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Henry Philippe Omer Pétain
Maresciallo di Francia
1856 - 1918
di Emilio Bonaiti ©
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Il colonnello Henry Philippe Omer Pétain alla vigilia della prima guerra mondiale si preparava al pensionamento, dopo una tranquilla carriera nella quale non aveva partecipato a combattimenti e gli si poteva attagliare un vecchio detto germanico: "Lontano dal rombo dei cannoni si diventa vecchi guerrieri".

Nato il 24 aprile 1856 a Cauchy-à-la-Tour nella regione dell'Artois, di famiglia contadina in un'epoca in cui i paysannes rappresentavano il 75% della popolazione, buon cattolico ma non alieno da numerose avventure amorose, studia presso il collegio Saint-Bertain dei Gesuiti a Saint-Omer. Quindicenne, assiste alla débâcle rovinosa della Francia di Napoleone Terzo nel 1871, "l'année horrible", come lo definì Victor Hugo. Passa poi al'istituto dei Domenicani di Arcueil per prepararsi agli esami di ammissione alla scuola militare di Sain-Cyr che supera a fatica classificandosi al 403° posto su 412. Quando lascia la scuola col grado di sottotenente nel 1878 l'esito non è brillante, duecentoventinovesimo su 386. In tutte le sue note caratteristiche viene descritto come una: "Personalità straordinaria […] fermezza di idee" e segnalato per la silenziosità e la freddezza del carattere.

Inizia la carriera a Villefranche-sur-Mer nel 24° battaglione di fanteria leggera e svolge uno stage di tre mesi alla scuola di tiro di Valbonne, ove si dimostra un buon tiratore, qualità della quale andrà sempre orgoglioso. Passa poi alle guarnigioni di Menton e di Sospel, promosso nell'anno 1883 tenente per anzianità è assegnato al 3° bataillon de Chasseur a Besançon. Ha due camerati con i quali passerà alla storia il sous-lieutenant Debeney e il capitano Maud'huy. Nel 1888 è ammesso con altri 39 ufficiali di fanteria all'École Supérieure de Guerre e, breveté, ne esce nel 1890. Promosso capitano, viene assegnato allo stato maggiore del 15° corpo d'armata a Marsiglia. Passò poi nel 1893 allo stato maggiore del governatore militare di Parigi, il quale lo nomina suo ufficiale d'ordinanza. Nel 1900, ha 44 anni, guadagna i galloni di commandant, ed é assegnato alla scuola di tiro di Châlon-sur-Marne. Entra in contrasto con il comandante che è sostenitore del fuoco a massa, mentre Pétain si batté per la precisione del tiro e dopo sei mesi passa al 5° reggimento di fanteria ma vi resta per soli sei mesi per essere poi comandato all'École Supérieure de Guerre professore aggiunto incaricato dell'insegnamento della tattica di fanteria, titolare il suo vecchio comandante Maud'hui. Vi resta dal 1901 al 1903, passa al 104° reggimento di fanteria, e, dopo un anno, torna nuovamente all'École ove insegna sino al 1907. Promosso lieutenant-colonel raggiunge il 118° reggimento di fanteria a Quimper in Bretagna.

Nell'aprile 1908, chiamato dal generale Maunoury nuovo comandante, torna all'École come titolare della cattedra e può illustrare le sue teorie che sono in netto contrasto con la dottrina ufficiale fondata sull'offensive à outrance, bibbia dello stato maggiore francese.

Le lezioni formano il testo delle Conferences sur l'infanterie, che vale la pena di riassumere in modo estremamente succinto senza entrare nei dettagli. Il saggio é diviso in due parti.
L'Infanterie française au debut du 1° Empire
L'infanterie en 1870.

Nella prima parte si esamina l'organizzazione, i quadri e gli effettivi della fanteria napoleonica, con riferimenti alle istituzioni della vecchia monarchia e della rivoluzione.

Nella seconda parte, L'infanterie en 1870, l'esame é più approfondito ed esteso fino al 1902. Abbraccia l'organizzazione dell'Armée imperiale, il reclutamento, i quadri, gli effettivi e la tattica. I regolamenti in particolare vengono sottoposti a una accurata disanima, si parte da quello del 16 marzo 1869, alla vigilia della guerra, con uno sguardo particolare alle Manœvre de l'infanterie e ai Feux, evidenziando il principio: "l'essenziale non é tirare molto ma tirare bene". Pétain, vecchio soldato di fanteria, batte molto sul fuoco, cita il motto del maresciallo Bugeaud, conquistatore dell'Algeria: "Ben marciare e ben tirare é la forza della fanteria".

Valuta il fucile Chassepot modello 1866, distribuito ai reparti solo nel 1870 alla vigilia del conflitto, un'arma in grado di sparare sei colpi al minuto sans nuire à sa justesse, efficace a 400 metri contro un uomo e a 1000 contro un plotone, evidenziando i limiti degli ufficiali che nel 1870 sostenevano che la guerra non si apprende che dalla guerra, con conseguenze sotto gli occhi di tutti, ufficiali incapaci di valutare le capacità balistiche del Chassepot, con la conseguente funeste habitude di ordinare il fuoco su tutti gli obiettivi che entravano nel raggio d'azione e conseguente estremo consumo di munizioni.

Contrappone decisamente il vecchio regolamento del 1875, fondato sull'importanza della difensiva, del fuoco mirato, dello sfruttamento del terreno a quelli successivi sino al 1902. Le sue parole sono inequivocabili e rappresentano un attacco deciso alla dottrina ufficiale della quale il britannico Fuller sosteneva: "La Trimurti di questa eresia era costituita dai generali Foch, Grandmaison e Langlois, che capeggiavano una corrente di pensiero con cui potevano competere soltanto i dervisci del Sudan". (1)

Scrive: "Si é fatto un giusto rimprovero dai detrattori, perche l'Instruction [del 1875] categoricamente proclamava il principio che con le nuove armi il vantaggio appartiene alla difensiva, senza averlo accompagnato dalle spiegazioni necessarie. L'affermazione, presa in senso generale é inaccettabile, perché solo l'offensiva può portare alla vittoria, ma se esaminiamo su un campo di battaglia due eserciti di fronte, é di tutta evidenza che quello che si attesterà sulla difensiva, disponendo di un eccellente sistemazione e di un campo di tiro favorevole sarà in condizioni migliori di quello che avanza in campo aperto. L'utilizzazione del terreno darà al difensore un vantaggio di forza che gli permetterà di bloccare effettivi superiori. Questa é la ragione d'essere della difensiva". Aggiungeva: "E' all'efficacia del fuoco che il Regolamento rapporta tutte le modificazioni sopravvenute nei procedimenti di combattimento della fanteria. […] L'importanza del fuoco sarà di nuovo contestata negli anni che verranno come lo fu nel secondo periodo del Primo Impero e con minori ragioni di allora. L'esperienza della guerra del Transwaal e della Manciuria imporranno finalmente il silenzio ai detrattori della potenza mortale del fucile […] eliminando gli attacchi massicci a favore di una forma nuova di attacco […] la base di ogni attacco deve essere la realizzazione del movimento con il fuoco".

Nel giugno 1911, promosso colonnello su proposta del generale Foch comandante dell'École "à nommer sans retard au grade de colonel", assume il comando del 33° reggimento di fanteria ad Arras, nel successivo autunno si mette ai suoi ordini il sottotenente di prima nomina Charles de Gaulle, con cui si stabilisce un reciproco rapporto di stima. Scriverà de Gaulle nelle sue Memorie: "Il mio primo colonnello, Pétain, mi mostrò il dono e l'arte del comando" e Pétain: "Si mostrava fin dall'inizio un ufficiale veramente di valore, che dà grandi speranze […] Molto intelligente, ama il suo lavoro e vi si appassiona. Durante le manovre comanda perfettamente. Merita ogni possibile lode".

L'anno successivo insegna tattica alla scuola di cavalleria di Saumur, gli viene poi affidato ad interim nel giugno 1914 il comando della 4ª brigata di Saint-Omer, ma la promozione a generale già difficile svanisce quando a proposito di un attacco condotto con bandiere al vento, rullo di tamburi e trombe squillanti, nella sua qualità di giudice, sostiene che il comandante aveva evidenziato tutti gli errori che si potevano commettere.

Pétain era anche svantaggiato dal suo dichiarato essere cattolico in una Francia violentemente anticlericale. A questo proposito si racconta che a un ufficiale superiore che gli chiedeva chi dei suoi ufficiali andava a messa abbia risposto che in chiesa sedeva sempre nei primi banchi e che non si voltava mai indietro.

Per una migliore descrizione dell'ambiente si può aggiungere che quando Clemenceau, acceso anticlericale, convocò Foch per dargli un importante incarico operativo, alla precisazione di avere un fratello gesuita rispose: "Me ne fotto".

Messimy, ministro della Guerra, malgrado gli interventi di generali come Lanrezac e Franchet d'Esperey è irremovibile, Pétain non sarà mai generale, è un eretico nei confronti della dottrina ufficiale, si esprime senza remore, è di dichiarata fede cattolica. Prossimo alla pensione, ha 58 anni, cerca una casa in campagna in cui passare il resto dei suoi giorni, passeranno 39 mesi per vederlo al comando degli eserciti francesi del Nord e del Nord-Est.

Quando scoppia la guerra, la 4ª brigata della 2ª divisione di fanteria inserita nel 1° corpo d'armata della 5ª armata condotta dal generale Lanrezac, è piazzata sulla sinistra dello schieramento al confine. Il 15 agosto la brigata è al fuoco, dieci giorni dopo protegge la ritirata della 5ª armata. Il due settembre "Precis-le-sec", come veniva chiamato alla scuola di guerra, promosso generale assume il comando della 6ª divisione che guida nella faticosa ritirata e nella battaglia della Marna. Messimy non interviene, è impegnato in frenetici inviti a Joffre perché faccia fucilare i generali incapaci.

Il fronte comincia a pietrificarsi, la dottrina ufficiale dimostra la sua pochezza.

Gli attacchi si trasformano in inutili ecatombe. Pétain, che il 20 ottobre assume il comando del 33° corpo d'armata, avendo come validissimo braccio destro il capitano Serrigny, futuro generale, maestro nel preparare gli schemi tattici, è tra i primi a realizzare gli estremi del problema tattico che andava a proporsi: l'impossibilità per la fanteria di superare un complesso fortificato protetto da reticolati e difeso da mitragliatrici. Non condivide lo spirito offensivo, la ricerca dello sfondamento che caratterizza i bellicosi generali francesi, come Joffre, Foch, Mangin, Nivelle. Afferra subito che la prevista guerra offensiva si è trasformata in una guerra di posizioni, in una guerra d'assedio nella quale adottare "les procédés d'attaque de la guerre de siège […]", raccomanda di evitare inutili attacchi, che devono sempre essere preceduti da una intensa attività dell'artiglieria. Si batte per l'adattamento dei mezzi agli obiettivi e degli obiettivi ai mezzi.

E' tipico della sua filosofia di comando il minuto interessamento per la vita dei soldati, ne ispeziona le trincee e ne ordina il potenziamento, scende alle minuzie, scrive: "d'écarter les latrines et d'en recouvrir les excréments avec de la terre", è spesso tra di loro, contrapponendo il suo interessamento alle gelida indifferenza di molti, moltissimi ufficiali superiori e non solo francesi, per i quali la vita umana non ha valore. Bisogna aggiungere che stigmatizza la viltà di ufficiali, coraggiosissimi di fronte al nemico, ma incapaci di prospettare la situazione agli ufficiali generali.

Vecchio fantaccino, rileva che gli armamenti germanici sono superiori, che i mortai da trincea, i minenwerfer, sovrastano i mortai da 15 mm., che il lanciabombe francese da 58 è estremamente lento, un colpo ogni 8/10 minuti. Conclude: "Actuellement nous ne sommes pas outillés pour la guerre de tranchées", di certo era un esercito i cui concetti strategici e dottrinari erano sviluppati per un tipo diverso di conflitto.

Questi atteggiamenti, queste critiche non sono bene accette dalla leadership militare che continua a preparare offensive che si esauriscono sui reticolati tedeschi, ma le sue capacità di comando sono eccezionali, il 21 giugno, continuando in una rapidissima ascesa, è posto al comando di una armata, la seconda che a dicembre è finalmente ritirata dal fronte per un periodo di riposo.

Dopo la battaglia della Champagne del settembre 1915 scrive: "La battaglia della Champagne dimostra la difficoltà, se non l'impossibilità, nell'attuale condizione degli armamenti, dei metodi di preparazione e delle forze avversarie, di prendere in un sol colpo la serie delle posizioni nemiche". Aggiunge che occorre artiglieria pesante e ancora artiglieria pesante. I suoi principi non gli fanno acquistare simpatie tra i colleghi, il governo e l'opinione pubblica che chiedevano con insistenza la fine di una guerra sempre più rovinosa.

Sulla stessa linea è il generale de Castelnau: "Il massimo sforzo che si può esigere dalle divisioni di prima linea è di conquistare la prima posizione nemica in tutta la sua profondità, l'attacco della seconda linea non si può fare che con unità fresche e dopo una preparazione d'artiglieria".

A Verdun il 21 febbraio 1916 si scatena l'offensiva tedesca alla presenza dell'imperatore.

Quattro giorni dopo Pétain, su proposta di de Castelnau, è nominato comandante del settore, Joffre, imperturbabile come sempre, valuta la situazione: "serieuse, mais non alarmante". Nello stesso giorno cade il forte di Douaumont. E' un colpo durissimo, sconsolato Pétain commenta: "Perdiamo così la migliore e la più potente delle nostre opere, quella che riassumeva le ragioni della nostra fiducia, lo splendido osservatorio che ci avrebbe permesso di sorvegliare e di battere il terreno". Elogia il lieutenant Brandis del 3° corpo brandenburghese che, coraggiosamente, ha attaccato il forte che, ironia della sorte, era abbandonato a un gardien de batterie e una dozzina di artiglieri addetti all'unico pezzo da 155, il forte "malgré son importance primordiale, n'avait fait l'objet, en temp utile, d'acune mesure spéciale". Rileva nel suo La bataille de Verdun che le truppe in ritirata sono "scivolat" sui fianchi dell'imponente fortificazione senza fermarsi a presidiarla. Era considerato un "nid à obus" da cui tenersi lontani. Pone rimedio all'inescusabile errore impartendo l'ordine di dare ai forti, "môles principaux de la résistance dont ils formeraient l'ossature", un comandante e una guarnigione.

A giugno cadrà il forte di Vaux ma dopo una resistenza asperrima. L'agonia dei difensori è scandita dai loro messaggi, il mattino del giorno quattro a mezzo di un piccione viaggiatore giunge un messaggio: "Nous tenons toujours, mais nous subissons une attaque par les gaz et les fumées très dangereuse. […] C'est notre dernier pigeon!", l'ultimo, incomprensibile messaggio arriva il giorno sette alle 3,30: "Ne quittez pas…". I forti si dimostrano, ben inseriti nel complesso delle opere, l'ossatura della linea difensiva.

La situazione è difficilissima. Sotto i colpi di maglio dell'artiglieria pesante i Francesi rinculano, sommersi da un uragano di fuoco. In poche ore il nuovo comandante afferra la situazione, abbandona la riva sinistra della Mosa, stabilisce solide vie di comunicazioni per permettere l'arrivo dei rifornimenti, dispone la rotazione delle divisioni, nel calderone di Verdun passano 78 divisioni che vi lasciano 162.000 uomini, schiera artiglierie pesanti da contrapporre a quelle tedesche. Dimostrerà le sue doti di generale "difensivista" con un accorto ricambio delle truppe a disposizione, con la sostituzione di quelle esaurite. Nessun reparto tornerà a Verdun per la seconda volta.

Verdun, che Pétain definisce "le boulevard moral de la France", è il paradigma di tutte le battaglie della guerra, la sublimazione della guerra d'usura, un carnaio, uno scontro tra soldati valorosi. Il generale, dopo i primi insuccessi nemici, lancia il 10 aprile il suo celebre: "Courage! On les aura", che sollevò l'orgoglio della Francia e verrà scolpito nel grande Ossario di Verdun. Tetragono nei suoi convincimenti rifiuta i suggerimenti di Joffre di passare al contrattacco, percepisce che il paese sta esaurendo i suoi uomini, ma evita la difesa passiva con locali contrattacchi.

Joffre nell'autunno del 1916, quando la vittoria è assicurata, lo mette al comando delle armate del Centro, ha ai suoi ordini la 2ª, la 3ª, la 4ª e la 5ª armata. Il colonnello del 1914 ha ai suoi ordini più della metà delle armate francesi.

Intanto, astro nascente, Robert Georges Nivelle è nominato nuovo comandante delle armate francesi del Nord e del Nord-Est. Coadiuvato dal generale Mangin che proclama: "Abbiamo il metodo e abbiamo il capo, la vittoria è sicura", è certo che la grande offensiva porterà alla sospirata, vittoriosa fine della guerra.

Pétain è come sempre scettico, al ministro degli Armamenti che angosciato gli chiede: "Ma allora non finiremo la guerra?" risponde tetragono nei suoi convincimenti: "No, non finiremo la guerra, ma non è sempre meglio che finirla con una sconfitta?". Gli faceva eco Clemenceau: "Non basta essere degli eroi. Vogliamo essere dei vincitori".

Nello scoramento del paese il 27 aprile 1917 è nominato capo di stato maggiore generale, carica di nuova istituzione che lo porta ad essere consigliere del governo con competenze sul reclutamento, l'addestramento e la preparazione tecnica delle operazioni, ma in pratica controllore delle iniziative che Nivelle vuole ancora proporre dopo l'insuccesso sanguinoso delle sue offensive. Il 15 maggio 1917 lo rimpiazzerà nel comando delle armate del Nord e del Nord-Est.

Considerato con sufficienza dagli ufficiali generali, imbecilli a cui la guerra non ha niente insegnato, lo si accusa di "mancanza di fegato", è al centro di una crisi complessa, strategica, tattica, morale, materiale. Sta venendo meno la direzione delle operazioni che gli Inglesi cominciano a pretendere, s'inizia a sentire il peso degli Americani, la crisi russa si profila minacciosa all'orizzonte, il paese è prostrato, l'esercito, passato da Joffre e Nivelle, privo di fiducia nei capi.

Da Compiègne parte la sua prima Direttiva, è la migliore espressione della sua filosofia. "L'equilibrio delle forze opposte […] non ci permette di prevedere, per il momento, uno sfondamento del fronte seguito dal suo sfruttamento strategico. Dobbiamo perciò logorare l'avversario con un minimo di perdite". Con una seconda Direttiva instaura un nuovo addestramento nel quale pianifica la collaborazione tra artiglieria e fanteria che doveva muoversi sempre sotto l'ombrello offerto dalla prima.

Ribadì le sue concezioni in una direttiva Istruzione sull'azione offensiva delle grandi unità del 31 ottobre, quando ordina "[…] attacchi a obiettivi precisi e limitati" e alla Commissione per la guerra del 12 dicembre che lo spingeva a nuove, costosissime offensive offerse le sue dimissioni, sostenuto da Clemenceau e Poicaré, ribadendo che l'ora della battaglia decisiva era lontana.

Quando scoppiò l'ammutinamento di interi reparti, eufemisticamente definito rifiuto di obbedienza, notizia che per una straordinaria fortuna non arrivò a conoscenza del comando tedesco, la sua analisi fu diversa da quella dello stato maggiore e dei governanti i quali l'attribuivano alla propaganda pacifista e all'eco della rivoluzione bolscevica. Si rende conto che la protesta è maturata tra i reparti che vanno in linea, tra quelli che avevano sopportato le maggiori perdite o con ufficiali particolarmente impopolari.

Bisogna aggiungere che stigmatizza la viltà degli ufficiali, coraggiosissimi di fronte al nemico, ma incapaci di prospettare la situazione ai capi. Giudica che i soldati, esasperati dalle insensate perdite patite, non erano contro la guerra ma contro i metodi con la quale era stata e veniva condotta, contro lo sproporzionato sacrificio di vite umane per risultati inesistenti.

Fronteggia gli avvenimenti e gestisce la crisi con grande capacità. Attua una serie di migliorie. Dispone la costruzione di confortevoli baracche per gli uomini di truppa reduci dai turni di prima linea, con letti puliti al posto della paglia, bagni e strutture di lavanderia, concede con larghezza licenze, istituisce un servizio di trasporti dai campi di ristoro alle stazioni ferroviarie, migliora l'alimentazione, ispeziona le trincee, ascolta le ragioni dei poilus, contrappone il suo interessamento alla gelida indifferenza di molti generali e, cosa importante, promette la fine degli attacchi insensati.

In seguito per ricostituire il morale delle truppe fa pubblicare nel Bulletin des armées cinque articoli sotto il titolo Pourquoi nous nous battons. Nello stesso tempo fa sentire la sua autorità con mano ferma. Invita il presidente della Repubblica a non esercitare il suo diritto di grazia: "qu'une première impression de terreur est indispensable".

Nel tempo la situazione migliora. La Section de renseignement aux armées (S.R.A.) segnalava nel mese di ottobre che il morale dei soldati era migliorato: "[…] l'aumento della durata delle licenze, la più grande regolarità e rapidità dei trasporti, la sistemazione delle stazioni di smistamento, raccolgono l'approvazione dell'83% delle unità e anche l'unanimità nella IV armata […] I permessi e il vino sono le due grandi chiavi di miglioramento morale e materiale".

Considerato il "guaritore" dell'esercito fu uno dei capi più amati dai soldati per la sua umanità. I dati sulle esecuzioni capitali sono diversi e contrastanti, con molta approssimazione si possono calcolare in una cinquantina. Vale la pena di notare che nel 1923 i gravissimi episodi di ammutinamento furono definiti in un articolo del colonnello Brossè "découragement de quelques unités"! (2)

Per risollevare il morale dell'Armée inizia offensive ad obiettivi limitati, a governo e opinione pubblica non promette eclatanti vittorie come Joffre e Nivelle. Sostenne con determinazione i suoi criteri tattici anche con Foch, comandante in capo delle forze alleate, rifiutandosi a grandi offensive, aspetta il 1918, aspetta gli americani, percepisce che quella dell'esercito russo è una crisi mortale, sa che una marea di divisioni tedesche arriverà sul fronte francese dall'Oriente, mentre il generale Foch e l'entourage militare valutano in modo molto più ottimistico lo stato dell'esercito zarista.

Applica un nuovo principio tattico. L'urto va affrontato su posizioni difensive ben disposte con una prima linea che deve quanto meno indebolire l'attacco e una seconda linea a 4/5 chilomentri dalla prima che lo deve contenere. In un ordine del giorno del 15 gennaio 1918 scrive: "Si perderà del terreno c'est entendu. Bisogna entrare in questa via molto audace, abituarsi all'idea di abbandonare terreno […] Noi arriveremo alla battaglia decisiva […] Attualmente non si può più manovrare a colpi di uomini, il miglior mezzo per vincere la battaglia è di economizzare le nostre forze all'inizio. […] Non abbiamo abbastanza divisioni per accettare una battaglia difensiva sulle prime posizioni. Bisogna manovrare e fare lavorare il terreno per noi". Con questa tattica crea una riserva di 40 divisioni ma è difficile per l'Armée, scesa in campo con una filosofia offensivistica accettare il principio della perdita di terreno per risparmiare uomini. Foch non è d'accordo. Spirito ardente, temperamento combattivo, espressione dell'ufficialità francese, ritiene che occorre: "savoir prendre des risques", si batte per "puissantes contre-offensives de dégagement sur des terrains préparés à l'avance". Si manifestano così dei dissapori tra il comandante in capo delle forze alleate e il comandante dell'esercito francese a cui si aggiungeranno quelli con Haig, comandante dell'esercito britannico. Come sempre, il comando di forze di nazioni diverse unite in un'alleanza presenta numerose difficoltà.

Colpisce la somiglianza tra Pétain e Diaz. Entrambi avevano assistito impotenti ai disastri delle offensive ad oltranza, entrambi si opponevano risolutamente alle pressioni dei politici, del governo, dell'opinione pubblica per l'immediata ripresa delle offensive, entrambi avevano maturato il convincimento che il tempo era dalla loro parte.

Il 21 marzo 1918, accuratamente preparata, scatta l'offensiva germanica. Sul fronte tenuto dai Britannici si abbatte un uragano di fuoco, seguito da un attacco in profondità che sommerge le difese. Tocca poi ai Francesi. Allo Chemin des Dames l'Armée è travolta, Masson scrive: "L'armée française connaît son Caporetto."

Gli Americani non sono ancora pronti, Foch propone la difesa sul posto: "Il n'y a pas de terrain à perdre […] C'est la défense pied à pied du territoire qui est à réaliser".

La situazione è gravissima. Pétain sostiene: "[La crisi] è una delle più gravi che ha attraversato l'Armée". Foch il 31 maggio scrive a Clemenceau che per l'indebolimento delle forze alleate si può: "entraîner la perte de la guerre". Sotto attacchi incalzanti condotti con la tattica dell'infiltrazione da truppe guidate da eccellenti ufficiali e sottufficiali si è a un passo dal crollo, Parigi trema, sorgono dissapori tra i due generali, Pétain chiede l'intervento di Clemenceau.

Con uno sforzo supremo, manovrando per linee interne, si fanno affluire riserve copiose, i carri armati e la superiorità aerea danno i loro frutti, si tamponano le falle aperte, il primo giugno cinque divisioni americane finalmente entrano in campo, intanto si scopre che gli affamati reparti germanici che arrivano ai depositi di viveri nelle retrovie non avanzano più.

Nell'ultima battaglia difensiva dal 15 al 18 luglio si decidono le sorti del conflitto. I Tedeschi non passano e non passeranno più.

Gli anglofrancesi, anchilosati da quattro anni passati in fetide trincee, devono pensare offensivamente, gli Americani imparare a fare la guerra. Foch, nella sua qualità di comandante delle forze alleate, inizia la controffensiva, nello stesso tempo si preparano i piani per il 1919, nessuno percepisce che la guerra, una guerra di assedio non di un castello o di una città ma di due imperi, è finita. La Germania e l'Austria-Ungheria sono letteralmente alla fame. I Tedeschi, che sono stati tatticamente superiori per tutta la durata della guerra, indietreggiano lentamente dalla linea Hindenburg alla linea Hermann, fanno pagare a caro prezzo il terreno ceduto. Foch il 19 ottobre dispone che la I, la III, la IV e la V Armata britannica attacchino a fondo, il loro comandante generale Haig avanza perplessità, è sicuro che l'esercito germanico è in grado di opporre una: "resistenza considerevole". Pétain a sua volta organizza la grande offensiva, quella che porterà l'esercito francese a dilagare in Germania. Avrà luogo in Lorena da metà novembre.

Improvvisamente "scoppia la pace". Il governo tedesco chiede un armistizio, i governi alleati l'accettano, svanisce il sogno della marcia su Berlino, nasce una querelle che si trascinerà nel tempo, a distanza di venti anni Pétain confiderà che ha pianto davanti a Foch per convincerlo a non accettarlo. Ma Clemenceau e Foch sono irremovibili, basta sangue, se ne è sparso troppo.

Pétain è tacitiano, alla stampa dichiara: "Fermati a causa della vittoria". A posteriori de Gaulle è d'accordo col suo maestro: "[…] l'11 novembre 1918 sopravvenendo al momento stesso che andavamo trionfalmente a raccogliere i frutti della vittoria […].

La guerra è finita.

Pétain è nominato Grande Ufficiale della Legione d'Onore, decorato con la Medaglia militare e insignito il giorno otto dicembre 1918 del bastone di Maresciallo di Francia.

I giudizi sulla sua opera sono tutti altamente favorevoli.

Clemenceau, grande statista, lo valuta perfettamente: "S'il ne faut que donner un ordre pour être un foudre de guerre, alors il ne l'est pas […] il est l'homme des réalités, des réalisations, et non pas l'homme des rêves improductifs et sanglants!"

Liddell Hart: "freddo, impassibile regista della strategia moderna e astuto economizzatore di vite umane che, chiamato a ricoprire la carica di comandante in carica dopo il fiasco di Nivelle nel 1917, aveva lavorato con sistematica pazienza per ricostruire l'esercito francese e ripristinare la stabilità del suo potenziale umano e del suo morale, tanto gravemente scossi dall'insensata tattica offensiva che Joffre e Nivelle avevano perseguito dal 1914 al 1917".

Paul Reynaud lo definisce: "Simbolo vivente della vittoria e dell'onore militare".

Pedroncini nel suo Pétain général en chef: "Il generale che meglio comprese le problematiche della prima guerra mondiale", ma sarebbe stato meglio precisare, a giudizio di chi scrive, il generale alleato che meglio comprese.

Il colonnello Repington, esperto militare di Le Times: "Un soldato".

Il tenente di complemento Pierrefeu, addetto ai comunicati ufficiali, lo descrive: "Ebbi l'impressione di vedere una statua di marmo, un senatore romano in una sala di museo. Robusto, vigoroso, una figura imponente, la faccia impassibile".

Per l'avvenire sarà la guida autorevole dell'esercito in cui coprirà le più alte cariche.

Note

1. Fuller, J.F.C. Le battaglie decisive del mondo occidentale. Roma 1988. [torna su]

2. Brossè, colonel. Notre théorie de 1914 sur la conduite des opérations et le leçons de la guerre in Revue militaire française, 1923. [torna su]

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