con 300 fucili, 50 pistole, 50 mitragliatrici Breda e Fiat, pesanti e leggere; 4 cannoni da 76,17 millimetri, 4 autoblindo Lancia. Il raggruppamento disponeva di 5 automezzi, una cinquantina di cavalli, 2 milioni di proiettili di vario calibro e viveri e medicinali per circa una settimana. Il tenente colonnello Tanaka, che poteva fare anche conto su un paio di cannoniere fluviali e su una squadriglia di bombardieri dislocati sul vicino aeroporto di Pechino, intimò la resa senza condizioni agli italiani. Sulle prime gli ufficiali italiani respinsero l'ingiunzione e i giapponesi spararono diversi colpi di cannone a scopo intimidatorio. Contemporaneamente giunse nel presidio italiano l'allarmante notizia dell'imminente arrivo a Tientsin di un'intera divisione giapponese di rinforzo, dotata di carri armati e numerose artiglierie. Fu allora che il capitano di fregata dell'Acqua, nonostante il parere contrario di molti suoi soldati che volevano continuare la lotta, decise di arrendersi. La sorte dei prigionieri italiani fu avventurosa. Centosettanta di essi aderirono alla Repubblica Sociale Italiana fascista e continuarono a combattere a fianco dei giapponesi e dei tedeschi, mentre il resto decise di non collaborare e venne rinchiuso i diversi campi di concentramento, a Tientsin, in Corea e in Giappone e sottoposto ai lavori forzati.

Paradossalmente, molti soldati che decisero di non collaborare, dopo la resa del Giappone (settembre 1945) vennero nuovamente catturati dagli americani e spediti in altri campi di concentramento nelle Filippine (vicino a Manila) e a Honolulu (Hawai). Gli ultimi italiani (collaboratori e no) facenti parte del Corpo di spedizione in Estremo Oriente rientrarono in patria (a Napoli) nel marzo del 1946 a bordo di navi statunitensi.


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