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La Grande Guerra sul fronte francese (parte VI)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
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Capitolo sesto

1918. L'anno della vittoria.
Lo "scoppio" della pace.
- La corsa contro il tempo
- Gli ufficiali americani
- Sturmtruppen
- L'ultima offensiva
- Il comando unico alleato
- La Grosse Bertha
- L'aeronautica
- 'Scoppia' la pace.

La Germania inizia la corsa contro il tempo, contro la fame, contro l'entrata in campo degli Americani, i "Doughboys". Sulla loro potenza militare nel 1917, l'attaché militare francese non si faceva molte illusioni. Scrivendo al ministro della Guerra sosteneva: "Io credo che ci faremmo una grande illusione pensando che gli Stati Uniti possano disporre di una forza apprezzabile per una azione esterna". Gli Stati Uniti d'America erano una potenza militare trascurabile. Nel 1916, secondo lo storico Duroselle, l'esercito disponeva di 75.000 uomini di cui 16.000 nelle Filippine e 4000 a Cuba. All'inizio del 1917 l'esercito contava 107.641 uomini, arrivava a 132.000, malamente addestrati, con la Guardia nazionale frazionata tra gli Stati dell'Unione. Con l'approvazione del Selective service act del 18 maggio 1917, una forma di servizio obbligatorio, le cose migliorarono ma nel marzo 1918 la fanteria combatteva ancora con artiglieria e aerei di produzione francese. Nel giugno 1917 sbarcano 22.000 soldati, 195.000 nel gennaio 1918, 30.000 nel mese successivo. Al trenta giugno 1918, 854.000 soldati americani sono in terra di Francia. Formano 19 divisioni pronte al combattimento e sei divisioni incomplete o di deposito. Il dato non dà idea del rapporto di forze esistente. Una divisione statunitense ha una forza di 28.000 uomini contro i 9000 tedeschi e i 12.000 francesi o inglesi. Lo sforzo è stato colossale se si pensa che nell'aprile 1917 il corpo ufficiali contava 7000 ufficiali attivi e 8000 di riserva. Se lo sforzo militare non fu determinante, quello psicologico fu enorme, con la modificazione degli equilibri in campo. Non va dimenticato che furono i prestiti americani che permisero agli Alleati di continuare nello sforzo bellico. Il ministro della marina germanica aveva proclamato orgogliosamente alla Commissione delle finanze del Parlamento: "Non arriveranno nemmeno perché i nostri sottomarini li affonderanno. Quindi l'America da un punto di vista militare, non significa nulla e ancora nulla e per la terza volta nulla", mentre Wilson calcolava in 100 le divisioni americane in Francia per il giugno 1919. Goering proclamava che avrebbe cambiato nome se l'aviazione americana avesse volato su Berlino.

Per la non ultima volta, gli Stati Uniti d'America salvano la vecchia Europa dal nemico di turno. Sono dati sui quali i futuri dittatori fascisti e comunisti non meditarono. Degli ufficiali generali, lo sconosciuto capitano George Marshall, futuro cervello statunitense nel secondo conflitto mondiale, unico militare di carriera insignito del Premio Nobel, dopo un attacco simulato a una trincea scriverà: "Purtroppo ho la sensazione che alcuni dei nostri generali non abbiano né l'esperienza né l'energia, né lo spirito combattivo necessari per preparare le loro unità e per condurle in battaglia nelle condizioni esistenti oggi". Della stessa opinione, espressa con la stessa franchezza, in tempi successivi, era il politologo Edward Luttwak: "Gli ufficiali non sono sempre stati considerati buoni tattici ma tendono ad essere coraggiosi. Gli Stati Uniti hanno vinto le proprie guerre inquadrando forze che potessero vincere per pura superiorità materiale e con metodi di forza bruta indipendentemente da una tattica debole e da una condotta pasticciona delle operazioni e con strategie tra le più elementari". Il generale David C. Jones presidente dei Joint Chief of Staff dal 1978 al 1982 andava giù ancora più pesante: "Anche se la maggior parte dei libri di storia esalta i nostri successi militari, un esame più approfondito rivela una sequenza sconcertante: carenza di preparazione allo scoppio di una guerra; insuccessi iniziali; riorganizzazione mentre si combatte; ampliamento della nostra base industriale e infine prevalenza sul nemico- logorato dalla nostra potenza e non dalla nostra intelligenza". La teoria del ricorso all'Overwhelming force (alla forza schiacciante) enunciata nella seconda metà del secolo XIX da Edmory Upton diventò il vangelo delle forze armate americane, con un volume di fuoco che sarà sempre il fattore determinante della tattica. Vengono stabiliti accordi col 3° Bureau per l'istruzione delle truppe, nel 1919 la Mission militaire française M.M.F. vanta che, grazie al suo concorso, le truppe americane: […] in un tempo singolarmente breve si sono presentate sul campo di battaglia". Va detto che sarà la Francia a fornire tutta l'artiglieria, i carri e l'81% dei velivoli. Ironia della sorte, nel secondo conflitto mondiale saranno gli Americani a fornire materiali, armamenti e addestramento Ma l'insofferenza nei confronti degli istruttori francesi è evidente, nascono piccoli incidenti e incomprensioni. Di certo negli ambienti militari francesi si sostiene che l'istruzione delle fanterie è mediocre mentre: "[…] celle de l'artillerie et du génie est à peu près nulle".

Per la prima volta nella storia non una fortezza o una città ma due grandi imperi, sottoposti a un estenuante assedio economico, stanno crollando rovinosamente. Von Kuhl, capo di stato maggiore della prima armata, con Ludendorff discepolo prediletto di Schlieffen, osservava: "La Germania era una fortezza assediata, le nostre battaglie divennero delle uscite della guarnigione dalla fortezza per tenere a bada l'assedio". In effetti la situazione ricordava per certi versi quella degli Stati sudisti, che pur con superiori capacità militari avevano bisogno di una rapida vittoria per l'inferiorità numerica e industriale. La Germania non può aspettare, con una popolazione esausta, ha contro potenze industriali con riserve umane ed economiche inesauribili. Il morale del fronte interno diventa sempre più basso, si abbatte come una folgore la notizia della morte del rittmeister Manfred von Richthofen, il leggendario Barone Rosso, invitto cavaliere dell'aria. I disertori aumentano in forma esponenziale, solo in Olanda vengono calcolati in circa 10.000, malgrado l'esistenza di una barriera elettrificata con il Belgio.

Ludendorff nelle sue Memorie sostenne: "L'Inghilterra tese anche a un altro fine: la lotta contro i bimbi nel grembo materno per far crescere in Germania una gioventù fisicamente rovinata, lotta spaventosa e crudele". Di certo vent'anni dopo la gioventù non era: "fisicamente rovinata". Quando nell'estate 1917 visita il paese è spaventato: "La nostra popolazione soffriva, le mancava vestiti e scarpe. I prezzi erano spaventosi. […] si attraversava un terribile momento". La situazione è gravissima. La razione di pane dal marzo 1917 è passata da 250 a 170 grammi di pessima qualità. Per potenziare la produzione di sottomarini si arriva ad offrire agli operai 1400 grammi di pane alla settimana e un litro di minestra gratis per ogni notte lavorativa.

Lo stato maggiore, che è passato da una guerra di annientamento a una guerra difensiva, è di fronte a un dilemma, a due ipotesi strategiche. Continuare in una stretta difensiva con l'obiettivo di dissanguare ed esaurire gli eserciti alleati o attuare un'offensiva a fondo per porre fine al conflitto, tenendo conto del "fiume americano" che si profilava all'orizzonte. L'undici novembre 1917, nel quartier generale del Kronprinz di Baviera, Ludendorff sceglie la seconda: offensiva risolutiva, obiettivo: "[Sono] gli Inglesi da sconfiggere".

A posteriori, si tentò di dimostrare che la prima era preferibile basandosi sulla connaturata superiorità militare e la dimostrata incapacità alleata di sfondare un fronte fortificato. Si riteneva che le forze alleate, impantanate in un groviglio di una estesissima rete di fortini, nidi di mitragliatrici, fortificazioni che coprivano l'orizzonte, si sarebbero dissanguate, ma l'ipotesi non teneva conto dell'imminente scesa in campo degli Americani. Per Liddell Hart il blocco navale fu la causa principale dell'offensiva generale: "Lo spettro di un graduale indebolimento con la prospettiva di un collasso finale spinse gli alti comandi a intraprendere la loro disastrosa offensiva del 1918".

Nel novembre 1917 sono disponibili 149 divisioni tedesche di cui 30 di riserva. A dicembre salgono a 154, 157 a gennaio, 179 a marzo di cui 70 in riserva, secondo altre valutazioni sono calcolate a 200 o a 190. I calcoli del 2° Bureau non sono molto diversi. Al primo gennaio 1918 sono valutare in 156, il successivo primo febbraio 171, ai primi di marzo 179, arriveranno a 192 a fine marzo. All'inizio di aprile l'onda lunga proveniente dal fronte orientale si addensa davanti alle trincee francesi e inglesi. Gli Alleati hanno di fronte i quattro quinti dell'esercito tedesco. Dopo le durissime clausole del trattato di Brest-Litovsk gli Alleati sanno a che cosa andrebbero incontro il caso di sconfitta. Nelle sue Memorie, Ludendorff dà un lucido quadro dell'approccio strategico e concettuale col quale affronta problemi che la nuova guerra, la guerra di movimento presenta.

Nell'inverno 1917-1918 occorreva uniformare l'esercito alle nuove tattiche, con un imperativo assoluto: "[…] non dovevamo seguire la tattica a massa del nemico". Le difficoltà erano grandi, l'esercito era anchilosato dalla lunga stagione nelle trincee, andava tenuto conto che l'esercito francese per passare dall'offensiva alla difensiva, voluta dal Pétain, aveva impiegato sei mesi.

L'attuare una nuova tattica: "per gruppi di cacciatori di fanteria" presentava una serie di problematiche. "Nella compagnia di fanteria la mitragliatrice leggera doveva diventare familiare, e doveva anche essere considerata come un'arma ausiliaria della fanteria. Però la mitragliatrice leggera non era ancora passata nella carne e nel sangue della fanteria come sua espressione più viva […] La mitragliatrice leggera, dato il suo impiego sempre maggiore, era e doveva diventare sempre più il sostenitore principale del combattimento. La seconda arma ausiliaria […] era il lanciafiamme leggero. La mitragliatrice pesante doveva fiancheggiare gli assalitori da posizioni retrostanti, i lanciamine andavano ripartiti tra i reparti secondo i loro bisogni". Sui carri armati le opinioni sono negative, con un gravissimo errore furono considerati come gli elefanti di Pirro. Si giustifica Ludendorff: "Noi non impiegammo la tank come arma ausiliaria della fanteria. Essa era piuttosto un'arma d'assalto e i nostri assalti riuscivano anche senza le tanks […] Nel corso dell'inverno andai sovente al fronte e scambiai costantemente le mie idee con quelle dei quartieri generali delle armate, sulla tattica della battaglia offensiva e sui procedimenti di attacco; raccoglievo sui differenti problemi numerose osservazioni […] assistei a numerose esercitazioni, mi intrattenni con numerosi ufficiali al fronte […] All'inizio di marzo mi installai a Avesnes con l'intenzione di vedere tutto personalmente". Il Kronprinz di Baviera nelle sue memorie esprime il malumore dei comandi delle armate per gli interventi minuti del capo di stato maggiore che regolava anche la marcia delle divisioni del secondo scaglione, mentre il generale Khul esalta il lavoro colossale svolto dal capo di stato maggiore, "[…] per il suo talento poco comune d'organizzatore, la sua grande potenza di lavoro e la sua energica volontà".

L'istruzione delle truppe, che proseguì fino a marzo inoltrato, fu accompagnata da quella degli ufficiali sino ai comandanti di gruppo. La mancanza di ufficiali e sottufficiali esperti si faceva sentire. Toccanti sono le parole di Ludendorff: "Il buon ufficiale del tempo di pace tante volte attaccato, non esisteva più, lo ricopriva l'erba verde […] Vi furono dei comandanti che si videro rinnovare l'intero reggimento, in seguito a difficili combattimenti, tre e anche quattro volte, ciò che era per un uomo un peso terribile mentre un pezzo del loro cuore rimaneva con essi indietro ogni volta". Per l'artiglieria il cambiamento è assoluto. Si passa da un bombardamento di estrema densità prolungato nel tempo a uno di pari violenza ma limitato nel tempo e nello spazio allo scopo di conservare la sorpresa strategica, di aumentare l'effetto morale delle perdite e di impedire l'afflusso di riserve.

Tra il 1915 e il 1918 era avvenuta una profonda trasformazione nella divisione di fanteria con una modernizzazione progressiva per la massima efficacia nel combattimento, l'esercito si trasforma in una scuola di apprendimento. La tattica offensiva è sottoposta a una minuta analisi, si studia la tattica offensiva dell'infiltrazione, che aveva come motore i reparti d'assalto, applicata dal generale Oskar von Hutier, tra l'altro cugino di Ludendorff, nella conquista di Riga del settembre 1917. Le divisioni destinate all'attacco, con i migliori soldati scremati da tutte le unità, vengono ritirate e sostituite da reparti provenienti da altri teatri di guerra. Sui reparti d'assalto tedeschi occorre fare qualche breve cenno.

Nel marzo 1915, si formarono piccoli distaccamenti d'assalto, detti Sturmabteilung che effettuavano attacchi con obiettivi limitati. L'armamento era costituito da mortai da trincea, bombe a mano, mitragliatrici leggere, le 08/15 che in verità non erano molto leggere e, in seguito, pistole mitragliatrici e cannoni d'assalto alleggeriti. Ad opera di ufficiali illuminati si era sostituito il cannone d'assalto da 3,7 cm. con un cannone russo preda bellica da 76,2 mm., modificato con l'eliminazione dei mirini per la lunga distanza e la diminuzione della volata della canna. L'arma ribattezzata Infanterie-Geschütz, a tiro diretto e quindi particolarmente preciso permetteva di eliminare i nidi di mitragliatrici. Dei mortai da trincea si legge nella Relazione ufficiale francese pubblicata nel 1923 che erano impiegati: "in masse possenti per distruggere a breve distanza le difese accessorie". Delle bombe a mano la preferenza andava alla "schiacciapatate" che con l'impugnatura in legno permetteva di scagliarla a una notevole distanza contro obiettivi allo scoperto, mentre quella a "uovo" veniva usata contro trincee coperte e spazi ristretti. Questi reparti, coesi, addestrati e motivati, agli ordini del capitano Rhor vennero, in seguito a un ordine del maggio 1916 del generale Falkenhayn, destinati all'addestramento di altre unità che inviavano due ufficiali e quattro sottufficiali i quali, a loro volta, tornati ai reparti, formavano e addestravano altre unità. In seguito, con l'arrivo di Ludendorff all'alto comando, si formarono, nel febbraio 1917, 15 battaglioni d'assalto.

Le esperienze maturate costituiscono la base delle nuove formazioni. La squadra, abbandonando l'attacco a catena prescritto dai regolamenti tattici in vigore dal 1906, avanzava separatamente nella terra di nessuno convergendo su un unico obiettivo. L'operazione era preceduta da esercitazioni estremamente realistiche e dalla distribuzione di dettagliatissime carte, la cui lettura non presentava difficoltà per i soldati se si pensa che alla fine dell'Ottocento la Germania aveva un tasso di analfabetismo del 3%, l'Italia del 60%. Al comando delle squadre vi erano i sottufficiali, in buona parte contadini del Brandeburgo e della Pomeriana, la cui massima aspirazione era raggiungere questo grado, per lo status sociale che comportava. Il corpo raggiunse una i straordinaria efficienza e nel corso del conflitto pagò un pedaggio altissimo, furono circa 300.000 che non ne videro la fine.

Affermava Rüchel 'Lo spirito dell'esercito risiede nell'animo dei suoi sottufficiali". Provenivano dalle truppe ed erano selezionati nelle accademie per sottufficiali o dalla riserva. In quest'ultimo caso si trattava di giovani dalla borghesia che prestavano servizio per un anno come "volontari a ferma breve" e ricevevano una speciale istruzione. Dopo un esame i migliori diventavano ufficiali della riserva, gli altri sottufficiali. Per evitare l'invecchiamento del corpo dopo 12 anni di servizio potevano, con una sostanziosa liquidazione, assumere impieghi nelle dogane, nelle poste e nella polizia. Scrive Gudmundsson: "Né i sottufficiali francesi né quegli ufficiali di compagnia che erano stati nominati dopo aver prestato un lungo servizio come sottufficiali, erano considerati capaci di quel genere di azione indipendente che, verso la fine della guerra, tutti attendevano dai sottufficiali tedeschi". Non avevano però, a differenza dei sottufficiali francesi e italiani possibilità di accedere al corpo ufficiali. Del sottufficiale francese, il capitano André Gavet nel suo L'art de commander sosteneva che era un semplice "Agent d'exécution" di ordini, incaricato di far osservare le consegne e gli ordini, valutazione che Mayer considerava: "un peu bien étroite". Mayer, con una nota sulla natura umana, aggiungeva che i soldati preferivano essere comandati da un imberbe sottotenente fresco d'accademia, invece che da un anziano sergente diventato ufficiale.

Il primo gennaio 1918 Ludendorff pubblicò il nuovo manuale di addestramento della fanteria nel quale si affermava che ogni fante doveva diventare un assaltatore e nella primavera successiva un quarto delle divisioni schierate sul fronte occidentale era composta da assaltatori. Queste divisioni, "Angriffdivisionen", erano favorite nella distribuzione di nuovi armamenti nei confronti delle restanti divisioni "da posizione", "Stellungdivisionen". Al loro interno i reparti specificamente d'assalto erano costituiti da elementi di età inferiore ai 25 anni particolarmente motivati. I comandi alleati si rendono conto della tempesta che si addensava. Circa 130 divisioni alleate, di cui 107 francesi, molte a ranghi ridotti, con sei di cavalleria tenute in riserva, si preparano a fronteggiare l'attacco. Lo sforzo fatto è stato massimo, si è raschiato il fondo del barile. Si propone lo scioglimento di 10 reggimenti per rinforzare i reparti di cavalleria appiedati, la direzione dell'Arma si oppone recisamente e, pur di conservare i reparti, accetta di inviare i reggimenti all'interno per il mantenimento dell'ordine pubblico. La difesa ad oltranza dell'Arma può paragonarsi a quella delle grandi navi da battaglia del dopoguerra.

Vengono riesaminati gli inaptes e i reformés, dei primi vengono arruolati il 60%, dei secondi il 48%. In diversi casi il riesame viene ripetuto anche per cinque volte. Sono soppresse cinque divisioni ridotte a scheletri, vengono scremati comandi, depositi, convalescenziari. L'Instruction pour la conduite des grandes unités prevede un corpo d'armata su due divisioni per un fronte di quattro chilometri. Il comando francese, che schierava una divisione ogni 5,5 chilometri, chiese a quello inglese di allungare il settore di fronte tenuto da una divisione per 2,2 km. Haig, che ha perso 800.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, rifiuta.

In vista dell'offensiva il général en chef impartisce con la Directive n.4 del 22 dicembre 1917, ribadita dall'Instruction du 24 janvier 1918 pour l'appplication de la Directive n.4, le disposizioni per la grande battaglia difensiva. Tenere le prime posizioni per spezzare o almeno rallentare il primo attacco, riservando a questa prima difesa solo i mezzi strettamente necessari. Assicurare l'integrità della seconda linea. Impiegare le riserve non solo in contrattacchi locali e in azioni sui fianchi. Non rinforzare la prima linea, rassegnandosi a perdere terreno, ma effettuare delle scaramucce e difendere la seconda linea, in una parola manovrare. La battaglia va condotta con la maggiore economia d'effettivi. L'Instruction precisa che difesa dovrà essere effettuata in profondità e indica le norme. Elemento sostanziale è la "position de résistance" sulla quale si deve infrangere l'attacco.

Il 21 marzo 1918 alle ore 4, l'offensiva, minuziosamente organizzata, lo storico tedesco Ritter mai tenero con Ludendorff scrive: "preparata magistralmente sul piano tecnico, soprattutto per l'artiglieria", si scatena in Piccardia. Secondo la Storia ufficiale britannica: "Il concentramento nella zona di operazioni di una forza di tale mole, con il suo vasto complesso di operazioni sussidiarie, costituiva un problema gigantesco risolto brillantemente". Dopo un bombardamento di cinque ore di un volume impressionante, 40 divisioni scattano all'attacco e arrivano alle porte di Amiens. Obiettivo separare i due alleati. Hindenburg scrive: "Avanti nella direzione di Amiens per respingere i Francesi da una parte e gli Inglesi dall'altra". Sempre nella Storia ufficiale britannica si legge: "Il risultato disastroso del travolgente attacco tedesco alle truppe avanzate non fu soltanto la perdita di uno o più battaglioni delle divisioni attaccate, ma anche la distruzione e la cattura di una grande parte delle mitragliatrici e dei fucili mitragliatori Lewis, la cui mancanza costituì un grandissimo svantaggio nei giorni successivi. Ma gli alleati miracolosamente resistono pur con la perdita di 70.000 uomini e 1000 bocche da fuoco.

Il 24 aprile 1918 a Villers-Bretonneux si verifica il primo scontro nella storia tra corazzati. Tre MK V, il modello successore del Mark 1, perché i successivi 2, 3 e 4 erano dei prototipi, affrontano un A7.V, due sono armati di mitragliatrici e vengono distrutti dal 57 del carro tedesco, il terzo, armato di cannone a sua volta lo elimina. L'A7.V era un "mostro" con un equipaggio di 18 uomini, un capo carro, due piloti ciascuno per ogni cingolo, due meccanici e addetti alle armi.

Il 9 aprile l'offensiva si allarga alla Fiandre, il 27 maggio allo Chemin des Dames, il 9 giugno in direzione di Compiègne. Dopo una pausa di un mese il 15 luglio Ludendorff lancia contro Reims "l'offensiva della pace", la "Friedensturm", alla presenza dell'imperatore. Con impeto straordinario le fanterie tedesche sfondano più volte il fronte. Le fanterie, addestrate alle nuove tattiche di penetrazione, applicano le teorie di Sun Tzu, risalenti al quarto o addirittura al sesto secolo avanti Cristo: "Un esercito può essere paragonato all'acqua: L'acqua non bagna alture e cerca le vallate; un esercito rifugge dall'affrontare i punti di forza e attacca invece i punti deboli. Il flusso dell'acqua è regolato dalla forma del terreno: la vittoria si ottiene agendo conformemente con lo stato del nemico: come l'acqua evita le alture così i reparti devono evitare i punti forti insinuandosi in quelli deboli".

Procedendo in fila invece che in linea, gli Sturmtruppen, gruppi d'assalto guidati da esperti sottufficiali, avanzavano su fronti ristrettissimi, saggiando le difese, disarticolandole, non logorandosi nei punti forti, infiltrandosi in quelli deboli con una manovra d'avviluppamento, seguiti dal grosso delle fanterie. I reparti del genio, lavorando alacremente, stabilivano itinerari per permettere al grosso della fanteria e all'artiglieria di progredire rapidamente, pervenendo con rapidità ad arrivare in zone non devastate dal fuoco d'artiglieria. Nelle posizioni superate la sensazione di essere circondati crea uno stato di panico.

Pur continuando a mancare la velocità di scorrimento dei reparti che non può essere incrementata dopo lo sfondamento, procedevano pur sempre a piedi in una accidentata morfologia del terreno, si andava però parzialmente recuperando la mobilità operativa in scenari ad alta densità di potenza di fuoco. Il 27 maggio allo Chemin des Dames i francesi subiscono una catastrofica sconfitta. Masson scrive: "L'armée française connaît son Caporetto", (1) ma i Francesi dimenticano subito la batosta, il carattere nazionale è un potente unguento.

Per gli intellettuali italiani, e non solo per loro, invece Caporetto si trasforma in un sostantivo, usato con grande generosità, anche in campo sportivo. Il piacere dell'auto fustigazione caratterizza l'intero paese. Osservava A. Rhodes: "Per centinaia di anni, gli italiani si erano lamentati per la reputazione che avevano all'estero di mancare di coraggio, e il senso di umiliazione e di rivolta contro ciò spiega molte delle vicende storiche collegate a D'Annunzio. Eppure, questa reputazione essi per prima avevano aiutato a diffonderla. Ancora ai giorni nostri, la battaglia di Caporetto è nota come la più disastrosa sconfitta della grande guerra non perché sia stata maggiore o peggiore di altre- ad esempio la rotta inglese a Saint Quentin nel marzo 1918, o la disfatta della Francia sulle Argonne- ma perché gli Italiani hanno voluto che fosse considerata tale, rivendicandolo agli occhi di tutto il mondo" (2).

I tedeschi nei primi sei giorni avanzano di quasi 100 chilometri, fanno 90.000 prigionieri, saranno 300.000 alla fine dell'operazione, si impossessano di un'enorme quantità di materiale. Sono nuovamente a 60 chilometri da Parigi.

Uno sconfortato Pétain il 31 maggio scrive a Clemenceau: "La conseguenza è di una gravità eccezionale. Può portare alla perdita della guerra". Foch aggiunge: "Né erano conseguite perdite grandissime e una profonda impressione della forza militare nemica". A posteriori il generale Buat, autore di un'interessante biografia su Hindenburg, affermerà che se le offensive germaniche fossero continuate: "Nul ne peut dire ce qui serait advenu". Gli Alleati sono alle corde.

L'ineffabile Mangin a posteriori di fronte alla rapidità con la quale le truppe tedesche sfondano le posizioni resta stupefatto: "La rapidité de l'avance allemande à dépassa toutes les vraisenblances", ma non afferra la nuova tattica. Sostiene che i Tedeschi, sotto la minaccia dell'offensiva di Nivelle, avevano evacuato 2000 chilometri quadrati di terreno, in caso contrario sarebbero arrivati a 15 chilometri da Parigi e quindi l'offensiva: "Ha avuto come prima conseguenza di evitare questa terribile situazione". Lo spessore di quest'uomo emerge dal suo Comment finit la guerre pubblicato nel 1920. Non ha idee chiare sugli errori di Moltke il quale si sarebbe: "Conforme scrupuleusement au plan excellent qu'a conçu son predécesseur le général von Schlieffen". Sulla dottrina francese, di cui è stato un convinto esecutore si limita ad ammettere, sempre a guerra finita, che era: "Trop rigide e trop absolue" e, parlando delle armi automatiche: "[…] dont les effets étaient mal connus, auraient vraiment dû inspirer un peu de prudence, à tout le moins dans la prise de contact" (3).

Haig lancia un disperato proclama: "Con le spalle al muro e certi della bontà della nostra causa, non abbiamo altra scelta che quella di combattere ad oltranza. Ogni posizione deve essere difesa fino all'ultimo uomo". Gli Inglesi sono spaventati, temono di essere tagliati fuori dai porti della Manica da cui dipendono per i rifornimenti e la logistica. Sarà una costante certezza dei generali, in situazioni disperate, invocare Dio, proclamare la giustezza della loro causa e invitare i soldati a farsi uccidere sul posto. Liddell Hart sosteneva che i generali sono più coraggiosi degli ammiragli, perché i primi mandano e i secondo vanno.

Il 26 marzo, alla riunione interalleata di Doullens, sotto il peso dell'offensiva, Foch è incaricato: "Par les gouvernements britannique et français de coordonner l'action des armées alliées du front Ouest. Il s'entendra à cet effet avec les généraux en chef qui sont invités à lui fournir tous les renseignements nécessaires". Il colonnello Herbillon, ufficiale di collegamento dello stato maggiore generale, nel suo diario alla data del 23 marzo 1918 osservava: "Siamo lontani dalla promessa fatta da Douglas Haig di venire, al primo colpo di cannone, a prendere il suo posto di comando presso il generale Pétain per prendere le sue istruzioni. Uno è a Compiègne, l'altro a Doullens ed è il generale francese che è obbligato a correre verso il suo collega inglese. Mai come in questo momento la mancanza di unità di comando si è fatta più dolorosamente sentire". In precedenza Joffre aveva sconsolatamente osservato: "Io non avevo altra autorità che quella che i nostri alleati mi riconoscevano". Per aggirare l'ostacolo, Clemenceau aveva proposto la creazione di una riserva generale comune fra gli anglo-francesi, ma Pétain e Haig, desiderosi di non essere messi agli ordini di un generale superiore, avevano dichiarato di avere già raggiunto un accordo, che si sfasciò sotto il peso degli attacchi.

Finalmente il 3 aprile 1918, con quello che Renouvin chiama "L'arrangement de Beauvais", Foch ottiene la "direction stratégique des opérations". La semplice carica di coordinatore non è sufficiente per esplicare il suo mandato, perché: "I comandanti in capo degli eserciti inglese, francese a americano avranno la piena direzione tattica del loro esercito. Ogni comandante in capo potrà ricorrere al proprio governo se, a suo parere, il suo esercito si trovasse in pericolo per qualsiasi ordine dato dal generale Foch". Subito invita i due capi in sottordine a studiare nuove offensive "appena sarà possibile". Clemenceau lo esorta ad esplicare in pieno il suo mandato, a dare degli ordini: "Commandant, la Patrie commande que vous commandez". Il "commandant" è più pessimista: "Il comandante unico non è che una parola. Nel 1917 l'avete realizzato con Nivelle e non ha funzionato. Bisogna sapere condurre gli alleati non comandarli. […] Io propongo una soluzione, non l'impongo […] Questo è il comando interalleato: si parla, si spiega, si discute si persuade. Non si danno degli ordini, si suggerisce" (4). Foch si definiva: "Un direttore d'orchestra addetto a dare il tempo".

Il 23 giugno 1923 Poincaré in una riunione del C.S.D.N. osserva: "Fu molto difficile nel corso dell'ultima guerra di far coesistere i due comandanti in capo, […] l'esperienza ha dimostrato che con un comandante in capo unico con autorità su più teatri d'operazioni la guerra non può essere condotta […] Foch dava dei consigli e non ordini". L'esercito francese è agli ordini di due generali Foch e Pétain le cui idee sono diametralmente opposte. Secondo un alto ufficiale francese, come riporta Liddell Hart in Reputations la carriera di Foch si poteva paragonare a una linea zigzagante quella di Pétain a una linea retta. Aggiungeva che Foch dava l'idea di un gallo da combattimento che attaccava furiosamente una statua di marmo ossia Pétain. Del primo sosteneva che: "La sua fede, che era la sua più grande qualità, lo rendeva sovente sordo ai fatti". De Gaulle né dà un ritratto a tutto campo: […] stratège accompli, dont on ne saurait critiquer aucune des lignes ni des flèches par quoi ses ordres se dessinent sur les cartes".

Finalmente nasce il comando unico alleato, e non un "conseil aulique sans rsponsabilité définie". Da tempo era fortemente voluto dall'opinione pubblica come scriveva Le petit marseillais il 7 maggio 1917. Le potenze centrali lo avevano adottato dopo due anni di guerra. Va anche detto che esistevano obiettive perplessità nel mettere il comandante dell'esercito belga, re Albert, unico tra i regnanti a comandare effettivamente un esercito, agli ordini di un generale la cui autorità, fra l'altro, non si estendeva ai "théâtres d'opérations extérieurs": fronte italiano, Salonicco, Mesopotamia e Palestina. La Gran Bretagna non trovava conveniente sottoporre i suoi interessi in Asia a un generale francese. Le direttive di Foch al re erano formulate come "demandes" e non come ordini.

Foch, nelle sue Memorie, critica vivamente Haig e Pétain perché ognuno tende a farsi: "[…] dominare unicamente dalle considerazioni dei propri interessi e dai propri pericoli, […] col perdere di vista gli interessi comuni che bisognava salvare innanzi tutto". I Francesi tendevano a proteggere Parigi, gli Inglesi, sarà lo stesso nel secondo conflitto mondiale, i porti della Manica. Violenta è la critica per la mancanza di una riserva generale ai suoi ordini. Nelle sue Memorie aggiunge che, invitato da Clemenceau a non abbandonarlo: "sul più bello", magnanimamente rispose: "No signor presidente non vi abbandonerò […]".

Il presidente del Consiglio deve difendere i suoi generali dalle accuse furibonde di vaste frange del Parlamento, e li copre con la sua autorità. Col suo fiuto politico accontenta e disarma i deputati creando una Commission de défense senza poteri effettivi. Per la salvezza di Foch, autore del disastro dello Chemin des Dames, Ritter parla di "capolavoro politico". Quando nel dopoguerra il generale rivolge accuse al Tigre in una pubblicazione postuma intitolata Memorial, l'ex presidente del consiglio risponde nel suo Grandezza e miseria di una vittoria con parole micidiali: "Dove sareste voi, mio povero Maresciallo, se io non avessi in quel giugno 1918 frapposto il mio petto tra voi e la canea dei vostri ingordi giudici? Bisogna bene che ve lo ricordi, allorché questo pensiero a voi non è venuto".

Foch nell'estate del 1914 aveva avuto il comando del 20° corpo d'armata, agli ordini di Castelnau. Disobbedendo ai suoi ordini di non avanzare, passa all'offensiva subendo una cocente sconfitta a Morhange, e mettendo in crisi tutto lo schieramento. Castelnau chiede provvedimenti ma il dio della guerra gli è favorevole, si mette in luce nella battaglia della Mosa, continuando in una rapida carriera, funestata dalla morte del figlio e del genero in combattimento, è al comando dell'improvvisata nona armata dal 29 agosto al 4 ottobre 1914. In seguito dirige le armate del Nord dal dicembre 1915 al dicembre 1916. Si sceglie come capo di stato maggiore Maxime Weygand ufficiale di cavalleria non breveté, che si dimostra un formidabile organizzatore. L'affiatamento è tale che Foch sostiene "Weygand c'est moi". Ammiratori successivi osano paragonarli a Napoleone e Bertier o Hindenburg e Ludendorff.

Cadrà nuovamente in disgrazia dopo le Somme, viene accantonato con l'alibi di problemi di salute, ma, generale capace, si rifà una reputazione tanto da essere messo, nel marzo 1918, a capo degli eserciti alleati. Strutturalmente negato alla difensiva subisce una nuova, disastrosa sconfitta allo Chemin des Dames che aveva indebolito per creare una massa di manovra per future offensive. Dopo la vittoria viene onorato col bastone di maresciallo di Francia, la stessa altissima decorazione nel 1918 gli viene offerta dalla Gran Bretagna e nel 1923 dalla Polonia. Si aggiunsero 37 decorazioni francesi e alleate, la carica di presidente del Conseil supérieur de la guerre e la nomina ad accademico di Francia. Dotato di ambizioni politiche si presenterà, ma con scarso successo, alle elezioni presidenziali del 1920. Va ricordato che la parte delle sue Memorie relativa alla battaglia di Vittorio Veneto, per non guastare i rapporti con l'alleata Italia, non venne pubblicata.

Il titolo di maresciallo di Francia era stato abolito nel febbraio 1793 in pieno furore rivoluzionario e nuovamente creato nel 1804. Napoleone sosteneva: "Non sono io che faccio i marescialli, è la vittoria". Tra il 1870 e la prima guerra mondiale la decorazione non fu mai concessa. Con la guerra si guadagnarono il titolo altri otto generali: Joffre, Foch, Pétain, Fayolle, Franchet d'Esperay, Lyautey, Gallieni e Manoury. Negli Allegati né viene redatta una breve biografia.

Sul maresciallo le valutazioni di Mayer, sempre non tenero con l'ufficialità francese, sono interessanti. Erano stati insieme ammessi all'École polytechnique nel 1871, amici da sempre, di un'amicizia che le critiche del primo non avevano guastato. Lo descrive di carattere modesto, gaio, allegro, leale, semplice, giusto, ma impreciso nelle valutazioni. Fedelissimo dell'offensiva a outrance era solito confortare e incitare i suoi generali all'attacco, anche quando non si poteva attaccare. Con un filo di umorismo scrive che dal suo quartiere generale, in automobile correva da un posto di comando a un altro: "A force de crier: En avant! il avait fini pour vouloir avancer". Quando nel pieno dell'offensiva germanica, mentre si addensa una rovinosa disfatta, gli chiedono se difenderà i porti della Manica o Parigi, fieramente risponde: "Les deux. Mais s'il faut lâcher l'un ou l'autre? Je ne lâche rien. Je me cramponne!". Il giudizio non lascia dubbi: "Non point un Napoleon. Non point un Moltke", e conclude micidialmente: "Un Blücher!". Couteau-Bégarie, profondo studioso di strategia, non lo condivideva. Lo considerava un stratégiste (celui qui pense) e uno stratége (celui qui agit).

Nella capitale alle 7,20 del 23 marzo sul marciapiede del quai de Seine si ha un'improvvisa esplosione. Lo stupore è grande, la gittata delle più grosse bocche da fuoco è di 40 chilometri, il fronte è distante 100. Si crede a un bombardamento aereo, la caccia si leva in volo, ma dopo poco si accerta la verità, Parigi è sotto il fuoco dei cannoni tedeschi. Il bombardamento continua tra la confusione generale. Ci si trova di fronte a un capolavoro, un altro, dell'industria bellica tedesca, "opera meravigliosa di tecnica e di scienza" proclama Ludendorff, un cannone da 210 mm lungo 34 metri, pesante 750 km, gittata circa 130 chilometri. servito da 80 artiglieri sotto il comando del capitano di corvetta Werner Kurth. Trattandosi di un pezzo di origine marinara, è messo in opera da artiglieri navali, che provvedevano alla sostituzione della canna dopo il lancio di 65 proiettili. Progettato dall'ingegnere Rausenberger per la Krupp di Essen, spara un proiettile da 125 chilogrammi ogni venti minuti che copre una distanza che sarà superata solo dalla V2 nel secondo conflitto mondiale. È conosciuto con nomi diversi: Wilhelm Geschütz in onore dell'imperatore, Parisener Kanone o Parisgeschütz perché progettato con l'obiettivo di bombardare la capitale, Lange Frederic dagli operai della Krupp con riferimento a Frederic Krupp. I parigini lo battezzano Grosse Bertha e con questo nome passa alla storia. Dal 23 marzo al 9 agosto saranno 367 i proiettili che si abbattono sulla città, causando 255 morti e 620 feriti. Dolorosa risonanza ebbe l'esplosione nella chiesa di Saint-Gervais il Venerdì Santo nel corso di una cerimonia religiosa che provocò 60 morti e 70 feriti. Malgrado i pressanti appelli di Clemenceau, il Groupe d'armées du Nord non riesce a localizzare con precisione la postazione del pezzo. Il bombardamento terminerà quando l'avanzata costringerà i tedeschi ad abbandonare la foresta di Crépy dalla quale il pezzo sparava, distrutto dai serventi per non farlo cadere nelle mani nemiche. Va aggiunto che i dati tecnici, la postazione, il numero dei pezzi sono ancora fonte di discussione.

Viene ricordato che nel clima di rinnovamento successivo al 1870, il Maresciallo Carrobert era riuscito a imporre il suo orientamento sulla difesa di Parigi, le fortificazioni dovevano essere piazzate a una distanza tale da impedire che fosse a portata delle artiglierie nemiche. "Il 13 giugno, tutta la fronte francese era di nuovo calmissima" scrive il generale Foch. Nel loro insieme, pur con perdite di terreno gli alleati tengono, l'offensiva si arena, si spegne. Alla difesa avevano validamente partecipato i Renault, che contrattaccarono validamente e a luglio a Soisson in 480 partecipano alla controffensiva e a tutti i successivi combattimenti in stretta cooperazione con la fanteria.

La demoralizzazione fra le malnutrite truppe tedesche è al massimo, cresce il numero di soldati che si danno prigionieri, quasi tutti estremamente affamati. Liddell Hart sostiene che aumentò scoprendo la ricchezza dei depositi alimentari e di materiali nelle retrovie. Il principe ereditario di Baviera Rupprecht dopo la battaglia scrisse: "Il saccheggio dei ricoveri nemici, dei depositi e delle provviste di cibo, indebolisce il fronte più rapidamente del fuoco nemico e del logoramento". Quando a metà aprile riceve ordini di ulteriori avanzate scrive: "Ufficiali e soldati manifestavano la loro delusione […] Avevano troppo sperato da questo grande colpo portato alla fine della guerra […] Ora la delusione è grande". Ancora Ludendorff: "Il successo non fu così completo come avrebbe potuto essere, perché una valida divisione, invece di continuare e premere, si fermò a rovistare in un deposito di vettovaglie nemiche". Sulla stessa linea è il Kronprinz imperiale il quale lamenta l'infiacchimento delle truppe: "de plus en plus pronuncé". Ritter lo giudica: "straordinariamente incoerente […] Una certa immaturità di giudizio politico, rafforzata dalla sua giovanile spensieratezza",

Von der Goltz venti anni prima aveva sostenuto: "Chi non conosce la guerra […]. Immagina che i veterani avanzano con un ardore che si ingrandisce da combattimento a combattimento, a misura che le loro fronti si ornano di nuovi lauri […] Ma è impossibile restare un eroe con uguale e inesauribile abnegazione, quando i combattimenti si seguono giorno dopo giorno". La stessa situazione, o forse ancora peggiore, era sul fronte italoaustriaco. Chi scrive ricorda ancora che il padre, decorato al valore, gli raccontava che attraverso le linee venivano lanciate pagnotte di pane in cambio di sigari e sigarette. Va ricordato Commander, opera del tenente colonnello francese Lebaud, il quale sosteneva che: "il valore di una truppa è in ragione diretta dei suoi bisogni materiali". Aggiungeva saggiamente Mayer: "La bonne cuisine est un élément de bon moral". (5) Il fallimento dell'offensiva era inevitabile, massima causa fu la mancanza di velocità di movimento dei reparti che procedevano pur sempre a piedi in terreno rotto, mentre gli Alleati, ripiegando in direzione dei capolinea delle linee ferroviarie, potevano radunare forze con superiore rapidità.

Il generale Loizeau nel suo La stratégie allemande en 1918, che si onora di una prefazione del generale Weygand, individua nelle concezioni di Ludendorff la principale cause dell'insuccesso. Lo valuta un capacissimo capo di stato maggiore, un formidabile organizzatore, sulla qual cosa concordava il generale Kuhl che esaltava le sue doti di organizzatore, l'energica volontà, l'enorme massa di lavoro svolta, ma solo un capo di stato maggiore, un tattico rimarchevole ma non un grande capitano nel senso napoleonico. Gli addebita di non avere perseverato nello sforzo iniziale e nell'iniziale direttrice strategica, contraddicendo un assunto del suo amatissimo maestro von Schlieffen "Bisogna tenersi in tutte le circostanze a una grande idea direttrice e non allontanarsene". Liddell Hart parlò di un Napoleone a Waterloo.

All'alba del 18 maggio finalmente la prima divisione dell'American Expeditionary Forces, entra in azione nei pressi del villaggio di Cantigny, non lontano dal saliente delle Somme. Sono truppe fresche e motivate ma subiscono perdite pesanti. Sono passati ben 13 mesi dalla dichiarazione di guerra, ma l'impreparazione americana non ha permesso tempi più brevi, nonostante l?impazienza degli alleati che, a corto di uomini, fanno frenetici sforzi per inserire truppe fresche nei loro reparti. Pétain alla fine del 1917, con diplomazia, aveva osservato: "L'opinione pubblica francese, ammiratrice dello sforzo USA, comprende difficilmente che le manifestazioni effettive di questo sforzo, si facciano così a lungo attendere". Foch, in un rapporto del luglio 1918: "Perché l'Intesa possa, con certezza, compiere nel 1919, uno sforzo decisivo è necessaria una decisiva superiorità numerica sulle 240 divisioni tedesche, onde è necessario che l'America invii in Francia, entro aprile, 80 divisioni e 100 entro il luglio 1919". Wilson promette, entro il primo luglio 1919, 100 divisioni americane. Il problema era arrivarci.

Del generale John Joseph Pershing comandante dell'A.E.F, American expeditionary force, occorre tracciare un breve profilo. Di origine alsaziana, entrò nel 1882 a West Point, ufficiale di cavalleria, partecipò alle campagne contro gli Indiani, i Moros filippini e Villa nel Messico. Attaché militare a Tokio, osservatore nella guerra russo-giapponese, da capitano passa direttamente al grado di generale, scavalcando 862 ufficiali, per ordine del presidente Roosevelt, che aveva il diritto di nominare generali di brigata ma non ufficiali di grado inferiore,. Alle contestazioni e proteste, Pershing era il genero di Francis Warren potente presidente della Commissione degli affari militari del Senato, Roosevelt rispose: "Promuovere un uomo perché è genero di un senatore sarebbe una infamia, rifiutare questa promozione per la stessa ragione sarebbe ugualmente una infamia". Promosso maggiore generale è nominato, in sostituzione del deceduto generale Funston, a sole sei settimane dall'entrata in guerra, comandante del corpo di spedizione. Aveva ricevuto chiare istruzioni. Il 5° paragrafo recitava: "Nelle operazioni militari contro il Governo dell'Impero Germanico dovete cooperare con le forze degli altri Paesi impiegate contro il nemico; ma nel fare ciò, dovrete tenere sempre presente che le Forze degli Stati Uniti sono una componente distinta e separata delle Forze combinate, e che la loro identità deve essere preservata. Questa regola fondamentale può essere soggetta a qualche piccola eccezione in circostanze particolari, a vostro insindacabile giudizio. Ogni decisione relativa al momento in cui le forze al vostro comando, in tutto o in parte, siano pronte all'azione spetta unicamente a voi, e i modi e i tempi della cooperazione saranno decisi da voi solamente". Pershing proclamò più volte la volontà di avere: "un esercito americano sotto la bandiera americana". Anche in questo caso le difficoltà che presenta una guerra di coalizione sono evidenti.

Quando scatta l'offensiva tedesca di marzo il colonnello House, braccio destro di Wilson presso il comando, prontamente segnala la delicatezza della situazione: "È comprensibile che il generale Pershing desideri che l'esercito americano ai suoi ordini sia creato al più presto, e reso formidabile quanto più possibile. Tuttavia, quel che dobbiamo fare adesso è di fermare i tedeschi, e per fermarli è chiaro che dobbiamo utilizzare tutti gli uomini disponibili", Pershing, che secondo Foch: "[…] ignorava l'urgenza dei nostri bisogni", ebbe l'ordine di entrare in azione al più presto e obbedì senza indugi. Il disappunto fu evidente e traspare dalle sue Memorie. Il generale voleva essere l'uomo decisivo, il vincitore della guerra. La fine impedì che le enormi potenzialità della produzione bellica statunitense potessero svilupparsi in tutte le loro capacità, con uno sforzo bellico, che partendo dalla esiguità degli organici del piccolo esercito professionista, fu impressionante. In 19 mesi furono inviati in Europa 2 milioni di uomini che formarono 22 divisioni con le necessarie infrastrutture, con un numero di effettivi doppio di quelli di una divisione francese o inglese. Altre due erano in fase di addestramento negli Stati Uniti. Uomini come Marshall, Patton, Eisenhower, Mac Arthur, Mitchell fecero le loro prime esperienze della guerra moderna, ma si può affermare che il ruolo militare degli statunitensi fu scarsamente rilevante, a differenza di quello economico e soprattutto psicologico.

Nel 1918 l'aeronautica ha guadagnato il suo posto nella panoplia delle armi combattenti. Superando scetticismi e pregiudizi ha reso preziosi servizi all'Armée; destinata alla ricognizione dei campi di battaglia in sostituzione della cavalleria, ha esteso la sua missione al bombardamento e ai combattimenti aerei. Quando il 9 maggio 1918 si riunisce a Versailles il Comité interallié d'aviation, per mettere a punto la strategia per l'offensiva aerea sulla Germania, il generale inglese Sykes lucidamente sostiene: "Bisogna costituire una forza aerea interalleata con propri mezzi, autonoma e indipendenza in rapporto alle forze terrestri con un capo unico e con un'unica missione, il bombardamento delle città della Germania". Il generale Duval, che dal luglio 1917 al novembre 1918 reggerà la Direction dell'aeronautica, si oppose recisamente e ribadì che le forze aeree dovevano partecipare alla battaglia terrestre, sotto la guida del comandante in capo. Aggiunse che missione dell'aeronautica non era la distruzione delle città nemiche ma di contribuire alla vittoria finale: "A che cosa servirebbe bombardare Colonia se Parigi cade?". Duval era stato l'organizzatore della "division aérienne" con 370 caccia e 230 bombardieri, in vista della paventata offensiva di primavera. Obiettivo intervento sulle retrovie per alleggerire la pressione sulle linee, attacchi a truppe in movimento, depositi, linee e stazioni ferroviarie. Aveva alle spalle Pétain e Clemenceau che, alla richiesta di rappresaglie dopo un bombardamento di Parigi, aveva dichiarato di non voler: "être un assassin". Della stessa opinione era il generale Lyautey che il 12 marzo aveva ribadito che tutte le azioni di bombardamento delle città tedesche dovevano essere sottoposte all'approvazione del governo. Di diverso avviso era lo stato maggiore germanico in grado di inviare 43 bombardieri su Londra il 20 maggio 1918.

Il pugnace Pierre-Etienne Flandin, sottosegretario di Stato all'Aéronautique militaire e all'Aéronautique navale nel governo Clemenceau, si dichiarò da subito favorevole ai bombardamenti di città nemiche: "Faire sentir au peuple allemand le poids de la guerre". In anticipo sui tempi, in una nota del 25 dicembre 1917 diretta al presidente del Consiglio sosteneva l'autonomia della nuova Arma: "L'aviazione militare e l'aviazione navale giocano un ruolo speciale che è nettamente condizionato dalla partecipazione a operazioni di terra e di mare. Il comandante responsabile dell'una o dell'altra non può avere la libertà di spirito per concepire, preparare e eseguire un piano di operazioni aeree se non è assolutamente indipendente dalle operazioni ingaggiate dall'esercito o dalla marina". Un dato però era certo. L'aviazione alleata non aveva nessuna possibilità di raggiungere Berlino. In una lettera al generale Pershing nella stessa data, schierandosi per il bombardamento tattico, Pétain sosteneva che se l'aviazione da osservazione doveva essere proporzionata alle altre armi, non vi erano limiti per l'aviazione da combattimento che andava sviluppata per rendere cieco il nemico, paralizzando le sue comunicazioni e abbattendo il suo morale. Di certo dall'aprile al giugno 1918 furono lanciate più bombe di tutto il periodo precedente. Il 15 febbraio 1918 in una nota per le grandi unità torna sull'argomento: "I comandanti dei gruppi di grandi unità assicureranno la concentrazione dei mezzi aerei necessari per esercitare una potente azione di demoralizzazione sulle truppe destinate a sostenere l'attacco. […] La sorpresa tattica sarà ottenuta dalla subitaneità dello scatenamento dell'attacco, sia dalla preparazione del bombardamento dell'artiglieria e dell'aeronautica da bombardamento più breve e violenta possibile, sia senza preparazione, a favore della rottura dei carri armati che apriranno la via alla fanteria e all'artiglieria. […] Il ruolo dell'aviazione è della più alta importanza". Sulla stessa linea era una nota del 3° Bureau in data 22 dicembre 1917: "Se i Tedeschi effettueranno sul nostro fronte una grande offensiva vi è un'arma che deve concorrere largamente alla difesa, l'aviazione da bombardamento".

Gli Inglesi erano favorevoli al bombardamento strategico e nella primavera dello stesso anno fu creato l'Indipendent Air Force, un corpo aereo strategico con l'obiettivo di attaccare il territorio tedesco. Il generale Trechard ne fu il maggiore sostenitore, convinto che il potere aereo poteva da solo portare alla vittoria, convinzione che lo accompagnerà per l'avvenire. Il corpo avrebbe operato in assoluta indipendenza sotto la supervisione del governo. Seguendo le orme di Giulio Douhet, che già nel 1912 aveva propugnato una strategia di bombardamento indiscriminato dei centri urbani, il generale sudafricano Smuts, capo del Comitato di gabinetto sull'organizzazione dell'aria e sulla difesa aerea, in un rapporto del 1917 sosteneva: "Potrebbe non essere lontano il giorno in cui le operazioni aeree, con la loro devastazione del territorio nemico e la distruzione su vasta scala dei centri industriali e popolosi, potrebbero diventare la principale operazione della guerra, rispetto alla quale le più antiche forme di operazioni militari e navali, diventerebbero secondarie e subordinate".

In Francia la dottrina nemmeno negli anni a venire ebbe un grande seguito, l'aeronautica patì perdite relativamente modeste, 5000 caduti, in massima parte negli ultimi due anni. Il 21% erano ufficiali con una percentuale non lontana da quella degli ufficiali della fanteria ( 29%). Erano tutti volontari, piloti civili o provenienti da altre armi, alcuni feriti e dichiarati "inadatti a servire nell'arma" di provenienza. 132 piloti che avevano abbattuto almeno cinque aerei si fregiavano del titolo di "as", di essi 32, il 25%, non videro la fine del conflitto. L'undici novembre 1918 l'aeronautica francese schierava 11.836 aerei di cui 3200 da combattimento, 12.000 piloti contro i 1000 del 1914. Intanto, dopo la fine delle offensive tedesche, gli screzi tra Foch, Pétain e Haig continuarono, dovranno intervenire i due governi a favore di Foch per risolverli. Il 14 luglio si ha l'ultima, disperata offensiva germanica tra Château-Thiérry e Massiges su 90 chilometri di fronte ma l'attacco è contenuto. Dopo quelle del 21 marzo, 9 aprile, 27 maggio e 9 giugno è l'ultima offensiva dell'esercito tedesco. Il morale crolla insieme con quello del fronte interno, l'assedio economico si fa asfissiante .

Inizia l'offensiva, anima della quale è Foch, l'esercito tedesco comincia ad indietreggiare, il fronte finalmente si muove in direzione opposta. La superiorità alleata in soldati, aerei, cannoni e carri armati è schiacciante. La logistica è all'altezza della situazione, anche se i consumi sono aumentati a dismisura. La dotazione di munizioni di un battaglione è passata da 123.000 a 142.000 cartucce. Gli Alleati, concentrano truppe, munizioni e rifornimenti in grande abbondanza, aiutati da un eccellente sistema ferroviario. Il parco automobilistico francese è di 90.000 autocarri, stessa cifra per i Britannici, gli Americani arrivano a 40.000. La Germania per tutti i fronti né dispone di 40.000. Il commandant Doumenc, direttore del Service automobile, sosteneva che se le truppe tedesche avessero avuto la ricchezza del'organizzazione logistica alleata avrebbero vinto il conflitto, non era l'unico.

L'otto agosto nella battaglia di Amiens si ha la conferma del peso dell'arma corazzata. In simbiosi con la fanteria scesero in campo 324 carri pesanti e 96 leggeri, con 42 in riserva. Si aggiungevano 96 carri rifornimento e 22 semoventi per un totale di 580 mezzi cingolati. L'effetto morale fu altissimo, l'artiglieria tedesca tenne loro testa validamente, mettendone fuori combattimento il 25%, ma la battaglia fu la prima grande vittoria alleata. "Il giorno più nero dell'esercito germanico in tutta la guerra" lo definì Ludendorff. Hindenburg di rincalzo: "Non mi feci alcuna illusione sulle conseguenze politiche della nostra disfatta".

Il cancelliere a riposo Bethmann- Hollweg, al quale il principe ereditario faceva risalire le maggiori responsabilità per la politica germanica, commentò che: "[Ludendorff] era grande solo nel momento del successo. Se le cose si mettono male perde la bussola". Il Kronprinz, pur stimandone altamente le qualità, riteneva che nell'ultimo periodo del conflitto non aveva valutato lo stato del morale delle truppe e gli addebitava una cattiva scelta dei collaboratori. A fine settembre lo stato maggiore tedesco, analizzata la situazione, riconosce che la guerra è perduta, mentre l'esercito continua a combattere, indietreggiando lentamente, ordinatamente, in perfetto ordine. Hindenburg tristemente si chiede: "Se solamente avessimo qualche divisione fresca, faremmo grandi cose!"

Gli eserciti dell'Intesa schierano 210 divisioni su 530 chilometri di fronte, le perdite continuano ad essere altissime. Secondo Foch dal primo luglio al 15 settembre l'esercito francese aveva perduto 7000 ufficiali e circa 272.000 soldati, l'esercito britannico 7700 ufficiali e 166.000 soldati. Londra, secondo Foch, era: "Incline a dare all'aviazione e ai carri d'assalto un'importanza forse esagerata in rapporto al complesso delle forze combattenti, sarebbe stata disposta a sopprimere alcune divisioni di fanteria" senza il suo energico intervento. La guerra aveva portato a una violenta accelerazione tecnologica, a una violenta scossa alle dottrine militari, ma il fante col suo fucile e il cannone per l'ufficialità alleata restavano sempre la misura di tutto. In una guerra "totale, risolutiva, punitiva, ideologica" come scrive Sergio Romano (6), mentre i generali dell'Intesa preparavano i piani per la campagna della primavera 1919, la pace "scoppia" improvvisa.

Gli alleati della Germania crollano uno dopo l'altro, dopo l'armistizio di Salonicco del 29 settembre con la Bulgaria, di Mondros del 30 ottobre con l'Impero ottomano, si ha la grande vittoria di Vittorio Veneto, snobbata in Francia, Gran Bretagna e dagli intellettuali d'accatto italiani, segue l'armistizio di Villa Giusti del 4 novembre con l'Austria-Ungheria.

La Germania resta sola, si arrende.

La caduta del morale dell'esercito tedesco, provocata anche dal crollo dell'impero austriaco e dalla minaccia d'invasione italiana della Baviera che aveva portato il generale Groener, nuovo capo di stato maggiore, a dichiarare: "La caduta dei nostri alleati è avvenuta con rapidità inattesa […] i nostri nemici hanno ormai la libertà di accerchiarci ai nostri stessi confini cosicché la resistenza potrebbe avere solo breve durata", non era stata percepita dai generali alleati. Foch, in una riunione tenuta il 4 ottobre 1918 con il ministro americano della Guerra pianificava la campagna del 1919, il successivo 18 Haig sosteneva che la Germania poteva resistere per tutto l'anno successivo. Pudicamente il generale francese Herr scrive: "Mais les événements vont marcher à plus vive allure que ne le prévoit le Commandement". I generali anglofrancesi si fanno sorprendere anche dallo "scoppio" della pace.

Da queste valutazioni nasceva il giudizio di Lloyd George, definito da Ritter "mente geniale ma discontinua", sui generali britannici. Scriveva nelle sue Memorie edite nel 1938: "[…] come l'incredibile eroismo dell'uomo comune venisse dissipato per rimediare all'incompetenza di gente addestrata all'inesperienza (perché sono stati davvero addestrati ad essere inesperti nel padroneggiare le reali situazioni della guerra moderna) […] ad una strategia angusta, egoista e priva di immaginazione e all'allucinante carneficina di offensive inutili e insensate". In verità si era già pronunciato nel 1915 dopo le sconfitte a Gallipoli e in Mesopotamia. Alla Camera dei Comuni il 20 dicembre dichiarò: "Troppo tardi nel muoversi qui, troppo tardi nell'arrivare là. Troppo tardi nel prendere la decisione giusta, troppo tardi nell'avviare l'operazione, troppo tardi nel prepararsi! In questa guerra le forze alleate sono sempre state tallonate dallo spettro beffardo del -troppo tardi- e, se non accelereremo i nostri movimenti, sulla sacra causa per cui tanto eroico sangue è stato versato cadrà la maledizione".

Più domande si pongono: In quale contesto socio-culturale maturò la classe militare anglofrancese? Perché nulla cambiò nel secondo conflitto mondiale? Quando una classe militare fallisce, il fallimento non è di tutto il paese che tale classe ha generato? Dall'otto all'undici novembre si svolgono trattative di pace, il conflitto finisce a Rethondes nella foresta di Compiègne alle 5 di mattina del giorno undici. alla presenza di Foch, commandant en chef des armées allieès, stipulant au nom des puissances alliées et associées, assistito dall'ammiraglio Wemyss, First Sea Lord da una parte e il segretario di Stato Erzberger, presidente della delegazione germanica, munito di poteri regolari e agente in nome del cancelliere germanico, l'inviato straordinario e ministro plenipotenziario conte von Oberndorff, il maggiore generale von Winterfeldt, il capitano di vascello Vanselow dall'altra. In 13 pagine con 34 articoli ripartiti in sei capitoli sono stabilite le condizioni della resa. La durata dell'armistizio è fissata in 36 giorni, con facoltà di prolungarla.

La guerra iniziata in un inutile bagno di sangue finisce in un inutile bagno di sangue. Foch il giorno della vittoria alle ore 5,15 emana un comunicato: "Le ostilità sono finite su tutti i fronti a partire dall'11 novembre ore 11 (ora francese). Le truppe alleate non supereranno più, sino a nuovo ordine, la linea raggiunta a quella data e a quell'ora". In pratica dopo il comunicato non si spara più un colpo. Il generale Gouraud, comandante della quarta armata, dalla quale dipendeva la 163° divisione, il giorno nove aveva ordinato: "[…] sorvegliare l'attività del nemico per approfittare di tutte le occasioni favorevoli per superare il fiume e stabilirsi solidamente sulla riva destra, limitandosi a tallonare il nemico, all'occorrenza, con elementi leggeri […], ma l'ordine nella stessa data del generale Marjoulet, comandante del dipendente 14° corpo d'armata, era stato invece perentorio: "[…] La 163° divisione supererà la Mosa e occuperà Vigne-Meuse, […] operazione da eseguire con urgenza senza lasciarsi fermare dalla notte". La divisione subì nei giorni nove, dieci e undici novembre nel passaggio del fiume e nell'occupazione di Vigne-Meuse dure perdite, ammontanti a 96 caduti e 198 feriti. Il 415° reggimento di fanteria, che è fronteggiato da un reggimento fucilieri della Guardia, ha 69 morti e 97 feriti. Il problema che si pone è se il passaggio del fiume, operazione tecnicamente sempre difficile, era alla luce degli avvenimenti necessario, se i morti erano necessari. Augustin Trebuchon, classe 1878, decorato della Croce di guerra, staffetta della 9° compagnia del 415° reggimento della 163° divisione, trafitto da una palla nel cranio alle ore 10,50 del giorno dell'Armistizio, risulterà morto il giorno precedente. Nell'État des officiers et hommes de troupe du 415° régiment d'infanterie tués à l'ennemi aux divers combats de 1914 à 1918, non risultano morti il giorno dell'armistizio. Sul monumento eretto dopo 10 anni a quei Morti è scritto: "La vera tomba dei morti è il cuore dei vivi".

Lo stato maggiore dell'Armée in un comunicato dell'11 novembre ore 15 proclama: "All'est della foresta di Trellon, abbiamo raggiunto la frontiera belga. Dopo duri combattimenti abbiamo forzato il passaggio della Mosa tra Vigne e Lumes". Di certo l'auspicato sfondamento, la classica manovra che porta alla vittoria, non si verifica, di certo la rotta delle truppe germaniche non avviene. A posteriori la firma dell'armistizio, mentre le operazioni belliche si svolgevano in territorio francese, fu giudicata un errore. Pétain vi si oppose risolutamente, si scrisse che, non essendo riuscito a convincere Foch, abbia pianto. Nella prefazione a un'opera di Andrè Fribourg La victoire des vaincus, edito nel 1938, scriveva: "Due errori iniziali, essenziali furono commessi e pesano pesantemente sull'avvenire. Nel novembre 1918 l'armistizio fu firmato su territorio francese, mentre bisognava occupare una parte del territorio tedesco. Inoltre fu permesso all'esercito tedesco sconfitto di tornare in Germania senza capitolare e senza abbandonare le sue armi". Su questa tesi concordavano in molti.

Il generale Pershing comandante del contingente americano in Francia, del quale solo un terzo era stato impiegato: "Suppongo che la nostra campagna sia conclusa ma quale enorme differenza avrebbe fatto qualche giorno ancora di guerra […] La mia paura è che la Germania non abbia capito di averle prese. Se ci avessero dato un'altra settimana, glielo avremmo fatto capire". Un suo subordinato, il capitano Patton, che si metterà in luce nel secondo conflitto mondiale, nel suo diario: "Mi ricordavo del 1918, quando ci eravamo fermati troppo presto" (7). Concordava Jean-Henry Mordacq, consigliere militare nel gabinetto Clemenceau, messosi in luce nel 1912 con un pregevole trattato di strategia: La Stratégie-Historique. Évolution, in un articolo sulla Revue des deux mondes Pouvait-on signer l'armistice à Berlin? A questo gruppo di militari, spinti forse nei loro giudizi e dal desiderio di infliggere una decisiva sconfitta all'odiata Germania e di aggiungere luce alla loro biografia, va aggiunta la stampa che in massima parte sosteneva: "Les boches sont toujours les boches", Urban Gohier su La Vieille France scriveva: "La guerra doveva durare un mese in più e la Germania, avendo visto le sue armate annientate, avrebbe capitolato senza condizioni", Bainville: "L'armistizio è un errore di valutazione. Bisogna disarmare la Germania e fare la pace sul tamburo". Per finire, Guy Pedroncini, storico accreditato valutava l'arresto dell'offensiva uno dei più grandi errori della guerra.

Nell'ultimo mese di guerra, le opinioni erano diverse. Clemenceau sosteneva che se la Germania era stata definitivamente battuta non andava più sacrificato nessun uomo, Foch: "Si fa la guerra solo in vista dei suoi risultati: se i tedeschi osservano le clausole dell'armistizio così come è stato firmato, siamo garantiti sui risultati. Se questo è un fatto acquisito, nessuno ha il diritto di far versare ancora una sola goccia di sangue. […] Non abbiamo il diritto di giocare sulla vita di un solo uomo". Aggiungeva in una lettera a un congiunto del 21 novembre 1918: "Io dovevo risparmiare il sangue che si sarebbe versato con la continuazione delle ostilità. Ho firmato". Su tutti incombeva il peso dell'opinione pubblica, sfinita dalla guerra e stanca della continuazione del massacro.

In Germania negli ambienti della Destra nasceva il mito della "Dolchstoß", la pugnalata alle spalle, che avrebbe costretto alla resa l'invitto esercito, il primo a sbandierarla fu Ludendorff. Gli si accoda il caporale Hitler, tre volte ferito e decorato della Croce di ferro di prima classe, che nel suo Mein Kampft sostiene: "Il veleno giunto dal paese cominciava a spandersi dappertutto, l'entusiasmo che un tempo veniva dal paese era completamente mancante. Regnava da lungo tempo nell'aria qualcosa di indefinibile e di ripugnante". Un soldato indipendente nei giudizi, Heinz Guderian nel suo Achtung-Panzer! rifiuta questa tesi riconoscendo la sconfitta militare, pur definendo "nefasto" il trattato di Versailles.

Il vincitore della guerra fu il poilu, con la sua volontà di non arrendersi, di affrontare sacrifici inenarrabili. Churchill scrisse parole ammirate: "Nulla di confrontabile a questo massacro concentrato fu subito da alcun altro esercito combattente in così breve tempo, neppure includendo il primo disastro russo né la fase finale sul fronte occidentale nel 1918. Che l'esercito francese sia sopravvissuto a questo spaventoso salasso, ai madornali errori di valutazione che lo provocarono e alle lunghe e tormentose ritirate cui dovette piegarsi, pur mantenendo le sue qualità combattive, è la più grande prova di virtù marziale e di devozione che la storia ricordi". Ancora oggi si stenta a capire come i poilus abbiano potuto resistere nell'inferno di Verdun. Il valore non fu però appannaggio di un solo esercito. "La qualità degli uomini che dovettero combattere contrasta con quelli dei generali che dettero gli ordini […] Il soldato sconosciuto fu l'eroe della prima guerra mondiale" scrive lo storico inglese A.J.P. Taylor. Quando Clemenceau comunicò ai deputati che la guerra era finita le sue parole furono alate: "La Francia, ieri soldato di Dio, oggi soldato del Diritto, sarà sempre soldato dell'ideale". L'Undici Novembre, il giorno in cui la Chiesa celebra l'apostolo dei Galli san Martino, diventerà una data indimenticabile, si avvicina per importanza a quella del Quattordici Luglio.

La guerra portò a una straordinaria evoluzione negli armamenti, fu una prova durissima. Limitandosi all'Armée i dati sono impressionanti. A fine guerra la fanteria aveva un milione di effettivi, mentre l'artiglieria era salita a 600.000. Le mitragliatrici nel 1914 erano 2000, nel 1918 18.000 e i fucili mitragliatori, inesistenti nel 1914, erano stati prodotto nel numero di 48.000. L'artiglieria di campagna scese da una percentuale del 93% al 41% nel 1918, anche se i 75 da 3900 salirono a 5600 con un aumento della gittata da otto a 11,4 chilometri. L'artiglieria pesante, che all'inizio della guerra era stata snobbata, passò da 300 a 5200 pezzi, l'artiglieria pesante a grande gittata, inesistente all'inizio del conflitto, arrivò a 404. Le armi che rivoluzioneranno le guerre dell'avvenire, carri armati e aerei, classici esempi di tecnologie emergenti,hanno uno sviluppo immaginabile. 162 aerei nel 1914, 11.836 nel 1918, i carri nello stesso anno erano 3400. L'undici novembre 1918 l'aeronautica francese schierava 11.000 aerei di cui 3200 da combattimento, 12.000 piloti contro i 1000 del 1914.

I veicoli automobilistici passarono da 9000 a 88.000, con conseguenti problemi per il carburante. I cavalli impiegati erano stati 1.730.000, i muli 150.000. Per un idea dello sforzo va ricordato che nel 1913 gli equini erano 3.220.000, solo nel primo agosto di guerra furono requisiti 730.000 cavalli in Francia e 20.000 in Algeria, ai quali vanno aggiunti altri 30.000 acquistati all'estero. Ne morirono 758.000. Per le trasmissioni il capitano Chaduc calcola in quelques centaines i telefoni in dotazione nel 1914, 210.000 nel 1918. Sul consumo di munizioni sembra inutile dilungarsi. È sufficiente ricordare che i 75 spararono nel corso della guerra 1.375.000 colpi.

Questi dati sono alla base delle trasformazioni tattiche di una guerra diversa da tutte quelle che l'avevano preceduta. Iniziò come guerra di grandi offensive, continuò con la corsa al mare che si trasformò, con l'interramento degli eserciti, in una guerra ossidionale che terminerà solo negli ultimi mesi quando eserciti psicologicamente incrostati dal fango delle trincee, passeranno a decisive offensive. Si passa dall'attacco all'arma bianca dei primi mesi ai bombardamenti brevi e insufficienti per penuria di munizioni dell'inverno 1914-1915, alle battaglie sempre più prolungate nel tempo e nello spazio, precedute da interminabili bombardamenti, con Verdun summa di tutte le battaglie, per arrivare agli ammutinamenti, all'avvento del carro armato e del sommergibile, alla tattica dell'infiltrazione, al crollo per fame e stanchezza della Germania. Si scrisse che solo l'ultimo soldato sulla Manica e sul confine svizzero aveva un fianco libero.

La Grande Guerra fu una rivoluzione a tutti gli effetti. I popoli ne uscirono dolorosamente trasformati. Iniziò la lenta decadenza dell'Europa che continuerà, inarrestabile nel secondo conflitto mondiale, cominciò ad affermarsi la potenza, che diventerà planetaria, degli Stati Uniti d'America, in Russia il bolscevismo prese il potere con la violenza, lo conservò con la violenza e finì miseramente senza violenza, con un processo di implosione di cui la storia non ricorda precedenti. Passò alla storia come una guerra di soldati, combattuta in massima parte sui fronti europei e nell'Atlantico. Fu una guerra orribile ma che si svolse in ambienti non densamente urbanizzati, ai popoli, con la tragica eccezione degli Armeni, furono risparmiate le estreme violenze del secondo conflitto mondiale quando gli innocenti diventarono oggetto di genocidi, stragi, fucilazioni di massa, torture, rappresaglie, deportazioni, lavoro coatto, bombardamenti terroristici.

I Soldati (il maiuscolo è d'obbligo) sopravvissuti, la "generation du feu", tornarono alle loro case molti segnati nella carne altri nello spirito. Nasceva la "generazione perduta", la "lost generation", accanto a una generazione di giovanissimi che anelava alla guerra ma non riuscì a farla. Molti, moltissimi non tornarono.

Tra le vite perdute vi era quella del tenente Edward Mackintosh che scriveva al padre di un Caduto: "Lei era solo il papà di David, ma io avevo cinquanta figli, siamo usciti di sera sotto l'arco dei cannoni, e siamo tornati al tramonto. Oh Dio! Li ho sentiti invocare aiuto e pietà da me, che non potevo far nulla. Oh, non vi dimenticherò mai, uomini miei che confidavate in me, più figli miei che dei vostri padri perché loro vi hanno visto soltanto infanti inermi e giovani vigorosi. Non vi hanno visto morire, non vi hanno abbracciato mentre spiravate". Morirà a Cambrai, il corpo non fu ritrovato, il nome è inciso nella lapide del monumento ai caduti di Arras con altri 35.289.

Non era stata una guerra "fraîche et joyeuse".

Note

1. Masson, Philippe. Histoire de l'armée française de 1914 à nos jours. Paris 1999. [torna su]

2. Rhodes A. D'Annunzio the poet as superman. New York 1959. [torna su]

3. Mangin, général. Comment finit la guerre. Paris 1920. [torna su]

4. Bugnet, Ch. Rue Saint-Domenique et G.C.Q. Paris 1937. [torna su]

5. Mayer Émile. La psychologie du commandement avec plusieurs lettres inédites du Maréchal Foch. Paris 1924. [torna su]

6. Romano, Sergio. Confessioni di un revisionista. Milano 1998. [torna su]

7. Patton, George S. Jr. Patton generale d'acciaio. Come ho visto la guerra. Milano 2002. [torna su]

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