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Argomento: Battaglia di Austerlitz - Recensione di Marco Menicocci (01/06)
Copertina Austerlitz di Sergio Valzania, Mondaodi
Il libro di Valzania, giornalista e divulgatore di storia militare (suo è un libro sulla battaglia dello Jutland edito dallo stesso editore), esce, probabilmente non a caso, nel cinquantenario della celebre battaglia. Il titolo è già emblematico e riassume la tesi del libro: Austerlitz è la più grande vittoria nel senso che in nessun altra battaglia il generale Napoleone è riuscito a ottenere sul campo un più clamoroso successo militare ma è anche la vittoria più grande perché è questa vittoria, più di ogni altra, quella scelta dal politico Napoleone per edificare il suo mito di invincibilità e di potenza, per significare al mondo e ai suoi, la grandezza del suo operato. Una grande vittoria in senso duplice pertanto, militare e ideologico e su questi due campi muove la ricostruzione dell'Autore.

Per quanto riguarda la ricostruzione della battaglia in senso stretto, il libro non presenta particolari novità né si caratterizza per una particolare interpretazione. Gli appassionati del periodo napoleonico e gli esperti di storia militare del periodo, pertanto, potrebbero in questo senso rimanere leggermente delusi. Ad esempio la descrizione delle fasi non si discosta molto da quella rinvenibile in opere classiche quali quella di Chandler. Sotto questo aspetto il libro si configura, pertanto, più come una sintesi ricapitolativa, con intenti divulgativi, che come una ricerca mirante ad offrire nuove prospettive ed interpretazioni. Nondimeno il libro è godibilissimo non solo per gli eventuali neofiti, che vi troveranno una completa e ben inquadrata ricostruzione della battaglia, ma anche da parte di chi è già addentro alla materia perché, pur senza pretendere di portare grandi approfondimenti, la descrizione riesce a porre adeguatamente in risalto una serie di temi che la rendono piacevole e che evitano ogni effetto di ridondanza. Questo anche per la scelta narrativa dell'Autore che non segue passo per passo tutta la battaglia ma ne ricostruisce le fasi interrompendo spesso il racconto per offrire narrazioni e contestualizzazioni storiche di più ampio respiro. Una scelta redazionale che facilita la comprensione dello sfondo storico e delle motivazioni delle scelte a chi conosce già, a grandi linee, le fasi dello svolgimento della battaglia, rendendo assai avvincente il racconto. E' chiarita infatti la difficoltà di conoscere esattamente i dettagli e la lacunosità della documentazione (ad esempio l'impossibilità di ricostruire l'effettiva consistenza dei reparti) e, insieme, viene offerto un quadro ampio per dare il senso degli eventi.

Gran parte della ricostruzione della fase preparatoria e dello svolgimento della battaglia è ricavata dalle memorie di Alexandre de Langeron, emigrato francese al servizio dell'armata zarista. Langeron aveva il comando di alcuni reparti alleati e fu tra i capri espiatori della sconfitta. Il suo memoriale, come sovente capita, è soprattutto una autodifesa giustificatoria e, insieme, un capo di accusa verso tutti gli altri comandanti del campo alleato. Chiaramente queste memorie, che per inciso sono anche alla base della ricostruzione della battaglia fatta da Tolstoi in Guerra e Pace, sono viziate da eccessiva acredine e parzialità. Nondimeno sono ricche di aneddoti interessanti e rappresentano pur sempre una fonte di prima importanza: questo giustifica il largo uso, del resto criticamente avvertito, che ne fa l'Autore.

Tutto ciò gli consente di proiettare il lettore nel clima del momento storico, di rendersi conto dell'astuzia napoleonica nel far finta di non esser pronto alla battaglia; dell'errore di Alessandro I e dei suoi consiglieri militari nel credere che Napoleone si trovasse in una situazione di difficoltà tattica e non solo strategica; dei motivi che spingevano Kutuzov ad essere assai reticente a dare battaglia, ritenendo invece preferibile ritirarsi ulteriormente per approfittare del complessivo vantaggio strategico a lungo temine. Soprattutto è mostrato come l'obiettivo di entrambe le parti non fosse solo sconfiggere l'avversario bensì di distruggerlo completamente. Segue poi la descrizione del movimento iniziale delle 4 colonne alleate, slegate tra loro e mal coordinate, sino alla conclusione con il mancato successo dell'inseguimento di Murat dei Russi in ritirata.

Molta attenzione è anche prestata al complessivo quadro politico e alla necessità napoleonica di utilizzare questa battaglia quale pietra per edificare la sua leggenda. L'Autore mostra come i famosi proclami napoleonici siano il risultato di redazioni posteriori alla battaglia, realizzati appositamente per costruire un mito condiviso e come le cifre stesse dei partecipanti alla battaglia e delle perdite quali risultano dai documenti risentano di questa esigenza mitica assai più che della necessità di raccontare la verità dei fatti. Una delle difficoltà maggiori che si frappongono alla ricostruzione degli eventi, del resto, secondo l'Autore, è che gran parte delle testimonianze sono viziate ideologicamente: i fatti e gli eventi della battaglia sono sovente più il risultato di una costruzione a posteriori che di vere azioni compiute nella giornata. Caso emblematico di questa costruzione mitizzante è l'emergere sul Pratzen della fanteria francese dalla nebbia sotto il sole proprio davanti agli avversari, che gioca sull'accostamento retorico luce/Francesi e nebbia/Russi. Altro caso di racconto strumentale è il celebre evento del ghiaccio che cede sotto le cannonate francesi provocando l'annegamento di centinaia o addirittura migliaia di russi in fuga: la scarsa profondità della palude e i pochi corpi ritrovati mostrano come l'evento non sia stato e tuttavia la grandiosità dell'immagine era la degna conclusione per una ricostruzione eroica della battaglia.

Incapace di aderire a una delle tendenze storiche dell'epoca, dibattuto tra politica di potenza francese, necessità dinastiche, nazionalismi, regionalismi, desiderio di essere accettato, Napoleone si trovava in una permanente situazione di inferiorità strategica cui cercava di ovviare da una parte con una serie di vittorie sul campo, dall'altra elaborando una leggenda, una ideologia che fondasse il suo potere. Aver colto questo elemento è uno dei pregi del libro cui, non ultimo, si aggiunge la scorrevolezza della scrittura.
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