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Argomento: Teatro del Pacifico - Recensione di Matteo Scaldaferri (03/07)
Copertina Ali d'Argento: l'etica del sacrificio di Ayumi Tachihara, Planet Manga, Modena 1998, 192 pp. c.a.
1944, la morsa attorno al Giappone si stringe sempre più. Le sconfitte di Midway e Leyte hanno decimato la Marina Imperiale. Molti, anche all'interno dello stato maggiore, sono convinti che la sconfitta sia inevitabile. E a posteriori è facile sostenere che la sorte del Giappone fosse ormai segnata: la superiorità numerica degli U.S.A., ottenuta grazie all'apparato produttivo più imponente della Storia, aveva su tutti i fronti incominciato a dare i suoi frutti. Il Giappone è un paese stremato, in guerra quasi ininterrottamente dal 1936. I suoi quadri militari sono decimati, ormai privi di sufficienti veterani e ricolmi di reclute troppo affrettatamente mandate in prima linea. E' in questa situazione estrema che viene concepito dall'ammiraglio Onishi il ricorso agli "attacchi speciali", gli attacchi suicidi che in occidente vennero conosciuti col nome della più famosa delle squadre che li portarono a termine: Kamikaze.

Quando nell'aprile del 1945, le forze alleate si prepararono allo scontro aereonavale di Okinawa, il Giappone si trovò per la prima volta da secoli minacciato sul suolo metropolitano. La propaganda, che dipingeva gli occidentali come diavoli biondi assassini e violentatori, e l'estremo impegno profuso dall'Esercito e dalla Marina imperiali per difendere il primo lembo del suolo Patrio portarono a manifestazioni di fanatismo che terrificarono i testimoni occidentali.

Per la nostra cultura occidentale, non solo la vita dell'individuo ha spesso un valore altissimo, si pensi per esempio allo spiegamento di mezzi di soccorso adoperato dagli Americani in Vietnam ogni qual volta un loro pilota finiva abbattuto, ma per noi ha ormai conservato poco valore il gesto simbolico. Tutti i commenti degli alti ufficiali statunitensi riguardo agli attacchi suicidi sono improntati alla critica dello scarso rilievo militare che simili azioni conseguirono. Si pensi che nella sola battaglia di Okinawa a fronte di quasi mille velivoli impiegati vennero affondate soltanto diciotto navi, tra cui solo una portaerei di scorta. Del resto il timore tra i marinai era grande perché spesso se un pilota suicida non riusciva a raggiungere una portaerei andava a schiantarsi sulla prima nave raggiungibile, e dato l'assembramento nelle operazioni di sbarco è facile capire come mai fosse soprattutto il naviglio minore a finire colpito.

E' durante questa cruciale battaglia che si colloca la vicenda del giovane Daisuke Shibusawa. Parlare di una storia particolare come questa è quantomai difficile, dato che la trama è tra le più esili, e il finale conosciuto ancor prima di aprire il volume; bisogna però riconoscere all'autore una grande abilità nel raccontarci una storia tanto minimalista senza annoiare, avvincendo il lettore sino alla inevitabile fine. Partito coi compagni per un attacco speciale Daisuke è costretto a ritornare alla base per un problema al motore. All'epoca infatti gli approvvigionamenti militari erano quantomai ridotti, e i guasti dovuti all'usura all'ordine del giorno. Anche l'asso Saburo Sakai ricorda di aver avuto problemi al motore alla partenza di quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo volo, a Iwo Jima nel primo fallito tentativo di attacco suicida. Immobilizzato a terra, nella prolungata attesa dei pezzi di ricambio, il giovane Daisuke viene colto da atroci dubbi e ripensamenti.

Abbiamo così l'opportunità di conoscere il personale della base e i civili che vi abitano attorno e con essi i diversi atteggiamenti dei giapponesi nei confronti degli "attacchi speciali". Potrebbe essere infatti facile per l'occidentale pensare che tutti fossero concordi nel ritenere necessari gli attacchi, in realtà anche se nessuno avrebbe mai manifestato dubbi in presenza di un pilota suicida, molti sia nei comandi militari sia tra i civili consideravano gli attacchi un inutile spreco di vite. Tant'è vero che a guerra finita aspra fu la polemica riguardo l'opportunità di tali azioni. Dice Rikihei Inoguci, uno dei più stretti collaboratori dell'ammiraglio Onishi: "Azioni militari suicide si erano sempre verificate nel passato, ma soltanto in forma improvvisa, rapida, e dovute a situazioni drammatiche del momento. […] Il concetto, però, di effettuare azioni suicide sistematicamente pianificate per un periodo di mesi, mentre poteva riuscire accettabile per gli individui che vi dovevano agire, sembra sia apparso decisamente eccessivo per il popolo giapponese."

In effetti l'etica del sacrificio è profondamente impressa nel pensiero orientale, e azioni suicide, anche soltanto nell'arma aereonautica si erano già verificate prima del 1944. Per esempio la pratica dell'investimento non era rara tra i piloti di caccia che avessero terminato le munizioni senza riuscire ad abbattere il nemico. Ma questa azione può in effetti essere spiegata con quella furia, quella rabbia che coglie i combattenti nel mezzo dell'azione. Così come avveniva a terra ai reparti circondati che invece di arrendersi si lanciavano in un ultimo assalto. Il sacrificio premeditato e studiato nei minimi particolari, fino al punto di concepire aereoplani ideati a quello specifico scopo, invece poteva sconcertare, e sconcertò in effetti molti giapponesi.
Così nel fumetto vediamo il capitano Noguchi sconvolto per la perdita del figlio, ma allo stesso tempo desideroso di imitarlo e sacrificarsi a sua volta. E così la giovane Himeko prega tutta la notte che la guerra finisca improvvisamente, ma questa è la massima ribellione concepibile verso il terribile senso del dovere che annulla il suo amore, ancor prima che nasca. Ma è soprattutto bellissima la presa di coscienza del protagonista, al quale l'autore mette in bocca forse qualche frase anacronistica, ma comunque terribilmente significativa. E' difficile pensare che il pilota possa pensare a sé stesso come a un "martire segnato da una maledizione" o al corpo di attacco speciale come "gente che ha fatto una strana azione" ma nel momento in cui il giovane decolla non si può che riprovare quei sentimenti contrastanti, riferiti da tutti i testimoni oculari: ammirazione, rabbia, e paura.

In conclusione se si deve trovare un difetto in quest'opera non si può non notare il problema creato dalla scelta di aver concentrato tutta la narrazione sui piloti e sui civili che li circondano, che produce sicuramente un ottimo risultato narrativo, ma anche un certo straniamento nel lettore occidentale. Mai una volta vediamo il "nemico", mai una volta si accenna alla nazionalità degli "stranieri", e mai nemmeno di sfuggita all'incontestabile fatto che il Giappone non fu l'aggredito ma l'aggressore. Forse però questo non è un difetto, perché in tal modo l'elogio del sacrificio supremo non è soltanto attribuibile ai piloti giapponesi ma per estensione a tutti quei combattenti che perirono per, come dice Daisuke nel suo ultimo volo: "proteggere la gente che amiamo".

- Gli aerei
Uno dei pregi di questo fumetto è l'assoluto realismo nelle riproduzioni degli aerei, presentati con un abbondanza tale di particolari da far sospettare che l'autore sia un appassionato di modellismo.

NAKAJIMA KI-43 Hayabusa (Oscar)
L'aereo di Daisuke è forse il caccia giapponese maggiormente rappresentativo di tutta la guerra, prodotto in quasi 6.000 unità tra il 1941 e il '45. Meno famoso dello Zero, che invece era un caccia imbarcato, questo modello nonostante l'armamento leggero diede filo da torcere ai caccia alleati fin quando non venne sovrastato nel numero dagli avversari. Particolare curioso è che il nome giapponese Hayabusa, significa Falco Pellegrino e non Falco come viene ripetutamente scritto nella versione italiana.

KAWASAKI Ki-45 Toryu (Nick)
Primo caccia bimotore dell'Esercito Imperiale, il Ki-45 venne prodotto in un numero esiguo di esemplari a causa di vari errori di progettazione e problemi produttivi. Durante il 1944 per la maggior parte vennero convertiti in caccia notturni, e come tali vennero impiegati per la difesa del territorio metropolitano contro i B-29 di stanza in Cina. I Toryu (ammazza draghi) non vennero mai impiegati nel ruolo di caccia di scorta a lungo raggio per il quale erano stati progettati, in compenso quattro di essi effettuarono il primo attacco suicida al largo della Nuova Guinea.

- Personaggi storici citati

Ammiraglio Onishi
Fu l'ideatore e l'organizzatore delle "Squadre di attacco speciale", concepite come unica tattica capace di dare risultati nell'attacco delle preponderanti forze americane. Profondamente convinto della necessità di combattere fino alla morte per evitare la resa al Giappone, manifestò più volte il proprio disprezzo per tutti coloro, politici o militari, i quali non avevano alcuna intenzione di morire. Più volte si adoperò per tentare di dissuadere l'Imperatore, o anche soltanto di rimandarne l'annuncio pubblico. Fece harakiri, aprendosi il ventre, all'alba del 16 agosto, rifiutando ogni soccorso rimase in agonia fin verso le sei pomeridiane.

Imperatore Hirohito
Manifestò il proprio dissenso verso le azioni suicide sin dal primo loro utilizzo ufficiale. In un messaggio ufficiale disse: "Era proprio necessario giungere a questi estremi?" La sua decisione di accettare i pesantissimi termini di resa salvò, del resto, il Giappone da quell'annientamento totale che sarebbe seguito a uno sbarco sul suolo giapponese.
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