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La Grande Guerra sul fronte francese (parte I)
di Emilio Bonaiti © (02/11)
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Con il vostro permesso sciorinerò in breve sotto i vostri occhi
uno stupendo, vasto, infinito oceano di incredibile pazzia e stoltezza.
Democrito Minore
Capitolo primo

La vigilia
Non vi era stata nessuna guerra tra le grandi potenze dopo il 1871.
Nessun uomo nel fiore degli anni sapeva che cosa fosse la guerra. Tutti immaginavano che sarebbe consistita di grandi marce e grandi battaglie, e che sarebbe stata decisa in fretta.
A.J.P. Taylor
- Le campane di Francia
- L'impazzimento generale
- L'Union sacrée
- I confini
- Gli schieramenti
- Il plan XVII
- La dottrina dell'Armée
- Il piano Schlieffen
- Papà Joffre

L'undici novembre 1918, quando le campane di Francia suonarono a distesa per celebrare la vittoria dopo 1562 giorni di guerra, 1.350.000 soldati giacevano sotto terra. Uno su due non era stato identificato.

La guerra, iniziata in un'atmosfera d'entusiasmo popolare, portò agli uffici di arruolamento 350.000 volontari francesi, un milione di Tedeschi e tre milioni di Britannici. Iniziò con "la fleur au fusil", continuò in anni sempre più cupi e finì in un mare di sangue e lacrime. Pétain ricordò le parole terribili di uno sconosciuto poilu: "Vinceremo, ma ci spezzeranno il cuore" e la Francia uscì dal conflitto col cuore spezzato, con una "blessure inguérissable". L'esercito, che rappresenta l'Arche Sainte, il simbolo dell'unità nazionale, l'incarnazione delle aspirazioni patriottiche, pronto da anni a muoversi quando "le tambour battra", iniziò le operazioni sorretto da tutte le classi sociali in un clima di entusiasmo per la revanche, per la liberazione dell'Alsazia e della Lorena. Al suo fianco si schieravano l'esercito russo, un corpo di spedizione britannico e l'esercito belga.

La memoria della débâcle del 1870, "l'année terrible", fa nascere un amore esclusivo e geloso per la patria ferita, di una ferita sempre aperta. Il 14 Luglio 1883 Paul Déroulède, che l'anno precedente aveva fondato la Ligue des patriotes, scriveva: "Tutti gli anni, in occasione di una di queste cerimonie, il 14 Luglio, una folla immensa viene in pellegrinaggio ai piedi della statua di Strasburgo. Si adorna la Madonna della Patria, la si decora, è la divinità del dolore […] Mai la cerimonia è stata più toccante e più bella di quest'anno, mai la fedeltà più numerosa". Sulle carte geografiche della Germania stampate in Francia, le regioni ormai tedesche spiccavano per il colore malva diverso dal resto della Germania. Sulla fracture creatasi tra Francia e Germania un modesto uomo politico italiano, Emilio Visconti Venosta, ministro degli Esteri durante la guerra franco-prussiana, affermò: "Non so quali saranno le intenzioni della Prussia dopo la vittoria. Ma la moderazione sarà allora la sola buona politica […] So che in Germania, anche da uomini di Stato, si parla dell'Alsazia e della Lorena. Sarebbe questo un pasto d'odio tra la Francia e la Germania".

Le condizioni imposte dal vincitore furono invece durissime. Due regioni passarono alla Germania oltre a una colossale indennità di cinque miliardi di franchi per la quale, fino al completo pagamento, la Germania avrebbe tenuto in Francia un corpo di occupazione a spese dei Francesi. Ultima umiliazione la parata dell'esercito vincitore per l'avenue des Champs Elisée a Parigi.

Il ricordo del disastro del 1870, i successivi conati insurrezionali, la fucilazione dell'arcivescovo di Parigi e di migliaia di Comunardi erano ormai lontani. Con una popolazione di 40 milioni, contro i 66 della Germania, si mobilitarono circa tre milioni di uomini dai 20 ai 42 anni, tra essi 25.000 sacerdoti per i quali non fu fatta nessuna eccezione, "les curés sac au dos". Le operazioni si svolsero in ordine perfetto. Su 25.000 treni, solo 13 arrivarono in ritardo. Jean-Charles Jauffret parla di chef d'œuvre logistique.

Non vi furono arresti tra i 4000 nominativi di estremisti, germanofili, anarchici e pacifisti tra cui Laval, riportati nel Carnet B, il registro istituito insieme col Carnet A con una Istruzione ministeriale del 9 dicembre 1886. Il carnet A elencava invece i nomi di stranieri residenti in Francia con obblighi militari. Dall'agosto 1914 i cittadini dei paesi nemici vengono rinchiusi in campi di concentramento su disposizioni del ministero degli Interni e messi: "Hors d'état de nuire". Fu il ministro Malvy nel febbraio 1918 a spiegare che il Carnet B era un repertorio diviso in due parti, una per i Francesi e l'altra per gli stranieri. I due gruppi erano a loro volta divisi in due categorie, i sospetti di spionaggio: "Serait susceptible de faire du sabotage, en cas de mobilisation" e i pericolosi per l'ordine sociale, rivoluzionari, sindacalisti e anarchici i cui nomi costituivano la maggioranza degli iscritti. Concludeva il ministro: "Le Carnet B etait un véritable dispositif de sécurité nationale. Si era creato un sistema che permetteva di seguire i sospetti nei loro spostamenti e di rendersi conto in ogni momento de qui ils faisaient". I disertori, previsti nella misura del 13%, non superarono l'1,5. 3.000 renitenti alla leva degli anni precedenti il 1914 si presentano ai distretti per combattere. Fu un impazzimento generale.

Internazionalisti, anarchici, pacifisti, antimilitaristi scomparvero. Clemenceau in un articolo del due agosto 1914, A la veille de l'action, auspicò: "Ni récriminations, ni phrases grandiloquentes, ni promesses de mourir. Assez de paroles. Des actes, des actes réfléchis de prudence ordonnée et d'action sans retour" (1). Il nazionalista Maurice Barrès su L'Écho de Paris scriveva che chi non aveva visto Parigi il tre agosto non aveva visto niente. Il giorno successivo nasce "l'Union sacrée". Alla Camera, il presidente del Consiglio René Viviani, a cui seguirono nel tempo Briand, Ribot, Painlevé e Clemeceau, legge il messaggio del presidente della Repubblica Raymond Poincaré: "Dans la guerre qui s'engage la France […] sera héroiquement défendue par tout ses fils, dont rien ne briserà devant l'ennemi l'union sacrée". I giovani ufficiali diplomati di Saint-Cyr giurarono di andare al combattimento in alta tenuta, pennacchio e guanti bianchi. Nella cappella di Saint Cy, distrutta poi nel secondo conflitto mondiale, sulla lapide dei caduti della Grande Guerra per l'anno 1914 vi era la sola scritta: La classe 1914.

Il poeta Charles Péguy il 4 agosto dichiara: "Siamo partiti, soldati della Repubblica, per conseguire il disarmo generale e per l'ultima delle guerre". Non tornerà, sarà ucciso il cinque settembre. Una morte eroica che così viene descritta: "-Couchez-vous!- urla Peguy e fuoco a volontà. Ma lui resta allo scoperto, dirigendo il nostro tiro, eroico nell'inferno. […] malgrado le nostre grida -Abbassatevi-, glorioso pazzo nel suo coraggio. […] come a una sfilata, sembra chiamare quella morte che glorificava nei suoi versi. Nello stesso istante, una palla mortale lo colpisce alla fronte. È caduto sul fianco, senza un grido, con un lamento sordo, avente per ultima visione la vittoria tanto sperata e infine prossima". Felici coloro che muoiono per una giusta causa, lasciò scritto.

Il partito socialista, di cui due membri entrano nel governo, il 28 agosto proclamò, allineandosi alla propaganda governativa: "Noi lottiamo perché il mondo, affrancato dall'oppressione soffocante dell'imperialismo e dalle atrocità della guerra, goda infine della pace nel rispetto dei diritti di tutti". I socialisti combattono per il diritto e la libertà, a favore di piccole nazioni come il Belgio e la Serbia, contro due monarchie reazionarie, schierandosi a fianco di una terza monarchia reazionaria, la Russia degli zar. La C.G.T., che aveva proclamato negli anni precedenti la guerra: "A tutte le dichiarazioni di guerra i lavoratori risponderanno con lo sciopero generale insurrezionale", per bocca del suo segretario generale Léon Jouhaux, da sempre antimilitarista, comunicava l'adesione dell'organizzazione dei lavoratori. L'Armée non è più: "Le chien de garde du capital". Edouard Vaillant, vecchio comunardo, sosteneva: "In presenza dell'aggressione i Socialisti faranno tutti il loro dovere per la Patria, per la Repubblica, per la Nazione".

La Germania scendeva in campo contro l'accerchiamento che la minacciava. I mobilitati partivano cantando "Deutschland, Deutschland". I socialdemocratici votano i crediti per la guerra chiesti dal governo, parleranno poi di pressioni della base. Guglielmo Secondo proclamava: "Non ci sono più partiti, ma solo tedeschi!" e promise ai soldati: "Tornerete alle vostre case prima che siano cadute le foglie dagli alberi". Thomas Mann parlò di: "purificazione, liberazione e d'immensa speranza".

Dopo la guerra di Crimea, l'impero britannico, che occupava un quarto del mondo, scende in campo per combattere un nemico europeo sul suolo europeo. David Lloyd George scriverà nelle sue Memorie: "Tutte le guerre sono popolari il giorno della loro dichiarazione. Ma nessuna mai fu così universalmente acclamata come quella in cui la Gran Bretagna s'imbarcò il 4 agosto 1914" (2). Per le strade di Londra le ragazze consegnavano una penna bianca, simbolo di viltà, agli uomini che non indossavano la divisa. La grande illusione, la "der des der", la guerra che avrebbe segnato la fine di tutte le guerre travolge tutti, è un fenomeno inesplicabile che non si ripeterà nel secondo conflitto mondiale. James Joll, storico inglese, così commentava lo svolgersi degli accadimenti: "Ancora e ancora, nella crisi di luglio si comportarono degli uomini che improvvisamente si sentirono presi in trappola e si rimettono a un destino che sono incapaci di controllare".

Il Vaticano, che mantenne una stretta imparzialità, si oppose con tutte le sue forze a questa collettiva pazzia. Benedetto XV, con un'enciclica del primo novembre 1914 "Ad beatissimi apostolorum principis" si erse contro la: "gigantesca carneficina, frutto di orribili armi". Ma il quadro internazionale era difficile. Con l'Italia non vi erano rapporti diplomatici, con la Francia si era giunti alla rottura dopo la denuncia del Concordato nel 1904 e la successiva legge del 1905 che approfondiva il fossato. A fine 1914 il Pontefice propose e ottenne da Francia e Germania lo scambio di prigionieri inabili al servizio per le ferite riportate. In un clima di accese, reciproche accuse di parzialità a favore della parte nemica, nel 1918, superando le difficoltà avanzate dalla Svizzera, che riteneva di non poter nutrire un gran numero di prigionieri, ottenne che i feriti leggeri fossero ospedalizzati nella repubblica elvetica. In tutto furono 26.967 di cui 12.000 francesi, 10.400 tedeschi, oltre belgi e britannici.

Vladimir Ilijc Ulianov, detto Lenin, un oscuro rivoluzionario russo, nel pamphlet La situazione e i compiti dell'internazionale socialista scritto dopo lo scoppio della guerra, acutamente valutava la situazione: "La cosa più penosa nella crisi attuale è la vittoria del nazionalismo borghese, dello sciovinismo sulla maggioranza dei rappresentanti ufficiali del socialismo europeo. Non per niente i giornali borghesi di tutti i paesi ora si beffano di loro, ora li elogiano con condiscendenza. E non vi è compito più importante per chi voglia restare socialista, che quello di chiarire le cause della crisi socialista e di analizzare i compiti dell'internazionale".

Gli stati maggiori premevano, avevano pronti i loro accuratissimi piani preparati da anni, non potevano dare un vantaggio al nemico.

Moltke il Vecchio, vincitore della guerra francoprussiana, non condivideva il mito della guerra breve. Il 14 maggio 1890 sostenne: "Se la guerra, che già da dieci anni ci sta sul capo come una spada di Damocle, scoppia, non si può prevedere né la sua durata né la sua fine. Le grandi potenze europee entrano in guerra l'una contro l'altra armate come mai potenze lo furono per l'addietro, nessuna di esse può essere abbattuta in una o due campagne in modo che essa si dichiari vinta, si adatti a dure condizioni di pace e non si prepari nuovamente nella lotta anche prima della fine dell'anno. Essa può diventare una guerra di trent'anni". Aggiungeva: "La prossima guerra sarà soprattutto una guerra nella quale la scienza strategica del comando avrà la più grande parte. Le nostre campagne e le nostre vittorie hanno istruito i nostri avversari, che hanno come noi il numero, l'armamento ed il coraggio. La nostra forza sarà nella direzione, nel comando, in una parola nel nostro grande stato maggiore al quale io ho consacrato gli ultimi giorni della mia vita. Questa forza i nostri nemici possono invidiarcela, ma non la possiedono". Sulla stessa linea erano Bismarck: "La guerra, anche quella del 1870, sarà un gioco di ragazzi nei confronti di quella di domani" e von der Goltz: "La guerra futura sarà molto più lenta che le nostre ultime campagne. La prossima guerra non sarà più così rapida come l'ultima" e, con von Leer, valutava la durata in almeno due anni.

Nessuno tenne conto degli ammonimenti di un sconosciuto banchiere polacco Isaak Stanislavovic detto Jan de Bloch il quale nella Guerra futura pubblicato nel 1898, vaticinò una prossima guerra europea nella quale lo sviluppo delle armi e lo sfruttamento di tutte le risorse economiche, industriali e civili avrebbe portato al collasso l'intero continente. John Keegan sosterrà che questa guerra: "Continua a sconfiggere qualunque tentativo di spiegazione", A.J.P. Taylor che gli eserciti: "trascinarono le nazioni in guerra con il loro semplice peso". Raymond Aron nel 1957: "Si rilegge con imbarazzo e anche con vergogna la letteratura ispirata dagli avvenimenti a grandi scrittori" (3). Lo stesso si potrebbe dire di antropologi e psichiatri che considerano l'avversario inferiore o degenerato o affetto da turbe mentali o psichiche.

Di certo non fu una guerra di religione o ideologica, ma una guerra di cui nessuno o tutti erano responsabili, una guerra dettata da nazionalismo, reciproche paure, un errato amore di patria, in un tutto che scaturiva da una crisi politica inaspettata e ingestibile. Fu una valanga che, messa in movimento, non si poteva fermare. Benthmann-Hollweg presidente del consiglio dei ministri germanico affermò: "tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano di per se stessi pacifici; ma si è perduta la direzione e il sasso ha cominciato a rotolare".

Il confine tra la Francia e la Germania era di circa 250 km. con barriere naturali che rendevano difficili grandi manovre. Dalla Svizzera iniziava con una fascia di pianura detta Varco di Belfort per inerpicarsi lungo i Vosgi, una catena montuosa con un'altezza massima di 1400 metri parallela al Reno per 120 chilometri, punteggiata da fortificazioni, i cui pilastri erano Belfort, Épinal, Toul e Verdun. La fiducia sul valore di queste opere era limitato nel milieu militare perché considerate solo punti di appoggio per lo spiegamento e il movimento delle grandi unità. A seguito dell'esperienza della guerra invece de Gaulle sosteneva nel 1925 che: "La fortification de son territoire est, pour la France, une nécessité nationale permanente" (4). D'altronde nel Réglement del 28 ottobre 1913 si legge: "La battaglia decisiva è il solo mezzo per piegare la volontà dell'avversario con la distruzione dei suoi eserciti. La presa di fortezze non può condurre a risultati definitivi".

All'inizio del conflitto i belligeranti schieravano complessivamente 407 divisioni:
			   Francia   Gran Bretagna    Russia    Belgio    Serbia    Germania     Austria
Divisioni di Fanteria:       	62               6       114         6        11          87          49
Divisioni di Cavalleria         10               2        36         1                    11          11
La Francia nell'agosto 1914 mobilitò 3.580.000 uomini, di cui 90.000 ufficiali.

Agli ordini del generale Joffre cinque armate, composte da corpi d'armata in massima parte su due divisioni e gruppi di riserva su tre. numerate da uno a cinque, costituivano il Gruppo di armate nord orientale.

1° Armata agli ordini del generale Dubai composto da:
VII corpo d'armata formato dalla 14° e 41° divisione
VIII corpo d'armata formato dalla 15° e 16° divisione
XIII corpo d'armata formato dalla 25° e 26° divisione
XIV corpo d'armata formato dalla 27° e 28° divisione
XXI corpo d'armata formato dalla 13° e 43° divisione
6° e 8° divisione di cavalleria
34° divisione
1° gruppo di riserva formato dalla 58°, 63° e 66° divisione
Gruppo alpini

2° Armata agli ordini del generale de Castelnau:
IX corpo d'armata formato dalla 17° e 18° divisione Marocco
XV corpo d'armata formato dalla 29° e 30° divisione
XVI corpo d'armata formato dalla 31° e 32° divisione
XVIII corpo d'armata formato dalla 35° e 36° divisione
XX corpo d'armata formato dalla 11° e 39° divisione
2° e 10° divisione di cavalleria
2° gruppo di riserva formato dalla 59°, 68° e 70° divisione

3° Armata agli ordini del generale Ruffey:
IV corpo d'armata formato dalla 7° e 8° divisione Marocco
V corpo d'armata formato dalla 9° e 10° divisione
VI corpo d'armata formato dalla 12°, 40° e 42° divisione
7° divisione di cavalleria
3° gruppo di riserva formato dalla 54°, 55° e 56° divisione

4° Armata agli ordini del generale Langle de Cary:
XII corpo d'armata formato dalla 23° e 24° divisione
XVII corpo d'armata formato dalla 33° e 34° divisione
Corpo d'armata delle Colonie formato dalla 1°, 2° e 3° divisione coloniale
9° divisione di cavalleria

5° Armata agli ordini del generale Lanrezac
I° corpo d'armata formato dalla 1° e 2° divisione
II corpo d'armata formato dalla 3° e 4° divisione
III corpo d'armata formato dalla 5° e 6° divisione
X corpo d'armata formato dalla 19° e 20° divisione
XI corpo d'armata formato dalla 12° e 21° divisione
IV divisione di cavalleria
38° Divisione
4° gruppo di riserva formato dalla 51°, 53° e 69° divisione
52° e 60° divisione

Riserva QG

Corpo d'armata di cavalleria formato dalla 1°, 3° e 5° divisione

Riserva del ministero della Guerra
61°, 62° e 67° divisione

Difese mobili di nord est
57°, 71°, 72° e 73° divisione
Riserva della Regione
64°, 65°, 74° e 75° divisione.

Langle de Cary conservò il comando pur avendo un mese prima dello scoppio delle ostilità superato il limite d'età che, per i comandanti generali, era di 64 anni. Una sesta armata, al comando del generale D'Amade, era stata prudentemente schierata sulle Alpi. All'esercito metropolitano si aggiungeva l'Armée d'Afrique, acquartierata nei territori francesi dell'Africa del Nord, formata dai reggimenti del XIX corpo d'armata. Gli zuavi, la fanteria leggera africana e i chasseurs d'Afrique erano costituiti da francesi residenti nell'Africa del Nord, i 'tirailleurs' e gli 'spahis' da nativi, la Légion Étrangère da volontari stranieri. Nel corso del conflitto si imbarcarono per la Francia 172.000 soldati algerini, 6000 tunisini, 37.000 marocchini e 115.000 francesi, ai quali vanno aggiunti 40.000 soldati malgasci, 100.000 indocinesi e 160.000 dell'Africa nera. Le colonie diedero anche 300.000 lavoratori che andarono a sostituire francesi chiamati alle armi. Allo sforzo bellico partecipò il secondo corpo d'armata italiano composto dalle brigate Alpi e Brescia, oltre a 80.000 lavoratori militarizzati nelle retrovie.

La fanteria di linea schierava 173 reggimenti attivi, un eguale numero di reggimenti di riserva formati da riservisti mobilitati, oltre a 145 reggimenti territoriali di soldati che, ancora in età di leva, avevano assolti i loro obblighi. Vi erano poi 31 battaglioni di 'chasseurs à pied' che formavano la fanteria leggera, aggregati alle divisioni di fanteria. Un battaglione di fanteria era su quattro compagnie, divise in quattro 'sections' più una 'section' di mitragliatrici, 21 ufficiali, 48 sottufficiali, 1009 uomini di truppa. Il reggimento aveva uno stato maggiore, 3 battaglioni, un plotone di esploratori a cavallo, 72 ufficiali, 164 sottufficiali, 3174 uomini di truppa e 6 mitragliatrici.

Il reggimento di artiglieria divisionale aveva uno stato maggiore, tre gruppi da tre batterie, 54 ufficiali, 139 sottufficiali, 1470 soldati e 36 cannoni. La divisione attiva era su due brigate di due reggimenti di fanteria (12 battaglioni), uno squadrone, un reggimento di artiglieria (nove batterie), una compagnia di genio per un totale di 382 ufficiali, 17.000 sottufficiali e uomini, 24 mitragliatrici e 36 cannoni.

La cavalleria era costituita da corazzieri con casco, corazza e spada, dragoni con casco, lancia e moschetto, ussari, 'chasseurs à cheval', cacciatori d'Africa e 'spahis' con kepì, spada e moschetto. L'organico di un reggimento era di 4000 uomini, otto bocche da fuoco, sei mitragliatrici e circa 4000 cavalli.

L'artiglieria da campagna schierava 62 reggimenti da campagna con cannoni da 75 mm. aggregati ai reggimenti di fanteria, due reggimenti di artiglieria da montagna armati con pezzi da 65 mm. e cinque reggimenti di artiglieria pesante per un totale di 67, con cannoni da 120 e 155 mm. Un reggimento di artiglieria era articolato su tre gruppi, ognuno su tre batterie da quattro pezzi. Una batteria da campagna, in tutto erano 960, aveva tre ufficiali, 15 sottufficiali, 156 uomini, quattro cannoni da 75. L'artiglieria di un corpo d'armata attivo su due divisioni aveva due reggimenti divisionali e 72 cannoni, un reggimento d'artiglieria del corpo d'armata aveva quattro gruppi a tre batterie di quattro pezzi ossia 48 cannoni, per un totale di 120 cannoni da 75.

L'Armée allineava, secondo i dati del generale Herr (5), 3840 pezzi da 75, 120 65 da montagna, 308 pezzi pesanti per le formazioni da campagna, 308 pezzi pesanti 'matériel Bange' per assedi. Gli ufficiali, provenienti quasi tutti dall'École polytechnique, avevano un'altissima cultura professionale. I sottufficiali meglio dotati venivano inviati all'École militaire dove ricevevano una istruzione tecnica di grande spessore. A questi si aggiungevano ufficiali della riserva provenienti dagli Ingenieurs des corps de l'État, dall'École polytechnique, dall'École Centrale e dall'École des Mines. Essendo stata ipotizzata una guerra di movimento, imperniata sulla manovra della fanteria: "le rôle de l'artillerie, par conséquent, sera borné à aider de tous ses moyens la progression de l'infanterie".

Il Servizio sanitario, il Service de santé, autonomo dal 1889, nel 1914 aveva 1300 medici, 185 farmacisti e 350 ufficiali di amministrazione. Il Service si dimostrò insufficiente di fronte alle perdite allucinanti che sin dai primi giorni di guerra si ebbero.

La Germania schierò otto armate su 26 corpi d'armata attivi e 13 delle riserve con una forza di 3.746.000 uomini, di cui 115.000 ufficiali. I corpi d'armata erano composti da due divisioni, ogni divisione si divideva in due brigate, su due reggimenti. L'esercito di campagna aveva 2.086.000 uomini e comprendeva 26 corpi d'armata attivi, 51 divisioni attive, 13 corpi d'armata di riserva e 31 divisioni di riserva. Inoltre 4 divisioni della 'Landwehr' e sei di 'ersatz', 11 divisioni di cavalleria, 1306 battaglioni di fanteria di cui 672 attivi, 611 squadroni di cavalleria di cui 452 attivi.

Il battaglione di fanteria era su 4 compagnie a tre sezioni, con 26 ufficiali, 82 sottufficiali e 972 uomini.

Il reggimento attivo di fanteria aveva uno stato maggiore, tre battaglioni, una compagnia di mitragliatrici, 86 ufficiali, 260 sottufficiali, 3046 uomini e sei mitragliatrici. La divisione attiva era composta da due brigate con due reggimenti di fanteria su 12 battaglioni, un reggimento di cavalleria su 4 squadroni, una brigata di artiglieria con nove battaglioni da 77, tre da 105, due compagnie del genio con circa 520 ufficiali, 18.000 sottufficiali e uomini di truppa, 24 mitragliatrici, 72 cannoni o obici.

Le batterie di campagna erano 804 su sei pezzi da 77, 170 su sei pezzi da 105, 170 su sei pezzi da 105 e 150 su quattro pezzi da 150. Aveva cinque ufficiali, 14 sottufficiali, 134 uomini, sei cannoni da 77 o obici da 105. Va ricordato che la gittata del 105 e del 150 era di circa sette chilometri. Le batterie pesanti erano 40 con pezzi da 210 a 420. Il reggimento di artiglieria divisionale aveva uno stato maggiore, due gruppi di tre batterie, 58 ufficiali, 125 sottufficiali, 1211 uomini e 36 pezzi. L'artiglieria di un corpo d'armata attivo era composta da due brigate di artiglieria divisionale e una batteria di artiglieria pesante di corpo d'armata per un totale di 108 cannoni da 77, 36 obici leggeri da 105 e 16 obici pesanti da 150.

La dottrina tedesca era fondata su I Principi dell'alto comando contenuti nell'Istruzione del primo gennaio 1910, sul Regolamento sul servizio in campagna del 22 marzo 1908 e sulla seconda parte del Regolamento di esercizi per la fanteria del 29 maggio 1909. Anche per il comando supremo germanico una guerra rapida fondata sulla offensiva e la distruzione del nemico era un assioma. Nel Regolamento del 1906 erano previsti tre tipologie di combattimento: Combattimento d'incontro, attacco a una posizione difensiva e attacco a una posizione fortificata effettuato sotto il fuoco dell'artiglieria.

Si dava spazio, importanza e peso al fuoco e, ritenendo che la battaglia avrebbe presentato anche fasi difensive, si dava altresì spazio ai lavori di fortificazione, i francesi 'travaux des campagne', per i quali le truppe erano state addestrate con cura, ai quali l'esercito era "beaucoup plus familiarisée" scrive il tenente colonnello Lucas nel suo lavoro sull'evoluzione della tattica nella prima guerra mondiale (6). Nello stesso Regolamento si avanzavano perplessità in merito ai lavori difensivi per: "La grande difficoltà che si prova a fare uscire una linea di tiratori, esposta a un fuoco efficace, fuori della copertura che hanno con difficoltà creato e di portarla in avanti", ammonendo che ciò: "deve rendere circospetti nell'uso delle vanghette nell'offensiva". Vengono alla mente gli ufficiali generali francesi che si opposero a lungo alla creazione di una seconda linea difensiva nel timore di una fuga in massa dalla prima sotto i bombardamenti.

Lo stato maggiore generale aveva due problemi tattici da affrontare, la superiore potenza del cannone francese da 75 in mobilità e erogazione del fuoco sul 77 e le fortificazioni alle frontiere. Per il primo si ricorse al tiro curvo con l'entrata in servizio dell'obice da 105 modello 1898 modificato nel 1909 di grande mobilità che lanciava con precisione a 6400 metri un proiettile di 16 chilogrammi, pezzo definito dagli esperti militari francesi 'excellente', Falkenhayn sostiene che: "[…] il nostro tiro curvo di tutti i calibri si era dimostrato molto efficace, specialmente quello degli obici campali leggeri e pesanti, ai quali l'avversario nei primi anni di guerra non poté contrapporre alcuna bocca da fuoco che ad essi si avvicinasse per efficacia, le nostre truppe avevano notevolmente risentito l'inferiorità del nostro cannone da campagna per gittata e per efficacia" (7).

Si legge nel Regolamento d'artiglieria del 1912: 'L'obice leggero è impiegato per gli stessi obiettivi del cannone da campagna. Contro l'artiglieria defilata, gli obiettivi al coperto, le truppe sistemate in boschi, con una efficienza molto superiore a quella del cannone". Per le fortificazioni nasceva la necessità di una forte artiglieria pesante da rendere mobile per la guerra offensivistica. A questo proposito furono messi in servizio due obici di medio e grosso calibro da 15 e 21 cm per la distruzione delle opere fortificate. Del primo, i Francesi rimasero impressionati dalla "puissance remarquable" dell'esplosione che portava all'evacuazione delle trincee sotto il fuoco di questi proiettili. Si aggiungevano cannoni a lunga gittata di medio e grosso calibro di 5, 10 e 43 cm.

I calibri degli armamenti germanici erano, a differenza di quelli francesi, in centimetri e non in millimetri. Va aggiunto che la dottrina prevedeva l'uso dell' artiglieria pesante in aiuto della fanteria avanzante e per questo i pezzi si accodavano alle divisioni in testa alle colonne, per la distruzione dell'artiglieria francese in massima parte pezzi da 75 di una gittata inferiore. Per l'artiglieria pesante colpisce la diversità delle due dottrine. Quella francese la delegava a missioni speciali e non ne prevedeva l'uso per preparare o accompagnare l'attacco. Conseguenza la Francia schierava 308 antiquati pezzi pesanti, la Germania 2000.

Il 'British expeditionary force', che Liddell Hart definiva felicemente come "uno spadino in mezzo alle falci", nell'agosto 1914 era un esercito di 160.000 soldati di mestiere, professionisti in possesso di un altissimo addestramento al tiro individuale, in grado di sparare 15 colpi al minuto con i loro Enfield-Lee a caricatore corto, i migliori addirittura 30. Alle spalle, in un paese che aveva sempre rifiutato la coscrizione obbligatoria, non esisteva niente. Il principio di considerare la flotta come il bastione della difesa portava a un piccolo esercito di professionisti, guidato da una ufficialità formatasi nelle guerre coloniali contro avversari tecnologicamente arretrati e a nulla avevano servito gli insuccessi nella guerra boera. L'ottusità, la mancanza di elasticità degli alti ufficiali avrebbe portato all'incapacità di sfruttare le situazioni favorevoli che nel tempo, a costo di sanguinose perdite, si sarebbero create. Il contributo dell'alleato britannico non era stato studiato e fu necessaria l'aggiunta di una Appendice al Plan XVII per determinarne lo schieramento, che avvenne sull'estrema sinistra del fronte. Numerosi ufficiali generali britannici sostenevano l'utilità dello sbarco del corpo di spedizione agli ordini del generale sir John French, detto Gambestorte, direttamente in Belgio.

French, generale di cavalleria, membro dell'alta società, si era costruita la sua immagine nella guerra contro i Boeri, in verità non molto brillante per l'esercito inglese. Nel 1907 era stato nominato ispettore generale dell'esercito, nel 1912 capo di stato maggiore imperiale, nel 1913 promosso feldmaresciallo, il 30 luglio del 1914 nominato comandante supremo delle forze britanniche in caso di guerra. Era famoso per le scarse letture e il pessimo carattere.

Si ebbe un primo saggio di quelli che sarebbero stati i rapporti tra i due alleati, quando lord Kitchener, ministro della Guerra, già comandante per sette anni dell'esercito indiano, comunicò a French che il suo comando doveva essere totalmente indipendente, partendo da un preambolo: "Deve essere riconosciuto che la forza numerica del British expeditionary force e dei rinforzi possibili, è strettamente limitata e di conseguenza, in vista di queste considerazioni, sarà evidente che si dovrà apportare la più grande cura e non avere che un minimo di perdite e di usura", aggiungeva che doveva: "Appoggiare l'esercito francese e cooperare con esso [ma] la più grave responsabilità incomberà su di Voi per quanto concerne la partecipazione […] a situazioni in cui le forze a Voi affidate possano trovarsi ingiustificatamente esposte. […] In nessun caso e in nessun senso, vi assoggetterete ad obbedire agli ordini di un qualsivoglia generale alleato". Fu forse per questo che Joffre né snobbò l'aiuto: "Ci comporteremo saggiamente evitando di tener conto nel nostro piano d'operazioni del corpo di spedizione inglese". La logica della guerra portò a un fronte britannico sempre più esteso. Era di 40 chilometri nel 1915, 116 l'anno successivo e, nel 1917, di 138.

La rudimentale dottrina inglese prevedeva una formazione lineare basata sul fante, armato di un fucile a lunga portata e di baionetta. Il manuale 'Infantry training 1914' dettava: "Nel corso di un attacco il tiro dell'artiglieria, delle mitragliatrici e della fanteria è usato per raggiungere una superiorità in modo tale da colpire il nemico per poter arrivare al combattimento ravvicinato". Attacco e difesa erano basati sulla disposizione lineare, gli attacchi frontali erano privilegiati. La sua tattica restava basata sul fuoco e la manovra e non sul fuoco o la manovra, mentre l'organizzazione in compagnie era sempre il minore elemento di manovra. Tra gli eserciti, quello britannico fu l'ultimo ad adottare l'organizzazione in plotoni. La fanteria non era specializzata, i battaglioni erano una massa compatta di fucilieri, l'azione delle mitragliatrici non era favorita, era solo un mezzo per aumentare il fuoco della fanteria. Alla dura scuola della guerra il fuciliere si trasformerà in mitragliere, tiratore scelto, lanciatore di granate da fucile e di bombe a mano. Le truppe avanzavano su un fronte di due compagnie al passo, spalla a spalla, su sei ondate. Le sanguinose lezioni ricevute passeranno alla storia. Dopo Verdun gli Inglesi adottarono la tattica per plotoni, imitando quelli francesi in grado di manovrare con sezioni divise in specialità. Ogni plotone era su quattro sezioni, due di fucilieri, una con mitragliatrici leggere, una con bombe a mano.

Il piano di guerra francese era il diciassettesimo piano studiato contro la Germania dal 1871. Nel 1898 con il Plan XIV si prendeva in esame anche la minaccia britannica dopo l'incidente di Fachoda, i piani successi facevano affidamento sulla "perfida Albione" per un aiuto militare e per la sicurezza delle comunicazioni marittime. Sotto la supervisione di Joffre era stato ideato dai generali Berthelot e Castelnau con la collaborazione di 12 generali e approvato dal Consiglio superiore della guerra il 18 aprile 1913. Fondato su una guerra breve, "une guerre fraîche et joyeuse", con le sole "forces actives", imperniato sull'offensiva ad oltranza, non teneva in alcun conto l'inferiorità numerica, i piani nemici e l'estremamente probabile invasione del Belgio. Va ricordato che era comune convinzione delle classi politiche e militari europee che il conflitto, "Tutti a casa per Natale", sarebbe durato pochi mesi, con poche grandi battaglie al termine delle quali l'esercito vittorioso avrebbe marciato nelle vie della capitale nemica.

Il principio dottrinale posto a base degli ordinamenti strategici dei primi anni successivi alla sconfitta del 1870, la "défensive tactique" seguita dall'offensiva, era stato accantonato, nessuno nelle alte gerarchie osò difenderlo. Presupposto base era l'offensiva russa in Oriente e l'aiuto britannico. La Francia non era mai scesa in guerra in condizioni migliori, con due potenti alleati, il leone britannico e l'orso russo.

L'alleanza con la Russia, fondata sulla necessità di dividere le forze tedesche in due parti, era maturata nel tempo per la reciprocità dei comuni interessi. Una convenzione militare era stata firmata nel 1892 dai capi di stato maggiore. Quella britannica, battezzata Entente cordiale, che aveva portato alla regolarizzazione degli interessi in Africa, nasceva dalla necessità britannica di spazzare dagli oceani la preoccupante e sempre maggiore forza navale germanica e di contrastarne la potenza espansionistica.

Il concentramento delle forze doveva avvenire tra Belfort e Mezières e svilupparsi su due direttrici di marcia. A mobilitazione compiuta, calcolata in 12 giorni, la prima e la seconda armata dovevano attaccare verso la Lorena puntando sulla Saar, alla loro sinistra la terza di faccia a Metz e la quinta di fronte alle Ardenne dovevano attaccare tra Metz e Thionville, proiettandosi verso nord-est se si fosse verificata l'invasione del Belgio e del Lussemburgo. Il piano si basava anche sulla strana certezza che la Germania, in caso di violazione del territorio belga, non avrebbe superato la Mosa, incanalandosi sulla direttrice delle Ardenne. Dieci dei 21 corpi d'armata mobilitati erano destinati all'offensiva a sud dello schieramento il quale, a nord, non si estendeva oltre le Ardenne, lasciando scoperta la zona settentrionale della frontiera del Belgio. La quarta armata restava al centro dello schieramento come riserva generale. Due gruppi di divisioni della riserva erano schierati dietro le ali e dice Liddell Hart: "cette rélegation à un rôle aussi passif en disait long sur l'opinion qu'avaient les Français de la capacité de leurs formations de réserve" (8). La sesta armata, al comando del generale D'Amade, schierata sulle Alpi con una forza di 100.000 uomini su sei divisioni, dopo la sospirata dichiarazione di neutralità della "sorella latina", fu avviata sulla Marna.

Era un piano napoleonico senza Napoleone, che lo storico Alain Bru giudicò come un: "Niveau du stratège du café du commerce". Stesso giudizio, a distanza di novant'anni si è dato dell'esercito. Autore dell'ultima biografia su Foch nel 2008, Jean-Christophe Notin definisce l'Armée: "mal inspirée, mal comandée, mal équipée".

Il Plan raccoglieva una larga adesione tra gli esperti militari. Patrice Mahon sulla Revue des deux mondes del 1913 era sicuro che l'offensiva tedesca sarebbe partita dalla Lorena: "directe, immediate, intensive" (9). Ma già prima del conflitto, nel 1913 il tenente colonnello Grouard, privo di ogni remora, con estrema lucidità, superando la naturale propensione degli ufficiali a non esporsi con idee diverse da quelle convenzionali, valutava l'invasione della Svizzera estremamente improbabile, dando per certa quella del Belgio. Calcolando in 23 i corpi d'armata nemici sosteneva che 20 sarebbero stati impiegati contro la Francia dei quali la metà avrebbero invaso il Belgio meridionale e il Lussemburgo, basandosi sulla lentezza della mobilitazione russa. Di conseguenza l'Armée doveva restare sulla difensiva, in vista di una risposta decisiva. Concludeva con parole lungimiranti: "Con una offensiva iniziale saremo battuti, con una risposta energica tutte le chanches sono a nostro favore". Di quest'uomo Mayer nel suo Autour de la guerre actuelle del 1917 tesse gli elogi parlando di: "une intuition fort juste du sort qui nous était reservè". Grouard non era in numerosa compagnia ma nemmeno solo. Il generale Maitrot sosteneva nel 1912: "Tout l'effort des Allemamands se fera, à droite des provinces rhénanes et du Palatinat sur la Meuse, à travers la Belgique et le Luxenbourg".

Grouard nel 1921, ormai ostracizzato, pur nel clima di esaltazione della vittoria, ribadiva il suo giudizio: "Du petit nombre de ceux qui pensaient qu'il ne fallait pas prendre partout l'offensive. […] En somme les projects du haut commandement avaient partout miserablement échoué". Aggiunse che il comando dette prova di defaut assoluto perché non capì che la vittoria doveva ricercarsi in Belgio (10). Si era già messo in luce nel 1870 con un articolo Nouvelle étude de balistique théorique, pubblicato dalla Revue de technologie militaire.

La dottrina con la quale l'Armée entrò in guerra poteva essere riassunta in sette postulati che, per la loro assolutezza, erano altrettanti dogmi: La difensiva porta alla sconfitta; il morale delle truppe è la condizione primaria della vittoria; attaccare sempre, a fondo, in ogni circostanza; la volontà dell'attaccante domina quella del difensore; l'ascendente morale è di chi per primo inizia le operazioni; le controffensive, le manovre di risposta sono destinate ad abortire; in una manovra destinata alla soluzione della battaglia occorre attaccare su tutto il fronte.

L'assioma dell'innalzamento della fanteria ad arma decisiva, portava alla minimizzazione dell'artiglieria, arma accessoria e secondaria. Si legge nel rapporto al ministro della Guerra che precede l'introduzione dell'Instruction sur le service en campagne:Si ammetteva fino a qualche anno fa che il primo obiettivo dell'artiglieria in combattimento era di acquisire la superiorità di fuoco sull'artiglieria nemica e successivamente il suo ruolo consisteva a preparare gli attacchi di fanteria crivellando di proiettili gli obiettivi assegnati a questi attacchi prima dell'entrata in azione della fanteria. Oggi è riconosciuto che il ruolo essenziale dell'artiglieria è di appoggiare gli attacchi della fanteria distruggendo tutto ciò che si oppone alla progressione di questi attacchi. La ricerca della superiorità sull'artiglieria nemica non ha altro scopo che d'agire con il massimo di potenza contro gli obiettivi di attacco della fanteria. […] Quando alla preparazione degli attacchi da parte dell'artiglieria, non sarà indipendente dall'azione della fanteria, perché il fuoco dell'artiglieria non ha che una efficacia limitata contro un avversario al riparo e, per costringere questo avversario a scoprirsi, bisogna attaccarlo con la fanteria. La cooperazione tra le due armi dovrà essere costante. L'artiglieria non prepara più gli attacchi, essa li appoggia". Concordava il generale von Bernhardi, uno dei teorici più riveriti dell'esercito germanico: "La fanteria è la truppa decisiva. Le altre armi sono destinate ad aprirle il cammino della vittoria e a sostenerla direttamente o indirettamente nella battaglia". Bisogna però aggiungere che il generale osserva anche che: "[…] la fanteria ha guadagnato enormemente in forza difensiva".

Sulle divisioni di riserva il Plan era categorico: Sans doute, on ne saurait dans aucun cas assimiler des unitée de reserve à des unités actives. È a queste ultime unità che il comandante farà appello per l'esecuzione delle manovre offensive da cui dipende il successo delle operazioni". Il 23 agosto il generalissimo e il suo stato maggiore si precipiteranno a metterle in linea. Nel disegno operativo si escludeva parimenti che lo stato maggiore generale germanico le impiegasse in prima linea, eppure l'Istruzione germanica del primo gennaio 1910 era chiara: "I corpi di riserva sono costituiti con gli stessi principi dei corpi d'armata" e nella redazione del piano si scriveva: "Le truppe di riserva sono impiegate come le truppe attive". Sulle riserve le idee di Schlieffen erano chiare. Dal 1892 si dedicò al loro inquadramento e addestramento, affinché combattessero in prima linea con i reparti dell'esercito attivo. Nel 1900 propose di: "mettere le divisioni della riserva in condizioni di essere impiegate spalla a spalla con l'esercito attivo", malgrado l'opposizione del ministro della Guerra. Nel 1879 il Kaiser, "Uomo eccitabile, impulsivo, cocciuto, attivo, pio, patriottico, vuoto e teatrale", secondo Fuller, scriveva a Bismarck: "La frontiera francese è chiusa, in maniera imperforabile, dalla Svizzera sin quasi alla frontiera belga".

La situazione era estremamente diversa da quella del 1870, quando unico avversario era la Francia di Napoleone Terzo nei confronti della quale esisteva una superiorità numerica. Nel 1905 le forze riunite della Francia e dell'impero zarista erano soverchianti, il tempo giocava a sfavore, andava presa l'iniziativa. Il problema dell'invasione della Francia era di ardua soluzione perché solo il passaggio di Belfort, la valle della Mosella e a nord la direttrice che passava per Liegi erano le vie che si aprivano sul Reno. Le prime due erano sbarrate dalle imponenti fortificazioni, la terza comportava la violazione dei confini di paesi neutrali. La soluzione fu intravista nel 1897 da Alfred von Schlieffen capo dello stato maggiore generale e codificata nel 1905 durante la prima crisi marocchina. Il piano consisteva in una classica manovra di aggiramento avente per base la velocità di scorrimento delle truppe, basato sulla sorpresa strategica maggior moltiplicatore della potenza, spostando il fulcro operativo dal confine francese a quello belga.

L'autore del piano, il conte Alfred von Schlieffen nato nel 1833 a Berlino, ufficiale di cavalleria, addetto militare a Parigi dal 1867 al 1869, aveva partecipato alla guerra del 1870 e nel 1891 era stato nominato capo di stato maggiore, succedendo a Alfred von Waldersee; aveva 58 anni e conservò la carica sino a 73. "Uomo eccezionale" secondo Liddell Hart, aveva per motto: "Viel leisten, wening hervortreten, mehr sein als scheinen", che si traduce per comodità del lettore, "Operare molto, apparire poco, essere più che sembrare", frase che campeggia sulle pareti della Nunziatella di Napoli. Carattere severissimo, freddo, riservato, "un puro tecnico militare [ma con] mancanza di genialità e di creatività" come lo definisce negativamente il tedesco Ritter (11), di lui scriveva il Kronprinz nelle sue Memorie: "I generali non si presentavano volentieri a rapporto, temendo l'assoluta mancanza di gentilezza da parte di questo capo inesorabile".

Un aneddoto può meglio illustrare la personalità di un uomo che era solito rilassarsi leggendo testi di storia militare alle giovani figlie. Nel corso di grandi manovre, nei pressi di un ruscello erano state sistemate su un tavolo di lavoro le carte topografiche. Mentre il generale si sprofondava nel loro esame un giovanissimo ufficiale, rapito dalla bellezza del paesaggio, il sole che baluginava tra i rami, il mormorio dell'acqua, il cinguettio degli uccelli, gli si rivolse dicendo: "Guardi eccellenza!". Schlieffen, sollevando la testa, dopo uno sguardo rapidissimo al ruscello, bofonchiò: "Tatticamente è un ostacolo facilmente superabile".

Convinto sostenitore della teoria clausewitziana dell'annientamento, il nemico non andava sconfitto ma distrutto, osservando che: "risulta da tutte le battaglie di Federico, costituisce il principio essenziale di tutte le operazioni di Napoleone, sui quali riposano i successi del maresciallo Moltke", constatando l'inferiorità numerica, attenuata dalla posizione geografica centrale scriveva: "La Germania non ha altra possibilità che di gettarsi con tutto il suo peso addosso a uno dei due nemici, il più forte e pericoloso, cioè contro la Francia". Sul fronte orientale, fidando sulla lentezza della macchina bellica russa, era prevista, con sole dieci divisioni, una stretta difensiva. Al centro e sull'ala sinistra del fronte francese, ancorandosi al terreno, otto divisioni dovevano contenere i preventivati attacchi, ma Schlieffen era disposto anche a perdere temporaneamente l'Alsazia e la Lorena. Sull'ala destra il grosso dell'esercito, 53 divisioni, con una manovra a nord della linea Mosa-Sambre, violando la neutralità dell'Olanda, del Belgio e del Lussemburgo, sarebbero piombate, come una gigantesca falce, con una schiacciante superiorità di forze, sulle retrovie nemiche, avviluppando e sconfiggendo in sei settimane l'esercito francese. Si trattava di un gigantesco aggiramento che nasceva dalla "[…] necessità per la Germania di portare alla decisione il più presto possibile la guerra a più fronti con impiego di tutte quante le forze per prevenire del resto la probabile e lenta cancrena che porterebbe infine alla morte di soffocamento (12). Si faceva affidamento in un secondo, brevissimo tempo sullo sviluppo della rete ferroviaria estremamente sviluppata, per rovesciare la potenza d'urto dell'esercito contro la Russia. "Nella guerra su due fronti lo scopo finale non consiste nel respingere l'uno o l'altro dei nemici, ma nell'annientare possibilmente in modo completo gli avversari l'uno dopo l'altro". Aggiungeva il primo gennaio 1909 sulla Deutsche Revue: "Ma per attaccare un fianco nemico, bisogna sapere dove si trovi; l'accertare ciò, fu, sinora, affidato alla cavalleria. Per il futuro, è sperabile che ciò spetti a una flotta di dirigibili, che dall'alto può vedere meglio della cavalleria". Instancabilmente ribadiva che la manica dell'ultimo soldato a destra del reparto più a destra doveva essere limitata solo dal mare. Schlieffen scompare 18 mesi prima dell'inizio del conflitto, sul letto di morte ripeteva: "Macht mir den rechten Flügel stark", che con approssimazione si può tradurre: "Fatemi forte l'ala destra".

Era, come scrisse il tenente colonnello Foerster nel 1931: "Il disegno di una gigantesca Canne sul fronte francese", battaglia di cui il generalissimo fu un attento studioso compendiando i suoi studi nel volume Cannae-Studien. Fuller sosteneva invece che: "La strategia prescelta non fu quella di Canne […] ma quella di Leuthen" e Liddell Hart parlò con molta esattezza di: "una porta girevole". Keegan annotò: "Era il piano per una vittoria rapida in una guerra breve". Di certo era una classica sorpresa strategica.

Altri criticarono l'attuazione del piano, perché l'invasione andava estesa alla vicina Olanda, come del resto era intendimento di Schlieffen e come avvenne nel 1940. Le possibilità di movimento erano limitate dalla ristrettezza della striscia che separava la provincia olandese del Limburg da Liegi e che bloccava la possibilità di spiegare l'armata di von Kluck su un fronte più ampio. Per notizia von Brauchitsch, futuro comandante in capo dell'esercito germanico nel 1940, fungeva col grado di capitano da ufficiale di collegamento tra le armate di von Kluck e von Bulow.

A questo disegno, lo stato maggiore generale, con piena capacità operativa, dedicò tutti i suoi sforzi, uno stato maggiore del quale l'inglese Wheeler-Bennet scriveva: "[…] erano uomini d'alta capacità individuale e di sorprendente omogeneità di vedute. […] Conservavano […] la più completa libertà di espressione all'interno della casta per tutte le questioni attinenti al servizio". Non diversa l'opinione di Liddell Hart che in Reputations da loro lo stesso peso dei Gesuiti nella Chiesa cattolica e nella Storia della prima guerra mondiale parla di: ""Questo strumento di efficienza unica [l'esercito] era maneggiato da uno stato maggiore che, grazie a una selezione e a un addestramento rigorosi, era ineguagliabile per preparazione e abilità professionale", mentre degli ufficiali e sottufficiali osservava: "[…] un corpo di ufficiali e sottufficiali di carriera il cui livello di preparazione e capacità non aveva l'eguale nel continente" e quindi si potrebbe aggiungere nel mondo. Va ricordato che in Germania non solo non esisteva una legge sull'esenzione dal servizio militare considerato come un dovere e attraverso il quale si poteva migliorare la propria situazione sociale. Anche il piccolo borghese, grazie alle sue attitudini militari, poteva sperare di pervenire al rango di ufficiale della riserva dalla quale erano esclusi gli Ebrei, nel 1911 ve ne erano solo 26. A titolo di esempio un invito a pranzo presso la mensa di un circolo ufficiali era considerato un grande onore.

Il piano era un'evidente violazione del diritto internazionale, ma l'opinione pubblica riteneva nel 1914 che non vi era altra soluzione per la vittoria. Nel clima della Germania guglielmina massima era l'acquiescenza delle autorità politiche all'esercito, Stato nello Stato, nel passato sempre vittorioso. Schlieffen nel 1905 scriveva: "Per la Germania il mantenimento della neutralità belgolussemburghese sarà molto presto eliminato per la legge della legittima difesa". Nel 1912 tornava sul problema: "Il Belgio passa per essere un paese neutrale, ma, di fatto, non lo é. Ha trasformato da trent'anni Liegi e Namur in fortezze per evitare un'invasione germanica sul suo territorio, ma ha sempre lasciato le sue difese aperte per la Francia" e, ancora: "[…] perciò le leggi stesse della legittima difesa escludono che i Tedeschi possano rispettare la neutralità del Lussemburgo e del Belgio. Di ciò i Francesi sono persuasi come noi". Ludendorff: "Alla neutralità del Belgio nessuno credeva" e, nel 1911: "[…] les principales forces alliées essaieraient de tourner notre aile droite en passant par la Belgique et la Holland". Viene alla mente la favola del lupo e del'agnello. D'altronde il prussiano Federico Secondo sosteneva: "Prendiamo quello che ci conviene, noi troveremo sempre dei giuristi che giustificheranno le nostre conquiste".

Il problema veniva da lontano. Già nel 1882 si sosteneva che la neutralità belga era fondata su: "convenzioni diplomatiche e che avvenimenti potevano verificarsi che avrebbero fatto di questa neutralità una finzione" (13). Di parere opposto era stato Moltke il Vecchio, in ciò spalleggiato da Bismarck, che, in un piano di operazioni del 1887 riteneva l'invasione del Belgio da parte francese "quanto mai improbabile" perché avrebbe indotto il Belgio ad entrare in guerra e avrebbe provocato le reazioni della Gran Bretagna. Nel suo ultimo intervento al Reichstag nel maggio1890, riferendosi a una futura guerra europea ammonì: "Potrebbe diventare una guerra dei sette anni, o una guerra dei trent'anni. La Germania non deve sperare di liberarsi di uno dei due avversari con una offensiva rapida e felice per poi affrontare l'altro". L'aumento della potenza del fuoco, la mobilitazione di tutte le risorse delle nazioni, rendevano l'annientamento delle forze avversarie in una guerra di corta durata estremamente improbabile. Aggiungeva che in una malaugurata guerra su due fronti il primo avversario da abbattere era la Francia per la vastità del territorio russo.

Un'eventuale invasione del territorio belga era stata studiata anche dallo stato maggiore francese prima del conflitto ma era stata scartata per le conseguenze politiche che avrebbe comportato nei confronti della Gran Bretagna il cui apporto non veniva calcolato solo sul numero di divisioni da portare al fuoco ma nel blocco navale che la potente flotta inglese avrebbe esercitato. L'alleanza con la Gran Bretagna è decisiva, nessun piano la deve minacciare e ad essa si devono adattare i disegni operativi.

Helmuth Johannes von Moltke, chiamato il Giovane per distinguerlo dal vincitore della guerra del 1870 di cui era nipote, aiutante di campo dello zio e dell'imperatore, assunta la massima carica il primo gennaio 1906, dichiarò che occorreva perseverare nel disegno del suo predecessore, al quale si rivolse con queste parole: "Noi abbiamo appreso nel momento di assumere la carica, l'obiettivo che Vostra Eccellenza vuole raggiungere. Sferrare dei grandi colpi, colpi distruttori, non accontentandosi di successi parziali. Vostra Eccellenza non vuole una guerra lunga, vuole colpi possenti, decisivi e il suo obiettivo è l'annientamento dell'avversario. È verso questo obiettivo supremo che devono essere sospinti tutti nostri sforzi e la volontà che ci dovrà dirigere è la volontà di vincere. Questa volontà inflessibile, appassionata della vittoria è l'eredità che Vostra Eccellenza lascia allo stato maggiore generale. Sarà a noi di conservarla devotamente".

Nel tempo annacquò il piano troppo audace per il suo temperamento, rinunciando all'invasione dei Paesi Bassi, cosa che riduceva maggiormente lo spiegamento delle truppe. Il suo avversario César-Joseph-Jacques Joffre, papà Joffre come fu chiamato, reggerà le sorti della Francia nei primi due anni di guerra, indifferente, alle spaventose perdite subite. Il presidente della Repubblica Raymond Poincaré si abbandona a una lirica descrizione: "taglia possente e massiccia, fronte serena, grossi mustacchi bianchi, occhi di un blu chiaro che brillano sotto gli spessi sopraccigli. Massiccio e panciuto, un'aria bonaria, con grossi baffi bianchi, la divisa sempre sgualcita, gli occhi azzurri inspirava grande fiducia in chi gli stava vicino". Era idolatrato dal popolo che poneva in lui la massima fiducia. Una filastrocca popolare, che arieggiava il Padre Nostro recitava: "Notre Joffre qui êtes au feu, que votre nom soit glorifié, que votre victoire arrivé que votre volonté soi faite sur la terre et dans les airs" (14).

Note

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8. Liddell Hart, Basil. Reputations. Paris 1931. [torna su]

9. Mahon, Patrice. Le service des trois ans. Revue des deux mondes 1913. [torna su]

10. Grouard, Lieutenant colonel. La conduite de la guerre jusqu'à la bataille de la Marne. Revue militaire française 1921. [torna su]

11. Ritter, Gerhard. I militari e la politica nella Germania moderna. Da Federico il Grande alla prima guerra mondiale. Torino 1973. [torna su]

12. Foerster, Wofgang. Il conte Schlieffen e la Guerra mondiale. Berlino 1921. [torna su]

13. Tenot E. Les nouvelles défenses de la France. La frontière 1870-1882. Paris 1882. [torna su]

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GIORNALI E PERIODICI

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Annales 1983-1984.
Civiltà cattolica 1950-1962, 1964-1967.
Clio 1965-2005.
Contemporanea 2001-2004.
Corriere della sera febbraio 1934.
Dèfense nationale 1979-1984.
Echi e commenti 1934.
Esercito e nazione 1926-1941.
Foreign affairs 1936-1949.
Gringoire 1935-1936
Italia contemporanea 1974-2005.
Illustration 1934.
Il mulino 1951-1955, 2005.
Il movimento di liberazione in Italia 1949-1965.
Il politico 1952, 1954, 1962-1964, 1971-1976, 1980-1993, 1996-1997, 2000-2004.
Il presente e la storia 1992-2005.
Journal of modern history 1974-1979, 1991, 1992.
La vita italiana 1930-1943.
Millenovecento.
Monde hebdomadaire international 1934.
Nazione militare 1936-1941.
Nord e sud 1974-1976.
Nuova antologia 1866-1985.
Nuova rivista storica 1917-1991, 2002.
Nuova storia contemporanea 1997-2005.
Past and present 1952-1996.
Rassegna degli archivi di Stato 1041-1994.
Rassegna di cultura militare 1938-1942.
Rassegna di politica internazionale 1934-1935.
Rassegna italiana 1918-1943.
Revue d'artillerie 1927-1933, 1936, 1937.
Revue des deux mondes 1901-1911; 1925-1940.
Revue d'histoire de la deuxième guerre mondiale, poi Guerres mondiales et conflits contemporains 195-1956, 1958, 196, 1969-1971, 1973-1977, 1979-1995, 1997, 1998, 2000 a 2009.
Revue d'histoire de la guerre mondiale 1933, 1937, 1938, 1939.
Revue d'histoire moderne et contemporains 1954-2002.
Revue d'infanterie 1922-1924, 1930-1937.
Revue de cavalerie 1923, 1926-1933, 1935-1937.
Revue de Paris 1922, 1926, 1928, 1930, 1932, 1934, 1939.
Revue de synthèse 1931-1932.
Revue des deux mondes 1901-1910,1913-1914, 1925-1940.
Revue des vivants 1932.
Revue française de science politique 1951-2002.
Revue hebdomadaire 1937.
Revue internationale d'histoire militaire 1957, 1965, 1970, 1976-1978, 1980-1985, 1987-1992, 1995.
Revue historique de l'armée 1946-1960.
Revue militaire française 1870; 1923-1935.
Revue militaire générale 1907-1909;1924.
Revue scientifique 1880; 1901.
Ricerche di storia politica 1986-2003.
Ricerche storiche [Edizioni scientifiche italiane] 1971-1990, 1991, 1993, 1995, 1999.
Rivista aeronautica 1984-1986.
Rivista di artiglieria e genio 1924, 1930.
Rivista di storia contemporanea 1972-1995.
Rivista militare italiana 1927.
Science et la vie (La) 1937.
Società e storia 1978-1993.
Storia contemporanea 1970-1996.
Storia e memoria 1992-2000.
Storia e politica 1962-1976, 1980-1982, 1984
Strategic survey 1980-1985.
Studi storici 1959-1984, 1986, 2001-2004.
Studi storici meridionali 1981-1985.
Ventunesimo secolo 2002, 2003.
War in history 1996-2004.

Sono stati effettuati sondaggi su:

Corriere della Sera. Febbraio 1934
Gringoire 1935, 1936
Je suis partout. Marzo 1933
L'aube. Gennaio e febbraio 1934.

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