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La Grande Guerra sul fronte francese (parte II)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
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Capitolo secondo

1914. L'anno della sorpresa
La Grande Guerra è una rivoluzione […]
Il primo urto rappresenta una sorpresa immensa.
de Gaulle.

- La sorpresa iniziale
- Gallieni
- La Marna
- Il Belgio
- Messimy
- Joffre
- I "limogés"
- Lanrezac
- Pétain
- L'artiglieria pesante tedesca
- La guerra aerea
- Adrian
- La censura
- Le corti marziali
- Fallimento del piano Schlieffen
- La pietrificazione del fronte
- Il problema tattico

L'esercito francese iniziò la guerra con una grande offensive à outrance, dopo pochi giorni si trovò in ritirata su tutto il fronte a difendere Parigi. Nella "battaglia delle frontiere" la sorpresa iniziale fu descritta magistralmente da de Gaulle, in La France et son Armée: "Il primo urto rappresenta una sorpresa immensa. Strategicamente, la forza del movimento avvolgente del nemico e il suo impiego delle unità di riserva sconvolgono d'un tratto il nostro piano. Tatticamente, la rivelazione della potenza del fuoco rende inutilizzabili le dottrine in auge. Moralmente, le illusioni di cui si imbottisce sono spazzate in un colpo d'occhio. […] La grande unità si è disposta in colonna, dapprima la truppa ha potuto immaginare che si trattasse di una manovra simile a molte altre […] Improvvisamente il rombo del cannone fa balenare un'impressione di crisi […] Lo scontro col nemico assume una forma brutale perché quest'ultimo, che ha preso strategicamente l'offensiva prima di noi, adotta per il primo urto la difensiva tattica. Fin dall'inizio ha dispiegato le proprie file. La nostra punta si scontra con il suo -rastrello-. Le avanguardie francesi urtano dunque in modo imprevisto contro una linea di fuoco già installata. Sono così decimate e inchiodate sul posto. Il generale di divisione si attendeva di poter dedurre dalla loro azione le indicazioni necessarie per combinare quella del grosso delle truppe; ed ecco che vede la sua prima linea troncata netta. Vorrebbe rompere il contatto, ma potrebbe farlo solo a stento dietro una copertura di truppe scompaginate e che chiedono aiuto. Del resto non ci pensa nemmeno. Il nemico è davanti agli occhi: non resta che marciargli contro. L'ordine, impartito senza indugio e portato al galoppo, arriva quando gli esecutori hanno già intrapreso l'azione di propria iniziativa […] D'un tratto il fuoco del nemico si fa aggiustato, concentrato. Da un secondo all'altro la pioggia delle pallottole e il tuono delle granate si accresce. I sopravvissuti sono costretti a sdraiarsi a terra mescolati ai feriti urlanti e ai cadaveri. A nulla vale la calma esibita da ufficiali che si fanno ammazzare in piedi, né le baionette in canna di qualche sezione più ostinata, né le trombe che suonano la carica, estremi soprassalti di eroi isolati. In un batter d'occhio, è chiaro che tutto il coraggio del mondo non è in grado di farsi valere contro la potenza del fuoco".

Va ricordato che all'inizio del conflitto era disonorevole per un ufficiale gettarsi a terra o proteggersi sotto il fuoco. Scrive il tenente colonnello Lucas: "Quanti ufficiali e non des moins bons, hanno trovato la morte sui primi campi di battaglia in piedi e ben in vista al nemico, in mezzo alle palle e ai proiettili, considerando che era indegno da parte loro nascondersi dietro un ostacolo o buttarsi a terra quando i loro soldati erano aux prises avec l'adversaire" (1).

Un altro capitano di razza, Heinz Guderian non si discostava da queste valutazioni. Si legge nel suo Achtung-Panzer!: "Il nemico non era particolarmente forte eppure la nostra fanteria, anche se aveva goduto di un discreto supporto da parte dell'artiglieria pesante, non aveva dispiegato un potenziale offensivo sufficiente a sconfiggerlo. Il più nobile dei sacrifici, l'ardente entusiasmo e un dinamico comando non erano valsi a nulla […] dimostra come la fanteria manchi del potenziale offensivo necessario a sconfiggere un nemico in difesa, anche quando quest'ultimo appaia in condizioni di inferiorità numerica".

Il colonel Allehaut nel suo Le combat de l'infanterie dà un esempio di quella che sarà una classica battaglia offensiva imperniata sui canoni della dottrina ufficiale. Siamo a fine dicembre 1914 nella regione Mesnil-les-Hurlus. L'alto comando studia uno sfondamento nella direzione di Tahure e il primo battaglione del 20° reggimento di fanteria è pronto. Dopo una preparazione di artiglieria considerata formidabile, il comando è sicuro che il nemico abbandonerà le posizioni e si raggiungerà l'obiettivo. Il giorno venti dicembre, sotto una pioggia glaciale, incessante, il primo battaglione, mentre la tromba suona la carica, va all'attacco: "Puis le silence se fait, un lourd silence, qui s'appesantit comme un suaire glacé". Passata la notte un uomo, un solo uomo, riesce a ritornare nelle linee. Il suo racconto è la ripetizione di quanto era già accaduto e di quanto accadrà. Il battaglione era stato preso sotto un fuoco d'infilata, i ranghi erano stati letteralmente falciati, un pugno di uomini, nonostante tutto, aveva raggiunto le trincee ma era stato bloccato dal filo spinato rimasto intatto. Non si poteva né avanzare né indietreggiare, il battaglione non esisteva più.

In altri casi i soldati rifiutano di avanzare, impossibilitati dal fuoco che avrebbe reso inutile il loro slancio. Il nove marzo 1915 il 336° reggimento di fanteria a Moulin de Souain non esce dalle trincee, il generale comandante della 60° divisione riunisce un consiglio du guerra e fa passare per le armi quattro soldati. Scrive il generale Herr: "Le Haut Commandement français prend sagement la décision de rompre une bataille mal engagée, pour prendre du champ, réorganiser ses forces e ne repasser à l'offensive qu'avec des armées reconstituées et bien soudées entre elles". La decisione più che saggia sembrava inevitabile con le prospettive che la continuazione della battaglia avrebbe comportato.

Fu evidenziata, senza possibilità di dubbi, l'assurdità, prevista dal regolamento, di un assalto alla baionetta, comandanti in testa, preceduto dal fuoco dei 75, da una distanza di 400 metri. Sul suo giornale L'Homme libre Clemenceau il 19 agosto scriveva di uomini lanciatisi in avanti senza l'ordine di superiori, invece gli ordini esistevano: "Nos hommes ont trop d'élan […] il se sont vu infliger des pertes graves qui auraient dû nous être épargnées", lamenta di uomini che iniziavano l'attacco da 400 metri, ignorando che così prevedeva il regolamento. Il 31 dello stesso mese aggiungeva: "È chiaro che dopo l'esito dei primi scontri abbiamo troppo facilmente concepite delle belle speranze", consolandosi perché i Russi avanzavano: "a pàs de géant".

Siamo di fronte a un classico esempio di uno strumento militare unidirezionale che si esprime con principi dottrinari, strategici, tattici e organizzativi sviluppati nella previsione di un unico tipo di conflitto. Siamo di fronte al fallimento di strateghi, pensatori militari e analisti col loro bagaglio culturale improvvisamente diventato obsoleto. La condotta strategica avrebbe dovuta essere riconsiderata ma mancava nello stato maggiore la necessaria duttilità operativa.

Ci soccorre, sono passati 175 anni, Clausewitz: "La guerra rassomiglia al camaleonte perché cambia la sua natura secondo i casi concreti". Va riconosciuto che una rivista "civile" la Revue scientifique aveva lucidamente inquadrato il problema ben venticinque anni prima. In un articolo senza firma che vale la pena di riassumere, dallo stile viene alla mente Émile Mayer, inserito nella rubrica Art militaire (2), si parte dallo scontro di Plewna tra Russi e Turchi per ricordare che le colonne d'assalto erano state respinte dal fuoco ben concertato dei difensori. Si stronca la baionetta considerata "ultima ratio" del soldato perché: "Cet abordage à l'arme blanche ne se produira peut-être jamais". Si esalta il Règlement del 1875 erroneamente giudicato "anti-français", si citava come esempio di stupidità l'articolo del colonnello de Ponchalon apparso sul Journal des sciences militaires nel 1882 in cui si legge: "Ciò che domandiamo è il ritorno alle tradizioni nazionali dell'offensiva e il ripudio di una tattica timorcé che ammollisce il soldato e gli toglie tutto lo slancio. Che diverrà la furia francese (in italiano) al momento in cui i Tedeschi inventano il fureur teutonique? Oggi la fanteria francese attende per avanzare che l'avversario rinculi: ciò non è nel suo temperamento! No i progressi dell'armamento non possono modificare la tattica che si riassume sempre nell'antica formula: "Ote-toi de là que je m'y mette!" L'infanterie doit, avec une energie sanglante, dare le coup de boutoir ai recalcitranti, prendere il loro posto e la garder". Anche a seguito di questi articoli si torna alle tradizioni che si materializza col grido di battaglia dell'Instruction del 1887: "Seule, l'offensive permet d'obtenir des résultats décisifs". E allora ammonisce Mayer corriamo incontro al nemico, guardiamolo "dans le blanc des yeux". I risultati si concretizzeranno in perdite spaventose, inimmaginabili.

Émile Mayer è un uomo di grande spessore che, a distanza di un secolo, ispira profonda ammirazione. Nel 1902 in un articolo pubblicato sulla Revue militaire suisse sotto lo pseudonimo di Emile Manceau (3) tratteggia, con impressionante chiaroveggenza, quella che sarà lo svolgimento della Grande Guerra. Per la non facile reperibilità del testo, resomi disponibile dalla cortesia del personale della Biblioteca militare centrale di Roma, mi sembra necessario riportarne qui di seguito, riassumendo l'insieme del lavoro, ampi brani. Partendo dall'articolo Projet de réglement sur l'exercice et les manœuvres de l'infanterie pubblicato sulla Revue dal colonnello Nicolet nel quale, illustrando i canoni della dottrina ufficiale, si sostiene la superiorità dell'offensiva basata sull'azione morale e sulla baionetta, Mayer paragona la guerra dell'avvenire a una guerra d'assedio: "Dans l'hypothèse que nous venons d'envisager, au contraire, s'il y a égalité dans l'armement, dans les effectifs et dans la valeur morale des troupes en présence, il est évident qu'il y a égalité aussi dans leur condition tactique […] Ils s'immobilisent comme les troupes qui défendent un camp retranché et celles qui concourent à son investissement. […] C'est la caractère qu'il faut attribuer a la bataille défensive de l'avenir. On se la représénte comme mettant face à face deux murailles humaines presque au contact, séparées seulement par l'épaisseur du péril, et cette double muraille va rester presque inerte malgré la volonté d'avancer qu'on a de part et d'autre, malgré les tentatives qu'on fait pour y réussir". Continua descrivendo quella che sarà "la corsa al mare" del 1914 e conclude sostenendo che la fine della guerra puramente difensiva dell'avvenire avverrà per "circostances extérieures". Ipotizza acutamente che sarà lo stato delle finanze o della politica a portare una delle parti a chiedere la pace, "sans avoir subi des défaites décisives" e sostiene: "On dépensera encore du sang, beaucoup de sang et non pas seulement de l'argent".

Leggendo queste parole non va dimenticato che i militari dell'epoca erano sicuri, sicurissimi, unitamente ai politici, che il preventivato conflitto sarebbe stato estremamente breve e, naturalmente, vittorioso. La storia è fatta anche di piccoli misteri. Nel suo L'évolution des idées tactiques en France et en Allemagne pendant la guerre de 1914-1918 edizione 1923, il lieutenant-colonel Lucas attribuisce, in una nota a pagina 17, la paternità dell'articolo al colonnello Feyler dell'esercito svizzero. Scrive Lucas: "Un seul écrivain militaire, à notre connaissance du moins, avait énvisagé la guerre des tranchées, la stabilisation des fronts; c'est le colonel Feyler, de l'armée suisse, qui écrivait, en mai 1902, au sujet de "la bataille de l'avenir", riportando poi l'essenza del lavoro che, si ripete, è opera di Mayer-Manceau. Feyler nella Table des matières dell'anno 1902, table di svizzera precisione, è indicato come autore di articoli sulle manovre di eserciti diversi, sul tiro della fanteria, sulla commemorazione di un ufficiale deceduto. Si possono fare molte ipotesi, che vanno da un grossolano abbaglio al desiderio di non dare spazio a Mayer nel frattempo caduto, e non era la prima volta, in disgrazia.

Joffre riconobbe che: "l'impiego che i Tedeschi avevano fatto dei loro corpi d'armata di riserva era stata una sorpresa […] le avanguardie si erano impegnate quasi sempre senza l'aiuto dell'artiglieria, sovente in formazione di marcia sotto il fuoco nemico […] la cooperazione delle due armi artiglieria e fanteria non era stata realizzata […] numerosi generali si erano rivelati alla prova al di sotto delle aspettative". I nodi cominciano a venire al pettine.

Nella tragedia vi è sempre un lato comico. Su L'Intransigeant del 17 agosto si legge: "La poca efficacia dei proiettili nemici è oggetto di tutte le conversazioni. Gli shrapnels esplodono debolmente e ricadono in una pioggia inoffensiva. Il tiro è assai mal regolato. I colpi non sono pericolosi: attraversano le carni da parte a parte senza produrre alcuna lacerazione". H. Nimier nel lontano anno 1900 aveva scritto: "Il faut toutefois que la notion des dangers à courir soit bien nette et, à notre avis, il est aussi mauvais de chercher à les masquer que de les exagérer à plaisir" (4).

L'esercito tedesco attuava una tattica più prudente. L'attacco, che iniziava a 100 metri invece di 400, era preceduto da piccole unità di scoperta e ricognizione composta da fanteria e cavalleria che prendevano il contatto e delimitavano le posizioni nemiche, prese subito dopo sotto il fuoco dell'artiglieria pesante. Mentre l'artiglieria francese si limitava ad appoggiare gli attacchi della fanteria, quella tedesca era impiegata anche per spezzare gli attacchi nemici.

Dopo i primi rovesci, l'Armée si ritirò per dieci giorni, lascia sul terreno un terzo degli effettivi, nelle mani nemiche solo 10.000 prigionieri; vi sono unità che percorrono 400 chilometri. I parigini sentono il cupo rombo delle artigliere, raggelante è la notizia che i Tedeschi sono a 40 chilometri dalla capitale otto giorni dopo l'inizio delle ostilità, lo sventurato Dreyfus, reintegrato nel servizio attivo a 55 anni, partecipa col grado di maggiore alla cui difesa.

Governatore e comandante dell'armata di Parigi fu nominato il generale Joseph Gallieni, un vecchio coloniale che, uscito da Saint-Cyr col grado di sottotenente della fanteria coloniale, dopo una breve prigionia in Germania nel 1870, aveva combattuto in Senegal, Niger, Sudan, Tonchino e Madagascar, aveva avuto ai suoi ordini Joffre e Lyautey. Colonnello a 43 anni, brevet d'état-major con la nota "Tres bien", membro del Conseil supérieur de la guerre, si era battuto per dotare l'esercito di artiglieria pesante ma anche contro l'uso delle riserve, provocando la caduta del comandante in capo Michel. Congedato nel 1914, richiamato in servizio, nominato il 20 agosto 1914 governatore militare di Parigi, ne diresse infaticabile la difesa. Quando il governo abbandonò la capitale, con una vena di sarcasmo, nel suo proclama alla popolazione scrisse: "Esercito di Parigi. Abitanti di Parigi. I membri de governo della Repubblica hanno lasciato Parigi per dare un impulso nuovo alla Difesa nazionale. Ho ricevuto il mandato di difendere Parigi contro l'invasore. A questo mandato adempirò sino all'estremo". Dovette districarsi in un cumulo di competenze diverse, preparare fortificazioni, demolire edifici sulla probabile linea di fuoco, tranquillizzare la popolazione, lottare contro i fautori della città aperta. Quando si rese conto che il nemico non marciava più sulla città, scrive Liddell Hart: "con un colpo d'occhio napoleonico", afferrò subito la possibilità di colpirli sul fianco e riuscì a convincere il frastornato Joffre. Osservò in seguito: "La bataille de la Marne a été gagné à coups de téléphone". Gallieni spinse tutte le truppe che aveva a disposizione nella battaglia, si ebbe il celebre episodio dei taxi di Parigi che trasportarono la 7° divisione al fronte, percorrendo 60 chilometri.

Dopo una delle tante offensive fallite, quella del settembre 1915, osserverà: "Dubito che si potrà mai fare un'offensiva seria sul fronte occidentale; troppe trincee, filo di ferro, cemento, artiglieria da entrambe le parti. A ciò che si chiama sfondamento, a ciò che il pubblico vede in questa parola io non ci credo. La guerra d'usura, La facciamo noi contro i Tedeschi o i Tedeschi contro di noi?". È il suo testamento politico, assunta in seguito la carica di ministro della Guerra, fiancheggia generosamente Joffre, Morirà nel 1916, dovrà attendere sino al 1921 il bastone di maresciallo di Francia. Va a suo merito che fu uno dei pochi capi francesi che comprese l'importanza dell'aeronautica militare. Le sue memorie edite nel 1932 (5) sono una fonte preziosa di informazioni sulla vita militare francese dei primi anni del secolo passato.

La vittoria ha molti padri, la sconfitta nessuno si è detto, in questo caso la storia è per Gallieni, anche se per motivi propagandistici fu incoronato Joffre, aureolato di un prestigio mondiale. In un coro di elogi e adulazione, per motivi propagandistici, per sconoscenza dello svolgimento dei fatti, si attribuisce "le miracle de la Marne" al generalissimo che parla di "Victoire incontestable" e tributa allo stato maggiore generale un vibrante omaggio: "Nel corso delle prime settimane di guerra, non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto, se il grande stato maggiore non fosse rimasto come roccia in mezzo alla tempesta, spandendo intorno la calma e il sangue freddo, conservando nel lavoro più spossante, nel corso di una prova morale terribile, una lucidità di giudizio, una facilità di adattamento, un'abilità di esecuzione da cui sortì la vittoria".

Con la battaglia della Marna, l'offensiva fu bloccata e svanì il sogno di una rapida fine del conflitto, si avvera l'incubo di una lunga guerra.

La Francia è salva ma è salvo anche il generalissimo. il fantasma della débâcle del 1870 si allontanava. I deputati, che unitamente al governo avevano precipitosamente lasciato il due settembre la capitale quando le avanguardie nemiche distavano 80 chilometri, lacrimanti si abbracciarono. La stampa li gratificò di titoli sarcastici: "Au gare citoyens, montez dans vos wagons!" - "La retraite des quinze miles" - "Francs-fileurs". Si erano così comportati nel 1870 e così si comporteranno nel 1940. Un frastornato Jacques-Èmile Blanche scriveva sulla Revue de Paris un articolo che iniziava: "Hosanna au Dieu des armes!". I complimenti si sprecano. Foch non ha dubbi: "Il merito di essa risaliva a colui che tale battaglia aveva preparato già dal 24 agosto e l'aveva condotta fino alla sua conclusione vittoriosa: al generale Joffre". Dopo cento anni l'esercito francese riporta una vittoria contro il nemico di sempre.

Rifulse il valore del poilu. Di lui il generale von Kluck nella sua opera tradotta in francese col titolo La marche sur Paris scrisse: "Se voi volete la ragione materiale del nostro scacco e vi riportate ai nostri giornali dell'epoca vi parleranno di mancanza di munizioni e di rifornimenti difettosi. Tutto questo è esatto ma vi è una ragione decisiva a mio avviso. Ed è l'attitudine straordinaria del fante francese a riprendersi rapidamente sotto l'azione dei suoi capi. È un fattore che si traduce difficilmente in cifre e che sconcerta i calcoli più precisi. Questi uomini si lasciarono uccidere sul posto, cosa ben conosciuta e scontata nei piani di battaglia. Ma che degli uomini si siano ritirati per quindici giorni, che uomini sdraiati per terra, mezzo morti per la fatica, possano riprendere il fucile e attaccare al suono delle trombe, questa è una cosa alla quale noi Tedeschi non abbiamo mai pensato, che non abbiamo studiato nelle nostre scuole di guerra". In guerra l'elemento meno calcolabile è la volontà umana, sosteneva Liddell Hart.

La drammaticità della situazione fu espressa da Joffre il 6 settembre 1914 con l'Ordine generale n.6: "Au moment où s'engage une bataille dont dépend le sort du pays, il importe de rappeler à tous que le moment n'est plus de regarder en arrière; tous les efforts doivent être employés à attaquer et à refouler l'ennemi. Une troupe qui ne peut plus avancer devra, coûte que coûte, garder le terraine conquis et se faire tuer sur place plutôt que de reculer. Dans les circostances actuelles, aucune défaillance ne peut être tolérée"

Sullo stesso piano furono le parole di Alberto re del Belgio il quale il 13 ottobre definì traditore della patria chiunque pronunciasse la parola retrocedere. Sarà ricordato come il Roi-soldat e Chevalier, le Saveur de la patrie, di una nazione "martyre, fière et victorieuse" (6). Il tedesco Ritter nel suo I militari e la Germania moderna elogia il sovrano uomo del tutto immune sia da phatos patriottico sia da sentimenti di odio". Era salito al trono nel 1909, restò fedele alla Costituzione del 1831: "Le Roi commande les forces de terre et de mer". Ordinò la mobilitazione generale il 31 luglio. Dopo la caduta del moderno forte Wavre-Sainte-Catherine ad opera dei 420, rifiutò la ritirata al mare e ordinò di resistere a lungo sul posto, ritirandosi lentamente in buon ordine sulla riva sinistra dell'Escaut, fu tra gli ultimi a lasciare Anversa che capitolò due giorni dopo. Restò sul territorio della madrepatria mentre il governo si rifugiò a Le Havre. Rifiutò di sottoporsi a Foch nominato comandante degli eserciti alleati. Il 29 settembre 1918, dopo quattro anni, ritornò nella sua capitale. Alle Camere riunite disse: "Vi porto il saluto dell'esercito. Noi arriviamo dall'Yser, i miei soldati ed io, attraversando città e campagne liberate. Sono davanti ai rappresentanti del Paese, quattro anni fa mi avete affidato l'esercito della Nazione per difendere la Patria in pericolo. Vengo a rendervi conto dei miei atti".

L'ultimatum germanico esibiva il bastone e la carota. Iniziava con una sicura certezza: "la Francia marcerà sulla Germania per il territorio belga", continuava "il governo tedesco si rincrescerà vivamente che il Belgio interpreterà come un atto ostile contro di esso il fatto che le misure dei nemici della Germania l'obbligano ad entrare nel territorio belga […] Prometteva in caso di attitudine amichevole di garantire l'indipendenza e i possessi del Belgio, di evacuare il territorio a pace avvenuta, di risarcire i danni prodotti dalla truppe. Si passava poi al bastone. il Belgio sarebbe stato considerato come un nemico, i caso di ostilità contro le truppe avanzanti. Le intenzioni del re del Belgio erano state saggiate da Moltke il Giovane il quale aveva chiesto all'attaché militare belga che cosa avrebbe fatto il Belgio se un esercito straniero fosse entrato nel suo territorio e, nel 1913, re Albert, ospite in Germania, era stato pesantemente "invitato" a entrare nella sfera d'influenza germanica, essendo certa la guerra e la vittoria.. D'altronde il ministero degli Esteri era sicuro che la Gran Bretagna non sarebbe entrata in guerra, mentre il cancelliere Bethmann-Hollweg sperava fortemente in un accordo. I capi militari, nell'assoluta certezza della vittoria breve sulla Francia e nella scarsa stima dell'esercito inglese, premevano per l'invasione, Liegi doveva essere investita in un termine non superiore a cinque giorni dall'inizio delle ostilità. Si contrapponeva all'errore politico il successo militare. Osserva Clausewitz: "Il conquistatore ama sempre la pace e pretenderebbe entrare tranquillamente e senza opposizione nel nostro Stato; ora noi dobbiamo volere la guerra, e quindi prepararla, appunto per impedirglielo. In altri termini significa che sono precisamente i deboli, coloro che sono esposti a doversi difendere, che debbono sempre essere armati per non venire sorpresi".

In momenti drammaticissimi la nota comica era data dal governo olandese che, sotto l'incubo di un invasione, chiedeva chi, nel caso di riunione delle forze olandesi e belghe, avrebbe avuto il comando. Il cancelliere von Bethmann-Hollweg al Reichstag sostenne che: "Signori, ci troviamo in uno stato di necessità, e la necessità non conosce legge. Le nostre truppe sono già entrate in territorio belga. Signori, si tratta di una contravvenzione al diritto internazionale. È vero che il governo francese dichiarò a Bruxelles che la Francia avrebbe rispettato la neutralità del Belgio finché l'avrebbe rispettata il suo avversario. Sappiamo, tuttavia, che la Francia era pronta per un'invasione. La Francia poteva ancora aspettare, noi non potevamo. Un attacco francese al nostro fronte meridionale si sarebbe rilevato disastroso. Perciò siamo stati costretti a ignorare le proteste legittime del governo belga. All'ingiustizia -lo sto dicendo chiaramente- all'ingiustizia che stiamo commettendo cercheremo di porre fine non appena avremo raggiunto i nostri obiettivi militari". Il presidente del Consiglio belga Davignon rispose con parole dignitose, che meritano di essere citate: "Il governo belga, accettando le proposte che gli sono state notificate, sacrificherebbe l'onore della nazione e nello stesso tempo tradirebbe i suoi doveri verso l'Europa". L'esercito di un piccolo paese in grado di mettere in campo con la mobilitazione generale 100.000 soldati, schierava sei divisioni di fanteria e una di cavalleria contro 34 divisioni. La tranquilla sicurezza con la quale la Germania aveva invaso il piccolo paese, per la prima volta trascinato in una guerra, fu esternata dal barone di Schoen, ambasciatore a Parigi: "[I Belgi] faranno ala al nostro passaggio". Generali del valore di von Kuhl erano certi della collaborazione tra Belgi e Francesi. Alle pressanti richieste d'aiuto rivolte al Quartier generale francese, recepite da Poincaré e trasmesse a Joffre, si rispose che: "[…] les nécessités de notre concentration sont inexorables", il generalissimo si attiene strettamente al piano.

Il generale Lanzerac sosteneva nel suo Le plan de campagne française: "La maggior parte degli ufficiali, parlo di quelli che avevano un'opinione su questa importante questione, esprime l'opinione che la destra germanica non avrebbe avanzato al di là della linea Mosa-Sambre. Si pensava che i Tedeschi tenessero al Belgio il seguente discorso. Abbiamo bisogno di tutta la linea destra della Mosa-Sambre per dare alle nostre operazioni contro la Francia lo sviluppo corrispondente al grosso delle nostre forze. Che voi vogliate o no, noi passeremo. Convinzione generale era che il governo belga, avrebbe accettato il compromesso che avrebbe avuto per la Germania il vantaggio di sbarazzarsi di tutti i contrasti con il Belgio e di ammansire la Gran Bretagna".

Sconsolatamente dopo l'entrata in guerra della Gran Bretagna, iniziata con un telegramma ai capi delle forze armate: "War, Germany, act", si commentò: "Per un semplice pezzo di carta, la Gran Bretagna sta per scendere in campo contro una razza affine". Il casus belli era stato l'invasione del Belgio, per il quale nel lontano 1839, era stato sottoscritto un trattato di riconoscimento della sua neutralità da Gran Bretagna, Germania, Francia, Austria-Ungheria e Russia. Il trattato era stato concepito contro una minaccia francese al piccolo Stato dichiarato neutrale, ma nella nuova situazione diventava antitedesco.

Tra i neutrali l'unica voce che si alzò contro l'invasione fu quella di Benedetto XV.

La mancanza di psicologia sarà una costante della storia della classe dirigente della Germania moderna. Il governo dava per sicuro che la Gran Bretagna non sarebbe entrata in guerra, che il piano Schlieffen avrebbe portato alla sicura vittoria, che la Russia sarebbe stata eliminata nel 1915, la Francia nel 1916, la Gran Bretagna con la guerra sottomarina. Ultimo errore la vittoria poteva essere ottenuta spedendo in Francia dall'Est solo una parte delle truppe liberate col trattato di Brest-Litovsk, volendo conservare le importanti conquiste territoriali fatte. Si era sempre convinti di essere alla vigilia della vittoria mentre un'analisi della situazione avrebbe portato a una pace bianca restituendo l'Alsazia e la Lorena. Mancava in quel momento in Germania un Guglielmo Primo che riuscì a stemperare i dissidi tra il potere politico di Bismarck e quello militare di Moltke. A giudizio di chi scrive solo uomini d'arme come Napoleone o Federico II avevano capacità militari e intuizioni politiche.

Nel corso delle operazioni si sviluppò la psicosi dei "Franchi tiratori", borghesi che sparavano contro le truppe avanzanti, organizzati dal governo e orchestrati dal clero, la memoria del 1870 gioca il suo ruolo. Schlieffen aveva ipotizzato una resistenza civile all'invasione nell'ultima revisione al suo piano. Il Kaiser ritiene che: "tutta la popolazione belga si è comportata in un modo diabolico", Moltke minaccia la popolazione belga e francese di severe rappresaglie per ogni forma di resistenza, Ludendorff spiega gli eccessi sostenendo che i soldati belgi portavano nei loro zaini un abito civile per potersi confondere tra la popolazione e giustifica la "violenta reazione delle nostre truppe" scrivendo di "subdola guerriglia che inasprì logicamente ogni soldato". Kluck è dello stesso avviso e parla di "guerriglia estremamente aggressiva". Le truppe che avanzano ritengono di trovarsi di fronte a una Volksktieg. Si sparge la notizia che i civili sparano alle spalle, uccidono, accecano, castrano i feriti, offrono acqua avvelenata. Il 18 agosto il governo accusa ufficialmente le autorità francesi di organizzare: "una guerra alla quale tutta la popolazione partecipa". Dalla tensione, dal rischio della morte, dalla paura dei primi scontri, in una parola dall'immaginazione collettiva nasce il grande equivoco perché nessuna resistenza fu organizzata. Il prezzo è pagato da 280 patrioti belgi portati davanti ai plotoni d'esecuzione e da migliaia condannati ai lavori forzati.

Va aggiunto che entra in campo la propaganda. Per molti anni dopo la guerra si parlò di bambini belgi ai quali gli "Unni" avevano tagliate le mani e Clemenceau nel suo giornale scrive di una donna francese fucilata il 19 agosto: "avec l'enfant qu'elle allaitait". Successivamente siamo nel giugno 1915 arriverà a raccontare di soldati che gettano le loro armi e in ginocchio, piangenti, si arrendono quando nelle trincee irrompono i poilus. Nel 1918 era voce comune che la grippe, la micidiale influenza spagnola, si propagasse in Francia a mezzo di scatole di conserva abbandonate sulle spiagge da sottomarini nemici. In tempo di guerra la verità deve essere protetta da una cortina di bugie sosteneva Churchill.

L'otto agosto, di fronte all'aggravarsi della situazione il ministro della Guerra Messimy, novello Stalin, telefonò a Joffre invitandolo a deferire i generali incapaci a un consiglio di guerra e a fucilarli nelle 24 ore. Il rifiuto fu netto, anche di fronte alla conferma per iscritto. Vanamente il ministro reitera le sue richieste il giorno 24: "Io stimo che non siano passibili di altra pena, come nel 1793, che la destituzione e la morte. Voi volete la vittoria, usate i mezzi più rapidi, brutali, energici e decisivi". E ancora nello stesso giorno: "Eliminate i vegliardi, senza pietà". Nelle sue memorie Joffre commenta: "Allait peut-être un peu loin". Messimy si distinse anche per il giudizio sprezzante che diede, a mezzo di un portavoce, su reparti originari delle regioni del Sud della Francia. Nei primi giorni di guerra la prima e la quarta armata che operavano in Lorena nella "Battaglia delle frontiere" patirono ingentissime perdite nell'attacco senza preparazione di artiglieria contro posizioni da tempo preparate a difesa. Il 41° reggimento di fanteria di Marsiglia (54 ufficiali e 3025 uomini) del XV corps perse in quella che fu chiamata "la trappola di Dieuze" la metà degli effettivi tra morti, feriti e dispersi, tra cui il colonnello comandante e due maggiori rimasti sul campo. Messiny accusò: "Una divisione del XV Corps composta da contingenti di Marsiglia, Antibes, Tolone e Aix di avere abbandonato le posizioni davanti al nemico" e in tutta la Francia, nello sdegno fortissimo dei marsigliesi, nacque la convinzione, continuata nel dopoguerra, che le truppe meridionali non avevano alcun valore militare ed erano prive di patriottismo. L'imbecillità dei pregiudizi razziali si accompagna sempre a scarso spessore mentale.

La fortuna non abbandona Joffre. Quando il 26 agosto la Francia apprese che il nemico marciava sul sacro suolo della patria dopo aver respinto con facilità gli attacchi i in Lorena, disastro che costò la testa di Messimy, restò al suo posto scaricando colpe, insipienze e errori sui suoi dipendenti. Poincaré nel suo L'invasion alla data del 24 agosto 1914 ribadiva questo alibi: "Ci è stato ripetuto dal nostro G.Q.G. che nella battaglia delle Ardenne e di Charleroi, molte truppe hanno mancato di coesione, che i comandi subalterni sono stati insufficienti, che i collegamenti tra le armate erano stati difettosi". Nel suo diario il presidente della Repubblica scriveva: "Ci dobbiamo preparare alla ritirata e all'invasione. Ecco a che cosa sono ridotte le illusioni delle ultime due settimane. Ora l'avvenire della Francia dipende dalla sua capacità di resistenza". Anche Clemenceau il 27 ottobre 1914 sul suo giornale, che per protesta contro la censura aveva cambiato il titolo da L'Homme libre in L'Homme enchaîné, scriveva di: "chef qui n'ont pas fait tout leur devoir".

Mayer, spirito libero, ebbe parole di fuoco: "Rien ne l'avait préparé à diriger les opérations d'une grande armée. Spécialisé dans l'étroit mètier d'officier du genie, et quoique ses séjours aux colonies lui eussent offert l'occasion d'étendre et de multiplier ses connaissances, il ignorait toute de la stratégie lorsqu'il fut appelé a siéger au Conseil supérieur de la guerre. Ebbe il merito di rendersi conto della sua insufficienza, ma nello stesso tempo il torto di immaginare che l'arte militare si apprende come si apprende, in vista di un esame, l'algebra, la fisica […] Dotato di un forte buon senso e di forte modestia. La sua carriera era stata singolarmente rapida e facile, era arrivato ai più alti gradi senza sforzi e senza intrighi, favorita dalla lunga permanenza nelle colonie, grazie a son attitude politique alla sua origine plebea e alla confidenza che ispirava la sua modestia. Fautore del servizio dei tre anni, eliminò generali di alto valore, codificò la dottrina di guerra che le più alte autorità dell'esercito non avevano saputo codificare. Entra in guerra con un esercito che aveva, nella misura del possibile, formato a suo piacimento, di cui aveva determinato gli effettivi, la composizione e gli armamenti, dal quale aveva eliminato gli elementi che riteneva cattivi o insufficienti, con ufficiali ai quali aveva inculcato elementi di strategia e metodi di combattimento scelti da lui. Sceglie il momento e la direzione dell'attacco. L'errore era manifesto, ma "sa finesse de paysan madré réussit pourtant à faire porter à ses sous-ordres tout le poids de la responsabilité". Terminata la concentrazione delle forze egli dichiara che gli esecutori dovevano solo agire. Riecheggiando il pensiero di Moltke del 1870, riteneva di avere così ben preparato il suo piano di guerra da lasciare ai suoi sottoposti l'esecuzione. Nella relazione sugli avvenimenti fu dichiarato che il piano offensivo non aveva raggiunto il suo obiettivo "par suite de fautes d'exécution". Joffre era di un ottimismo tanto formidabile da suscitare a distanza di anni delle perplessità.

Il 27 agosto Millerand, al quale Mayer assegna tra i 34 ministri della Guerra che si erano succeduti dal 1871 la palma del più incapace, lo trova al suo G.Q.G.: "toujours aussi résolu et aussi confiant", Poincaré "en bonne santé physique et morale […], che sarebbe stato di noi dopo Charleroi con un capo più ricco di immaginazione, ma nervoso e impulsivo?". Foch è sulla stessa linea: "È straordinario. Sua caratteristica: un giudizio molto sicuro. La stessa calma pervade il suo stato maggiore dopo Charleroi". Liddell Hart, e siamo nel 1932, gli riconosce un'influenza calmante su una razza estremamente sensibile, Mayer lo definisce: "Admirablement constitué pour -encaisser- la défaite, Joffre n'était pas de taille à conduire nos armes à la victoire".

Per tutto il periodo in cui resse le sorti dell'esercito francese continuò nel suo stile di vita, dormiva e mangiava regolarmente, effettuava pomeridiane passeggiate precedute da un sonnellino. Joffre, a differenza di Moltke, aveva stretti contatti con i comandi che raggiungeva in una macchina guidata da Georges Bouillot, tre volte vincitore del Gran Prix, a 110-115 km/h. Alle 10 di sera andava a letto, solo in caso di pericolo estremo si osava bussare alla sua porta. Liddell Hart sostiene che il generalissimo aveva: "un occhio per il fronte e l'altro, così come le due orecchie, su Parigi, ossia sui politici, dei quali seguiva con attenzione gli umori e gli intrighi. Il G.Q.G, Grand quartier général, composto all'inizio delle ostilità da una sessantina di ufficiali, saliranno a 300 nel 1917, era sistemato a Vitry-le-François sulla Marna a metà strada tra Parigi e Nancy a una distanza di circa 140 chilometri dai comandi delle armate.

Vale la pena di fare una piccola antologia dei giudizi sul generalissimo. Messimy sosteneva trattarsi di: "Una personalità forte, incisiva e altera […] un'intelligenza spiccata […] capacità decisionale, anche se non rapida […] ed un imperturbabile sangue freddo". Shirer parlava di: "carattere indomabile […] padrone di se, risoluto e sempre fiducioso", Gallieni, suo superiore nella conquista dell'isola di Madagascar, gli vaticinò una grande carriera: "Capable d'exercer dans l'intérêt du pays les plus hauts exploits". De Castelnau lo definiva le crabe per la sua capacità di abbordare astutamente i politici, "perspicace, imperturbabile, buon giudice delle altrui qualità, pregi dei quali l'esercito francese si sarebbe reso conto nel corso della campagna successiva, man mano che la crisi si aggravava". Alain Bru, alias Margeride: "Son sang-froid presque surhumain", Foch: "Ammirevole impassibilità. È straordinario. Sua caratteristica: un giudizio molto sicuro. La stessa calma pervadeva il suo stato maggiore dopo Charleroi", de Gaulle scriverà: "Fu la fortuna della Francia che Joffre avendo male impugnata la spada non perdesse l'equilibrio", Poincaré: "Tutto in lui dà l'impressione dell'equilibrio e del sangue freddo, ossia delle virtù militari che sono le più rare e le più essenziali nelle ore incerte che stiamo vivendo", Angelo Gatti: "quadrato, ostinato", Liddell Hart parla di una calma olimpica che costituiva il suo più grande valore, e con una fredda risoluzione ammirevole ma sbalorditiva in presenza del disastro in cui aveva gettato la Francia. Con un larvato spregio inglese aggiunge: "Joffre non è stato un generale, egli è stato un potente sedativo per i nervi della nazione". Clemenceau lo definisce ironicamente il Budda dei francesi, mentre il britannico Fuller lo inquadrò in due parole: "un vuoto strategico".

Joffre affermò in seguito che: "Sulla carta non era mai esistito alcun piano d'operazione […] non adottai una linea d'azione già predisposta se si esclude l'assoluta determinazione di assumere l'offensiva con tutte le mie forze". Il piano invece esisteva e dei piani in genere Moltke il Vecchio nel suo Sulla strategia scritto nel 1871 sosteneva che: "Un errore nella disposizione iniziale delle armate è molto difficile da riparare durante la campagna". Davanti alla commissione d'inchiesta che nel 1919 tendeva a stabilire le cause della perdita del bacino di Briey, dal quale provenivano la massima parte dei minerali di ferro francesi, Joffre diede risposte confuse, arrivando a dire che: "Un plan d'opérations c'est une idée qu'on a dans la tête, mais qu'on ne met pas sur du papier". Quando il presidente commentò che la cosa era assurda Joffre replicò: "Il peut bien y en avoir, mais ce n'est pas moi qui les ai rédigeées" e ancora: "Vous me demandez un tas de choses sur lesquelles je ne puis vous rèpondre: je ne sais rien." Anche per questo Liddell Hart lo definisce un moderno oracolo di Delfi, portavoce: "d'une sort de clergé militaire" sottoposto all'influenza intellettuale di Grandmaison e dove il generale de Castelnau fungeva da gran sacerdote.

Dopo i disastri iniziali non fu silurato, anche per le incertezze sullo svolgimento delle operazioni e la mancanza di notizie. Poincaré nel suo L'invasion scrisse alla data del 24 agosto 1914: "Ci è stato ripetuto dal nostro G.Q.G. che nella battaglia delle Ardenne e di Charleroi molte truppe hanno mancato di coesione, che i comandi subalterni sono stati insufficienti, che i collegamenti tra le armate erano difettosi". Non avrà nemmeno a posteriori dubbi sulla dottrina adottata. Nelle sue Memoires du Maréchal Joffre (1910-1917) del 1932, lascerà scritto: "Vi è una evidente verità nell'affermazione che solo l'offensiva permette di affrancarsi dalla volontà dell'avversario. La storia militare lo prova abbondantemente. Mostra che la guerra attendista non porta che alla disfatta". La sua tranquillità si rifletteva sui suoi collaboratori, uno dei quali rassicurava il ministro della Guerra: "Tanto meglio se essi [i Tedeschi] commettono l'imprudenza di invadere il Belgio settentrionale. Più aumenteranno la loro ala destra e più facilmente sfonderemo al centro". Riuscirà a tenere lontano dal fronte i ministri, afflitti da un'assoluta incompetenza tecnico-militare, che tenuti all'oscuro dello svolgimento delle operazioni dovranno rivolgersi al suo comando per notizie. Come scrisse La France Militaire nell'immediato anteguerra: "Il serait temps qu'on laisse les militaires faire un peu plus leurs propres affaires".

Joffre per salvare la sua testa si dimostrò inflessibile con gli incapaci, annoterà nelle sue memorie che alla data del 6 settembre 1914 almeno la metà dei comandanti delle divisioni di fanteria ed esattamente la metà dei comandanti delle divisioni di cavalleria erano stati esonerati. Furono travolti dall'età, provati dallo stress dei primi combattimenti, così lontani dai canoni previsti. Quando un disperato generale di divisione si tolse la vita, impietoso fu il commento: "Perdendo il controllo e il sentimento dei suoi doveri verso le truppe". Il primo, fu il generale Bonneau, comandante del VII corpo d'armata, dopo la perdita di Mulhouse, conquistata due giorni prima. Il suo operato sollevò aspre proteste da parte dei silurati che ricorrevano ai loro protettori politici, ma Joffre rifiutò ogni intervento o richiesta di spiegazioni. Va per inciso ricordato che era consuetudine degli ufficiali frequentare le anticamere degli uomini politici per ottenerne amicizia e raccomandazioni, a differenza di quelli tedeschi la cui carriera era nelle mani dell'imperatore. Gli ufficiali britannici, addetti ai comandi alleati ne erano sempre stupiti.

Particolare curioso, gli ufficiali generali silurati o in francese "limogés", erano obbligati a risiedere nella 12° Region, lontano da Parigi. Il termine nasceva da Limoges sede del quartiere generale delle retrovie. Di essi si scrisse: "Bisogna riconoscere che avevano dato prova di una incapacità notoria, di una incomprensione totale della situazione, e di una mancanza di decisione che ci costerà una larga parte dei nostri insuccessi all'inizio della guerra". Anche se le promozioni sono il frutto non solo di capacità e attitudine al comando ma anche di intrighi e di raccomandazioni, colpisce l'alto numero di ufficiali generali che non risultarono all'altezza delle aspettative. Sorte migliore non ebbero i massimi vertici. Dei comandanti delle armate, tre furono silurati nel primo mese di guerra. Eppure il maresciallo nelle sue memorie dà per certo che: "Il comando delle armate, coi loro stati maggiori e i loro servizi, era stato da tempo metodicamente ordinato: comprendeva militari insigni e ufficiali subalterni perfettamente addestrati alla loro carica", mentre invece: "Il comando delle minori unità, divisioni, brigate, risentiva ancora delle intromissioni della politica nell'avanzamento degli ufficiali sotto certi ministeri". Dello stesso avviso era Clemenceau che sul suo giornale L'homme enchaîné il 27 ottobre 1914 parlava di capi che non sapevano sovente trarre che un mediocre partito dai propri soldati: "Vi sono stati dei capi che non hanno saputo fare il proprio dovere".

Solo per Lanrezac si parlò d'incompatibilità con Joffre, nata dal rifiuto del generalissimo di dare credito ai suoi continui allarmi per la calata dell'ala destra germanica proveniente dal Belgio e dall'ordine di ritirata generale della V armata dopo la battaglia di Charleroi. Si scrive nella versione ufficiale del GQG fatta dopo la guerra. "[…] ritenendosi minacciato sulla destra ordinò la ritirata in luogo di attaccare". Il 3 settembre verso le ore 17 Joffre gli comunicò che era rimosso dal comando, sostituito da d'Espérey. Le querelles su questa rimozione avvamparono a lungo. Era un generale stimatissimo presentato a Poincaré da Joffre: "comme un maître en science militaire […] c'est un futur généralissime".

Nato nel 1852 Charles Louis Marie Lanrezac, entra nell'École di Saint-Cyr, classificandosi 75° su 250. Inizia la guerra del 1870 col grado di sottotenente e la finisce da internato in Svizzera dove era sconfinato col suo reparto. Torna alla scuola per completare la sua preparazione. Breveté ufficiale di stato maggiore nel 1879, professore d'art militaire a Saint-Cyr, partecipa all'occupazione della Tunisia e, nominato chef de bataillon, diventa un apprezzato professore all'École de guerre. Continua in una rapida carriera e nel 1914 entra nel Conseil supérieur de la guerre. Mayer sostiene che il generale esaminò il piano di guerra di Joffre con lo spirito di un professore con un allievo, dando per scontata la sua ignoranza strategica. Espose i suoi dubbi nel rapporto che gli fece pervenire il 25 luglio: "après avoir longtemps hésité [temendo di] heurter à des susceptibilités très vives", ma, aggiunge: "rapport donne des avertissements, des conseils. Il ne trahit aucune préoccupation". Invece Lanrezac, che sulle sue vicissitudini aveva scritto nel 1920 Le plan de campagne française des premiers mois de la guerre, sostiene: "Posta la questione, io speravo che il generale Joffre l'avrebbe trattata a fondo con me. Non si tenne alcun conto delle mie osservazioni. Ero deciso a tornare alla carica. Sfortunatamente scoppiò la guerra". Pétain, resosi conto dell'ingiustizia commessa, gli conferì la Croix de guerre e lo fece nominare grande ufficiale della Légion d'honneur con una citazione che rendeva omaggio al ruolo che aveva avuto nel 1914. Liddell Hart nel suo Réputations ne elogia il senso tattico che permise alle forze alleate di ritirarsi con prudenza e lo definisce il "meilleur manœuvrier de l'Armée française". Un'altra vittima delle circostanze fu il generale Ruffey, comandante della III armata. Era un uomo di valore, definito poète du canon, fu l'inascoltato profeta dell'artiglieria pesante di cui difendeva con grande eloquenza il valore.

Joffre nei posti resi disponibili mise uomini come Pétain, Foch e Franchet d'Espérey, tre futuri marescialli di Francia.

Il primo, uno sconosciuto colonnello prossimo alla pensione, si mette in luce nei primi mesi quando al comando di una brigata della 5° armata di Lanzerac prima e della 6° divisione di fanteria dopo, manovra egregiamente in ritirata. A ottobre è nominato al comando del 33° corpo d'armata, sono passati solo due mesi, centinaia di teste sono cadute, il bistrattato ufficiale si prepara a una carriera eccezionale. Nel maggio 1915, dopo la buona riuscita di un attacco minuziosamente preparato arriva il comando della 2° armata.

Di molti nuovi capi che avevano prestato servizio nelle colonie si sosteneva che: "l'Armée d'Afrique et les troupes de marine y perdent les bons principes". Nell'esercito germanico non esisteva un esercito europeo e un esercito coloniale, ognuno dei quali aveva una propria tradizione ed esperienze. Questo spiegava la maggiore omogeneità. Joffre poteva sostenere che era difficile giudicare in tempo di pace il carattere, qualità essenziale di un capo, Marc Bloch perplesso si chiedeva: "Ma che cos'è allora l'educazione militare, se prepara a tutto fuorché alla guerra? (7). Mayer lo difende nel suo La psychologie du commandement avec plusieurs lettres inédites du maréchal Foch del 1924, parlando della mediocrità dei ministri che li avevano nominati. Di certo vi era stato un errore o nella nomina o nell'allontanamento.

Il generalissimo nelle sue Memorie riconosce che gli ufficiali generali potevano essere "limogés" solo dal ministro della Guerra che li aveva nominati, ma si difende sostenendo che aveva agito: "au salut du pays". Era evidente che la legge del febbraio 1912, che autorizzava il ministro della Guerra a mettere a riposo "Les officiers généraux fatigués", non aveva avuto un grande successo. La scelta dei sostituti non doveva essere facile se si dovette ricorrere a generali a riposo. Dei comandanti di corpi d'armata, dieci furono silurati e sei promossi. Di questi ultimi, quatto avevano 58 anni o meno, come due dei dieci silurati. Di fronte all'usura mentale, Clemenceau stabilì, con una circolare del 22 dicembre 1917, che al fronte i comandanti di brigata, di divisione e di corpo d'armata non dovevano rispettivamente superare i 58, i 60 e i 62 anni. Nel corso della guerra, i comandanti alla testa di un'armata avevano mediamente 57 anni, con l'eccezione di Dubois e de Villaret che ne avevano 63 e di Fayolle che ne aveva 64. All'inverso Buat e Mangin ne avevano 50 e Goutard 48. Influivano sulla falcidia le trasformazioni dell'arte della guerra, la cristallizzazione delle linee e i nuovi armamenti che richiedevano una nuova mentalità. Nel conflitto, armi nuove come l'aereo e il carro armato o il perfezionamento di quelle esistenti come la mitragliatrice, avevano portato a tutta una serie di nuovi problemi tattici. Occorreva quindi un nuovo livello culturale per il quale molti ufficiali superiori per personalità, preparazione professionale, esperienza, flessibilità e capacità operative e organizzative non si mostrarono all'altezza. Osservava il principe ereditario del regno di Baviera Rupprech nelle sue Memorie, che gli esoneri nell'esercito furono pochissimi, ma di certo i primi due generalissimi, Moltke e Falkenhayn non ebbero lunga vita.

Se, come scrive de Gaulle: "Il primo urto rappresentò una sorpresa immensa", la seconda sorpresa fu l'artiglieria pesante tedesca. Già nel 1895 era stato realizzato un colossale mortaio da 305, in seguito, visto il potenziamento o la costruzione di nuovi forti, nel 1909 la Krupp in gran segreto realizzò un mortaio da 305 con affusto a deformazione di maggior gittata e proiettili più efficaci. Nello stesso anno fu costruito il primo mortaio da 420 a deformazione su affusto ferroviario, con una gittata di oltre 14 km, che lanciava granate di 930 kg., di poi adattato alla trazione meccanica su vie ordinarie diviso in cinque pezzi, con una impressionante rapidità nello smontaggio e nel montaggio per aumentarne la velocità di movimento e ridurne le crisi di spostamento. Vanamente il servizio segreto segnalò l'aumento della produzione dei pezzi a lunga gittata. A questi si aggiungevano i mortai da trincea per i quali nel 1905 il ministero della Guerra avanzò alla Krupp e alla Ehrhardt le specifiche per prototipi che potessero lanciare una carica di 50 chilogrammi a 300 metri di distanza. Nel 1914 l'esercito schierava tre modelli di mortai da trincea: Il mortaio da trincea leggero di 17,6 cm. che lanciava una bomba da 4,75 chilogrammi a 1000 metri circa, il medio di 17 cm. dotato di un proiettile da 50 chilogrammi con una gittata di 800 metri e il pesante di 21 cm. con un proiettile da 100 chilogrammi con la ridotta gittata di 420 metri. Come i lanciafiamme, i mortai da trincea erano organizzati in battaglioni autonomi, assegnati ai reparti secondo le necessità.

Eppure già nel 1889 sulla Revue scientifique si scriveva: "La barrière sur laquelle on se croyait en droit de compter et à l'abri de laquelle on espérait pouvoir se mobiliser presque tranquillement, voici qu'elle semble condamnée à tomber au premier coup de canon" (8). Sull'argomento si torna nello stesso anno (9) segnalando la pericolosità dei proietti obus-torpilles contro i quali occorreva rinforzare per i forts d'arrêt la corazzatura, mentre le fortificazioni proprement dite non potevano essere oggetto di rimaneggiamento per il costo troppo oneroso. Va aggiunto che la revue, a carattere eminentemente scientifico, non era influenzata dal milieu militare.

A Liegi, "ponte levatoio sul passaggio obbligato dalla Germania in Belgio", (10) protetta da una collana di forti dal diametro di circa 50 chilometri, progettata dall'ingegnere belga Henri-Alexis Brialmont tra il 1880 e il 1900 e la cui conquista era una necessità ineliminabile per il buon andamento delle operazioni, entrò in azione l'artiglieria pesante. Il 12 agosto 1914 un 420 con i primi due fortunati colpi spappolò due cupole corazzate Gruson dello spessore di 1500 mm. del forte Pontisse e la città, con la successiva distruzione di tutti i forti, cadde. In rapida successione furono smantellati i forti di Namur in sei giorni, Anversa e Maubeuge in 13, ai bombardamenti parteciparono anche i 305 austriaci.

È una classica sorpresa tattica. Keegan parla di "battaglia navale di terra" (11). Egual sorte ebbero le fortificazioni russe nell'estate 1915. La notizia della sorprendente caduta dei forti belgi, ritenuti inespugnabili: […] e probabilmente lo erano effettivamente per un attaccante dotato di un'artiglieria -normale-", scrive Hogg (12) portò, con un errore gravissimo, allo smantellamento delle fortificazioni permanenti. Il Gran quartier général stabilì il 5 agosto 1915 con un ordine a firma di Joffre, che: "[…] di fronte alla potenza distruttiva dell'artiglieria odierna le organizzazioni difensive fisse di una piazza sono condannate a sicuro annientamento. […] Il disarmo delle piazze […] è il solo mezzo per procurarsi senza indugio l'artiglieria pesante indispensabile (13).

Le fortificazioni permanenti sembrano condannate definitivamente perché a differenza delle fortificazioni di campagna sono troppo visibili. Conseguenza catastrofica le piazzeforti del Nord-Est furono disarmate. Joffre si precipita a richiedere la costruzione di artiglieria pesante, ma i primi pezzi entreranno in servizio nel 1917. Alain Bru sosterrà che con la pensione annuale di 68 vedove senza figli di un soldato di 2° classe si poteva acquistare un cannone Rimailho.

Sul teatro della Grande Guerra si affaccia l'offesa dal cielo con l'arma della terza dimensione. Le città sono preferite come obiettivi dallo stato maggiore germanico per scatenare il panico tra la popolazione. L'allarme, insieme al'orrore per la "malvagità" tedesca, si spande rapidamente. Le popolazioni civili inermi videro i dirigibili, che Alberto Salvatori definì: "Enormi e stupidi ma molto belli" (14), solcare i cieli dell'Europa in fiamme, invulnerabili e silenziosi, a una quota che gli aerei all'inizio delle ostilità, raggiungevano con grandi difficoltà. Fu il generale Bernhardi nel 1911 a prospettare l'uso degli Zeppelin per: "seminare il terrore e la rovina sulle coste inglesi".

Sul dirigibile conviene spendere qualche parola. E' un prodotto, un altro, della tecnologia germanica. Nel 1914 le forze di terra e di mare avevano in dotazione dirigibili rigidi prodotti dalla Zeppelin, di certo più affidabili degli aerei da bombardamento che muovevano i primi passi. Quelli dell'esercito erano in legno, quelli della marina in alluminio e quindi più veloci e con maggiore autonomia e raggio d'azione. Nel 1910 Paul Renard, stimato tecnico aeronautico francese, ne minimizzava il peso: "I Tedeschi rinunceranno in breve tempo a questa sorte di aeronavi" e, ritenendole costose, ingombranti, di costruzione difficoltosa, aggiungeva: "ne devait pas molto belli" (15). In Francia, il tre agosto un Taube lanciò tre bombe su Lunéville. Il giorno successivo due Voisin bombardano l'aeroporto della tedesca Metz, ma è Liegi il sei agosto ad avere "l'onore" dei primi morti. Uno Zeppelin partito da Colonia lancia 13 bombe che causano nove morti tra la popolazione. È poi la volta di Manon-Viller, Anversa, Ostenda, Calais. A fine mese Parigi incassa cinque bombe.

Inizia l'offensiva contro la Gran Bretagna e per la prima volta da secoli il suolo inglese è violato. I primi raid, sempre notturni, si svolgono in piena estate, se la precisione è nulla, l'allarme è grande, il panico che si scatena eccezionale i dirigibili sono fuori della portata dei caccia che vanamente si alzano in volo. Sarà il vulcanico Churchill a concepire, già nel settembre 1914, un attacco alle loro basi di partenza con risultati che, per i limiti della tecnologia dell'epoca, non furono decisivi. Il 19 gennaio 1915 quattro Zeppelin si presentano sulle coste inglesi. Sganciano bombe su Yarmouth, Sherringham, Sandringham residenza reale, Gersingham, Grimston. Arriveranno 57 volte, l'incursione più sanguinosa, otto settembre 1915, portò alla morte 22 civili londinesi, mentre 87 rimasero feriti. Nel successivo settembre, incoraggiati dal grande successo si aggiunsero i dirigibili dell'esercito, ma le difese vengono potenziate. I caccia migliorano in velocità e in altezza raggiungibile, le mitragliatrici sono dotate di due tipi di pallottole le Pomeroy-Brock esplosive e le Buckingham al fosforo. Intanto a Ostenda viene creata una formazione di sei squadriglia per il bombardamento di Londra e delle città vicine, agli ordini diretti del Gran quartiere generale. Il 3 settembre 1916 è abbattuto il primo dirigibile, con grandi manifestazioni popolari di esultanza. Finalmente, dopo due anni, un odiato "mostro" era distrutto. Il 19 ottobre 1917 su undici dirigibili che partono per bombardare Londra ne tornano solo sei. Seguirono altri abbattimenti che crearono grande shock tra gli equipaggi. Breve fu la vita degli Zeppelin, il fuoco dell'artiglieria, la caccia, le tempeste, i colpi di vento ne causarono la fine.

L'arma assoluta, l'arma che avrebbe posto fine al conflitto, è fallita, è solo un'arma che va aggiunta alla panoplia delle nuove armi, mitragliatrice, sommergibile, lanciafiamme, gas asfissianti, carri armati. Non invano Schlieffen scriveva anni prima: "Dividendo egualmente tutti i suoi doni preziosi la tecnica prepara a tutti le più grandi difficoltà. […] Non è difficile dire come, con armi così potenti, si può abbattere e annientare il nemico. Ma come si può, così facendo, evitare a se stessi la medesima distruzione, è un problema meno facile da risolvere". In sintonia era Fuller, generale e teorico militare britannico, che parlando di "fattore tattico costante" osservava: "Ogni innovazione tecnologica viene neutralizzata col tempo adottando una mossa tattica adeguata, la quale genera a sua volta la richiesta di un'altra innovazione tecnologica". La Germania continuò l'offensiva con i bombardieri Gotha che il 13 giugno 1917 causarono a Londra 162 morti e 432 feriti. In tutto i morti tra i civili per azioni aeree furono 1413 e i feriti 3408. Era il prologo a future tragedie.

Lo Stato maggiore francese il 16 giugno 1915 annunciava che, per rappresaglia: "contro il bombardamento da parte dei tedeschi di città aperte francesi ed inglesi, è stato dato ordine di bombardare stamane la capitale del Granducato di Baden". Karlsruhe fu colpita da numerose bombe, due piloti non tornarono. Nel precedente mese di maggio l'aeronautica aveva bombardato gli impianti industriali della Badische Anilin di Ludwigshafen. Ma da parte alleata non vi fu mai un chiaro disegno di offensiva aerea sulle città tedesche. Il due maggio 1917 Aubigny, presidente della Sous-commission de l'Aéronautique scriveva al Sous-secrétaire d'État à l'Aéronautique: "Sept mois perdus pendant lesquels aucun programme rationnel de bombardement, aucune méthode d'emploi des appareils de jour de nuit n'a pu ètre établie".

Nell'anteguerra la produzione aerea non era sottoposta a controlli governativi e gli aerei venivano esportati senza remore. Dopo qualche settimana dall'inizio del conflitto le vendite furono limitate, nell'estate del 1915 il ministero della Guerra stabilì che solo il 15% della produzione di aerei e i motori poteva essere esportata, a fine anno le ordinazioni delle potenze alleate, vitali per le loro forze aeree, dovevano essere autorizzate. Si calcolò che agli Stati Uniti né andò il 34,8%, alla Gran Bretagna e alla Russia il 21 e all'Italia il 13,7%.

I militari "scoprono" l'aeronautica, quando un aereo segnala il due settembre che la prima armata di von Kluck avanza nella direzione di sud-est. Alla luce delle pesanti lezioni che la guerra impartiva, dopo un mese si riorganizzò l'aeronautica e si creò nella XII direction de l'aéronautique presso il 3° Bureau, il S.F.A., Service des fabrications de l'aviation, che faceva da tramite tra il comando e l'industria affidandolo a un ufficiale generale. Gli aerei a disposizione costituivano una eterogenea congerie di monoplani e biplani dei modelli più diversi: Farman, Voisin, Breguet, Dorant, Caudrong 3, Deperdussin, Nieuport e Morane. Il G.Q.G. elabora un piano per semplificare i modelli. Il Farman VII viene destinato alla ricognizione, il Caudrong 3 all'osservazione per l'artiglieria, il Morane Saulnier Parasol alla caccia e il Voisin LA 5 al bombardamento e alla ricognizione lontana. La velocità media di un monoplano era di 110/135 km, di un biplano 95/120. Con un plafond di 1500/4000 metri avevano una un'autonomia di 2/4 ore. Erano tutti disarmati e soggetti ad una infinità di problemi tecnici. I progressi sono immensi. Dal 1909 al 1914 la velocità passa da 77 a 204 chilometri orari, la distanza percorribile da 230 a 1020, l'altezza da 450 a 6000 metri.

Si formula una nuova teoria della guerra aerea che fu codificata il 27 settembre 1914: "Tutte le volte che sarà possibile, gli aviatori non dovranno limitarsi al ruolo di ricerca degli obiettivi e di regolamento del tiro dell'artiglieria […] attaccare a mezzo di bombe il materiale delle artiglierie tedesche che non può essere colpito dall'artiglieria; bloccare il servizio di queste batterie distruggendo il personale; attaccare truppe nelle retrovie". Il successivo otto ottobre con una nota dell'alto comando si richiede: "Attacchi principalmente su raggruppamenti di truppe, mezzi di trasporto, organi importanti e sensibili del nemico". Nasce l'aviazione tattica o di interdizione come si direbbe oggi. Il dieci novembre Joffre chiede al ministro della Guerra: "Le squadriglie si devono specializzare almeno in una certa misura". Ad ogni armata vengono assegnati aerei da caccia, da ricognizione e per il tiro d'artiglieria. Il numero dei modelli si va riducendo. L'arma è svantaggiata dalla pochezza del suo capo, il generale Bernard, il quale, sicuro di una guerra di rapido corso, del resto conforme alla dottrina ufficiale, chiude in agosto le scuole di addestramento al volo e sospende gli ordinativi ai costruttori. Salterà l'undici ottobre sostituito dal generale Hirschauer, già ispettore dell'aeronautica militare dall'ottobre 1912 al gennaio 1913. Stessa fine per il Directeur de l'artillerie generale Bacquet il quale, nel novembre dello stesso anno, al senatore Marius Moutet che gli offriva i servizi delle fabbriche della sua circoscrizione rispondeva: "J'ai plus de fusils que des bonhommes". L'aviazione ha mostrato le sue qualità nella battaglia della Marna e Joffre stabilisce le tre missioni dell'arma. Ricognizione degli obiettivi e regolamentazione del fuoco dell'artiglieria per i reparti dei corpi d'armata; ricognizione e bombardamento per le squadriglie delle armate e caccia per squadriglie autonome, con aerei blindati e armati: "particulièrement affectés a la puorsuite des avions ennemis". Nomina il commandant Barès, unico pilota con esperienze belliche, avendo partecipato in qualità di osservatore alle guerre balcaniche, direttore del Service aéronautique al G.Q.G.

L'uomo ha le idee chiare: "[L'aviazione] ha il dovere di cacciare e distruggere gli aerei nemici". La prima squadriglia da caccia è formata dal capo del servizio aeronautico della V armata Charles de Rose, al quale il generale Franchet d'Espérey, considerato da Fuller, sempre avaro di complimenti: "probabilmente il più abile dei generali francesi", concede carta bianca. La figura di de Rose è esaltata da Pétain che lo definisce: "vraie figure de preux celtique, rayonnante de finesse et d'énergie". L'aereo scelto è il Morane-Saulnier type L, monoplano biposto detto Parasol, velocità 125 km/h. Va notato che i piloti tedeschi erano avvantaggiati nei duelli aerei perché in caso di guasto al motore, accidentale o a seguito di uno scontro, potevano planare verso il territorio amico in quanto i venti spiravano in predominanza da Ovest. Nel 1915, nasce il Sottosegretariato di Stato all'aeronautica.

Gli aerei, in mancanza di bombe, nei primi giorni usano freccette costituite da "un'asticella di acciaio appuntita a un'estremità, mentre l'altra è incavata a croce in modo da formare un impennaggio" come scrive Savorgnan di Brazzà. Aggiunge che con una di queste fu ucciso il generale von Meyer. In seguito piloti e osservati furono armati con carabine Winchester modello 1907 o 1910 con un caricatore di cinque o dieci colpi. Dalla constatazione che l'aeronautica era l'unico strumento per operare sul territorio nemico, si sviluppa la dottrina del bombardamento strategico, che trova larghi consensi nell'opinione pubblica.. La Commission de l'Armée trasmise al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei ministri una nota con la quale si invitava a: "Prendere d'urgenza tutte le misure per realizzare in gran numero nuovi apparecchi da bombardamento efficaci e con un grande raggio di azione". Si sviluppa così anche in Francia il mito, il dogma della guerra aerea risolutrice. Scriveva Le Chatellier, professore del Collège de France: "Non possiamo sfondare il fronte tedesco? Aggiriamolo, oltrepassiamolo, dominiamolo per le retrovie. Saremo i padroni della situazione". Ma ci si trova di fronte a forti difficoltà. L'industria non è in grado di produrre aerei con un grande raggio d'azione, per le difficoltà della navigazione, specialmente notturna, per la caccia nemica che diventa sempre più potente e la svantaggiosa situazione geografica che permette all'aviazione tedesca di giungere con grande rapidità su Parigi, mentre Berlino è fuori portata. La commissione incaricata di elaborare le direttive per le costruzioni militari, diretta dal generale de Castelnau, arriva alla realistica conclusione che i bombardieri sono: "Moins urgente à realiser" dell'aviazione da caccia. Alla fine del 1915 con un rapporto allo stato maggiore si constata che la produzione di aerei da bombardamento in grado di trasportare forti quantità di bombe: "Se trouve ancore, pour le moment, en dehors des possibilités de la technique".

Prima della nascita, sviluppo e potenziamento dell'arma della terza dimensione, gli strateghi concepivano due tipi di guerre. La guerra di annientamento che continuava senza tregua fino a quando all'avversario non veniva imposta una pace cartaginese e la guerra di esaurimento che si concludeva, dopo l'acquisto di pegni territoriali, con una pace contrattata. La nuova arma porta alla dilatazione del teatro di guerra che si estende a tutto il territorio. Non si distruggono le forze armate nemiche ma i gangli vitali del paese, le sue strutture, i suoi centri nervosi, con un pesante terrore sulla popolazione civile, con un'usura progressiva. Ma sfugge, e non solo agli strateghi francesi, che la strategia non può essere fondata su un'unica arma ma dalla collaborazione di tutte le armi. Il bombardamento strategico, eufemismo per non parlare di bombardamento terroristico, è agli esordi, si dovrà arrivare al secondo conflitto mondiale per la contro prova. Gli alleati scateneranno una campagna aerea di una potenza inimmaginabile, la Germania, annegata in un mare di bombe, con 800.000 civili uccisi, resiste fino a quando il territorio non viene occupato completamente, la proclamata usura progressiva non si verifica.

Nell'organizzazione delle scuole di volo si metterà in luce il commandant, poi colonnello, Léon Adolphe Girod. Deputato dal 1906 al 1928 segue le problematiche aviatorie e il 5 marzo 1914 entra nel Consiglio superiore dell'aeronautica militare. Dopo aver comandato un gruppo bombardieri, succede al colonnello Bouttieaux il 2 settembre 1915 al comando dell'Inspection des écoles et depots e le organizza secondo le specialità aeree. Crea le nuove scuole di Avord e Pau, seguite da altre sette nel 1915 e due nel 1917. La fame di piloti, è tale che vengono requisite scuole per piloti civili. I risultati sono ottimi, dalle scuole usciranno 17.000 piloti, provenienti da tutte le armi. Sono uomini come Girod che mancheranno alla Francia degli anni Trenta.

Louis Auguste Adrian di famiglia cattolica, nativo di Metz, aveva lasciato la città quando nel 1871 era passata alla Germania. Allievo del Polytechnique, officier della Légion d'honneur, aveva intrapreso la carriera militare nell'arma del Genio e si era fatto le ossa nella campagna del Madascar. Lascia la carriera nel 1913, torna alle armi l'anno successivo allo scoppio delle ostilità. Quando nel corso delle prime operazioni si accertò che un gran numero di soldati veniva ferito alla testa, mortalmente nell'88% dei casi, con l'eccezione di dragoni e corazzieri protetti da elmi in acciaio, disegnò prima una cervelliera che andava portata sotto il chepì e, nel dicembre 1914, un elmetto che porta il suo nome. Era di colore blue horizon composto da quattro parti che venivano successivamente montate: visiera, paranuca, calotta e crestina. Messo in produzione dal 5 giugno 1915 ne vengono prodotti circa sette milioni.

Esemplare per indicare il clima dell'epoca fu un primo rifiuto di Joffre con il commento: "Un casco ma […] in due mesi io li avrò tordus!". L'esercito tedesco entrò in guerra col pickelhaube, l'elmo chiodato che si associò per sempre allo stereotipo del brutale soldato germanico. L'elmo fu ricoperto con una copertura in stoffa feldgrau, fino a quando fu sostituito dall'elmetto Stahlhelm 16 di gran lunga superiore a quello francese in quanto copriva le tempie e la nuca.

Il 30 luglio 1914, tre giorni prima della mobilitazione generale, si istituisce la censura esercitata dall'autorità militare su giornali, lettere e telegrammi, che sarà codificata con la legge del successivo marzo. All'inizio del 1915 in ogni armata si crea un ufficio che esercita il controllo della corrispondenza in partenza per evitare che i soldati rivelino la località in cui si trovano, nel tempo il servizio Contrôle postal aux armées si perfeziona, a luglio si estende alla corrispondenza ricevuta. Si dovrà arrivare al 12 ottobre 1919 perché venga abolita.

Il 6 settembre 1914, su richiesta di Joffre, preoccupato per manifestazioni d'indisciplina fra le truppe in ritirata, furono istituiti i Conseils de guerre speciaux, corti marziali con poteri eccezionali. Le sentenze dei Conseils, costituiti da tre membri e presieduti "A moins d'mpossibilité", da un ufficiale generale, erano immediatamente esecutive. Recita l'articolo sei: "Les jugements rendus par les Conseils de Guerre spéciaux ne sont susceptibles ni de recours en révision, ni de pourvoi en cassation".

Se il giudicato era un ufficiale, i due giudici a latere dovevano essere almeno parigrado, mentre un sottufficiale doveva far parte del Conseil se ad essere giudicato era un sottufficiale, un graduato o un soldato. Joffre precisò: "L'exécution sans délai est donc la règle et la proposition de la commutation l'exception" e raccomandò sempre la massima severità. Su 780 casi furono pronunciati 234 assoluzioni e 98 condanne a morte. Molte corti marziali facevano precedere il processo da esami psichiatrici. Joffre lamentò la troppa indulgenza di queste corti. Si dovrà arrivare al gennaio 1915 perché le sentenze capitali fossero sottoposte al presidente della Repubblica e al dicembre dello stesso anno perché, su richiesta del Parlamento, i Conseils fossero aboliti a far data dal 6 aprile 1916.

La giustizia militare passò dalla negazione di tutte le garanzie per i giudicati al loro ristabilimento. I reati più comuni furono: "Abandon de poste devant l'ennemi, abandon de poste e désertation devant l'ennemi". A giudizio di Pedroncini (16), i giudicati erano soldati estremamente provati dai combattimenti o che avevano maturato il convincimento dell'inutilità delle operazioni predisposte dai comandi. Il fallimento del piano e le operazioni dei primi cinque mesi di guerra furono sottoposti ad un'attenta analisi dall'Oberste Heeresleitung, il comando supremo dell'esercito, che accertò che l'insuccesso era dovuto a un concorso di cause. Mancanza di contatti con le armate in marcia che lo stato maggiore non era più in grado di coordinare, difficoltà negli approvvigionamenti per la rapidità dell'avanzata, sottovalutazione dell'avversario nel ricordo del 1870, contrasti tra i comandanti, spesso principi ereditari e i loro capi di stato maggiore, mediocre utilizzazione dei mezzi di comunicazione (filo e radio), la cavalleria non in grado di effettuare ricognizioni e dirigibili e aerei utilizzati in modo mediocre. Si legge nell'opera del generale von Kluck La marcia su Parigi e la battaglia della Marna pubblicata a Berlino nel 1920: "La prima armata prega di notificarle la situazione delle altre armate, le comunicazioni delle quali, annuncianti vittorie decisive, sono state, sinora, seguite da richieste di soccorso". Si potrebbe aggiungere la pesantezza del comando supremo che non disponeva di uno scaglione operativo pronto a spostarsi in avanti.

Conseguenza piano fallito, avanzata bloccata, i Tedeschi cominciano a scavare trincee, le scaveranno fino al marzo 1918. In precedenza vi era stata un'esagerata valutazione dello svolgimento delle operazioni, sulla scorta delle informazioni ricevute dai comandi delle armate nei quali Moltke aveva una soverchia fiducia. Ad esempio l'otto settembre il principe ereditario di Baviera assicura Moltke: "il nemico non dovrebbe più essere in grado di effettuare una grande offensiva: l'offensiva generale francese si spegnerà come un fuoco di paglia".

Moltke si affida al destino immortale della Germania :"La Germania non può essere sconfitta in questa guerra; è l'unico popolo che può prendere la leadership dell'umanità e portarla a più alti fini". Hindenburg esamina una serie di cause. Nega che l'insuccesso fosse da attribuire al piano Schlieffen, sostiene che l'ala destra era troppo debolmente composta a differenza di quella sinistra, che fu un errore a voler puntare su Parigi, piazzaforte fortemente difesa, che fu errato l'apprezzamento della situazione dagli organi di comando quando essa non era ancora sfavorevole.

Dei generali tedeschi de Gaulle scrive: "Chacun veut agir à sa guise" e parla della mancanza di una guida con "une main ferme" (17). Il Kronprinz, all'epoca comandante della V armata, nelle sue Memorie parla di coincidenze sfortunate e inattese, di un concorso di circostanze, di infrazioni gravi, accusa il "pessimista per temperamento" generale Bulow, comandante della II armata, di scoraggiamento e di non aver saputo reggere alle responsabilità.

Il Reicharchiv, erede della Sezione storica del grande stato maggiore prussiano, pubblicò nel 1925 la storia della Grande Guerra col titolo Weltkrieg 1914-1918. A Moltke non si rivolgono accuse specifiche per avere potenziato l'ala sinistra a scapito di quella destra, perché il piano di von Schlieffen si basava sull'inattività dell'esercito nemico, mentre il generale in capo ben stimò che l'Armée avrebbe attaccato e che spostamento di unità non avrebbe indebolito l'ala destra per la ricchezza degli effettivi. Lo si accusa però di dare consigli e non ordini, di essere restato con lo stato maggiore a Coblenza per un lungo periodo, di non aver avuto ufficiali di collegamento con i comandanti delle armate. Il fallimento del piano fu dovuto agli errori dei capi nell'esecuzione del piano, capi ai quali era stata lasciata piena libertà nell'azione. Accuse particolari vengono rivolte a Bulow e a Kluck, quest'ultimo per l'insofferenza di essere provvisoriamente agli ordini di Bulow.

Theobald von Schafer sulla rivista Militar-Wochenblatt dell'undici gennaio 1935, richiamandosi ai principi di Napoleone e di Clausewitz sulla superiorità del numero nel punto decisivo, principio che si era vittoriosamente affermato nella campagna del 1870, sosteneva che la Germania non aveva conservato questa superiorità per l'eccessivo prolungamento delle linee di comunicazioni, per l'irresolutezza di Moltke, il cui stile di comando era quello di un direttore di orchestra le cui indicazioni vengono ignorate dai musicisti, per la troppa sicurezza dopo i primi successi, per penuria di munizioni e deficienze della catena dei rifornimenti, per la mancata valutazione delle capacità di resistenza dei soldati francesi.

Helmuth Johannes von Moltke, capo di stato maggiore generale dell'esercito, nipote del vincitore della guerra del 1870, aveva passato 30 anni della sua carriera come aiutante di campo dello zio e poi dell'imperatore. Nel 1904 è nominato vice capo di stato maggiore generale, nel 1905 sostituisce temporaneamente Schlieffen, ferito dal calcio di un cavallo, l'anno dopo a titolo definitivo. I nomi proposti erano von der Goltz e Beseler, il primo come scrisse Liddell Hart era svantaggiato dall'essere un intellettuale e uno scrittore militare, Beseler di essere ufficiale del genio, mentre il Kaiser amava gli ufficiali di cavalleria e della guardia, quasi tutti nobili. Moltke era caratterialmente l'opposto di Joffre. Pessimista per natura si scrisse che possedeva tutti i doni del comando esclusa: "l'intuizione del capo. Le sue decisioni erano delle mezze misure e esitava anche dopo averle prese".

Su Moltke, che non ricordava che Federico II sosteneva che per vincere una guerra si può anche perdere una provincia, i giudizi negativi furono unanimi. Ritter parla di mancanza di "intima convinzione", che lo portò a diminuire il rapporto di forze sull'ala destra, che il suo predecessore indicava in 7 a 1, a 3 a 1. Liddell Hart: "Sfortunatamente per la Germania, ma fortunatamente per il mondo. Moltke non aveva né il coraggio morale di Schlieffen e nemmeno la chiara comprensione del principio della concentrazione degli sforzi". Ludendorff: "[…] possedeva un acuto senso militare e sapeva trattare chiaramente le più ardue situazioni di guerra, non era però una natura energica, era più pacifista che guerriero. […[ La sua natura tendeva a ruminare sui problemi, e non era inaccessibile a impulsi pessimistici. […] Nulla bruciava in lui del -fuoco sacro- del comandante nato". Il Kronprinz: "[…] timido […] mancanza di fiducia in se stesso […] non aveva una buona salute […] mancanza di colpo d'occhio" e si potrebbe terminare con Napoleone che nelle sue Massime sosteneva: "È necessario che un uomo di guerra abbia carattere e ingegno; gli uomini che hanno molto ingegno e poco carattere sono i meno adatti: è una nave che abbia una alberatura sproporzionata rispetto allo scafo, è meglio più carattere e meno ingegno". Di certo gli mancavano le caratteristiche del capo che secondo Schlieffen: "[…] sente la scintilla divina e bruciante del fuoco celeste".

Tra i molti addebiti che gli vennero mossi vi era quello di seguire le operazioni da lontano, il comando supremo in un primo tempo a Coblenza solo in seguito fu spostato a Lussemburgo. Sarà sostituito il 14 settembre da von Falkenhayn, ma la notizia fu resa nota solo dopo due mesi. Morirà nel 1916, si dice logorato dal rimorso per gli errori commessi.

Dopo la "corsa al mare", il tentativo di aggirare il fianco dell'avversario, la guerra di movimento è finita, il fronte si pietrifica. Nelle sue memorie Foch così ne parla: "La verità è che noi siamo corsi incontro al nemico: che abbiamo tentato di oltrepassarlo e di avvilupparne l'ala destra, o, quando esso prendeva un certo vantaggio, abbiamo sventato la sua manovra; poiché esso pure cercava, vincendoci in rapidità, di effettuare analoga manovra di aggiramento. […] Il mare fu così il termine della marcia, senza esserne mai stata la meta". Per tutta la sua durata, la guerra si svolgerà in terra francese, otto dipartimenti con due milioni di abitanti, la metà della produzione di carbone, i due terzi delle miniere di ferro, complessi industriali e tessili sono nelle mani del nemico.

Il fronte correva da un punto vicino alla confluenza del fiume Aisne nell'Oise fino al confine svizzero. Nel novembre 1914 si allungava per 800 chilometri: 25 erano affidati all'esercito belga, 50 al corpo di spedizione britannico, il resto ricadeva sull'Armée. Dalle prime battaglie si è di fronte a una realtà che nessuno aveva previsto. Potenza terrificante di fuoco, importanza sempre più grande dell'artiglieria pesante, enorme consumo di munizioni; per il mitico settantacinque, di cui si accertò l'impossibilità di fronteggiare tutte le missioni, era previsto un approvvigionamento di 15.000 proiettili, mentre nella battaglia della Marna ogni pezzo ne aveva consumato 60.000. L'industria che in passato aveva preparato la guerra, sempre breve, deve invece sostenere la guerra diventata lunga.

Va a merito del vecchio generale Langlois (18), uno dei maggiori sostenitori dell'offensiva a outrance di avere previsto già nel 1908 l'enorme aumento del consumo di munizioni: "Assoluta necessità di un rifornimento energique, in Manciuria il consumo dell'artiglieria russa ha sorpassato tutte le previsioni […] Nella prossima guerra l'artiglieria che vorrà assolvere perfettamente il suo ruolo farà -e non sarà uno spreco- un gigantesco consumo di proiettili […] Ogni corpo d'armata ha nelle sue dotazioni una sola giornata di fuoco".

Il comando supremo screma affannosamente il materiale disponibile, recupera batterie dalle fortezze e dalle fortificazioni costiere. Affida la produzione dei proiettili, riservata nell'anteguerra agli arsenali militari ora assolutamente incapaci di fronteggiare le esigenze, alle industrie private. Le continue, pressanti, disperate richieste di materiali, munizioni e rifornimenti provocavano aspri contrasti con le autorità civili che opponevano la penuria di impianti, tecnici e materie prime. Gli operai, spesso improvvisati, passano da 50.000 a 1.700.000, con esteso ricorso al lavoro femminile. Si ha con l'aumento della produzione quello degli incidenti con perdite altissime tra gli artiglieri. Nell'Artois nel maggio 1915 in una sola mattinata un gruppo perde per scoppio 10 pezzi. La situazione era così grave che Joffre teneva annotati in un piccolo quaderno il numero di cannoni disponibili e, caso eccezionale, poteva essere svegliato durante la notte per autorizzarne l'entrata in azione. Nel settembre 1914 Foch lamenta che il comando in capo aveva raccomandato una strettissima economia di munizioni e osserva: "La negligenza di questa prescrizione potrebbe condurre a uno stato di cose gravissimo". La situazione in Germania non era diversa: "[…] io giornalmente le dividevo per le armate informandomi del quantitativo che loro abbisognava e inviando quanto potevo" scriveva Ludendorff. Di certo le previsioni sui consumi furono inferiori alla realtà. Siamo lontani, lontanissimi dal napoleonico "L'intendance doit suivre", ormai era "l'intendance" che dettava le operazioni.

Il comando supremo francese, alla luce delle prime lezioni della guerra, corre ai ripari. Poiché il fuoco si sviluppa con i grossi calibri nemici a distanze impreviste, si organizza il fuoco di controbatteria, anche se potenza e gittata del 75 sono estremamente modeste, mentre con la carenza dei mezzi di trasmissione nasce la necessità di ufficiali osservatori in prima linea. Il generale Herr narra di un comandante di corpo d'armata che spedisce a Parigi un sottufficiale con l'incarico di acquistare tutto il materiale telefonico reperibile. I primi aerei vengono assegnati alla ricognizione per l'artiglieria. Il comando supremo improvvisa un programma per il potenziamento dell'artiglieria pesante, si requisiscono tutti i grossi calibri disponibili nelle piazzeforti delle retrovie e nell'artiglieria da costa.

Le accresciute difficoltà logistiche creano un circolo vizioso. Mettono in crisi la strategia, prolungano la guerra, acuiscono la crisi economica e finanziaria, primaria conseguenza del conflitto. Viene alla mente Dupré d'Aulnay e il suo Traité générale de subsistances militaires scritto nel lontanissimo 1744: "Le operazioni sono assoggettate e subordinate alla sussistenza".

Nasce il problema tattico della prima guerra mondiale. L'impossibilità del fante armato di fucile di superare la trincea difesa dalla mitragliatrice e fortificata dal filo spinato. A nulla valeva il furor teutonicus, il drill and courage britannico, l'élan francese contro un'arma che sparava 400 colpi il minuto, con tiro diretto fino a 2400 metri e che batteva efficacemente un fronte di 1200 metri di profondità e 2900 di larghezza. La fanteria, che secondo l'Instruction sur l'action offensive des grandes unitées avanzava, su un terreno rotto dal fuoco dell'artiglieria, a una velocità di cento metri in uno o due minuti, non era in condizioni di superare il muro di fuoco e lasciava i suoi morti inchiodati sul filo spinato.

L'opinione pubblica è sgomenta ma, nello stesso tempo, reclama l'offensiva, il nemico è sul sacro suolo della patria e va cacciato. Joffre, "vieux grignoteur", imperturbabile nei suoi convincimenti, sicuro che la vittoria sarebbe arrivata il 17 dicembre lanciava perentoriamente l'ordine: "L'heure des attaques a sonné. Liberare il territorio una volta per tutto dall'invasore straniero". Ha perso 150.000 uomini di cui 40.000 uccisi nei primi giorni, 300.000 morti e 600.000 tra feriti, dispersi e prigionieri nei primi cinque mesi, ma conserva una calma olimpica in tutte le circostanze. Nemmeno nelle sue Memorie ha accenni alla gioventù di Francia morta pour la Patrie. Non va dimenticato che le memorie dei capi nel primo conflitto mondiale non sono mai il frutto degli avvenimenti ma della loro reinterpretazione a posteriori sulla base di conoscenze al momento sconosciute.

Fuller scriveva : "Vanga e filo spinato sopraffecero fucili e cannoni e sul fronte occidentale la mobilità scomparve per cedere il passo alla guerra di posizione" (19). Nel 1932 aggiungeva: "La loro guerra così ben pianificata era ridotta in brandelli dalla potenza del fuoco. […] Per la loro stessa imprevidenza gli eserciti furono ridotti a bestiame umano" (20). Liddell Hart dopo aver osservato: "Nell'autunno 1914 una raffica di mitragliatrice convertì la linea d'attacco della fanteria in una trincea", nella quale, va ricordato, i soldati marcirono per tre anni e quattro mesi, aggiungeva: "Perdere altro denaro per recuperare quello che è ormai perduto è sciocco. Ma gettare via vite umane, quando non esiste alcuna ragionevole possibilità di successo è addirittura criminoso. Nel fuoco della battaglia è inevitabile e ampiamente scusabile per chi comanda commettere errori. Ma quando si ordinano attacchi condannati in partenza all'insuccesso perché se per caso riuscissero risulterebbero utili, l'operato dei capi appare indiscutibilmente condannabile. […] i comandanti dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla nazione".

Per alcuni la realtà parve subito evidente, per altri, la maggioranza, non vi fu la percezione dell'abisso che si andava aprendo. Tra i capi, Pétain fu il primo a recepire che la guerra sarebbe stata lunga e che, in conseguenza, andavano modificati i concetti strategici. De Gaulle lo definisce un : "chef […] qui inculque à l'armée l'art du réel et du possible". Guy Pedroncini: "Le général qui a le mieux compris les exigences de la première guerre mondiale". Nel diario di Serrigny, suo capo di stato maggiore, alla data del 29 ottobre 1914 si legge: "[…] continuano a dirci di attaccare, ma Pétain comincia a comprendere l'inutilità di simili operazioni". Pétain dopo tre mesi di ostilità, afferrò lucidamente il problema e il nove novembre scriveva: "Lo sfondamento non è lo scopo ma il mezzo per arrivare a una battaglia in campo aperto […] Per arrivare a questo occorrono effettivi, cannoni, munizioni, mezzi ed esplosivi in quantità più grandi del nemico. Lo sforzo da fare è immenso, la spesa colossale: Non dobbiamo temere di guardare in faccia le difficoltà".

Altri, disperati, non afferrano l'essenza del problema. Lord Kitchener costernato: "Non so cosa si debba fare. Questa non è una guerra". Churchill commentò: "Sfortunatamente era ancora una guerra, come potevano testimoniare i soldati" e, aggiungeva: "In presenza di questa situazione di stallo, l'arte militare rimase muta; i comandanti e i loro stati maggiori, per esperienza e addestramento, non sapevano fare altro che ricorrere all'attacco frontale; non disponevano di soluzioni alternative a quella dell'esaurimento". Lo storico Tomlinson osservò: "Le battaglie che essi erano preparati a dirigere erano del genere classico: sfondare al centro, aggirare i fianchi, tagliare le comunicazioni. Continuavano ad immaginare una vittoria sul campo, completa e sublime […] pensavano di essere più o meno nel 1870". Von Bernhardi ammetteva: "Nessuno aveva pensato a una vera guerra frontale di trincea". Il primo novembre un angosciato Alexandre Ribot chiedeva a Poincaré: "Due anni, due anni, credete dunque che la guerra durerà due anni?". Uno sconosciuto capitano inglese già nell'ottobre 1914 afferrava con lucidità l'essenza del problema tattico: "Si tratta con assoluta certezza di una guerra di logoramento come qualcuno ha detto l'altro giorno, e noi dovremo perseverare più a lungo dell'altra parte e continuare a procurarci uomini e denaro e mezzi finché quelli abbandoneranno il campo; e questo è tutto, almeno per come la vedo io". Nessuno sarebbe andato a casa per Natale.

Émile Mayer in una delle sue opere sosteneva che l'impossibilità di continuare nelle offensive derivava da molte ragioni ma la principale era: "l'interruption des liaisons" (21). Lo storico britannico Keegan, il colonnello tedesco Fellgiebel, de Gaulle erano sulla stessa onda. Il primo scriveva: "Il problema del comando nella prima guerra mondiale era irrisolvibile. I generali erano come uomini privi di occhi, senza orecchie e senza voce, incapaci di vedere nel loro svolgimento le operazioni che avevano concepito, di ricevere rapporti sul loro sviluppo e di parlare con coloro ai quali avevano all'inizio impartiti ordini quando l'azione si svolgeva. La guerra era diventata più grande di chi la combatteva". Il secondo, in un articolo pubblicato nel maggio 1935 dalla rivista Militär-Wochenblatt, ripreso dalla Revue militaire française dello stesso anno: "Nel 1914 non si era saputo porre né tanto meno risolvere il reale problema della trasmissione degli ordini e delle informazioni in una guerra moderna, problema sul quale oggi si basa tutta la condotta delle operazioni strategiche e tattiche". De Gaulle: "Le Commandement ne peut donc, sans quelque délai, se tenit au courant, prendre des décisions nouvelles". La conferma si ha dalle parole di un ufficiale inglese (22): "La giornata si chiuse con il quartiere generale della divisione piegato sotto una confusione di ordini e contrordini provenienti dai corpi d'armata, la maggior parte dei quali impiegava due ore per essere consegnato e, una volta ricevuto, era troppo in ritardo per l'azione". D'altronde basti pensare che Foch, che non sapeva di aver perso un figlio venticinquenne nel mese di agosto, nell'ottobre 1914 si domandava: "che cosa avveniva nelle altre parti del fronte" e Mayer, comandante d'artiglieria: "Je fus balloté sans savoir rien de ce qui se passai au loin".

Nessuno ricordò, gli stati maggiori europei avevano snobbato la sanguinosissima guerra di Secessione, il giudizio di un ufficiale statunitense, il colonnello Lyman, riportato da Raimondo Luraghi nel suo "L'ideologia della Guerra Industriale, 1861-1945": "Mettete un uomo in una trincea e una buona batteria su una collina dietro di lui ed egli potrà resistere a forze triple, anche se non è un soldato molto esperto" (23). Perfino un capo dello spessore di Moltke il Vecchio sosteneva che si era trattato di un conflitto tra due popolazioni armate che si davano la caccia reciprocamente su tutto il territorio e dal quale non si poteva ricavare nessun insegnamento. Concordava la celebrata scuola di guerra francese. Fu solo il solito Mayer a sostenere che quella guerra aveva mostrato l'immobilismo dei fronti, l'uso delle trincee, la vittoria ottenuta per usura.

Gli Stati maggiori si sistemano nelle retrovie distanti dall'artiglieria nemica. Alla fine del 1914 entrambe le parti avvertono l'errore di analisi commesso, con un vago senso di disagio si scopre che la guerra corta si è trasformata in una guerra lunga.

Note

1. Lucas, lieutenant-colonel. L'evolution des idées tactiques en France et en Alllemagne pendant la guerre de 1914-1918. Paris 1923. [torna su]

2. Art militaire. L'offensive tactique. Revue scientifique 1889. [torna su]

3. Manceau Emile, Quelques idées françaises sur la guerre de l'avenir. Revue militaire suisse 1902. [torna su]

4. Nimier H. Les effects des projectiles actuels. Revue scientifique 1900. [torna su]

5. Gallieni. Les carnets de Gallieni. Paris 1932. [torna su]

6. Ypersele, Laurence van. Roi et nation. Cahiers d'histoire du temps présent 1997. [torna su]

7. Bloch, Marc. La strana disfatta. Napoli 1970. [torna su]

8. Art militaire. L'armée de première ligne. Revue scientifique 1889. [torna su]

9. Art militaire. Les obus-torpilles et la fortification. Revue scientifique 1889. [torna su]

10. Tuchman, Barbara V. I cannoni d'agosto. Milano 1963. [torna su]

11. Keegan, John. La prima guerra mondiale. Una storia politica e militare. Roma 2000. [torna su]

12. Hogg, Ian. Storia delle fortificazioni. Novara 1982. [torna su]

13. Papone, Mario. La guerra mondiale e le grosse artiglierie al seguito dell'esercito campale. Almanacco delle forze armate 1931. [torna su]

14. Salvadori, Alberto. Gli Zeppelin e il raid di Cuxhaven, Supplemento Rivista marittima 2006. [torna su]

15. Renard Paul. La crise de l'aéronautique française. Revue de deux mondes 1910. [torna su]

16. Pedroncini, Guy. Les cours martiales pendant la Grande Guerre, Revue historique 1974. [torna su]

17. Gaulle, Charles de, La France et son armée. Paris 1971. [torna su]

18. Langlois, H. général. L'évolution de l'artillerie et ses consequences. Revue des deux mondes 1908. [torna su]

19. Fuller, J.F.C. Le battaglie decisive del mondo occidentale. Roma 1988. [torna su]

20. Fuller J.F.C. War and western civilisation. London 1932. [torna su]

21. Mayer, Émile. L'immobilisation des fronts dans la guerre moderne - L'évolution de l'art militaire. Paris 1916. [torna su]

22. Gudmundsson Bruce L. Strmtruppen. Origini e tattiche. Gorizia 2005. [torna su]

23. Luraghi, Raimondo. L'ideologia della 'guerra industriale', 1861-1945. Memorie storiche militari 1980. Roma 1981. [torna su]

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