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Gli ordinamenti e la dottrina del Regio esercito negli Anni Venti
© Emilio Bonaiti
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Perché mi spaventano di più i nostri propri errori
che i piani degli avversari.
Tucidice
- 1919 Ordinamento Albricci
- 1920 Ordinamento Bonomi
- 1923 Ordinamento Diaz
- 1924 Progetto di riforma Di Giorgio
- Statuto dell'esercito
- 1926 Ordinamento Mussolini
- Il servizio automobilistico militare
- Norme generali per l'impiego delle grandi unità (N.G.)
- Norme per l'impiego tattico della divisione (N.D.)
- I corpi celeri
- Il pensiero dell'establishment militare
- Emilio Canevari
- Italo Balbo e la Regia Aeronautica
- La difesa contraerea

L'ordinamento Albricci

Fu alla fine del novembre 1919 che l'esercito ebbe il suo primo ordinamento del dopoguerra. Opera del ministro della Guerra generale Albricci, già comandante del corpo d'armata italiano in Francia, si rifece al pensiero degli alti vertici militari orientati per il ritorno alla organizzazione dell'anteguerra, con l'aumento di tre corpi d'armata per il presidio del Trentino, della Venezia Giulia e dell'Istria. Albricci per primo lo definì provvisorio: 'doveva servire di base per i provvedimenti relativi al completamento della smobilitazione'.

Tre furono le novità del nuovo ordinamento: la creazione del gruppo Reparto carri d'assalto, che aveva in dotazione tre carri armati, un reparto autoblindo-mitragliatrici e un deposito; la costituzione del corpo aeronautico su tre raggruppamenti, caccia, bombardieri e ricognizione e del corpo automobilistico con una direzione centrale e un centro automobilistico per ogni corpo d'armata. Inoltre si abolì il corpo di stato maggiore istituendo il servizio di stato maggiore con ufficiali dal grado di capitano a colonnello.

Con un bilancio di £ 1.500.000.000 la ferma era ridotta a un anno e la forza bilanciata a 210.000 uomini. Solo la cavalleria subì una profonda contrazione dei suoi organici, anche a seguito delle deludenti prestazioni belliche, riducendosi a due divisioni, una su tre brigate e l'altra su due, mentre una brigata autonoma, la sesta, era stanziata nell'Italia del Sud. Nell'ordinamento non vi era posto per il corpo d'armata di assalto composto dagli arditi. Fu lo stesso generale Grazioli, loro comandante, che ne chiese lo scioglimento con sensate motivazioni.

'Trattavasi di formazioni nate con la guerra e per la guerra incapaci di adattarsi al clima di pace: […] non giustificherebbe le forme esterne e l'appellativo ufficiale loro proprio, […] sarà estremamente difficile a chicchessia di contenerle, di evitare deplorevoli infrazioni disciplinari e forse reati'. Aggiungeva, di fronte al fenomeno di collusioni tra arditi e squadristi: 'Escludo il loro impiego per la sicurezza pubblica nel paese'. Di diverso avviso fu il maresciallo Caviglia il quale commentò: '[…] furono sciolti e nacque il partito delle camicie nere. Il fascismo deve essere grato a Nitti'. Con lui concordò, ma per motivazioni diverse, lo storico Aldo Valori: 'Gli arditi sono il genere di milizia più economica che si possa desiderare, perché ad essi, in quest'epoca di 420, basta un pugnale e delle bombe a mano. I popoli proletari hanno tutto l'interesse a dirigere la preparazione militare in senso favorevole alle istituzioni che mettano in valore le tempre individuali, solo coefficiente capace di correggere l'ingiustizia della natura e quella della storia' (1).

Siamo nel 1919 e ci troviamo di fronte ai primi conati di quella retorica sul sangue e sul il valore dell'uomo contro l'acciaio che sarà uno dei più ricorrenti motivi della retorica fascista.

L'ordinamento Bonomi

L'ordinamento Albricci non ebbe lunga vita, considerato troppo oneroso per l'erario fu sostituito dopo appena cinque mesi da un nuovo ordinamento che nell'aprile 1920 venne varato dal ministro della Guerra Ivanoe Bonomi, il secondo borghese dopo Casana, ad assumere la carica nella storia d'Italia.

I ministeri militari rimasero fino al secondo dopoguerra di fatto roccheforti delle alte gerarchie che respinsero sempre ogni forma di controllo del parlamento. Si legge nella relazione al re che l'ordinamento: 'Vuole soprattutto significare un ritorno dell'esercito ad orientamenti e proporzioni prossime a quelle del periodo anteriore alla guerra. Un concetto logico ci è stato di guida. L'esercito è uscito da questi ordinamenti per muovere alla vittoria, è giusto che oggi, conseguita la vittoria, vi ritorni, senza profonde innovazioni che né abbiamo avuto il tempo di predisporre, né abbiamo il diritto di anticipare sul voto del Parlamento'.

Bonomi aggiunse che per motivi economici l'esercito doveva essere ridotto a una forza inferiore a quella dell'anteguerra. 5.900 ufficiali di carriera vennero collocati in 'posizione ausiliare speciale' per il successivo pensionamento, i corpi d'armata vennero ridotti da 15 a 11, i 120 reggimenti di fanteria e di bersaglieri su tre battaglioni a 108 su due battaglioni, mentre il terzo fu ridotto a battaglione quadro. La cavalleria fu ridotta a una divisione, il corpo aeronautico assunse la denominazione di Arma aeronautica sempre su tre raggruppamenti più un gruppo dirigibili e un gruppo aerostieri. La forza bilanciata da 210.000 uomini fu contratta a 175.000, per un periodo di servizio di otto mesi.

Disegno del ministro era l'esautorazione della carica di capo di stato maggiore, assurta a grande importanza durante la guerra, a favore del Consiglio dell'esercito al quale avrebbe dovuto spettare: 'l'alta direzione degli studi per la preparazione della guerra' e l'affidamento all'Ispettore generale della conduzione dell'esercito in caso di conflitto.

L'ordinamento, la cui spesa era valutata in £ 1.200.000.000 resterà in vigore per circa tre anni, nella sorda opposizione dei quadri che non accettavano la diminuzione degli organici che comportava. Oggetto delle critiche non era solo il ministro della Guerra, ma anche il capo di stato maggiore Badoglio la cui acquiescenza al nuovo ordinamento fu criticata in Parlamento dall'onorevole Gasparotti: '[…] si critica il ministro della Guerra Bonomi, ma la diminuzione dell'esercito, la riduzione dei quadri ufficiali, la dimenticanza delle macchine e di altre innovazioni non furono concepite dal ministro Bonomi con il capo di stato maggiore Badoglio?'

Di rincalzo Angelo Gatti (2) riferendosi al ministro: 'Il quale ha anche un'altra scusa. Il ministro della Guerra nel 1919 aveva a fianco il capo di stato maggiore che, allora, era ancora rivestito dei poteri del capo di stato maggiore di prima della guerra ed aveva quindi ufficio pieno, di comando diretto dell'esercito. Né quel capo di stato maggiore era l'ultimo venuto […] Uomo, dunque veramente di vigorosa e avveduta energia, e capo di soldati. Se, perciò, il ministro Bonomi, borghese, pensò e propose nel 1919 leggi e provvedimenti che dovevano rinnovare l'esercito, è lecito, anzi doveroso credere che egli ascoltò principalmente il consiglio dell'eminente collaboratore militare'.

Bonomi, tre mesi dopo la promulgazione dell'ordinamento, nominò la Commissione parlamentare consultiva composta da dieci senatori e undici deputati che lo doveva coadiuvare nella stesura del nuovo, definitivo ordinamento e successivamente una Commissione permanente esercito e marina con quaranta parlamentari che avrebbe dovuto esaminare i disegni di legge relativi alle due forze. I due organi, afflitti dalla paralisi e dalla demagogia che caratterizzava il parlamento, non diedero nessun serio contributo alla risoluzione dei problemi.

Col nuovo ordinamento la figura del capo di stato maggiore fu privata di ogni potere e sostituita dal Consiglio dell'Esercito presieduto dal ministro della Guerra senza diritto di voto e composto dai generali Diaz vice presidente, Emanuele Filiberto duca d'Aosta, Pecori-Giraldi, Giardino, Badoglio, Caviglia, Morrone, Tassone e dal capo di stato maggiore Vaccari. Le decisioni riguardanti i problemi più importanti quali il reclutamento, l'ordinamento, l'armamento, la mobilitazione divenivano esecutive dopo l'approvazione ministeriale. Si trattava di un istituto sorto sul modello del francese Conseil supérieur de la guerre.

Nel dopoguerra si era ritornati a quella sudditanza culturale nei confronti del pensiero militare francese dalla quale ci si era allontanati per avvicinarsi a quello tedesco dopo le vittorie prussiane del 1870. Il ridimensionamento della figura del capo di stato maggiore, che nel corso del conflitto unitamente allo stato maggiore aveva assunto una influenza preponderante, costituiva l'obiettivo del ministro, obiettivo che, inserito nelle aspre controversie che dividevano le alte sfere militari, venne ben accolto dai vertici dell'esercito i quali, in una ottica meschina, preferivano un organo collegiale a un capo di stato maggiore comandante dell'esercito.

La loro opposizione nasceva da gelosie professionali e dalla insofferenza per l'eccessiva centralizzazione del comando che toglieva loro potere. In pratica a un capo di stato maggiore, la cui autorevolezza era in proporzione alle sue doti ed al suo carisma, si sostituiva un consesso di generali le cui decisioni erano prese dopo estenuanti discussioni e patteggiamenti. Ad essi si univano partiti politici e associazioni di ex combattenti che accusavano lo stato maggiore della conduzione estremamente sanguinosa della guerra e di aver provocato il disastro di Caporetto.

Tramontava anche il comando unico interforze e un ministero della Difesa, istituti auspicati da molti studiosi militari e in questa ottica fu costituito nel 1923 il commissariato di Aeronautica, trasformato in ministero nel 1925.

La situazione venne acutamente tratteggiata nel 1924 dal maggiore di artiglieria in servizio di stato maggiore Paolo Berardi, futuro capo di stato maggiore dell'esercito: '[…] e la cooperazione, questa dea invisibile della guerra, per necessaria conseguenza ha allargato il suo dominio […] Le vie dell'aria, del mare e della terra sono intimamente legate tra di loro; la strategia che per buona parte è l'arte di economizzare le forze deve scorgere le interdipendenze, armonizzarle, evitare le sovrapposizioni, e creare al di sopra di tutto la reciproca fiducia tra Esercito, Marina e Aeronautica. Esiste oggi tale fiducia? Se vogliamo davvero migliorare le istituzioni che amiamo, diamo il bando alle frasi convenzionali, siamo franchi di fronte a noi stessi e rispondiamo rudemente: non esiste quale dovrebbe essere; esiste la stima profonda donde nasce la fiducia astratta, non esiste la conoscenza intima, che genera la fiducia concreta e convinta, indispensabile agli artefici di un'opera comune […] Solo una più perfetta comprensione reciproca tra esercito e marina può da una parte evitare preoccupazioni esagerate e dall'altra creare la garanzia che nessun giusto interesse sia trascurato. […] Del resto l'idea del comando unico delle forze nazionali non è nuova e forse la sua attuazione si frange oggi contro le gravissime pratiche difficoltà, non ultima delle quali quella della formazione di un organo di comando, dotato della competenza e della autorevolezza necessarie per ottenere il consenso dell'obbedienza di tre organismi intelligenti, fattivi, di cui due soffusi di una tradizionale consuetudine di vita autonoma quali sono l'Esercito, la Marina e l'Aeronautica. Una delle vie per giungere alla soluzione dell'intricatissimo problema potrebbe essere quella di far precedere la formazione dell'organo alla definizione della funzione' (3).

Anche il Consiglio dell'Esercito non incise sulla struttura dell'organizzazione. In seguito i generali Caviglia e Giardino vantarono l'opposizione e gli ostacoli frapposti alle iniziative del ministro, iniziative piuttosto ridotte e prive di seguito.

Successivamente l'organo si trasformò nel massimo ente tecnico consultivo con il compito di provvedere all'organizzazione tecnica e difensiva dello Stato e alla preparazione alla guerra e divenne l'organo consultivo della Commissione suprema di difesa per i problemi relativi alla difesa nazionale. Era composto dal ministro della Guerra e dal capo di stato maggiore dell'esercito, dai generali d'armata, dai generali comandanti designati d'armata, da tre generali comandanti di corpo d'armata o di divisione nominati all'inizio dell'anno con possibilità di riconferma. Cessava dalle sue funzioni all'atto della mobilitazione e per tutta la durata della guerra. Restò il massimo ente tecnico consultivo con il compito di provvedere alla organizzazione tecnica e difensiva dello Stato e alla preparazione alla guerra.

L'ordinamento Diaz

Il 7 gennaio 1923 l'ordinamento Diaz, fortemente voluto dal Consiglio dell'esercito, fu varato.

Il comando veniva affidato a un ispettore generale nominato dal re. Lo stato maggiore, che era stato sciolto nel dopoguerra e sostituito dal servizio di stato maggiore, venne ricostituito con la denominazione di Stato Maggiore Centrale.

Per l'arma di fanteria si costituì un Reparto dei carri armati, già previsto dai precedenti ordinamenti. Le divisioni di fanteria passarono da 27 a 30 e i reggimenti bersaglieri da 4 a 12. Il reggimento artiglieria montata fu soppresso e si iniziò la costituzione delle grandi unità celeri con bersaglieri e reparti di cavalleria. In caso di guerra era prevista l'immediata mobilitazione di 52 divisioni, ossia di un numero al quale si era giunti nel 1918, dopo tre anni di lotta. Si rilevò che, esistendo una inferiorità di 'mezzi meccanici' nei confronti degli eserciti stranieri: 'non estendiamo la nostra inferiorità anche nella utilizzazione dell'elemento uomo, che costituisce una nostra indiscutibile risorsa'. Vale la pena di notare che nel bilancio del ministero della Guerra per l'anno 1923/24 mentre agli automezzi andava il 2,7% e alle armi, munizioni, genio e servizi chimici il 4,1%, quasi la stessa percentuale (6,5%) andava ai quadrupedi e al loro mantenimento.

Gli stanziamenti vennero aumentati a £ 2.000.000.000, la forza bilanciata, che con l'ordinamento Bonomi era stata ridotta a 175.000 uomini, fu portata a 250.000, mentre la durata della ferma fu fissata in 18 mesi, periodo che rimase invariato nei successivi ordinamenti del ventennio fascista.

Diaz si richiamò: 'alle forze morali e alle esperienze del passato' e si dichiarò contrario all'esercito proposto dai fautori della Nazione Armata, a un esercito con brevissime ferme, a un esercito scuola di reclute, perché riteneva che non si sarebbe potuto assicurare la copertura delle frontiere. Per gli ufficiali, fatto un generico omaggio a quelli in congedo, si ritenne opportuno allargare la pianta di quelli in servizio per correggere: 'un difetto dell'ordinamento provvisorio' portandoli da 15.000 (ordinamento Bonomi) a 17.575, ai quali andavano aggiunti quelli di complemento per i quali si sarebbero creati apposite scuole.

Nella sua relazione al re il ministro scrisse che per l'ordinamento dell'aeronautica gli studi erano in corso e infatti il 28 marzo 1923 fu costituita in arma indipendente. La commissione suprema di difesa fu riformata. Il presidente del consiglio la presiedeva, membri furono nominati l'ispettore generale dell'esercito e i ministri degli Affari esteri, degli Interni, delle Finanze, della Guerra, della Marina, delle Colonie e dell'Industria e Commercio. Si occupò delle questioni concernenti le predisposizioni e l'organizzazione delle attività e dei mezzi necessari alla guerra, affiancata da numerosi organi consultivi.

Si esclusero profondi mutamenti tecnici chiudendo così la porta a tutti i tentativi di rinnovamento. In effetti l'ordinamento era un allargamento, un potenziamento dell'ordinamento Albricci, prendeva piede l'esercito del numero, il futuro esercito degli otto milioni di baionette, l'esercito dell'anteguerra potenziato, sul quale le problematiche del conflitto erano passate invano.

L'ordinamento fu l'espressione del pensiero delle alte gerarchie, dei generali aureolati dalla vittoria che come i loro parigrado francesi e inglesi non si rendevano conto che il crollo degli Imperi centrali era stato originato dall'assedio economico durato quattro anni.

Il 20 gennaio 1923 su Il Corriere della Sera il critico militare Angelo Gatti lo sottopose ad una incisiva analisi. Dopo averlo definito un punto di partenza per il riordinamento definitivo dell'esercito, l'autore svolse una critica di fondo a quella che ne restava il principale difetto, l'abnorme sviluppo dell'elemento uomo nei confronti delle 'macchine', problema sul quale tornerà in un altro articolo 'Ritorno ai principii' del 23 marzo 1924. Stranamente nessuna critica venne elevata al comando supremo straordinariamente macchinoso.

L'ordinamento con una spesa prevista di due miliardi risultò troppo costoso per le stremate finanze pubbliche, la disponibilità finanziaria per il 1923-24 era di un miliardo e duecento milioni e ben presto si sentì il bisogno di una riduzione del suo costo che fu accettata fiduciosamente dalle alte gerarchie, che pure avevano energicamente protestato in circostanze simili con i governi precedenti accusati di attentare alla solidità dell'esercito.

Il progetto di riforma Di Giorgio

Il 30 aprile 1924 Diaz lasciò la carica di ministro della Guerra per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Il quattro novembre successivo fu nominato unitamente a Cadorna maresciallo d'Italia, grado di nuova istituzione, che fu concesso nel 1926 ai generali dell'esercito Duca d'Aosta, Giardino, Caviglia e Badoglio.

Successore di Diaz fu il generale Antonino Di Giorgio. Aveva un buon passato militare. Sottotenente di fanteria partecipò alle battaglie di Adua e Agàa meritando due medaglie di bronzo. Maggiore 'a scelta eccezionale', dal 1908 al 1910 aveva comandato il Regio corpo truppe coloniali della Somalia e un battaglione in Libia meritando una medaglia d'argento. Nella Grande Guerra fu nel 1916 comandante di una brigata, nel 1917 di una divisione e, dopo Caporetto, del corpo d'armata speciale.

Di lui scrisse Rommel, all'epoca giovane tenente sul fronte italiano: 'Ebbi a che fare tra Piave e Tagliamento col famoso esiguo corpo del generale Di Giorgio, il quale ricopriva la ritirata italiana. Fu lottando contro questa unità meravigliosa che compresi come l'esercito di Conrad non sarebbe mai giunto a Milano'. Finì la guerra a capo del XXVII corpo della quarta armata.

Le idee di Di Giorgio erano diametralmente opposte a quelle dell'establishment militare e la sua scelta resta inspiegabile. Forse Mussolini non valutò appieno la personalità del nuovo ministro del quale osservava Giuseppe D'Avanzo: 'probabilmente nell'ambiente militare tedesco avrebbe avuto più fortuna di quanta non ne ebbe in Italia'.

Il generale siciliano dal carattere fortissimo, 'è un siculo. Non si sa padroneggiare' disse di lui il piemontese Cadorna, il cui self-control nell'analizzare le liste delle perdite era proverbiale. Tra i due ufficiali esisteva una particolare stima e il vecchio generale aveva approvato l'ordinamento rimessogli dal ministro della Guerra, salvo a cambiare idea nella discussione parlamentare, nel corso della quale Di Giorgio lesse la lettera di approvazione dell'ex capo di stato maggiore.

Sull'organizzazione dell'esercito i propositi di Di Giorgio erano già stati espressi in un intervento alla Camera dei deputati: 'Occorre un sistema che eviti un qualsiasi disordine e assicuri l'accurata predisposizione di tutti gli elementi delle forze belliche, quadri e truppe, stati maggiori e comandi, materiali e servizi, per formare allo scoppio della guerra rapidamente e ordinatamente le grandi unità e i grandi organi dell'esercito in campagna, un sistema insomma che consenta di mettere su per la guerra un numero di grandi unità proporzionato alla nostra potenzialità demografica. Un principio è emerso dalla grandiosa esperienza, chiaro a tutti e da tutti accettato: il principio che la guerra è fatta dall'intera nazione e non già dall'esercito soltanto'.

Ribadì le sue idee in un discorso agli alpini nel 1924: 'Gli ordinamenti militari attuali sono in sostanza quelli del 1914, riesumati e imposti anche dopo il cataclisma della guerra da quel medesimo complesso di pregiudizi, di errori, di interessi che ora vorrebbero tenerli in piedi'.

L'ordinamento proposto, che faceva proprie le istanze dei fautori della Nazione Armata, era fondato su una premessa di base. Delle tre voci che più incidevano sul bilancio, i quadri ufficiali, i materiali e la forza alle armi andavano incrementate le prime due a scapito della terza, in quanto il mantenimento alle armi di 125 reggimenti portava fatalmente alla contrazione delle altre spese di un organismo militare nel quale il battaglione di fanteria aveva in dotazione otto mitragliatrici contro le 52 del battaglione francese, eterno punto di riferimento.

Con la 'ferma differenziata' il contingente di leva, che ammontava a circa 230.000 unità, veniva diviso in due categorie, la prima con una ferma 'lunga' di 18 mesi e l'altra con una di tre. Con le reclute a ferma lunga si formavano un certo numero di reggimenti chiamati centri addestramento che dovevano essere al massimo dell'efficienza operativa per tutto l'anno, primeggiando tra essi i reparti alpini schierati alla frontiera, gli altri lo dovevano essere solo nei tre mesi destinati all'addestramento mentre per il restante periodo dell'anno i centri funzionavano anche da scuole per allievi sottufficiali e per ufficiali di complemento.

I fondi recuperati andavano destinati ai materiali, per i quali occorreva privilegiare la ricerca e l'esperimentazione, accumulando tutto quanto doveva servire per la trasformazione dei centri addestramento in reparti operativi e al miglioramento della professionalità degli ufficiali di carriera.

In sostanza Di Giorgio voleva sostituire l'esercito di caserma con un esercito di larga intelaiatura. Il generale siciliano proponeva altresì la ricostituzione del corpo di stato maggiore e degli ispettori di arma, la soppressione della carica di ispettore generale, la restituzione al capo di stato maggiore delle sue prerogative, sottraendole al Consiglio dell'esercito.

L'ordinamento, succintamente esposto, fu presentato al Consiglio dell'Esercito, definito ironicamente 'il Soviet dei generali', composto dai generali Duca d'Aosta, Giardino, Caviglia, Montuori, Tassoni, Petiti di Roreto e Ferrari, esaminato in tre sedute (dieci, undici e dodici novembre 1924) e respinto.

Di Giorgio, tetragono e risoluto, ritenendo il Consiglio un organo consultivo del ministero della Guerra lo fece approvare dal Consiglio dei Ministri e lo portò all'esame del parlamento. Fu l'ultimo grande dibattito sulle forze armate svoltosi in un clima di libertà. Al Senato durò dal 30 marzo al 2 aprile 1925. I generali senatori Cadorna, Caviglia, Giardino, Tassoni e Zuppelli, una volta tanto compattamente, si schierarono contro facendo valere il peso del loro prestigio.

Cadorna nel suo discorso del 30 marzo basò la sua opposizione su tre motivi: insufficienza della forza bilanciata, soverchia riduzione della ferma, unità poco solidamente costituite con scarsa copertura alle frontiere. Giardino concluse le sue parole con un volo retorico: 'Io che ho difeso l'Italia sul Grappa, sento oggi di combattere una battaglia ancora più importante perché difendo l'esercito stesso dalla distruzione'. Ad essi si unì l'ammiraglio Revel.

Di Gaetano Giardino, Grazioli traccia un dissacrante ritratto: '[…] uscì dalla guerra […] con la convinzione profonda di essere un grande uomo'. Ironia della sorte, i partiti di opposizione, sbagliando come sempre, si unirono alle critiche nel timore che, con la contrazione dell'esercito, si volesse dare più spazio alla milizia.

Siamo nel 1925, Mussolini ha bisogno dell'appoggio delle alte gerarchie militari, il sottosegretario alla Presidenza Suardo gli comunica che: 'la situazione al Senato è grave', i senatori militari hanno un grande peso e il due aprile dichiarò: 'Orbene, a questo punto, il Governo vi dice a mio mezzo che è necessario riflettere' e ritirò il progetto. Per i generali senatori fu una vittoria di Pirro e segnò la perdita definitiva di ogni influenza sulle problematiche militari. Stranamente nel Diario di Caviglia, acuto commentatore dei fatti dell'epoca, non vi sono accenni a questi avvenimenti.

Di Giorgio, come aveva preannunciato: 'Se la legge che propongo sarà respinta, io certamente me ne andrò […] perché non mi sento di assumere le responsabilità del mio ufficio se le mie idee non fossero accettate' si dimise senza indugi e accettò il comando del corpo d'armata di Firenze e successivamente della Sicilia.

Uomo privo di doti diplomatiche, nemico acerrimo delle camarille che infestavano gli alti ambienti militari, difensore dell'apoliticità dell'esercito contro i tentativi di fascistizzazione portati avanti specialmente dall'entourage di Farinacci, era una figura abnorme nell'establishment militare e, dopo la sconfitta, i giudizi sulla sua personalità e sui suoi progetti furono lusinghieri.

Sull'indipendenza dell'esercito dai partiti politici non ebbe esitazioni: 'L'Esercito è ciò che deve essere: né fascista né antifascista ma semplicemente Esercito Regio ed italiano'. Ai suoi elettori di Messina prima di assumere la carica di ministro disse: 'Non chiesi la tessera fascista perché soldato. Non conosco altro giuramento che quello liberamente prestato quando indossai la divisa. E di giuramenti di onore il soldato non ne presta che uno!'

Con lui concordava un'altra bella figura di soldato, il maresciallo Caviglia: 'Ho giurato fedeltà a un solo re e a una sola bandiera. Un militare non deve aderire a un partito, altrimenti finiamo come il Sud America' che il generale Grazioli così giudicava: 'Intelligente, colto, pronto all'azione e quanto era necessario alla politica, talvolta aspro, puntiglioso, mordace'.

Aldo Valori, nel 1930 parlò di un disegno: 'che non meritava una opposizione così accanita […] concepito con senso realistico ma difeso con troppa sincerità e asprezza dal suo ideatore, incurante di quelle cautele, che pure necessarie nella tattica' (4).

Angelo Gatti nella prefazione a Tre anni di vita militare italiana (Novembre 1920 Aprile 1924) scritto nei giorni in cui Di Giorgio assumeva la carica di ministro osservava: 'Il passo definitivo si farà, ecco una verità del futuro, alla quale, con la volontà del Capo del Governo e la sapienza tecnica del nuovo ministro, si può credere'.

Nel secondo dopoguerra Piero Pieri, massimo storico militare italiano, parlò di: 'una riforma realmente ardita' e Canevari definì Di Giorgio: 'una delle speranze dell'esercito', il futuro 'grande organizzatore del nuovo organismo militare' ma 'dal temperamento aggressivo e talvolta brutale' e aggiunse 'se egli non avesse voluto imporre con tanta prepotenza e tanto chiasso il suo ordinamento, se avesse trattato bene il Consiglio dell'esercito, il progetto sarebbe stato approvato e forse l'esercito si sarebbe avviato verso un indirizzo di modernità che poi non ebbe mai più' (5).

Il ricordo torna a De Gaulle il quale sosteneva che quando si ha carattere gli altri lo definiscono un brutto carattere. Ma sarebbe troppo semplice pensare che l'ordinamento non passò per il difficile carattere e la mancanza di diplomazia del generale siciliano, in effetti la lotta tra gli innovatori e i cosiddetti 'passatisti', come venivano definiti i conservatori, si era chiusa con la vittoria dei secondi che, con il nuovo regime, seppellirono tutte le istanze progressiste.

Lo statuto dell'esercito

All'inizio del 1925 con la legge 4 gennaio n.123 fu riordinata la Commissione suprema mista di difesa (CSD) creata nel 1923 con lo scopo di: 'risolvere le più importanti questione concernenti la organizzazione e la predisposizione dei mezzi necessari alla guerra e il coordinamento delle varie attività nazionali in relazione alle esigenze della difesa nazionale'.

Con la nuova legge la commissione doveva: 'coordinare lo studio e la risoluzione delle questione attinenti alla difesa nazionale e stabilire le norme per lo sfruttamento di tutte le attività nazionali ai fini della difesa stessa'.

Era costituita dal Comitato deliberativo composto dal presidente del consiglio con la carica di presidente, dal maresciallo Diaz vice presidente, dai ministri per gli Affari Esteri, dell'Interno, delle Finanze, dei dicasteri militari, delle Colonie, dell'Economia nazionale, delle Comunicazioni, tutti membri effettivi. Con voto consultivo potevano intervenire il presidente del Consiglio dell'esercito, del Comitato degli ammiragli, del Comitato per la preparazione della mobilitazione nazionale e i capi di stato maggiore.

Nel suo diario Bottai osserva: 'Mai vista in nessun altro organismo tanta carta: programmi, piani, preventivi, grafici, diagrammi, statistiche. Mussolini si aggira con disinvoltura in questa selva selvaggia; mostra di conoscerne i sentieri e i viottolini più riposti. D'ogni documento tocca col dito il punto sensibile, e lo illustra con efficacia, con bravura. Ma si ha la sensazione di un'abilità dialettica e polemica, che non ingrani in questa grossa macchina. Nessuno tira le somme' (6).

Nel successivo giugno venne promulgata la legge sull'organizzazione della nazione per la guerra che, accettato il carattere totalitario della guerra, stabiliva la mobilitazione nazionale basata non solo su quella militare, ma anche su quella civile, alla quale partecipavano tutti i cittadini, uomini e donne, e gli enti legalmente costituiti, sottoposti alla disciplina di guerra.

Gli organi, tutti dipendenti della Commissione suprema di difesa, erano delegati ai problemi dell'importazione di materie prime, dell'industria bellica, dell'alimentazione delle forze armate e della popolazione, della propaganda e assistenza civile allo scopo di: 'mettere prontamente il Paese in condizioni di resistere e superare sia all'interno sia all'esterno la crisi della guerra'.

In ogni regione vennero costituiti comitati regionali e sottocomitati per la direzione delle attività civili mobilitate. Queste leggi, insieme con quelle promulgate l'11 marzo 1926 sullo Stato degli ufficiali del regio esercito, della regia marina e della aeronautica (n.397), sull'Avanzamento degli ufficiali del regio esercito (n.398), sul Matrimonio e la costituzione della dote per gli ufficiali delle forze armate e della regia guardia di Finanza (n.399), sul Nuovo ordinamento dell'organizzazione centrale della guerra e dei personali civili dipendenti (n.400), sulle Nuove disposizioni sulle procedure da seguirsi sugli accertamenti medicolegali delle ferite, lesioni e infermità (n.416) e sui Cappellani militari delle tre armi (n.417), costituirono lo Statuto dell'esercito come lo definì Mussolini nel discorso del 25 gennaio 1926.

L'ordinamento Mussolini

Cavallero, a cui Mussolini rivolse un pubblico plauso: 'A lui si deve in gran parte, se le mie direttive fondamentali hanno trovato una rapida, soddisfacente esecuzione' definendolo: 'uno degli artefici della vittoria del Piave e di quella di Vittorio Veneto' così illustrò alla Camera dei Deputati l'ordinamento: 'Il governo ha affrontato il problema dell'ordinamento dell'esercito sulla base dei dati reali e delle possibilità effettive […] col nuovo ordinamento, trenta divisioni si mobiliteranno con estrema rapidità, immediatamente quelle rinforzate, e subito dopo le altre, delle quali ultime una parte potranno anche partire non del tutto completate se l'assoluta urgenza lo richiedesse, pur presentandosi armonicamente composte e considerevolmente efficienti, altre divisioni di costituzione accuratamente preordinata, nel numero consentito dalle dotazioni di materiale predisposte, e secondo le esigenze della situazione politico militare, potranno seguire per scaglioni di cui il primo di consistenza considerevole, sarà in grado di iniziare il movimento a seguito immediato delle unità di prima mobilitazione'.

L'armata fu la grande unità strategica e logistica e il corpo d'armata la grande unità essenzialmente tattica. In 57 articoli la legge stabiliva la ripartizione dell'esercito in metropolitano e coloniale, quest'ultimo alle dipendenze del ministro delle Colonie, la gerarchia militare che aveva ai vertici i marescialli d'Italia, grado conferito esclusivamente per azioni di guerra, la sua divisione in comando del corpo di stato maggiore, quattro comandi designati d'armata, dieci corpi d'armata territoriali, truppe della Sicilia, truppe della Sardegna e 29 divisioni militari territoriali.

Il corpo di stato maggiore, ricostituito in luogo del servizio di stato maggiore, era formato da generali, colonnelli, maggiori e capitani per un totale di 350 ufficiali. Le scuole militari, che venivano elencate subito dopo il corpo di stato maggiore e l'arma dei carabinieri, comprendevano i collegi militari, l'accademia di fanteria e cavalleria, l'accademia di artiglieria e genio, la scuola di fanteria, di cavalleria, di reclutamento di ufficiali di complemento, le scuole centrali, di guerra, contraerei e di sanità militare.

L'esercito era diviso fra le varie armi, per l'arma dei carabinieri la composizione veniva determinata da una apposita legge. I generali erano 182, di cui 17 di corpo d'armata, 47 di divisione e 118 di brigata; nel 1929 aumentarono a 202 di cui 23 di corpo d'armata, 54 di divisione e 125 di brigata.

La fanteria comprendeva 29 brigate di linea su tre reggimenti, tutti con sede in capoluoghi di provincia come precisò Mussolini alla Camera il 25 gennaio 1926, una brigata granatieri su tre reggimenti con sede in Roma, 12 reggimenti bersaglieri tutti trasformati in reggimenti ciclisti mitraglieri e tre brigate alpine su nove reggimenti. Gli ufficiali erano 6.134 di cui 33 generali.

La cavalleria allineava 12 reggimenti più quattro squadroni di palafrenieri addetti all'istruzione degli allievi cavallerizzi. Gli ufficiali erano 531 con tre generali.

L'artiglieria era costituita dal ruolo combattenti con 53 reggimenti e 12 centri contraerei con 3.454 ufficiali di cui 12 generali e dal servizio tecnico di artiglieria istituito nel 1910 i cui ufficiali, 119 di cui 4 generali, erano adibiti allo studio e alla costruzione di materiali bellici.

L'arma del genio comprendeva 12 reggimenti oltre a un gruppo di aerostieri con un totale di 1.050 ufficiali, di cui 10 generali.

I corazzati erano organizzati autonomamente con un centro di formazione e unità di carri il cui numero e organico veniva demandato al ministro della Guerra, fermo restando che gli ufficiali appartenevano alle varie armi e corpi di provenienza ed erano compresi nelle relative tabelle.

Il servizio automobilistico militare era formato da 12 centri automobilistici, un ispettorato tecnico e una officina con un organico di 213 ufficiali tra cui un generale di brigata.

Di nuova istituzione erano il servizio automobilistico militare e il centro chimico militare, comprendente una direzione e un gruppo chimico.

La ferma restava di 18 mesi per 150.000 soldati, ridotta a sei per 50.000 incorporati in particolari condizioni. La giustizia militare era affidata al tribunale supremo militare e a undici tribunali militari territoriali.

La più importante innovazione fu la definitiva adozione della divisione ternaria, fin dal tempo di pace, ossia della divisione articolata su tre reggimenti di fanteria che formavano una brigata e un reggimento di artiglieria, oltre a unità minori. Il duce nel suo citato discorso del gennaio 1926 la definì: 'chiave di volta del nuovo ordinamento […] rappresenta una trasformazione organica radicale'.

Si associò il generale Cadorna (7) il quale dichiarò che non era stata possibile trasformare la divisione quaternaria in ternaria durante la guerra perché avrebbe comportato l'aumento degli stati maggiori e dell'artiglieria divisionale leggera. La ternaria in linea assoluta non era una novità perché era già stata messa in campo dall'esercito tedesco a seguito delle ingenti perdite subite e, nel dopoguerra, dai principali paesi europei. Aveva un organico più snello della quaternaria con un migliore rapporto fanteria-artiglieria e costituiva un tutto indiscindibile per il quale andavano evitati spostamenti di unità da una divisione all''altra.

Il principio dell'indiscindibilità della divisione era stato recepito da tutte le regolamentazioni. Già nel 1913 le Norme Generali per l'Impiego delle Grandi Unità in Guerra affermavano al n.6: 'Non converrà scindere l'unità divisione' e, con una circolare del 18 febbraio 1918, il comando di stato maggiore ribadiva che gli organici della divisione avevano 'carattere permanente e inscindibile in qualsiasi turno d'impiego e di riposo'.

La regolamentazione francese non era da meno. L'Instruction Provisoire sur l'Emploi Tactique des Grandes Unités del 1922 recitava: 'elle forme une ensemble qu'il y a intèret a ne jamais dissocier'.

Questo principio sarà basilare per la Wehrmacht, una delle più potenti macchine belliche della storia. Il generale Gotthard Heinrici, che dopo aver comandato nel 1941 il XII corpo d'armata in occidente e il 43° sul fronte orientale, la IV armata dal 1942 al maggio 1944, la prima armata corazzata nel 1944-45 terminando la guerra al comando del gruppo d'armate per la difesa di Berlino, sosteneva discorrendo con lo storico militare Basil H. Liddell Hart: 'Un temporaneo frammischiamento delle unità era inevitabile e rappresentava parte del costo del successo, ma io cercavo sempre di ripristinare i reparti nella loro integrità appena possibile' (8).

Ancora nel 1987 il generale Raffaele Simoni comandante del V corpo d'armata dell'esercito italiano ribadiva il concetto: '[…] malvezzo sufficientemente deleterio; sul piano morale, per le conseguenze sullo spirito di corpo; ma anche su quello tecnico, in quanto l'eccesso di rimaneggiamenti minuti snatura le unità organiche e riduce la loro attitudine ad assolvere le funzioni per le quali l'organismo è stato studiato' (9).

Nei confronti dell'ordinamento Diaz, nel quale con l'apertura delle ostilità la brigata di fanteria su due reggimenti si doveva trasformare in una divisione su tre, quello del 1926 era meno macchinoso in quanto non prevedeva la costituzione di nuove unità.

Le divisioni furono ridotte a trenta, raggruppate in dieci corpi di armata più le truppe della Sicilia e della Sardegna, con lo scioglimento di quindici reggimenti di fanteria e 22 brigate. La forza di una divisione era di 16.200 unità con organici rinforzati per quelle di frontiera.

L'organico era il seguente:
- Comando divisionale
- Brigata fanteria su tre reggimenti
- Battaglione mitraglieri su tre compagnie
- Compagnia controcarri
- Compagnia mortai da 81
- Reggimento di artiglieria su:
     Un gruppo da 100/17 (tre batterie)
     Un gruppo da 75/27 (tre batterie)
     Due gruppi da 75/13 (sei batterie)
     Una batteria da 20 mm.
- Battaglione misto genio su:
     Due compagnie artieri
     Una compagnia trasmissioni
     Una sezione fotoelettrici
     Una sezione fototelegrafisti
- Sezione autocarrette
- Sezione sanità
- Sezione sussistenza
- Autosezione

La divisione aveva in dotazione i seguenti armamenti:
- 12 obici da 100 mm.
- 36 cannoni e obici da 75 mm.
- 12 cannoni da 65/17
- 6 mitragliatrici antiaeree da 20 mm.
- 6 mortai da 81 mm.
- 81 mortai da 45 mm.
- 156 mitragliatrici
- 243 fucili mitragliatori.

I reggimenti di fanteria erano articolati su un comando, un deposito, tre battaglioni in guerra e due in pace. Non avevano mezzi di trasporto motorizzati, la mobilità era assicurata da 29 carrette e 324 muli. La formazione sarà dotata di venti autocarri e una vettura per il comandante alla vigilia del secondo conflitto mondiale.

Quelli di artiglieria su un comando, un deposito e un numero variabile di gruppi e quelli di cavalleria su un comando, un deposito e un numero variabile di squadroni.

In linea di massima si erano unite a brigate già formate un terzo reggimento allo scopo di ridurre i problemi di affiatamento. Negli anni successivi l'ordinamento subì una serie di modificazioni che portarono all'ampliamento degli organici con l'aumento da dieci a undici corpi d'armata e con l'aumento dei reggimenti di artiglieria pesante campale, del genio, delle brigate alpine, dei centri automobilistici e di altre unità, centri e direzioni e all'abolizione dell'anacronistico gruppo aerostieri.

Il Servizio automobilistico militare

Con il nuovo ordinamento venne costituito il Servizio Automobilistico Militare in sostituzione del Servizio Trasporti Militari nel quale convivevano automezzi e quadrupedi. Il servizio comprendeva 12 centri automobilistici aggregati ai corpi d'armata, un ispettorato tecnico a Torino e una officina automobilistica a Bologna. L'organico era di 213 ufficiali appartenenti, come gli ufficiali della specialità carri armati, alle varie armi e compresi nelle relative tabelle organiche. Il servizio dipendeva dalla Direzione Generale di Artiglieria che assunse il nome di Direzione Generale di Artiglieria e Automobilismo.

Iniziava così la motorizzazione dell'esercito, ossia la sostituzione dei mezzi meccanici ai quadrupedi, con il compito di portare uomini, armi, munizioni e vettovagliamenti sul campo di battaglia, ben diversa dalla meccanizzazione consistente nell'uso di mezzi meccanici per il combattimento.

La caratteristica mentalità "alpina" dell'esercito che faceva delle Alpi il sicuro teatro di futuri eventi bellici ebbe i suoi riflessi anche sulla motorizzazione. L'unica gara sportiva militare il 'Concorso di regolarità per autoveicoli militari' si svolgeva sulle Alpi.

Sul problema della motorizzazione e della meccanizzazione le idee erano chiare ma sbagliate. Si legge nella Enciclopedia Militare: 'L'Italia ha seguito attentamente l'evoluzione degli studi sulla meccanizzazione; ma la configurazione dei possibili teatri di guerra non può assolutamente permettere di lottare totalmente su macchine. Nelle aspre montagne, dove il nostro esercito sarà chiamato a operare, gli uomini solo potranno condurre a fondo e decidere le azioni. Le macchine saranno sfruttate largamente per i trasporti e in qualche zona anche per qualche episodio tattico. Insomma oggi possiamo considerarla incamminata, piuttosto che verso la meccanizzazione verso la motorizzazione'.

Norme generali per l'impiego delle grandi unità (N.G.)

Lo stato maggiore francese varò nel 1922, ad opera di una commissione presieduta dal generale Pétain, la nuova dottrina Instruction Provisoire sur l'Emploi Tactique des Grandes Unitès, preceduta nel 1920 da quella inglese Field Service Regulations e tedesca, Fuhrung und Gesecht der verbundenen Wassen (Condotta e combattimento delle unità delle varie armi in collegamento tra loro), opera del generale von Seeckt.

In Italia il silenzio dottrinale durò dieci anni sino al 1928 quando ad opera di Cavallero si ebbero finalmente le Norme Generali per l'Impiego delle Grandi Unità (N.G).

Le Norme furono precedute nel 1926 da una circolare Criteri di Impiego della Divisione di Fanteria nel Combattimento, uno smilzo volumetto di 68 pagine nel quale dei carri armati non vi è traccia e si ribadisce che il binomio fanteria-artiglieria deve 'ridurre la resistenza nemica a colpi di cannone' e 'vincerla a colpi di battaglioni'.

Le Norme, approvate da Mussolini ministro della Guerra nella fatidica ricorrenza del 24 Maggio 1928 anno VI dell'era fascista, sono racchiuse in un volumetto rosso di 173 pagine. Sono divise in una premessa e nove capi suddivisi a loro volta in 289 paragrafi nei quali vengono riportati in grassetto i periodi più incisivi.

Nella premessa si precisa che 'lo studio si impernia soprattutto sull'azione offensiva, che è il solo modo di azione capace di risolvere la lotta' e infatti all'offensiva, alla quale si dà sotto il profilo operativo un interesse maggiore, sono riservati tre capi per un complesso di 56 pagine, mentre un solo capo di 28 pagine è dedicato alla difensiva. La 'potenza di fuoco' con 'la manovra che è movimento' risolve l'azione 'ma su tutto, occorre l'azione della fanteria, azione che è movimento e che culmina nell'urto.'

Corollario dell'assunto è che 'la risoluzione del combattimento spetta all'uomo', alla fanteria in grado di superare l'avversario dotato di mezzi superiori 'se bene addestrata e nutrita di ardente spirito combattivo'.

'L'ardente spirito combattivo', 'lo sprezzo del pericolo', 'i valori spirituali' rappresentano la nascente tendenza a privilegiare i fattori morali su quelli materiali che si radicherà nella mentalità dell'epoca, espressione del più vieto trionfalismo fascista, e che porterà al mito della 'carne contro l'acciaio'.

La retorica era sempre stata una componente della vita militare. A fine Ottocento il generale di artiglieria Allason, proclamava che: 'alla guerra si va per morire e non per vincere'.

Sensatamente nel 1925, quando la cappa del conformismo ufficiale non era calata sul pensiero e sulla pubblicistica militare, Francesco Roluti con lo pseudonimo di Wolder aveva scritto: '[…] è possibile vincere, pur essendo inferiori all'avversario per numero di divisioni, per numero di corpi d'armata e di armate alle condizioni però che le divisioni, i corpi d'armata e le armate siano meccanizzate in misura eguale alle grandi unità corrispondenti avversarie […] le unità fondamentali possono essere per numero inferiori a quelle nemiche, ma alla condizione che ognuna di esse valga tatticamente ognuna delle avversarie' (10).

Nel capo primo erano indicate le grandi unità del Regio Esercito: l'armata, il corpo d'armata, la divisione, il corpo celere.

Veniva poi la descrizione del comandante: 'Ciascuna grande unità è agli ordini di un generale comandante. Le qualità che si ricercano nel comandante sono universalmente note; primeggia su tutte il carattere. […] Il comandante è coadiuvato da un comando. I comandi sono anonimi: una sola personalità vi esiste, quella del comandante'.

Le truppe erano formate da:
Fanteria con le sue specialità tra cui la milizia volontaria per la sicurezza nazionale e i carri armati.
Truppe celeri (cavalleria e ciclisti)
Artiglieria
Genio

Ad esse si aggiungevano l'aeronautica per il regio esercito ed eventuali altre forze armate dello Stato.

Per i carri armati si scriveva: 'I reparti carri armati vengono impiegati là dove il terreno lo consenta, quale mezzo ausiliario atto non già a sostituire, nemmeno parzialmente, la fanteria, ma a risparmiarle tempo e perdite. La loro azione tende a favorire la sorpresa, in quanto può talora consentire di ridurre la preparazione d'artiglieria. Devesi però tenere presente che i carri armati hanno una resistenza e una autonomia in combattimento limitata a poche ore e a pochi chilometri, in caso di incidenti non possono disimpegnarsi se non oltrepassati e protetti dalla fanteria; dopo una azione debbono essere ritirati, accuratamente riveduti, riattati e riforniti'.

All'aeronautica erano dedicati quindici paragrafi. Divisa in armata aerea e aeronautica dell'esercito spettavano a quest'ultima compiti di informazione, di offesa e protezione. Le unità erano messe agli ordini dei comandanti delle grandi unità rimanendo affidate al comandante dell'aeronautica 'l'esecuzione nel campo tecnico-professionale'.

Ai corpi celeri, grandi unità: 'composte principalmente da cavalleria e ciclisti, artiglieria a cavallo e con automezzi, carri armati e autoblindo, reparti del genio autoportati, fanteria autoportata' veniva affidata l'esplorazione avanzata. 'L'azione del corpo celere è azione di forza e rapidità' fondata principalmente sulla cavalleria e sui ciclisti 'le cui caratteristiche diverse ma integrantisi consentono completa armonia di cooperazione'.

Alla base della manovra, di cui si parla al capo IV L'azione offensiva di una grande unità inquadrata in terreno libero, erano l'azione a massa e la sorpresa. Si sostiene che la rottura della fronte avviene con la 'combinazione degli sforzi' consistente in una serie di azioni principali e una serie di azioni concomitanti. Lo schieramento di una grande unità complessa comprendeva tre schiere. Nella prima le grandi unità 'destinate a iniziare e a condurre fino a un dato punto l'azione', nella seconda 'le grandi unità destinate a continuare l'azione' e nella terza 'le grandi unità di cui il comandante dispone per intervenire nell'azione'.

Lo sforzo principale andava esercitato con manovra sul fianco se possibile o in senso frontale sui tratti più deboli. Ottenuta la breccia, se non si disorganizzava lo schieramento dell'artiglieria campale, si doveva procedere ad allargarla con attacchi 'nell''immediata adiacenza della breccia medesima'.

Ne 'La preparazione dell'attacco' di cui al paragrafo 146 si scrive che la sorpresa può anche essere realizzata da carri armati leggeri ma solo 'contro nemico non organizzato e su terreno unito' e si precisa 'che tale percorso sia breve e che la fanteria si tenga pronta a seguirli […] i carri svolgono azione di spianamento di ostacoli materiali e centri di resistenza avversari, e di accompagnamento di fanteria'.

Nel successivo paragrafo 149 ci si affretta a precisare che: 'l'intervento dei carri non modifica però i principi fondamentali di impiego della fanteria né giustifica da solo (evidenziato in grassetto) anche se attuato in grande scala, la soppressione della fase di preparazione. La controbatteria preliminare all'attacco sarà sempre necessaria, anzi lo sarà ancora di più, in quanto l'apparire dei carri attira il fuoco dell'artiglieria avversaria su di essi e sulla fanteria che li segue'.

L'esecuzione dell'attacco inizia 'quando le fanterie sono costrette a fare uso delle proprie armi per progredire', si effettua sui punti deboli tenendo impegnati quelli forti. I reparti di carri armati impegnati eventualmente nell'attacco sono messi a disposizione del comandante di una colonna che ne stabilisce obiettivi e modalità di azione.

I principi posti a base de 'L'esecuzione dell'attacco' sono riassunti nel paragrafo 164. Si inizia con un principio teorico 'imporre la propria volontà sempre anche negli atti particolari' e si passa a principi tattici quali il 'rinforzare le unità che riescono non quelle che non riescono', penetrare in profondità 'senza preoccuparsi troppo dei fianchi e dei contatti' e 'curare il collegamento ma non smarrirsi se lo si perde'. Come per l'azione in terreno libero anche in quelli organizzati i reparti, superata la prima linea, devono procedere oltre. I carri armati intervengono in masse successive che si scavalcano quando la prima stia per esaurire la sua potenza di penetrazione.

Il capo VII riguarda la difensiva che, si precisa subito, deve essere atteggiamento temporaneo e locale, organizzata sul fuoco e sul contrattacco e sui principi che regolano l'offensiva 'massa, sorpresa, combinazione degli sforzi'.

Le forze si dispongono 'in due sole schiere' con una divisione 'che mediamente copre 4-5 chilometri di fronte'.

Le divisioni di prima schiera si dispongono su due scaglioni. Contro i carri armati occorre combinare difese passive consistenti in ostacoli non superabili dai carri e mezzi di fuoco consistenti in pezzi di piccolo calibro che, tenuti in posizione coperta, aprono il fuoco quando i carri sono a portata di tiro sicuro, concentramenti di fuoco di artiglieria e mine a contatto o a comando ed eccezionalmente lancio di bombe da aeroplani. Le fanterie in difensiva hanno una semplice consegna 'tenere la posizione fino all'ultimo uomo', con fuoco 'disciplinato e calmo' fronteggiare l'attaccante contro il quale, giunto a distanza di assalto, si agisce con bombe a mano, baionette e pugnali.

'La manovra di ripiegamento' di cui al capo VIII presenta particolari difficoltà quando è in corso il combattimento caso nel quale la retroguardia deve resistere 'ove né sia dato l'ordine, sino al sacrificio'.

Il IX e ultimo capo è dedicato ai combattimenti che si svolgono in condizioni speciali, nei boschi per i quali si evidenziano le grandi difficoltà; negli abitati 'soltanto se capaci di resistere ai bombardamenti terrestri e aerei', mentre l'attacco 'evita in genere gli abitati'; attraverso le strette che vanno evitate se possibile; nell'oscurità e nella nebbia 'ove i mezzi di offesa più sicuri sono la baionette e il pugnale' e 'i carri armati non trovano impiego'. Per il forzamento e la difesa di corsi d'acqua si prescrive che il primo va effettuato 'su fronti ampie' in più punti, con le colonne che puntano decisamente verso i loro obiettivi, mentre la difesa non presenta particolari difficoltà occorrendo solo 'sfruttare la continuità, l'importanza e la indistruttibilità dell'ostacolo'.

Norme per l'impiego tattico della divisione (N.D.)

Corollario delle Norme Generali per l'Impiego delle Grandi Unità fu la pubblicazione Norme per l'Impiego Tattico della Divisione (N.D.) che fa da trait d'union con le regolamentazioni d'arma. Anche queste norme, racchiuse in un elegante volumetto rosso con scritte in oro edito dal ministero della Guerra, approvate dal ministro della Guerra Mussolini il 24.07.1928 anno VI dell'era fascista, sono divise in una smilza Premessa e in due parti nelle quali vengono descritte l'Azione offensiva della divisione di prima schiera inquadrata in terreno libero e l'Azione difensiva e divisione di seconda schiera.

La prima parte è suddivisa in quattro capi.

Nel primo capo 'L'avvicinamento - Nozioni generali' viene studiato il passaggio dalla formazione di marcia a quella di avvicinamento che può avvenire anche su due colonne e per le quali si raccomanda di evitare la scissione dei reggimenti e dei gruppi mentre si esclude in modo tassativo quella del battaglione e della batteria. I carri armati vengono esclusi dalla colonna e 'tenuti indietro' in quanto devono essere riservati all'attacco e allo sfruttamento del successo.

Il comandante della divisione si sistema 'verso la testa del grosso e, se necessario anche più innanzi', quelli delle colonne all'avanguardia. L'aviazione 'assegnata alle grandi unità superiori' ha il doppio compito di offesa e protezione.

Il secondo capo 'L'avvicinamento - L'azione dell'avanguardia' è dedicato all'avanguardia che è composta di due o tre battaglioni i quali, quando si impegnano a fondo, devono essere sostenuti dal grosso delle fanterie della divisione pronto ad entrare in azione.

Nel terzo 'L'organizzazione dell'attacco' si lascia al comandante della divisione la decisione di attaccare su una fronte, che normalmente è di 1500-2500 metri, sulla quale occorre effettuare una 'azione principale' e altre 'concomitanti'. Il paragrafo novanta è dedicato ai carri armati, i quali, se assegnati alla divisione per l'attacco dovranno essere lanciati 'a massa' ove il terreno e la resistenza del nemico lo consenta 'occorre inoltre tenere conto delle limitazioni e delle possibilità di questi mezzi delicati, che hanno scarsa autonomia e sono di difficile sostituzione'. Essi assicurano 'continuità e rapidità di progressione alla fanteria' purché le azioni siano fuse tra loro, cosa 'che si ottiene mettendo i carri agli ordini del comandante della fanteria'.

Il capo IV 'La preparazione e l'esecuzione dell'attacco' nella prima parte ha per oggetto l'artiglieria cui spetta 'la preparazione dell'attacco' avendo particolari cure, nell'eventuale partecipazione di carri armati, di neutralizzare il fuoco dell'artiglieria nemica. L'esecuzione, di cui alla seconda parte, spetta alla fanteria sulla quale debbono convergere tutti gli sforzi, i carri armati abbattono gli ostacoli, 'ed accompagnano col fuoco i reparti più avanzati', mentre l'aviazione assegnata alla divisione effettua azione di ricognizione e osservazione dei tiri di artiglieria.

La seconda parte del volumetto è dedicata all' 'Azione difensiva e divisione di seconda schiera'.

L'azione difensiva può essere assunta solo per ordine del comando gerarchico superiore ed è basata sul fuoco e il contrattacco. Il progetto di difesa è articolato su un nucleo di esplorazione visiva che sorveglia le mosse del nemico, una linea di resistenza le cui forze sono divise in due scaglioni e una di sicurezza. La contropreparazione spetta principalmente all'artiglieria mentre la resistenza è fondata sulla fanteria la quale col suo fuoco e quello dell'artiglieria 'riesce in genere ad arrestare i reparti avanzanti'.

La divisione di seconda schiera è l'oggetto del sesto e ultimo capo del libro. Nell'attacco la divisione fa parte della riserva di corpo d'armata, nella difesa della riserva d'armata, essa adatta nell'azione difensiva e offensiva le stesse procedure tracciate in genere.

I corpi celeri

I corpi celeri, ordinati in scala divisionale nel 1930, furono l'innovazione più importante della nuova dottrina. Loro compito era 'l'esplorazione avanzata sulla fronte di una armata'. Con 'capi spiccatamente energici' formavano un complesso pluriarmi, costituito da cavalleria e ciclisti, artiglieria a cavallo e motorizzata. carri armati e autoblindo, reparti del genio e fanteria autoportati. I bersaglieri ciclisti erano stati esperimentati già nel 1894 con la definizione di 'militari a pedale'.

I celeri non rappresentavano una novità in assoluto, nel 1907 il generale Bianchi d'Adda scriveva: 'Oggi in Italia, il grande nemico della cavalleria è il ciclismo, mentre se opportunamente organizzato in guisa da formare, per così dire, un solo corpo con la cavalleria, si potrebbe costituire, con l'ausilio dell'artiglieria, una grossa unità di cavalieri, artiglieri e ciclisti di capitale importanza, e tale da esercitare una massima influenza nelle manovre, durante la battaglia e dopo la medesima'.

Cavalleria e bersaglieri ciclisti avevano manovrato nelle pianure venete 'pel servizio di avanscoperta' e nel 1918 erano incorporati nella divisione di cavalleria un battaglione ciclisti, una squadriglia autoblindata, un gruppo di artiglieria a cavallo.

Anche all'estero i distaccamenti esploranti non erano costituiti dalla sola cavalleria. Negli ordinamenti del piccolo esercito austriaco, che contava nel 1923 22.316 effettivi, alla cavalleria si aggiungevano ciclisti, fanteria su automezzi e autoblindo. Nell'esercito tedesco le autoblindo furono rimpiazzate da un reparto di artiglieria motorizzata per la proibizione imposta dall'articolo 137 del trattato di Versailles di possedere carri armati e autoblindo. I francesi esperimentarono nella valle del Rodano dall'undici al sedici settembre 1923 un gruppo di ricognizione formato da uno squadrone di cavalleria, una compagnia ciclisti e un plotone di auto mitragliatrici.

Il colonnello germanico Brandt, convinto fautore della cavalleria, nei suoi Studi sulla Cavalleria dei Tempi Nuovi Secondo le Esperienze di Guerra sosteneva che in Italia la trasformazione della divisione di cavalleria in corpi celeri incontrava molte difficoltà perché: 'nell'ultimo conflitto questo paese non ha conosciuto la guerra di movimento'.

Il pensiero dell'establishment militare

La generale aspirazione alla guerra di movimento fu recepita ed enfatizzata nella dottrina ufficiale per la quale l'azione offensiva doveva essere il 'solo mezzo di azione capace di risolvere la lotta'.

L'azione doveva essere basata sul dinamismo e sulla velocità di scorrimento della fanteria che però restava sempre quella della prima guerra mondiale e marciava a piedi. Dinamismo e movimento permeavano le Norme ma il fante avanzava sempre alla velocità di due chilometri all'ora in terreno rotto sotto il fuoco delle mitragliatrici che sparano 400 colpi al minuto.

La normativa del 1928 non costituì un sostanziale progresso nei confronti delle Direttive per l'Impiego delle Grandi Unità nell'Attacco del settembre 1918 e delle Direttive per l'Impiego delle Grandi Unità nella Difesa dell'ottobre 1918. Privilegiava e poneva a misura di tutto il fante che risolve il combattimento caratterizzato dall'urto, preparato dalla manovra e dal fuoco, il fante che dà 'la misura esatta del successo e dell'insuccesso'.

Colpisce nella nuova dottrina la estrema minuziosa pedanteria con la quale si espongono i principi e i frequenti richiami tra i paragrafi.

Quando si legge al paragrafo 282 delle Norme: '[…] gli orologi tutti (e non soltanto quelli degli ufficiali) debbono essere regolati su quello del comando; non si dimentichi di farlo anche per le unità di artiglieria e per ogni elemento che abbia a partecipare direttamente o indirettamente all'operazione' si avverte un senso di disagio per la preoccupazione dell'estensore di scendere sino alle minuzie e grosse perplessità sulle capacità professionali dei quadri.

Anche per il combattimento nell'oscurità e nella nebbia per il quale 'i mezzi di offesa più sicuri sono le baionette e il pugnale', che nell'esercito italiano conserveranno un valore mitico, si stabiliscono una serie di limitazioni e in essi 'i carri armati non trovano impiego'.

Il ricordo torna alle tedesche Direttive per l'Addestramento dei Quadri e delle Truppe del 1923 'Le operazioni notturne per quanto difficili, saranno largamente adottate in una guerra futura […]' e agli scritti di Liddell Hart il quale sosteneva che, da un esame delle battaglie della prima guerra mondiale, gli attacchi notturni e nella nebbia erano sempre stati '[…] il mezzo più economico per coronare la sorpresa con una vittoria tattica' (11).

Sarà con un attacco iniziato nell'oscurità e nelle nebbie del gelido inverno del 1944 che nelle Ardenne battaglioni d'assalto e carri armati tedeschi della sesta e quinta armata corazzata misero in crisi lo schieramento alleato nell'ultimo dicembre della seconda guerra mondiale.

La difesa degli abitati, che verranno chiamati 'foreste moderne', è prevista solo in quelli 'capaci di resistere ai bombardamenti terrestri e aerei […]. Per solito i mezzi del nemico sono tali da sconsigliare i difensori dall'afforzarsi nelle case, a meno che egli abbia l'eccezionale disponibilità di tempo, di personale, di materiali, per farne veri ridotti ben difesi […]'. Non si afferrano le possibilità che i combattimenti a distanza ravvicinata, che si estendono a caseggiati su più piani, alle fogne, alle cantine, alle macerie che bloccano l'avanzata dei corazzati, offrono a difensori ben motivati. Si scrive 'utilizzare i fabbricati più per occultamento di rincalzi e di riserve che non come elementi di resistenza'.

Nella seconda guerra mondiale Cassino e Stalingrado saranno le prove migliori delle possibilità che gli abitati offrono nella difesa.

I comandi tedeschi calcolarono un rapporto attaccante-difensore di 6 a 1 e misero in campo un obice da 150 mm. in casamatta il Brummbar (brontolone) che fiancheggiava gli attaccanti.

Nessun riferimento è fatto per gli attacchi anfibi che il corpo dei marines americani perfezionò negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Badoglio sentenziò nella seduta del 16 gennaio 1929 dello stato maggiore generale: '[…] uno sbarco è possibile solo in località opportunamente organizzata per la difesa e per la esecuzione di operazioni di sbarco (banchine, gru, pontoni, ecc.)'.

La Regia Marina, i cui capi riterranno impossibile uno sbarco a Malta anche nei primi giorni di guerra, in un memoriale del 14 gennaio dello stesso anno si limitò a ipotizzare: 'Quando le operazioni V e Z saranno definite si potrà stabilire il numero dei mezzi speciali che saranno necessari e sarà proposta la loro costruzione'.

Si arriverà alla guerra e, nell'ormai indilazionabile progetto di sbarco a Malta, si arrangeranno dei motovelieri muniti di scale di pompieri e passerelle lunghe 30 metri abbattibili dalla prua che ricordano i ponti di abbordaggio delle triremi romane. Sono intuibili i pensieri del fante italiano che per primo, zaino affardellato, pugnale, fucile modello 91, bombe a mano nel tascapane, appollaiato su una lunghissima scala a pioli oscillante sul mare, si preparava a saltare sulle alte scogliere maltesi per affrontare il nemico.

Se il binomio mitragliatrice-reticolato dominò la prima guerra mondiale i carri armati e l'aereo furono i protagonisti della seconda. Ad essi le Norme, poste quasi a metà tra i due conflitti mondiali, dedicano alcuni paragrafi, ma certamente non ne enfatizzano l'importanza e il peso, anzi per entrambi né evidenziano i difetti e i limiti.

Per i carri il concetto può anche essere giustificato nel già tratteggiato clima di miopia culturale delle alte gerarchie, perché invero essi non fecero negli anni venti anche all'estero sostanziali miglioramenti tecnici, il discorso è totalmente inaccettabile per l'aeronautica che stava compiendo eccezionali progressi in stretta simbiosi con quella civile, diventando una realtà operante.

Eppure al ventesimo paragrafo delle Norme si legge: 'Nell'impiego dell'aviazione devesi sempre tenere conto che il personale navigante è difficilmente sostituibile e che il materiale è assai delicato'.

All'Aeronautica per l'esercito, tenuta distinta dall'Armata aerea, i cui compiti sono riassunti nella ricognizione, collegamento e osservazione sul campo di battaglia, vengono dedicati quindici paragrafi, di cui i numeri dal 23 al 28 alla ricognizione mentre il bombardamento 'contro obiettivi importanti e vulnerabili, sono da escludere obiettivi di limitate dimensioni' è liquidato in due paragrafi con la raccomandazione di evitare 'il pericolo di offendere truppe amiche'.

Sugli obiettivi di 'limitate proporzioni' il pensiero dei futuri alleati tedeschi era diverso. Lo Stuka, ideato per questi obiettivi, era in grado di piazzare una bomba in un raggio di 50 metri.

I concetti alla base del corpo ordinativo e dottrinale della seconda metà degli anni venti furono l'espressione e la sintesi del pensiero di una classe militare mediocre e conservatrice per eccellenza in una misura superiore a quella logica per organismi naturalmente refrattari a ogni sollecitazione esterna. Scriveva Enrico Caviglia, testa pensante dell'esercito: 'Noi non abbiamo mai avuto, e non abbiamo ancora, una scuola militare italiana. Copiamo, continuiamo a copiare'.

Ne furono ispiratori due generali piemontesi entrambi provenienti dall'artiglieria, posti da Mussolini ai massimi vertici militari.

Badoglio, figlio della piccola borghesia agraria piemontese, aveva passato la sua vita nell'esercito con concezioni radicate in una cultura professionale che riassumeva i suoi valori nel vecchio motto piemontese 'l'omm, el fucil, el canun, el mul'. In una guerra 'facile' come quella etiopica con un avversario privo di artiglierie e di aviazione, 'si richiama al suo metodo, confortato da lunga pratica, che consiste nel procedere sistematicamente per gradi'.

Cavallero, reduce da una non breve permanenza ai vertici del mondo industriale, 'con una buona comprensione del morale dei soldati' (12), dimostrò la sua incapacità ad uscire dagli schemi convenzionali e di impadronirsi delle problematiche che le tecnologie emergenti ponevano.

Non vi furono fratture con il passato, non si trassero ammaestramenti dalla guerra, non vi furono concessioni a innovatori e progressisti che negli anni venti si erano battuti senza fortuna per un esercito diverso, fu accantonato il problema della meccanizzazione.

Va però riconosciuto ai due generali piemontesi, che avevano ereditato un esercito con molti ufficiali, 125 reggimenti sulla carta, un ordinamento che prevedeva una spesa di due miliardi, mentre il bilancio del ministero della Guerra per l'anno 1923/24 ammontava a 1.200.000.000 lire, il merito di avere creato una struttura che meglio teneva conto delle risorse disponibili.

Ma ancora una volta si privilegiò il numero sui mezzi, sugli armamenti, sui materiali. Restava un esercito di caserma che aveva a modello quello francese, all'epoca il primo d'Europa, fondato sul binomio fante-cannone, acquartierato nelle città 'capoluoghi di provincia' come specificò Mussolini, in caserme spesso fatiscenti, prive di aree di addestramento. E per l'avvenire non vi sarebbero stati cambi di rotta.

Badoglio all'atto della assunzione del comando delle operazioni in Libia per stroncare definitivamente la ribellione scriveva: 'Approvato lo Statuto dell'Esercito non c'era altro da fare che costruire metodicamente le divisioni di fanteria previste man mano che il bilancio lo permetteva'.

Mussolini il 15 gennaio 1926, chiudendo il dibattito alla Camera dei deputati, tra l'altro disse: 'L'ordinamento dell'esercito è il risultato di una transazione logica e necessaria tra i bisogni delle forze armate e la situazione delle finanze italiane. Da questo punto di vista si può dire che non è definitivo. Io, per esempio, sarei lietissimo se le finanze mi permettessero di aumentare il numero delle divisioni', dal che si deduce che si consideravano le divisioni esistenti bene addestrate e bilanciate come qualità e quantità di materiali e armamenti e solo si auspicava l'ampliamento della intelaiatura dell'esercito.

La controprova si avrà nel secondo conflitto mondiale. Nella seduta tenuta dai vertici militari il 3 ottobre 1942, siamo alla vigilia della definitiva offensiva britannica in Africa Settentrionale, dello sbarco angloamericano in Marocco e Algeria, dell'accerchiamento di Stalingrado, Cavallero sosteneva: '[…] non tutte le divisioni devono essere al 100% e che conviene mantenere delle divisioni incomplete piuttosto che contrarne il numero'.

é la politica degli 'otto milioni di baionette', la politica che porterà il duce a scrivere a Hitler nel maggio 1939: 'L'Italia può mobilitare proporzionalmente un numero maggiore di soldati che la Germania. A una abbondanza di uomini corrisponde una modestia di mezzi. L'Italia, nel piano bellico, darà quindi più uomini che mezzi: la Germania più mezzi che uomini'.

D'altronde Mussolini andava a pagare il debito che aveva contratto con l'esercito, il quale non accettava e non poteva accettare per la sua logica corporativistica e per la sua espansione con obiettivi di carriere più promettenti una compagine tecnicamente più forte e meglio armata ma di dimensioni ridotte.

A questo si aggiungeva che, come tutte le istituzioni, anche quella militare era naturalmente conservatrice, con un istintivo rigetto del nuovo e come tutte le istituzioni solo un intervento esterno, che non vi fu, poteva incidere sulle sue strutture.

Nella sua limpida prosa Luttwak così si esprimeva: 'Va da sé che tutte le istituzioni sono conservatrici, che tutte lotteranno per perpetuare le forme esistenti. E ancor più lo sono le istituzioni militari, con la loro rigida struttura gerarchica. Che esse tendano a rifiutare il nuovo, è cosa che va data per scontata, specialmente quando il vecchio incorpora l'ethos dell'istituzione, mentre il nuovo fa la sua comparsa sotto la specie di un mero funzionalismo'.

é in sintonia con lui il generale de Gaulle quando scriveva: 'L'armée, par nature, est refractaire aux changements. Non, certes, que le sens du progrèes manque a ses serviteurs.[…] Vivant de stabilité, de conformisme, de tradition, l'armée redoute d'instinct ce qui tende a modifier sa structure'.

é forse inutile concludere con Alexis Clérel Tocqueville: 'I rimedi per i vizi dell'esercito non si trovano nell'esercito stesso'.

Emilio Canevari

Tra i pochissimi oppositori a questa politica spicca Emilio Canevari, autore di pregevoli pubblicazioni che, dopo aver combattuto nella guerra italo-turca e nella prima guerra mondiale ebbe missioni speciali a Fiume, in Albania, Ungheria, Serbia, Grecia e partecipò alla campagna Cirenaica del 1927-28.

Raggiunto il grado di tenente colonnello si era messo in aspettativa dedicandosi al giornalismo, spesso scrivendo con lo pseudonimo di Maurizio Claremoris.

Privo di conformismo, indipendente nei suoi giudizi che spesso diventavano faziosi, affetto da un profondo odio nei confronti di Badoglio al quale attribuiva il disastro militare della seconda guerra mondiale, sosteneva che l'Italia, dopo aver portato i suoi confini alle Alpi, doveva maturare una concezione geopolitica e geostrategica mediterranea abbandonando quella 'continentale' e: 'mantenere il fermo proposito di non mai mettere direttamente il dito nel tremendo vespaio balcanico […] dando incremento solo alla difesa dell'Albania' (13).

Per avere le spalle sicure proponeva di attuare nei confronti delle popolazioni allogene tedesche e slave una politica di trasferimenti non fondata sulla violenza ma su giusti indennizzi. Acutamente notava come:'Il limite di grandezza di un esercito così concepito è dettato esclusivamente dalla capacità industriale del paese'. Occorreva un esercito piccolo ma potente, dotato di moderni armamenti, supportato da 'imponenti forze navali ed aeree', pronto ad entrare in azione con un brevissimo preavviso.

Era un uomo dei suoi tempi, affetto da un raggelante antisemitismo di cui è permeato una delle sue opere più importanti Lo stato maggiore germanico. Da Federico il Grande a Hitler pubblicato nel 1941 e da una grandissima stima per Graziani che seguì al Nord per la formazione dell'esercito repubblicano fascista.

Italo Balbo e la Regia Aeronautica

L'aeronautica per l'esercito, che alla fine della guerra aveva in forza 68 squadriglie e nel 1925, tra ricognizione e caccia 57, non ebbe vita lunga. Valido oppositore né fu Italo Balbo, che all'epoca della 'marcia su Roma' aveva solo 26 anni, sottosegretario all'Aeronautica dal 6 novembre 1926 e ministro dal 1929 al 1933.

Nella mediocrità offerta dai gerarchi fascisti spiccò per carisma, prestigio e fascino personale, raggiungendo una popolarità non molto inferiore a quella del duce, fu l'unico gerarca fascista che coprirà una importante carica militare nel corso del secondo conflitto mondiale.

Uomo dagli slogan fulminanti: 'Chi vola vale, chi non vola non vale, chi non vola e vale è un vile', seguendo il principio dell'unità di tutte le forze aeree nell'indipendente Regia Aeronautica, anticipando il detto di Goering: 'Tutto quello che vola è dell'aeronautica', si batté accanitamente per sottrarla a ogni forma di subordinazione all'esercito e alla marina. Facendo proprie, ma solo per l'occasione, le teorie del Douhet che riteneva: 'inutili, superflue e dannose' (14) le aviazioni ausiliarie, ridusse al minimo l'aerocooperazione limitandola dal 1931 alla sola ricognizione, eliminando l'appoggio diretto agli ordini del 'comandante delle grandi unità cui sono assegnate'.

Lo stesso avvenne per la Regia Marina. In una conversazione con il vicecapo di stato maggiore ammiraglio Bernotti nel giugno 1927 fu categorico: 'Voi volete la nave portaerei, ma io non ve la faccio costruire' (15), aggiungendo: 'Il Mediterraneo per noi è una pozzanghera' e in quella 'pozzanghera' tredici anni dopo affonderanno la Regia Aeronautica e la Regia Marina.

Annotava Efisio Marras nel 1932 in Orientamenti attuali della preparazione: '[…] a tali ampie necessità di cooperazione si contrappone oggi, rispetto alle idee predominanti alcuni anni or sono una maggiore limitazione di mezzi aerei, ciò dipende in parte dalla costituzione di Forze aeree indipendenti'.

Nel 1925 l'ordinamento dell'aeronautica divideva l'arma in tre gruppi. L'armata aerea aveva una forza di 78 squadriglie, quella dell'esercito 57 e otto aerostati, quella della marina 35 e sei dirigibili e quella per le truppe coloniali 12. L'aviazione per l'esercito su 19 gruppi e sei stormi aveva in dotazione tutti gli aerei destinati alla ricognizione e 1/3 degli aerei destinati alla caccia. L'assegnazione era cospicua alla luce della forza dell'aeronautica e della marina ma era solo teorica in quanto nello stesso anno esistevano solo 20 squadriglie per la esplorazione.

Il colonnello Pariani, capo dell'Ufficio Operazioni dello stato maggiore dell'esercito, nel 1926 avanzò la sensata proposta di cedere all'aeronautica le squadriglie da caccia anche per la difesa 'dei centri vitali per la difesa nazionale', richiedendo in cambio una forza da bombardamento vicino.

Sulla proposta concordavano il vice capo di stato maggiore Grazioli e Badoglio il quale però non riteneva necessarie le squadriglie da bombardamento. Segno della cecità della leadership dell'esercito fu il mancato appoggio al generale Mecozzi che si batteva strenuamente, in conflitto con Douhet, per una aviazione di appoggio alle operazioni terrestri, aviazione la cui importanza sarà evidenziata dagli Stuka tedeschi.

Invano il generale Claudio Trezzani scrisse: 'E' comunemente riconosciuto che allo scopo si richiederebbe un particolare tipo di apparecchi raggruppati in unità da battaglia specialmente atte ad un intervento offensivo diretto, da bassa quota' caratterizzati da '[…] sufficiente velocità massima, grande scarto tra velocità massima e minima, grande maneggevolezza, sicurezza di funzionamento del motore' [che] 'allo stato odierno delle cose non esiste' (16).

L'arma azzurra, alla quale andavano i favori del duce alla ricerca di prestigio internazionale, conquistò una grandissima popolarità con una serie di raid e di crociere aeree di grande risonanza in Italia e all'estero. Molti dei suoi ufficiali ebbero rapidissimi avanzamenti di carriera, sollevando la gelosia dei quadri dell'esercito e, in misura minore, della marina le cui carriere erano bloccate per l'affollamento nei gradi.

Balbo ne fece un'arma 'fascista' con una serie di disposizioni come quella che prescriveva il saluto romano quando gli ufficiali erano privi del copricapo: 'anziché il goffo e ridicolo inchino'.

Su un piano pratico però gli stanziamenti a suo favore non superarono mai un settimo delle disponibilità finanziarie per le forze armate, disponibilità che incidevano fortemente sull'economia nazionale.

I principi più volte esposti da Balbo furono ribaditi dall'allora tenente colonnello Francesco Pricolo, che nella seconda guerra mondiale sarà sottosegretario e capo di stato maggiore dell'aeronautica, il quale insisteva per una forza aerea indipendente con obiettivi e compiti del tutto diversi da quelli assegnati all'esercito e alla marina, indicando i criteri che dovevano presiedere alla sua costituzione e impiego (17).

Ritornerà grintosamente sull'argomento nel 1932: 'Oggi in Aeronautica non si discute più: si è convinti - profondamente convinti - che l'armata aerea sarà il fattore principale e risolutivo dei futuri conflitti: […] l'organismo aeronautico dovrà adattarsi alle nuove esigenze e ai nuovi compiti anche se per questo si dovessero ripudiare tutte le più antiche e radicate opinioni sulla mole, sulla consistenza e sulla aliquota di relatività delle altre forze armate. Non è più questione di pensare se questo potrà o non potrà accadere: si tratta solo di studiare come e quando dovrà accadere' (18).

A guerra iniziata cambierà idea: 'é anche stata confermata, specialmente nella campagna di Polonia, la necessità di una collaborazione sempre più stretta fra le tre forze armate; nessuno più pensa ad una ipotetica indipendenza di procedimenti e di scopi, né ad una subordinazione di principio dell'una forza armata all'altra; le tre forze spirituali e materiali debbono agire come uno strumento solo' scriveva l'otto febbraio 1940 in Le Vie dell'Aria.

Nessuno può dire se a Italo Balbo, comandante delle forze armate in Libia nei primissimi giorni di guerra, ultimi della sua vita, venne alla mente la fierissima lotta che aveva sostenuto negli anni venti per privare l'esercito della sua aviazione di appoggio, quando rivolse un solenne rimprovero al comando aeronautico della Libia: 'L'impiego dell'aviazione è completamente sbagliato [per] … avere aderito con troppa facilità alle richieste dell'armata'.

Si trattava della X Armata schierata al confine cirenaico nelle cui retrovie antiquate autoblindo britanniche scorazzavano indisturbate, causando un continuo stato di allarme. Contro di esse, in mancanza dell'aviazione del Regio Esercito, la Regia Aeronautica fu completamente mobilitata in una sfibrante caccia nel deserto rinunciando così alla: 'prima azione di guerra, quella di attacco ai campi dell'aviazione nemica. […] Ognuno faccia il suo mestiere se si vuole che l'aviazione al momento del bisogno sia efficiente' (19) ribadendo uno dei principi strategici fondamentali della dottrina dell'arma azzurra l'attacco ai campi di aviazione nemici.

Uomo valoroso ricevette il suo epitaffio da un prossimo nemico, l'ambasciatore americano a Roma Breckinridge Long: 'E' morto volando e probabilmente è quello che avrebbe scelto'.

In verità l'aereo che avrebbe dovuto fronteggiare i piccoli nuclei di autoblindo inglesi doveva essere il Breda Ba.65, concepito esclusivamente per il ruolo di attacco, con quattro mitragliatrici alari e un carico di bombe da 1.000 chili sistemate nella fusoliera. Il giudizio di Pricolo sull'aereo, a posteriori, fu: '… aveva avuto il battesimo di fuoco in Spagna, dimostrando però di essere un tipo di apparecchio inutilmente complicato oltre che sprovvisto delle qualità di volo necessarie per il particolare impiego' (20).

Dopo alcuni mesi di guerra fu mandato alla demolizione, insieme con il bombardiere in picchiata S.85, che avrebbe dovuto essere l'equivalente del tedesco Stuka, e il caccia bimotore a largo raggio Breda Ba.88.

Nel clima di incultura dell'epoca, anche la Regia Aeronautica non affrontò i grandi problemi che avrebbero caratterizzato la seconda guerra mondiale come il volo strumentale, i rapporti con la marina, il bombardamento strategico, la difesa aerea. I piloti entrarono in guerra con 80-85 ore di volo contro le 150-200 delle altre aeronautiche e le 800 di quella giapponese.

La difesa contraerea

Il problema della difesa contraerea verrà preso in esame solo nel 1927 con una memoria del capo di stato maggiore dell'esercito che, nel frattempo, assegnò una parte dei mezzi disponibili, 20 batterie su 32, alla difesa della Venezia Giulia e del Veneto: 'tenuto conto dell'attuale situazione politica'. Badoglio, una volta tanto, si impuntò e non accettò questa intrusione in un problema che riguardava le tre forze armate e quindi di competenza dello stato maggiore generale. Nel 1928 la protezione antiaerea venne attribuita alla milizia con il supporto tecnico dell'esercito e la protezione del territorio al ministero dell'Interno.

Le idee sul problema non dovevano essere molto chiare se Ferrari, capo di stato maggiore del'esercito, in una riunione dello stato maggiore generale affermò che per la difesa dei ponti sarebbero state predisposte: 'speciali reti intese ad ottenere il prematuro scoppio delle bombe lanciate contro tali opere d''arte'.

Al 31 maggio 1939 da un rapporto ufficiale risultava che erano destinate alla difesa antiaerea 220 batterie 'tutte però con materiali residuati di guerra' e 4700 mitragliatrici S.Etienne. Lo stupefacente dilettantismo che circondava il gravissimo problema si evidenzia da un verbale della XVII sessione della Commissione Suprema di Difesa riportato nel volume di Nicola Della Volpe 'Difesa del territorio e protezione antiaerea (1915-1943)'. Nel verbale non è indicata la data ma la sessione è anteriore al primo maggio 1940.

'Duce - Ritiene che il problema dell'allarme nell'interno delle abitazioni possa considerarsi inesistente per una ragione di carattere fisico, e cioè che in tempo di guerra la sensibilità dell'udito dei cittadini si affina e perciò è prevedibile che in ogni fabbricato un gruppo di persone ipersensibili daranno essi l'allarme e qualche volta anche dei falsi allarmi. Basterà il loro tramestio per avvertire tutto il fabbricato, tutta la via e praticamente tutto il quartiere. E' del parere di non andare oltre a distillare il cervello della gente per questo problema che si risolve da se, attraverso quello stato di eccitazione permanente che prende i cittadini quando si verifica una incursione aerea'.

Badoglio appone il suo sigillo alla conversazione: 'Badoglio - Ritiene che dare l'allarme dove non ci sono ricoveri sia un danno.'

Note

1. Valori Aldo. La guerra e noi. Bologna 1919. [torna su]

2. Gatti Angelo. Tre anni di vita militare italiana. Milano 1924 [torna su]

3. Berardi Paolo. I.G.M. L'Istituto di guerra marittima. Rivista di artiglieria e genio. Settembre 1924. [torna su]

4. Valori Aldo. La ricostruzione militare. Roma 1930. [torna su]

5. Canevari Emilio. La guerra italiana. Retroscena della disfatta. Roma 1984 [torna su]

6. Bottai Giuseppe. Vent'anni e un giorno. Cernusco sul Naviglio 1949. [torna su]

7. Cadorna Raffaele. I nuovi ordinamenti militari. Rassegna italiana 1926. [torna su]

8. Liddell Hart Basil. Storia di una sconfitta. La seconda guerra mondiale attraverso le testimonianze dei generali tedeschi. Milano 1971. [torna su]

9. Simoni Raffaele. La battaglia difensiva. Condotta di un corpo di armata in prima schiera. Rivista militare 1987. [torna su]

10. Roluti Francesco (Wolfer). Le grandi manovre nel Canavese. La Rassegna italiana 1925. [torna su]

11. Liddell Hart Basil. L'arte della guerra nel XX secolo. Milano 1971. [torna su]

12. Ojetti Ugo. I taccuini 1914-1943. Firenze 1954. [torna su]

13. Canevari Emilio. Graziani mi ha detto. Roma 1947. [torna su]

14. Douhet Giulio. La difesa nazionale. Torino 1928. [torna su]

15. Bernotti Romeo. Cinquant'anni nella marina militare. Milano 1971. [torna su]

16. Trezzani Claudio. In tema di aereo-cooperazione nel campo tattico. Rivista Militare 1933. [torna su]

17. Pricolo Francesco. La massa aerea. Rivista aeronautica 1925. [torna su]

18. Pricolo Francesco. Alcuni risultati delle grandi esercitazioni aeree. Rivista aeronautica 1931. [torna su]

19. Diario storico del Comando supremo. Volume I (11.6.1940 - 31.8.1940). Tomo II. Allegati.. [torna su]

20. Pricolo Francesco. La Regia aeronautica nella seconda guerra mondiale. Novembre 1939 - novembre 1941. Milano 1971. [torna su]

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