It.Cultura.Storia.Militare On-Line
invia stampa testo grande testo standard
Bookmark and Share
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: I GM]
La Grande Guerra sul fronte francese (parte III)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
[torna indietro]
Capitolo terzo

1915. L'anno della frustrazione.
D'un désastre à l'autre.
André Corvisier

- La trincea
- La Croix de guerre
- La censura
- Le inutili offensive
- Le mitragliatrici
- L'artiglieria
- Weight of metal
- La cavalleria
- I gas
- Il potere civile e i militari
- Gli "orientalisti"
- Il pensiero dei generali

All'inizio del 1915 l'alto comando sognava ancora grandi battaglie, manovre avvolgenti, sfondamenti, penetrazioni in profondità, cavalleria lanciata all'inseguimento, sciabola in pugno. Invece gli eserciti interrati cominciarono a costruire linee fortificate sempre più estese in profondità. Nasceva la trincea che aveva caratterizzato le guerre ossidionali, un "fossé large et profonde […] un pénible séjour que l'ésprit de sacrifice et le patriotisme du soldat permettent d'accepter" nel quale il soldato si defila, si ripara, si nasconde nel convincimento che addestramento, coraggio, motivazioni nulla possono contro i nuovi armamenti. L'Armée la considerò sempre provvisoria, sempre in fiduciosa attesa della sospirata, vittoriosa offensiva ad oltranza. Si dovrà arrivare al 24 dicembre perché venga emessa una Istruzioni sui lavori di campagna per uso delle truppe di tutte le armi.

Nei manuali britannici si dava maggior peso alle opere fortificatorie. Già il Texbook of fortification and military engineering del 1886 impartiva minute disposizioni per le opere di trinceramento, specificandone la profondità e la larghezza, precisando che i soldati dovevano piazzarsi a due passi di distanza tra loro e che gli attrezzi dovevano essere scrostati e ripuliti dopo l'uso. All'inizio del conflitto era previsto che soldati e sottufficiali avessero in dotazione un attrezzo atto allo scavo. Si precisava però che: "Il trinceramento dovrà essere impiegato solo nei casi in cui essendo impossibile ogni ulteriore avanzata […] gli sforzi della truppa debbano essere limitati al consolidamento delle posizioni conquistate. Il movimento in avanti dovrà essere riassunto il più rapidamente possibile". Le disposizioni si estendevano anche ai reticolati, fu l'esercito britannico ad usarli per la prima volta nella guerra del Transvaal lungo le vie di comunicazione e le strade ferrate, per impedire ai guerriglieri boeri colpi di mano e sabotaggi.

La trincea, con molta approssimazione, era un fossato profondo più di un metro e ottanta e largo un metro e venti con un reticolato profondo più metri. Il parapetto era protetto da sacchi di sabbia per circa 30 centimetri con apposite feritoie. All'interno vi era un gradino per il tiro e sul lato opposto piccole nicchie nelle quali erano conservati razzi di segnalazione, munizioni, bombe a mano, oltre alle piccole cose necessarie per la vita di ogni giorno. Erano inoltre scavati ingressi a rifugi sotterranei di grandezza e protezione diversa. La trincea era ogni 10/15 metri "spezzata" da angoli o curve che impedivano il fuoco d'infilata e attutivano la rosa della deflagrazione di proiettili d'artiglieria. A circa 50 metri correva una seconda linea nella quale i "poilus" si rifugiavano durante i bombardamenti. Vi era poi a 150/200 metri una terza linea, detta di sostegno. A circa tre chilometri dalla prima, in una trincea di riserva, generalmente fuori dal tiro dell'artiglieria nemica, erano sistemati i comandi e le riserve. Una serie di camminamenti a zig zag, univa le linee, per permettere un rapido arrivo di rinforzi in caso di sfondamento. A tutto questo, si arrivò attraverso sanguinose esperienze, la dottrina francese, ma non fu la sola, non aveva preso in esame la situazione bellica creatasi. Dall'altra parte Falkenhayn sosteneva che: "Il passaggio alla guerra di posizione non fu prodotto da una libera decisione del capo di SMG ma sotto la dura pressione della necessità".

La descrizione di una trincea resta un'asettica descrizione tecnica. Quella vissuta dai soldati è diversa: "Fango, pulci e pidocchi, pattuglie nella terra di nessuno, vivandieri che portavano il rancio di notte; squadre di lavoro e squadre di becchini, morti su morti, uccisi dalle granate, dalle bombe e dai cecchini; improvvisi bombardamenti, incursioni e piccole scaramucce; ore di freddo e di pioggia, di noia e di disagi, punteggiate da minuti di pericolo mortale. […] La terra ulcerata cosparsa dei cadaveri gonfi e anneriti di centinaia di giovani […] il fetore nauseabondo della carne imputridita […] Melma densa come porridge, trincee come crepe superficiali e traballanti in un porridge, un fetido porridge sotto il sole. Sciami di mosche e di mosconi che si posano a grappoli sulle buche rigurgitanti di escrementi. Feriti abbandonati nei crateri fra i cadaveri putrescenti: inermi sotto il sole cocente e le notti pungenti, sotto l'incessante pioggia di granate. Uomini sventrati, senza polmoni, con la faccia accecata, spappolata, le membra saltate in aria. Uomini che gridano e farfugliano. Uomini feriti che agonizzano sui reticolati, finché un getto pietoso di fuoco liquido non li accartoccia come mosche su una candela". Ma, concludeva l'ufficiale nella lettera riportata da Martin Gilbert: "Queste non sono che parole e probabilmente trasmettono a chi legge solo un frammento del loro significato. Un brivido ed è tutto dimenticato" (1). A queste parole non si possono aggiungere parole.

I soldati, la cui vita è completamente separata dal mondo esterno, sopravvivono, non crollano psicologicamente, solo perché nella stretta vita in comune si sviluppano, nello sforzo comune di sopravvivenza, legami invisibili come il cameratismo, la fiducia, la coesione, la solidarietà che portano alla sicurezza di non essere abbandonati se feriti e al coraggio di rischiare la vita per aiutare un compagno. Si sviluppa l'argot un nuovo linguaggio. Lo zaino è chiamato armoire a glace o azor, il rifugio cagna, il caduto amoché, il vino antidérapant o aramon se rosso, le decorazioni accroche-coeurs, il soldato bourguignon e l'elmentto bourguignette, le cartucce del fucile pruneau o abeilles, calendriers le granate a mano e, infine, la carne in scatola singe: "sans appétit, pour passer le temps, nous entamions une boîte de singe" in attesa della battaglia, scrive un combattente (2). "Trincerarsi e tenere" ordina Moltke a circa 40 giorni dall'inizio delle ostilità.

La necessità nasceva dall'offensiva russa, che, col suo mitico "rullo compressore", costituiva una minaccia impellente sul fianco orientale. La linea difensiva progettata doveva essere fortemente attrezzata e su di essa bisognava resistere ad oltranza, riconquistandola con immediati contrattacchi ad opera di riserve subito affluite in caso di sfondamento. Il principe ereditario di Baviera Rupprecht, che all'inizio del conflitto era comandante della sesta armata schierata a difesa della Lorena, era decisamente contrario ad una seconda linea difensiva in quanto i soldati avrebbero resistito sulla prima con minore determinazione. Non diversa era l'opinione del francese Sarrail. Dopo le prime vittoriose battaglie difensive, la profondità dei reticolati fu raddoppiata o triplicata e le mitragliatrici sistemate, con accurata precisione, in appostamenti a forma di V. I reggimenti su tre battaglioni avevano in dotazione all'inizio delle ostilità tre sezioni di mitragliatrici su due armi, riunite in una compagnia mitraglieri o assegnate ai battaglioni, spesso portate in avanti per creare nuove sorgenti di fuoco. Successivamente, alla luce delle esperienze maturate e del pericolo rappresentato dallo strapotere dell'artiglieria alleata, fu potenziata la costruzione di una seconda linea fuori dal tiro dell'artiglieria. Si stabilì anche il principio che, ove possibile, la linea fosse costruita su posizioni in declivio dalla parte opposta a quella del nemico. Resta il fatto che nemmeno lo stato maggiore generale germanico prese in esame nei suoi manuali d'anteguerra la battaglia difensiva nella guerra di posizione e fu solo nel gennaio 1915 che Falkenhayn, generale a 53 anni, ne fece oggetto di studio in due promemoria.

I soldati di quest'esercito passeranno, fin quasi alla fine della guerra, di vittoria in vittoria, (Tannenberg 1914, che il generale francese Dupont definirà: "una delle più belle vittorie della guerra", Champagne e Artois 1915, Gorlice-Tarnoz 1916, campagna di Romania e Caporetto 1917, sfondamenti fronte occidentale 1918), generando lo strano fenomeno di un esercito che vinse le battaglie, combatté sempre fuori dei confini nazionali e perse la guerra. Per gli atti di valore esisteva dal 1802 l'ordine della Légion d'honneur a cui si aggiunse dal 1852 la Médaille militaire e, per i reggimenti, le citazioni all'ordine del giorno, ma i prime due avevano un carattere elitario che si voleva conservare. Maurice Barrès pubblica un articolo su L'Écho de Paris del 27.11.1914 richiedendo la: "création d'une nouvelle récompense militaire, d'une medaille de bronze pour que le chef puisse décorer ses plus braves soldats sur le champ de bataille après chaque affaire"; nel successivo dicembre, su proposta di un gruppo di deputati, si istituisce una medaille de la valeur militaire, la Croix de guerre identica alla Medaille de Sainte-Hélène del 1857 voluta da Napoleone Terzo per onorare gli ultimi veterani della Grande Armée. La medaglia in bronzo è destinata a: "commémorer depuis le début de la guerre de 1914-1918, les citations individuelles pour faits de guerre", come si legge nella legge promulgata l'otto aprile 1915, dopo circa un anno la decorazione fu assegnata anche alle bandiere dei reparti più valorosi. La prima unità a riceverla fu il 152° Régiment d'infanterie. Con un diametro di 37 mm raffigurava la testa di Marianne, simbolo della Francia e, sul retro, l'iscrizione 1914-1915 modificata ogni anno fino alla fine del conflitto. Il nastro era verde, col perimetro rosso e con cinque strisce dello stesso colore. La Croix era portata in permanenza anche sul campo di battaglia sulla sinistra del petto. Con la stessa poteva essere onorata una città, la prima fu Dunquerque nell'ottobre 1917 e, particolare curioso, un animale, come il piccione viaggiatore Le Vaillant, ultimo ad essere lanciato dall'assediato forte Vaux il quattro giugno 1916.

Il 1915 è un anno di grandi avvenimenti. Nella prima parte che va sino alla primavera si svolgono piccole operazioni. Costano molto con risultati modesti. Si evidenzia la ristrettezza del fronte attaccato che permette l'afflusso di riserve, la mancanza di rapidità nella successione degli attacchi, l'invulnerabilità dell'artiglieria tedesca, per l'insufficienza dell'artiglieria pesante, che permette di concentrare il fuoco sulle fanterie all'attacco. Nell'aprile si crea la Section photographique de l'Armée (SPA) che nel 1917, si fonde con la Section cinématographique de l'armée (SCA). L'idea nasce al ministero degli Affari esteri per controbattere la propaganda iniziata nel 1914 del Verkehrsbureau germanico nei paesi neutrali (3).

Nel giugno Joffre con molto buon senso inutilmente richiede, sostenuto da Foch, Castelnau e Dubail, un comando unico alleato. La cosa si esaurirà in una generica dichiarazione dei rappresentanti degli eserciti alleati riuniti a Chantilly il sette luglio: "Quello fra gli eserciti alleati che dovesse sopportare il maggior peso delle forze nemiche aveva il diritto di poter far conto su un'energica offensiva da parte degli alleati". Nello stesso mese quando il suo giornale L'Homme libre fu sospeso per sei giorni, Clemenceau, furente, tuonava: "Hanno soppresso questa mattina un passaggio del mio articolo ove osavo sostenere che il paese aveva diritto a delle spiegazioni. Questo mi rende feroce. Non trovo parole per qualificare questa gente". Il sequestro della stampa era una prassi consolidata da parte dello stato maggiore a differenza di quella britannica che godeva di grande libertà. Il maresciallo Haig osservava nelle sue Memorie: "La mia politica è sempre stata di lasciarle la mano libera, di autorizzare i giornalisti a vedere tutto, a parlare con tutti a scrivere ciò che loro piace, a condizione di non rivelare informazioni utili al nemico".

Nell'autunno seguono sanguinose offensive nella Champagne e nell'Artois, vittorie tedesche sul fronte orientale, uso di nuove armi, lanciafiamme e gas, ritenute risolutive, tentativo di forzare i Dardanelli che portò alla caduta del governo Viviani, entrata in guerra dell'Italia, sbarco alleato a Salonicco, affondamento del Lusitania portato ad esempio della malvagità teutonica. Aprendo una parentesi va osservato che in tutte le guerre gli eserciti più forti sono sempre i più "malvagi". Ma il corso della guerra non cambia.

Marie-Émile Fayolle, generale di brigata in pensione dal maggio 1914, uno dei tanti generali francesi che, come Pétain, la guerra strappò all'anonimato, richiamato in servizio dichiarò il 31 dicembre 1914: "Addio 1914 e viva il 1915 che sarà l'anno della vittoria". Il 22 febbraio successivo afferra la tragedia che si va addensando: "La guerre peut durer des années". L'inossidabile Joffre, che alla vigilia della battaglia di turno sostiene con fede immutabile: "C'est la bataille décisive", dettò le norme per gli attacchi, che dovevano essere seguite scrupolosamente. Meticolosa organizzazione, preparazione minuziosa, accurato studio del terreno da parte dei comandanti dei battaglioni e delle batterie, fuoco, che doveva battere tutti gli obiettivi, prolungato nel tempo. Stabilì l'estensione del fronte d'attacco, da effettuarsi in ordine chiuso su un'unica fila con: "Un'azione immediata e simultanea di tutti gli elementi incaricati dell'attacco […] ciascuno non avendo altro che da marciare dritto davanti a sé al segnale d'attacco. […] La linea d'attacco s'avanzerà sino alla prima trincea, vi getterà delle granate, quindi la supererà e proseguirà risolutamente il movimento in avanti sotto la protezione degli sbarramenti d'artiglieria, lasciando a gruppi di granatieri sostenuti da qualche unità designata precedentemente il compito di scendere nelle trincee, di effettuare il rastrellamento e di installarvisi […] Le mitragliatrici si porteranno su questa trincea sin dalla sua occupazione, in previsione di arrestare i contrattacchi e di affermare il possesso del terreno conquistato".

La fanteria non riusciva neppure ad arrivare all'altezza della prima trincea da conquistare. Gli attacchi furono reiterati, applicando sempre le stesse metodiche: bombardamento d'artiglieria prolungato nel tempo, nello spazio e nel numero delle bocche da fuoco, seguito da attacchi della fanteria. Si introduce il fuoco indiretto che colpisce obiettivi situati oltre la linea delle trincee, l'impiego di osservatori aerei, il concetto di dividere in due il campo di battaglia con un fuoco di sbarramento che impedisca l'affluire di rinforzi, si fanno avanzare i fanti nel corso del bombardamento in modo da arrivare sulla trincea mentre i difensori sono rifugiati nei ricoveri. Essenza di tutti questi principi era l'urto alla baionetta, il colpo d'ariete e non il fuoco accompagnato dalla manovra. Non si afferra che un bombardamento prolungato è l'antitesi della sorpresa. Il risultato fu condensato da Corvisier: "D'un désastre à l'autre".

La fanteria ha in dotazione una nuova arma il Fusil Mitrailleur modèle 1915 C.S.R.G. dalle lettere iniziali dei quattro produttori: Chauchaut, Setter, Ribeyrolles e Gladiator, meglio conosciuto come Chauchat, definito "famigerato" dallo storico Bruce Gudmundsson (4) e "exécrable"da Alain Bru, mentre Jean Huon se la cava con "l'arme est rustique" (5). Era un calibro 9 mm, con un peso abbastanza contenuto, kg.9,15, che sparava con caricatori da 25 colpi, a colpo singolo o a raffica. A fine guerra ne erano stati prodotti 48.000, ma le prestazioni furono mediocri nato com'era da urgenti necessità belliche. Nell'esercito britannico nel 1915 era stato raddoppiato il numero di mitragliatrici pesanti Colt da due a quattro per battaglione, nel febbraio 1916 le Colt furono rimpiazzate dai fucili mitragliatori Lewis estremamente più leggeri che accompagnavano i reparti negli attacchi e subito potevano essere piazzati per la protezione delle trincee conquistate. L'arma progettata negli Stati Uniti prima dello scoppio del conflitto e adottata anche dall'esercito belga, pur con lo svantaggio di essere troppo pesante per un fucile mitragliatore, era affidabile e popolare anche nell'esercito germanico tanto che, secondo Gudmundsson, le unità d'élite la preferivano. La Lewis, rimasta in servizio fino alla fine della seconda guerra mondiale, è l'arma con cui Robert Jordan, protagonista di Per chi suona la campana, spara l'ultima raffica della sua vita.

I Tedeschi erano stati i primi ad afferrare l'importanza della mitragliatrice pesante alle quali nel 1917 fu sostituito il pesante treppiede con uno più leggero, rendendole così più trasportabili, ma solo a metà del 1916 dotarono le truppe di mitragliatrici leggere. Si trattava della Madsen, un'arma di bottino bellico, in dotazione ai Russi che l'avevano acquistata in grosse quantità dalla Danimarca. Convertita nel calibro delle cartucce in dotazione (7,92 mm), dotata di un bipede sparava a colpo singolo o a raffiche. Finalmente nel dicembre1916 venne introdotta una mitragliatrice leggera di fabbricazione germanica la 08/15, montata su un bipede, che aveva molte caratteristiche delle mitragliatrici pesanti Maxim, come la canna raffreddata ad acqua. Più pesante delle altre mitragliatrici leggere era in grado di sparare lunghe raffiche per non brevi periodi.

La dottrina, maturata nel corso delle operazioni, diede un peso sempre più grande all'artiglieria, si afferma il principio: "L'artiglieria conquista, la fanteria occupa". Non si afferra il concetto che le bocche da fuoco, sparando da tre o quattro chilometri, non erano in grado di distruggere completamente i reticolati e di neutralizzare tutte le mitragliatrici. Fu un errore imperdonabile, che i Tedeschi non seguirono nella primavera 1918. Joffre, col suo inguaribile ottimismo, dichiarò che avrebbe "rosicchiato" il nemico, un nemico di 60 milioni contro 40. Inconsciamente applicava il principio dell'Ermattungs-strategie", strategia dell'attrito teorizzata da Hans Delbrück nella sua Storia dell'arte della guerra, in contrapposizione alla Niederwerungs-strategie, strategia dell'annientamento.

I generali dell'Armée, seguiti da quelli inglesi, sempre alla ricerca della vittoria decisiva, continuavano ad enfatizzare quello che chiamavano il "weigh of metal", il peso dell'artiglieria, con il quale polverizzare le difese tedesche. Nel 1915 nelle battaglie della Champagne e d'Artois si schiera un pezzo da 75 ogni 30 metri, un pezzo pesante ogni 36 metri. Nel 1916 alle Somme un pezzo da 75 ogni 34 metri, un pezzo pesante ogni 28 metri, ai quali si aggiungono un pezzo di A.L.P.G. ogni 120 metri. Nel 1917 sull'Aisne un 75 ogni 20 metri, un pezzo pesante ogni 21 metri. A Verdun un pezzo ogni sette metri e nella battaglia delle Fiandre un pezzo ogni 6,50 metri. Nei dati non sono conteggiati le bocche da fuoco dell'artiglieria da trincea. Le riserve accumulate ammontavano a 24 milioni di proiettili da 75 e 9 milioni per l'artiglieria pesante. Patton sosteneva: "Più un esercito è incapace di combattere, più ha bisogno dell'artiglieria".

L'adattamento dell'Arma alla "nuova" guerra è difficile. Deve studiare e risolvere problemi nuovi. Il tiro nella guerra di posizione assume grande importanza, si spara di notte contro obiettivi che non si vedono, ci si accorge che le carte dell'État-major a 1/80000 e a 1/50000 sono insufficienti, mancano carte più precise, lo stesso avviene per le tavole da tiro per le quali il ministero della Guerra è costretto a procedere a una generale revisione, ci si accorge che i metodi di tiro non tengono conto della pressione e delle condizioni atmosferiche, del vento, della temperatura. Il peso dell'arma aumenterà per tutta la guerra. Nasce la nuova dottrina di guerra. L'Instruction du 20 novembre 1915 sur l'emploi de l'artillerie lourde e l'Instruction du 16 janvier 1916 visant le but et les conditions d'une offensive d'ensemble. Si organizza il Service des renseignements d'artillerie (S.R.A.) che raccoglie i dati utili.

Da un prospetto del generale Maitre si hanno i dati relativi al dispiegamento dell'artiglieria pesante.
Champagne 20/12/1914-25/3/1915: pezzi 109.
Woëvre aprile 1915: 361.
Arras 9/5-16/6/1915: 340.
Arras 25/9/1915: 400.
Champagne 25/9/1915: 872.
Verdun 1916: 800.
Somme 1.7.1916: 702.
Somme 5/8/1916: 1200
Aisne 16.4.1917: 1930.
Fiandre 31.7.1917: 573.
Verdun 2.8.1917: 1318.
Malmaison 23.10.1917: 986.
Soisson 18.7.1918: 674.
Montdidier 8.8.1918: 826.
Champagne 26.9.1918: 910.

La semplice elencazione delle bocche da fuoco e dei proiettili non è sufficiente a descrivere l'orrore dei bombardamenti. Scrive Martin Gilbert nel suo La grande storia della prima guerra mondiale: "Più impressionanti di tutto sono le devastazioni assolutamente indescrivibili del fuoco della moderna artiglieria, non solo su uomini, animali e cose, ma sul volto stesso della natura. Immagina un'ampia fascia, larga più o meno una quindicina di chilometri, che dalla Manica si estenda sino alla frontiera tedesca vicino a Basilea, letteralmente cosparsa di cadaveri e solcata da rozze sepolture, in cui fattorie, villaggi e cascinali sono mucchi informi di macerie annerite, in cui i campi, le strade, e persino gli alberi, sono scavati, straziati e distorti dalle granate e deturpati dalle carcasse di cavalli, buoi, pecore e capre, orribilmente sfigurati e smembrati e sparsi dappertutto […] incessante schianto, sibilo e fragore di ogni sorte di proiettili, da sinistre colonne di fumo e di fiamme, dalle grida dei feriti, dai richiami pietosi di bestie di tutti i tipi abbandonate, affamate, forse anche esse ferite". De Gaulle parla di uomini che: "Suspendu entre la vie et la mort.[il] attend passivement le coup qui va l'anéantir".

Contro il "weight of metal", contro la schiacciante superiorità in armamenti e munizioni anche le fanterie germaniche, che nel tempo persero i migliori elementi, non potevano non soccombere. Falkenhayn parla di: "[…] distruzioni, superiori ad ogni precedente, cagionate dal tremendo fuoco sulle nostre posizioni e fin molto a tergo di esse e delle gravissime perdite da noi subite […]." Il generale Stefani riconosce che: "Fu lo stato maggiore tedesco ad influenzare per tutta l'intera durata dell'arco della guerra l'evoluzione della dottrina e della tecnica di impiego nei riguardi dell'azione difensiva. Esso elaborò di volta in volta, sulla base dell'indagine teorica e soprattutto dell'esperienza che veniva compiendo nei vari scacchieri e nelle varie situazioni, criteri, provvedimenti e modalità che, particolarmente in materia di difesa, nessun altro stato maggiore seppe eguagliare". Aggiungeva ancora: "È fuori discussione che i tedeschi siano stati i principali maestri della tattica e della tecnica d'impiego delle forze durante l'intero arco della guerra e che ad essi si siano ispirate le dottrine degli altri eserciti" (6).

Il processo di potenziamento dell'Armée si estende in un primo tempo anche alla cavalleria portata a 718 squadroni, la speranza dello sfondamento non abbandona lo stato maggiore, ma a novembre 48 squadroni vengono soppressi, 2000 cavalieri sono assegnati alla fanteria, 3940 cavalieri e 7200 cavalli all'artiglieria. Il 31 dicembre 29 squadroni di dragoni sono appiedati e muniti di mezzi di trasporto in proprio. Inizia il lento, lentissimo, sofferto passaggio dal cavallo al motore. Nel successivo maggio vengono disciolte due divisioni, a luglio sul fronte occidentale sono solo otto le divisioni con 192 squadroni a cavallo e 96 a piedi. I cavalieri appiedati sostituiscono la carabina con moschetto e baionetta, la dotazione di proiettili passa da 96 a 200. Lo stesso avverrà in Germania, i cavalli vengono destinati all'artiglieria e ai servizi. È un pezzo di storia che se ne va.

Eppure Bernhardi nel 1911 asseriva: "L'opinione pubblica ritiene la cavalleria più o meno inutile, perché, nelle ultime guerre, non ha compiuto azioni tatticamente rilevanti e perché costa cara. Si è sempre disposti da noi a basarsi sulle campagne del 1866 e del 1870 per giudicare l'importanza dell'arma. Ma questa critica è arcifalsa […] Non si può assolutamente comparare gli avvenimenti d'allora con le esigenze dell'avvenire". Aggiunge: "[…] nella guerre di secessione americana e nella guerra boera si rinforzò costantemente la cavalleria. Son queste le campagne che bisogna studiare se ci si vuole avere una giusta opinione. Ci si persuaderà allora che un aumento della nostra cavalleria è indispensabile. Ad essa vanno aggiunti reparti di ciclistici. La parte che avrà una cavalleria superiore avrà un vantaggio inestimabile che peserà sulla decisione finale".

Annota nelle sue Memorie il maresciallo Foch alla data del 10 ottobre 1914: "Quella che non ha ancora ritrovato l'equilibrio necessario è la cavalleria". Sulla stessa linea è Ludendorff che dei primi giorni di guerra evidenziava nelle sue Memorie che: "[la cavalleria] avanzava con grande lentezza, sulla strada sbarrata da ogni specie di ostacoli" e aggiunge: […] la guerra di trincea non permetteva alla cavalleria di prendervi parte. Si era già cominciato, e si continuò a formare di reggimenti di cavalleria, dei reggimenti appiedati. L'assegnazione di compiti di sorveglianza della circolazione nelle retrovie ai restanti reparti demoralizza l'Arma, da guerrieri a cavallo a gendarmi il salto è forte. Un sentimento di disagio si crea, molti, i migliori, passano all'aviazione nella quale il personale rapporto con l'aereo, sostituisce quello col cavallo. Lo choc è traumatico per i brillanti ufficiali di cavalleria.

Il 22 aprile una nuova, silenziosa arma, il gas asfissiante, "nouvelle frontière de l'horreur", come fu definito da Audouin-Rouzeau in Le Monde del primo agosto 1994, è messa in campo dall'esercito tedesco nei pressi di Langemarck nel saliente di Ypres. 150 tonnellate di cloro contenute in 5730 bombole di gas vengono aperte, un'ondata verde-giallognola spinta dal vento penetra nelle trincee francesi presidiate dalla 45° divisione algerina e dall'87° divisione territoriale. Lo shock è grandissimo, in preda al panico i soldati abbandonano le trincee dandosi alla fuga, seguiti dai reparti che presidiavano la seconda e la terza linea, si apre un vastissimo varco fino a Ypres sulla quale la 51° e 52° divisione di riserva tedesche non avanzarono avendo ordine di fermarsi sulla posizione conquistata. Un numero calcolato da 800 a 1400 soldati perde la vita, da due a tre mila sono intossicati.

Quest'arma, ritenuta immorale e messa al bando dai delegati alle conferenze dell'Aja del 1899 e del 1907, suscita grande sdegno nel campo alleato. Poincaré, Lord Kitchener, la stampa stigmatizzano questa violazione delle leggi belliche. I giuristi tedeschi, con un sottile distinguo, eccepiscono che le convenzioni si riferivano solo a gas contenuti in proiettili, mentre i Tedeschi avevano fatto uso di contenitori portati in prima linea. Falkenhayn si inventa nelle sue Memorie di: "gravi ferite prodotte da un proietto incendiario francese carico di fosforo, e gli effetti velenosi dei proietti inglesi carichi di picrina avevano richiamato l'attenzione su tale mezzo di lotta".

I capi militari alleati chiedono l'applicazione d'immediate contromisure, intanto l'uso dei gas continua nel successivo maggio, a danno di unità britanniche. È fronteggiato con le prime rudimentali maschere, spesso insufficienti. Con uno sforzo impressionante, partendo da zero, esistevano in Gran Bretagna solo due fabbriche che producevano cloro, a metà settembre 6000 cilindri contenenti 180 tonnellate di cloro sono sistemati nelle retrovie. La rappresaglia in Gran Bretagna fu una scelta politica del governo al quale le autorità militari avevano rimesso la decisione, in Francia non vi fu nessun dibattito, Joffre dispose che fosse messa allo studio un'immediata risposta. Nacque la Direction du matérial chimique de guerre D.M.C.G. che successivamente assunse il rango di direzione generale. Lo svantaggio da recuperare era forte perché l'industria chimica era poco sviluppata, nel 1914 una sola fabbrica produceva cloro. Nel mese di settembre fu negoziato un accordo con la Gran Bretagna per i rifornimenti, finalmente, nel febbraio 1916 si ebbe il primo attacco, mentre l'ipotesi di rappresaglie aeree fu scartata per problemi tecnici. I Tedeschi non riuscirono a reiterare la sorpresa di Ypres. Le bombole erano pesanti e sistemarle nei pressi delle prime linee presentava notevoli difficoltà e per eventuali bombardamenti e per la loro visibilità. Erano inoltre necessarie determinate condizioni atmosferiche nel timore di improvvisi cambiamenti di vento.

Sosteneva Clausewitz: "La guerra è un atto di forza all'impiego del quale non esistono limiti […] ne risulta un'azione reciproca che logicamente deve portare all'estremo". Aron poteva sottolineare: "Il potere civile è responsabile della condotta della. guerra, il potere militare della condotta delle operazioni", ma Joffre esercita un potere assoluto, tiene lontani deputati e giornalisti e rifiuta di fornire al governo informazioni e dati. Lo stato maggiore francese lamentava le ingerenze dei deputati chiamati alle armi i quali nella loro qualità di rappresentanti del popolo, esercitavano o tentavano di esercitare funzioni di parlamentari "esperti del fronte" presentando ogni specie di reclamo e di controllo perfino verso le autorità militari. Quando il deputato di Nancy colonnello Driant, comandante di un gruppo di battaglioni di chasseurs, lamentò presso la Commission de l'armée de la chambre lo stato della difesa nella regione di Verdun, Joffre protesta vibratamente perché il governo accoglieva lamentele di suoi inferiori, avendone pronte, rassicurazioni dal ministro della Guerra generale Gallieni. Pesava sulla classe politica una sostanziale incapacità di comprensione delle tematiche belliche, uno stato di inferiorità verso i militari che facevano pesare la loro professionalità. I principi dell'arte della guerra venivano sbandierati dallo stato maggiore per affermare un sapere specifico ed esclusivo, che ne avrebbe giustificato l'autonomia tecnica dai responsabili politici.

I poteri del Parlamento erano stati malamente fissati dalle leggi del 23 agosto 1876, 17 aprile 1906 e 14 luglio 1914; quest'ultima creava una sottocommissione di cinque membri col compito di controllare annualmente l'impiego dei fondi e lo stato dei materiali dell'Armée. Dall'inizio della guerra l'azione del Parlamento andò lentamente rafforzandosi, scontrandosi contro l'antiparlamentarismo congenito dei militari. Nell'agosto 1915 il presidente della Repubblica, sbigottito per le perdite, chiese che i piani offensivi fossero sottoposti all'esame del governo, Joffre arrogantemente parlò di: "Dangereuse ingérence". I politici si lamentavano, in un primo tempo sotto voce. Il presidente della Repubblica, che chiamava Joffre "le dictateur", scriveva a Abel Ferry il 19 febbraio 1915: "Sulla questione della guerra io non so nulla più di voi, mio caro amico". Il successivo 27 aprile il presidente del Consiglio René Viviani affermò di aver saputo dalla sua fioraia del trasferimento della sede del Gran quartiere generale. Il ministro della Guerra Messimy, che pure lavorava in perfetta simbiosi con Joffre, lamentava che: "Il G.Q.G. rifiuta di far conoscere i dati delle nostre perdite al governo" e, infatti, a differenza della Gran Bretagna e della Germania, le liste delle perdite non venivano rese pubbliche. Joffre benignamente il 26 giugno annunciò: "È evidente che i membri del Parlamento possono circolare a titolo privato nella zona di guerra, purché si sottopongano alle regole imposte a tutti i cittadini", ma precisava: "Non vi può essere nell'esercito un controllo parlamentare, perché nella pratica l'esercizio di questo controllo rischia di colpire gravemente la disciplina morale dell'esercito, la fiducia nel comando, da cui dipende la vittoria e la salute del paese". In effetti i parlamentari venivano sottoposti a tutta una serie di vincoli e non veniva permesso loro di muoversi liberamente. Il 7 marzo 1916 Gallieni, nuovo ministro della Guerra, dalle tribune dell'Assemblea sostenne che unica missione dell'alto comando era la direzione delle operazioni militari, che gli ufficiali generali, sui quali pesavano le vecchie, desuete dottrine, incapaci di adattarsi alla nuova guerra dovevano essere eliminati e che occorreva restituire al ministero le sue attribuzioni. Morirà il successivo 25 maggio.

Le cose nel tempo cambiarono. Il 22 giugno 1916 la Camera, con 444 voti a favore e 80 contrari, promulgò un ordine del giorno: "La Camera, astenendosi strettamente dall'intervenire nella concezione, direzione e esecuzione delle operazioni militari intende vegliare a che […] la preparazione dei mezzi offensivi e difensivi, industriali e militari, siano perseguiti con una cura, una attività, una lungimiranza corrispondente agli eroismi degli eserciti della Repubblica […] Decide di istituire e organizzare una delegazione diretta che eserciti, con il concorso del governo, il controllo effettivo e sul posto di tutti i servizi con l'obiettivo di provvedere ai bisogni dell'esercito". L'opposizione del G.Q.G. è vivissima, si tenta prima di svuotare del suo contenuto il provvedimento, poi di sabotarlo. Quando Clemenceau, che sosteneva che la guerra era una cosa troppo seria per affidarla ai generali, salirà al governo, i politici che fino ad allora "amministravano" la guerra, decisero di "farla" e il potere militare, onnipotente nei primi mesi di guerra, venne grandemente ridimensionato. Al contrario in Germania assume sempre più importanza, sino ad arrivare con Ludendorff a una semidittatura militare.

La sudditanza dei politici ai militari era lamentata anche nell'impero austroungarico ove il capo di stato maggiore maresciallo Conrad si batteva per avere una sempre più ampia sfera di autonomia, tanto che anche il ministro della Guerra Alexander Krobotatin era tenuto all'oscuro dello svolgimento delle operazioni. Per non parlare dell'Italia di Cadorna. Nel campo dell'Intesa, nella disperata ricerca della vittoria, si contrapponevano due scuole di pensiero. Gli "occidentalisti" per i quali lo sforzo maggiore doveva essere portato contro la Germania, riportandosi al principio napoleonico dell'investimento del nemico più forte. Gli "orientalisti" su un altro teatro strategico contro l'avversario ritenuto più debole, la Turchia, anche per avere una linea diretta di rifornimenti con la Russia, e, in base a questa valutazione, si effettuò il disastroso sbarco a Gallipoli, con 150.000 soldati morti o feriti, che sir Edward Carson definì: "Il più grosso disastro che si era verificato nel corso della guerra". Joffre e il suo stato maggiore si opposero vanamente all'idea di un secondo fronte, sempre sicuri di un vittorioso sfondamento in Francia. Il modesto C.E.O. Corps expéditionnaire d'Orient su due divisioni ebbe a capo il generale d'Amade che dopo i primi insuccessi fu sostituito da Gouraud il quale, ferito, dopo due mesi viene rimpatriato. Nel secondo conflitto mondiale, Churchill, "orientalista" come nel primo, si batté con successo perché l'attacco fosse portato all'Italia "ventre molle dell'alleanza".

Nel settembre si pongono grandi speranze nelle offensive che si vanno a preparare nelle Fiandre e nella Champagne. Il giorno 14 Joffre proclama: "Nous délivrerons ainsi nos compatriotes asservis depuis douze mois,[…] Les Allemands n'ont que de bien maigres réserves en arrière de la ligne mince de leurs retranchements […] Toute la cavalerie partecipera à ces attaques, pour enlever les batteries ennemies et exploiter le succès à grande distance en avant de l'infanterie", il giorno 19, sempre ottimista formidabile, rassicura: "Tutte le condizioni preventivate per un successo sicuro esistono". Colpisce come il fallimento della cavalleria come arma di combattimento non riesce a fari strada nelle meningi del generalissimo.

Si avvera un nuovo scacco, un nuovo fallimento. Sarcasticamente commenta Falkenhayn: "I Tedeschi non erano stati scacciati dalla Francia, neppure uno dei compatrioti -giacenti sotto il giogo da 12 mesi- era stato liberato". La sua valutazione della battaglia è esemplare: "Nel mare delle distruzioni prodotte dall'artiglieria avversaria, sorsero così solide isole e isolotti contro cui si infrangevano le prime ondate delle fanterie, mentre le masse che seguivano premevano incessantemente. Né derivò un arrestarsi e un ammucchiarsi di uomini, nel quale non soltanto il fuoco tedesco produceva vuoti inauditi, ma anche il mantenimento dell'ordine diventava impossibile. I rifornimenti avversari non funzionavano più; con l'aumentare delle forze portate in linea la situazione peggiorava sempre maggiormente. L'offensiva veniva soffocata dalla sua propria massa".

Il sei dicembre Joffre apre una nuova conferenza a Chantilly alla presenza dei delegati delle potenze alleate. È aureolato della nomina, avvenuta il giorno due, di Commandant en chef des armées françaises,con la quale estende i suoi poteri anche ai fronti fuori dell'Europa. Sulla carta si realizza dopo tre giorni di discussioni il "commandement unique", ma solo sulla carta. L'undici dicembre, su sua richiesta, De Castelnau è nominato chef d'état-major gènéral des armées. È un uomo stoico Alla notizia, comunicatagli durante una riunione con i suoi ufficiali, che il primo figlio era morto il 21 agosto, ne perderà altri due nel conflitto e un nipote nel marzo 1945 sul Reno, stette in silenzio per un momento e poi: "Continuiamo signori". Aristocratico, conservatore, cattolico fervente, chiamato capucin botté, entra a Saint-Cyr nel 1869, combatte nel 1870. Come Foch e Pétain non parte per le colonie, frequenta l'École de guerre, comanda prima un reggimento e poi una brigata, nel 1911 Joffre lo chiama allo stato maggiore generale come suo sottocapo di stato maggiore, gli venivano affidati, per le sue doti di diplomazia, i rapporti con il governo e le autorità civili. Sostenitore dell'esercito di mestiere soleva dire "Datemi 700.000 soldati di mestiere e io farò il giro d'Europa!". Sostenendo: "Mourir, c'est bien, mais encore faudrait-il mourir puissament, et, pour cela, organiser solidement et judicieusement les positions de la résistance sur le terrain conquis", attribuiva grande importanza alla difensiva Dopo il blocco dell'offensiva germanica alla battaglia della Mosa entrò in contrasto con Foch sulla scelta della strategia da adottare. Nel 1921 fu proposto per il bastone di maresciallo da parte del Bloc national vincitore delle elezioni, ma il ministro della Guerra Barthou si oppose.

Alla fine dell'anno il generale Fayolle, in preda alla disperazione, annotò nelle sue carte: "Questo anno è terminato senza che si veda come finirà questa guerra […] Che fare? Bisogna continuare nelle grandi carneficine sotto il pretesto dello sfondamento? La mia opinione è che allo stato attuale se non si aggiungono nuovi mezzi, non si riuscirà. Quali possono essere questi nuovi mezzi? I gas innanzi tutto. L'organizzazione dell'artiglieria pesante non è che un miglioramento. Lo sviluppo dell'aeronautica darà la possibilità di lottare efficacemente contro l'artiglieria nemica, ossia distruggerla? Ciò non è sicuro". Di sicuro c'erano il rovescio dei Dardanelli e la lentezza dell'operazione di Salonicco. Su di essi Mayer, in un rapporto del 1915 è chiaro. Per il primo: "[…] mais fait si à contre-cœur, si parcimonieusement, que l'entreprise était vouée à l'insuccès et paralysée. Je crois que cette tentative, par un coup de fortune, pouvait réussir". Per la seconda: "elle me paraissait assurée de réussir, lentemente et peu brillamment, mai d'une façon certaine". La Commissione d'inchiesta sul disastro dei Dardanelli, in seguito istituita, sostenne: "Fin dal principio il rischio che la spedizione fallisse superava le probabilità di successo".

Tra i due alleati mancava una comune metodologia di approccio al problema della conduzione strategica della guerra. Vi era una differenza di fondo. La Francia, violata nella sua integrità territoriale, si batteva per riconquistare "il sacro suolo della Patria", la Gran Bretagna aveva una visione planetaria della guerra e si muoveva in vista di future conquiste. Dopo Salonicco, si riaccendono i contrasti per le operazioni in Africa e in Asia. Il generale Sarrail è nominalmente il comandante in capo degli eserciti d'Oriente ma i due alleati agiscono separatamente sul terreno e stati maggiori, ministeri degli Esteri e governi impartiscono ordini diversi. I Britannici non partecipano a operazioni offensive, si limitano a difendere il campo trincerato della città, comunica Sarrail al suo governo.

Il tetragono generalissimo, che dal primo dicembre 1915 assumerà la carica di Commandant en chef des armées Française, in precedenza era stato comandante in capo delle armate del Nord-Est, ottusamente commenterà l'anno sanguinoso: "Esperienze sovente costose, e con tentativi qualche volte sfortunati, dominati dalla disfatta russa e dalla catastrofe serba". Aggiunge in una nota del cinque dicembre: "La guerra di posizione che il nemico ha organizzato davanti a noi dopo dieci mesi ha cambiato carattere". Osserva che gli scacchi sono la conseguenza di una istruzione incompleta della fanteria e dell'artiglieria e dell'insufficienza dei comandi. A distanza di quasi cento anni sgomenta il silenzio assoluto sulle perdite, un'ecatombe che Monteilhet evidenzia in un dato: 664.000 caduti dal primo agosto 1914 al primo dicembre 1915. Pétain, che a differenza di Foch e di Mangin, non sarà mai in sintonia col generalissimo, con lucida analisi in una lettera che gli invierà il 6 maggio dell'anno successivo sostiene che bisogna evitare gli errori del 1915 e: "de ne pas recommencer ces luttes qui se prolongeaient indéfiniment dans le même secteur, entraînant une usure plus grande que celle qu'on imposait à l'adversaire".

A sua volta Foch matura una serie di convincimenti che svolge in un rapporto al comando supremo. Premesso che la campagna del 1915: "[…] non ha dato seri risultati", per la scarsità di munizioni per l'artiglieria pesante, chiedeva più proiettili, più cannoni pesanti e la creazione di un'artiglieria da trincea. Abortito il principio dello sfondamento diretto del fronte è favorevole ad: "[…] attacchi successivi, fatti su un'ampia fronte, per disgregare e sconnettere il sistema di difesa nemica.[…] una serie di sforzi, eseguiti beninteso con grandissima frequenza". È favorevole alla teoria dell'usura, di una guerra metodica, lenta e di conseguenza sanguinosa: "Solo quando il nemico, esaurite le sue riserve, non ci opporrà più una difesa ordinata e continua, si potrà abbandonare il piano d'attacco metodico […] unico mezzo per abbattere posizioni fortificate, e cercare di proseguire le operazioni associando combattimenti e manovra divenuta alla fine possibile in campo libero". Degli avvenimenti dell'anno 1915 sosteneva di non avere che un merito, l'aver dimenticato ciò che ha insegnato e ciò che ha appreso, ma appare evidente l'incapacità sua e del milieu militare di risolvere il problema nato dalla guerra, il superamento di un complesso fortificato, protetto dal filo spinato e difeso da mitragliatrici.

Di Foch va ricordato che quando Joffre fu coinvolto in un incidente automobilistico il 17 gennaio 1915, si precipitò a chiedere lumi al ministero della Guerra per la successione, alla quale aspirava. La risposta fu chiara: successore sarebbe stato il generale Gallieni, designato fin dal precedente mese di agosto. Nelle sue Memorie, dopo aver osservato che Gallieni aveva avuto nella guerra: "una parte modesta", annota amaramente: "Gli uomini di Gabinetto giudicano troppo facilmente gli uomini di guerra. Questi valgono e si misurano solamente sul campo di battaglia e secondo i risultati che ottengono".

Per le munizioni il corrispondente del Times è dello stesso avviso. Il 14 maggio in una sua corrispondenza annota che: "La mancanza di una scorta non limitata di alti esplosivi è stato un ostacolo fatale per il nostro successi". Il fenomeno è esteso. Sul fronte italiano la mancanza di munizioni portò addirittura alla sospensione dell'offensiva nell'agosto 1915, a meno di tre mesi dall'inizio delle ostilità. La mancata previsione dello straordinario consumo di munizioni fu una caratteristica di tutti gli eserciti contrapposti. Il problema riguardava anche l'arma nascente, l'aeronautica. Von Hoeppner parlava dell'enorme consumo di materiali che la nuova arma imponeva (7).

Sulla guerra d'usura de Gaulle è lapidario: "Implacabile, triste, rovinosa per la difesa e per l'attacco, tale fu la guerra di usura […] l'ésperance ne vivant que de crédit". Eppure la maggior parte del corpo degli ufficiali riteneva che per il morale dei soldati la permanenza nelle trincee era più pernicioso del passare all'attacco. Dall'altra parte Federico Guglielmo, principe ereditario dell'impero e della Prussia come usava firmare, nel dicembre 1915 sosteneva essere necessaria raggiungere la pace con la Russia o, in mancanza, con la Gran Bretagna, sulla base della: "notre position militaire avantageuse de ce moment"(9). Reitererà i suoi tentativi nel luglio 1917 in un lungo memoriale inviato all'augusto padre, al cancelliere e allo stato maggiore generale. Alain Bru, storico militare francese, lo valutava: "Uomo intelligente, lucido e leale". Va aggiunto che dalla lettura delle sue memorie colpiscono le sue intuizioni pregevoli e profonde. È un anno tragico, scrive Adrienne Blanc-Péridier: "La guerre a descendu le versant des collines, la bouche fiévreuse et les yeux en feu […] et sans voir les larmes des femmes, les hommes ont couru sur ses pas" (8).

Nella sua ultima lettera Henri Despeyriéres, sconosciuto soldato morto in quell'anno, confida alla madre: " C'est si triste de mourir à 20 ans".

Note

1. Gilbert, Martin. La grande storia della prima guerra mondiale. Milano 1998. [torna su]

2. Dorgelès, R. Les croix de bois. Paris 1923. [torna su]

3. Guillot, Hélène. La section photographique de l'Armée et la Grande Guerre: de la création en 1915 à la non-dissolution. Revue historique des armées 2010. [torna su]

4. Gudmundsson, Bruce L. Sturmtruppen. Origini e tattiche. Gorizia 2005. [torna su]

5. Huon Jean. Les armes françaises en 1914-1918. Chaumont 2005 [torna su]

6. Stefani, Filippo. La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'esercito italiano. Volume primo. Roma 1984. [torna su]

7. Hoeppner, von. L'Allemagne et la guerre de l'air. Paris 1923. [torna su]

8. Blanc-Péridier, Adrienne. La cantique de la patrie 1914-1917. Paris 1918. [torna su]

9. Memoires du Kromprinz. Paris 1922. [torna su]

RIPRODUZIONE RISERVATA ©
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: I GM]