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Argomento: Guerra Civile Americana - Recensione di Luciano Eletti (05/03)
Copertina Storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi, Torino, Einaudi, 1966, ora Milano, Rizzoli (Superbur Saggi), 1999, 2 voll., pp. XV-1401, con fonti e bibliografia ragionata, indici dei nomi di località, delle cose notevoli e dei nomi di persona.
Questo di Luraghi è un compendio ormai classico di storia della guerra civile americana al quale è stata tributata lode dagli stessi storici americani che, nell'iperbolica loro produzione a riguardo, non hanno nulla di paragonabile. Non si trova solo la cura del dettaglio e la visione unitaria, doti infrequenti insieme, la meticolosa descrizione dello svolgimento delle battaglie, la prosa rispettosa dei fatti, sebbene ora epica ora drammatica, talvolta pure lirica, che coinvolge il lettore per ore filate. Suscita ammirazione per la cura dell'autore nel disegnare mappe dettagliate dei siti bellici perché dimostra innumerevoli visite in situ con alla mano le carte originali dell'epoca, leggendo i luoghi con stratigrafia storica, e quasi in mesta peregrinazione, come uno Schliemann sulla piana di Troia; considera addirittura fiumiciattoli senza nome e il loro regime d'acqua in quella data stagione del dato anno, se possono aver influenzato i combattimenti! "Fu una avventura straordinaria: rivivere attraverso sette anni di incessante, instancabile lavoro tutta l'affascinante vicenda in perenne contatto con quegli uomini del passato, ridestati come per magia."

Notevole il quadro iniziale delle cause della guerra ("Il fatale decennio 1850-60"), in cui sono illustrate le buone ragioni di entrambi i contendenti nel loro generarsi. Degno di interesse perché fa luce anche sul prodursi della guerra in generale, evento per nulla così pazzesco come, per fortuna nostra, siamo soliti ritenere: l'impensato accade, un mondo s'incrina irrimediabilmente, il conflitto giunge irreprimibile. Ma ciò che più attrae e persino commuove sono i ritratti dei personaggi storici, dipinti con rara umanità, rispetto, intelligenza e affetto. Pare a tratti di leggere uno storico romano con in più l'attenzione per la persona e il suo dramma (vedi quello dei commilitoni ex compagni d'accademia che si salutano commossi la sera certi di ritrovarsi a breve sul campo di battaglia sui lati opposti del fronte; la resa di Lee a Grant ad Appomattox in una comune atmosfera di dolente silenzio, del tutto priva di ostilità). Vien da chiedersi se davvero quei combattenti furono come Luraghi li descrive. Se furono tali, tanto di cappello per l'America! Diventerebbe chiaro di colpo perché gli Stati Uniti sono divenuti ciò che sono. Dal testo di Luraghi vien fuori in tutte le dimensioni possibili, politiche, culturali, sociali, economiche, militari, tecnologiche, psicologiche, la tragedia di una terribile guerra civile, la prima guerra industriale della storia, combattuta su fronti immensi in condizioni senza precedenti, che ha segnato gli Stati Uniti per almeno un secolo.

Possono accompagnare degnamente la lettura solo alcune guide esterne, da raccomandare perché ne ricreano lo sfondo intuitivo. L'ascolto di esecuzioni accurate dei canti di questa guerra, elaborazioni collettive della catastrofe, spesso sviluppi e sedimentazioni testuali successive di canzoni religiose e popolari: dimostrano ancora di più quanto essa sia entrata nell'anima americana e quanto l'abbia modificata. La visione del film di Buster Keaton The General (non un generale ma il nome di una locomotiva), del 1927, in cui la narrazione di un episodio reale della guerra civile (quello relativo al colpo di mano unionista alla stazione di Marietta, Georgia, 1862) offre il destro per cogliere appieno l'inedito peso strategico della ferrovia nell'evento bellico (il solo precedente, in scala assai più ridotta, di questa "battaglia delle ferrovie" lo diede due anni prima Garibaldi nella battaglia del Volturno); le immagini delle scene di guerra (di quelle in movimento nessuna è finta!) sembrano tratte dalle fotografie di Mathew B. Brady, forse il più famoso fotografo della guerra civile. Questi, detto di passaggio, sconvolse il grande pubblico mostrando per la prima volta nella storia la morte vera dei campi di battaglia, quella dei cadaveri gonfi e irrigiditi: Brady portò "a casa la terribile realtà e gravità della guerra", scrisse il New York Times . Oppure la visione del più recente Glory, 1989, di Edward Zwick, narrazione delle gesta del 54° Massachussets del colonnello Shaw, primo reggimento composto interamente di negri, eccetto gli ufficiali, degli Stati Uniti, dalla difficile e contrastata costituzione fino all'epico e disastroso assalto a Fort Wagner, 1863 (pregevole il documentario sul DVD).

Ma ciò che emerge sempre più distintamente col progredire della lettura, il miglior invito ad essa, è presto detto: Luraghi ha indubbiamente amato quegli uomini, dagli umili soldati alle prese con dolori e fatiche immani ai Grant, ai Lee, ai Jackson, ai Lincoln posti dinanzi a problemi e responsabilità inaudite. Ha testimoniato la sua pietà per la guerra civile scrivendo al di sotto della sua opera poesia. La poesia di Luraghi (parafrasando Wilfred Owen, poeta di una guerra persino peggiore) è in questa pietà.
"The Poetry is in the pity".
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