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Tra l'armistizio e la fine della guerra

Una volta raggiunta Malta, dove si consegnò agli Alleati, la flotta italiana venne poi reimpiegata in parte. E poiché i tedeschi in quel periodo non avevano nel Mediterraneo grandi unità ma solo sommergibili ed unita' leggere, si decise di impiegare tutte le unità italiane ad eccezione delle corazzate. Queste avrebbero potuto essere utili solo in appoggio a qualche grande operazione di sbarco ma, in tale caso, si sarebbero creati grossi problemi organizzativi; inoltre agli Alleati le corazzate non mancavano e poi temevano un possibile colpo di mano delle corazzate italiane: insomma, non si fidavano abbastanza.

Per questo motivo le corazzate italiane vennero internate, con i rispettivi equipaggi, in Egitto, a sud di Ismailia, nei Laghi Amari del canale di Suez. Solo in seguito, nel giugno del 1944, la Doria, la Duilio e la Cesare, di minore valore bellico rispetto alle altre corazzate, vennero fatte rientrare al porto di Augusta, in Sicilia, per essere impiegate a soli fini addestrativi. L'Italia e la Vittorio Veneto rimasero invece internate fino alla fine della guerra .

La Vittorio Veneto, rientrò in Italia dopo la guerra, dove venne messa in disarmo il 3 gennaio 1948. L' Italia rientrò in Italia il 9 febbraio 1946; da Augusta fu trasferita a La Spezia dove venne messa in disarmo il 1° giugno 1948. Di conseguenza alla fine della guerra rimasero all'Italia, come corazzate, solo la Doria e la Duilio, visto che la Cesare venne consegnata alla Russia.

Ci furono, tra l'armistizio e la fine della guerra, alcune azioni a cui partecipò la marina italiana. In particolare si possono citare le azioni dei mezzi d'assalto italiani, visto che una parte della decima flottiglia M.A.S. (l'altra parte servì sotto la R.S.I.) eseguì alcune missioni contro i porti occupati dai tedeschi; in particolare nella notte del 22 giugno 1944 venne effettuata un'azione, congiuntamente a mezzi d'assalto inglesi, contro il porto di La Spezia, che portò al definitivo affondamento dell'incrociatore Bolzano. Questo era stato danneggiato prima dell'armistizio vicino a Panarea da un sommergibile inglese; in seguito era stato recuperato dai tedeschi e, al momento dell'attacco, era in riparazione per essere reimmesso in servizio come unità tedesca. Seguì in ultimo, il 19 aprile 1945, l'attacco al porto di Genova, per impedire che i Tedeschi bloccassero il porto, affondando nell'unico passaggio rimasto ancora aperto lo scafo della portaerei Aquila (che era ancora in allestimento). I mezzi d'assalto italiani penetrarono nel porto ed affondarono L'Aquila prima che i tedeschi potessero muoverla dalla banchina dove si trovava ormeggiata .

L'Aquila in costruzione

Una piccola parte della marina italiana militò nelle file della repubblica di Salò, quindi non facendo più parte, a tutti gli effetti, della Regia Marina di cui si parla in queste pagine.

Un MAS catturato

La fotografia riportata sopra, scattata da un marine nel 1944 presso la base americana di Bastia Corsica, rappresenta un MAS appartenente alla Marina della R.S.I. che venne catturato, per un avaria al motore, da una PT-boat americana. Dietro al MAS, sulla destra, è parzialmente visibile una E-boote tedesca, anch'essa catturata. Ringrazio lo scrittore americano Lawrence Anthony Calabro che mi ha fornito questa fotografia, riportata qui con suo permesso.

Una parte della flotta fu ceduta alle potenze straniere come risarcimento dei danni di guerra.

E le altre unità?

Corazzata Cavour: catturata dai tedeschi il 9 settembre 1943, affondò per bombardamento aereo il 15-2-1945; successivamente venne recuperata e demolita.

Incrociatore Bari: danneggiato nel porto di Livorno da attacco aereo americano, venne demolito nel 1944.

Incrociatore Gorizia: caduto in mano tedesca l'8 settembre 1943, si autoaffondò.

Incrociatore Bolzano: silurato il 13 agosto del 43 a Panarea, fu affondato dalla sopraccitata azione congiunta di "maiali" inglesi ed italiani il 22 giugno 1944.

Incrociatore Caio Mario: venne utilizzato a La Spezia come deposito galleggiante di carburante.

Incrociatore Cornelio Silla: rimase nel porto di Genova, dove fu affondato nel 1944 da attacco aereo angloamericano.

Incrociatore Taranto: si autoaffondò nel porto di La Spezia il 9 settembre 1943; recuperato dalla marina della RSI, fu riaffondato da bombardamento alleato il 23 ottobre dello stesso anno. Nuovamente recuperato, venne definitivamente affondato da altro attacco aereo il 23 settembre 1944.

Incrociatore Vesuvio (ex Naresuan): insieme al suo gemello Etna, era, all'inizio della guerra, in costruzione nei cantieri di Trieste per conto della Thailandia; la Regia Marina li requisì e ne decise il completamento come incrociatori antiaerei. All'armistizio erano completati al 60%; la loro costruzione non fu proseguita e furono utilizzati come incrociatori antiaerei nel porto di Trieste, fino al loro semiaffondamento in porto nell'aprile 1945.

Incrociatore Etna (ex Taksin): come il Vesuvio.

Incrociatore Ottaviano Augusto: era nel porto di Ancona alla data dell'armistizio; non salpò verso le basi Alleate e rimase nel porto, dove venne affondato da un attacco aereo angloamericano il 1° novembre 1943.

In pratica, tra la data dell'armistizio (8 settembre 1943) e la fine della guerra in Europa (8 maggio 1945) la Regia Marina perse 314 unità, per complessive 224098 tonnellate: 1 corazzata, 4 incrociatori, 11 cacciatorpediniere, 24 torpediniere, 21 sommergibili, 84 tra corvette, M.A.S. e motosiluranti, e 168 unità ausiliarie. Vanno poi contate tutte le unità abbandonate nei cantieri perché ancora in costruzione.


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