It.Cultura.Storia.Militare On-Line
invia stampa testo grande testo standard
Bookmark and Share
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: I GM]
La guerra sul Fronte Orientale dal settembre al dicembre 1914
di Francesco Lamendola ©
[torna indietro]
1. Situazione generale e decisioni dei comandi

Dopo le grandi battaglie dell'estate sul fronte orientale, le vicende della guerra conobbero una serie di ondeggiamenti dovuti al flusso e riflusso degli eserciti avversari. A differenza di quanto avveniva contemporaneamente in Francia, praticamente la guerra di movimento non cessò mai del tutto, sul fronte orientale, fino al termine del 1914; agli strateghi delle due parti rimase quindi una notevole libertà di mosse, favorita dall'ampiezza della linea di combattimento e dalla relativa dispersione dei grandi obiettivi militari.

Da parte russa, all'indomani delle grandi campagne estive in Prussia Orientale e in Galizia, la situazione strategica generale appariva ancora non scevra da pericoli: nella seconda l'esercito zarista aveva strappato la vittoria ma non era riuscito a sfruttarla sino in fondo; nella prima esso era stato pesantemente battuto e ricacciato oltre i confini. In definitiva delle due branche della tenaglia, tendenti l'una alla conquista della Prussia Orientale, l'altra alla conquista della Galizia, la prima era stata svelta e distrutta dall'avversario; la seconda, già l'indomani della vittoria, si trovava in una situazione strategica alquanto pericolosa. I due fianchi del grande "saliente" polacco non erano stati messi del tutto al riparo da una possibile manovra austro-tedesca a doppio avvolgimento, da nord e da sud, mirante a reciderlo; di conseguenza, anche l'agognata marcia su Berlino doveva essere, per il momento, accantonata. Per un insieme di circostanze abbastanza curioso, nel complesso la situazione strategica era più favorevole ai Russi sul fronte nord-occidentale, dove pure avevano patito i sanguinosi insuccessi di Tannenberg e dei Laghi Masuri; infatti, nonostante tutto, l'Ottava Armata di Hindenburg, che disponeva di mezzi offensivi limitati, non costituiva una immediata minaccia per il territorio russo. Invece sul fronte sud-occidentale, dove gli Austro-Ungheresi erano stati duramente battuti, la fiacchezza con cui le truppe del gen. Ivanov avevano condotto l'inseguimento dopo le due battaglie di Leopoli (tedesco: Lemberg; 26-30 agosto e 6-11 settembre 1914), nonché la criticissima situazione del munizionamento, ponevano alla Stawka le più gravi preoccupazioni. L'annientamento del nemico era mancato, così come era mancato il raggiungimento dei grandi obiettivi strategici: Cracovia e i passi dei Carpazi, donde l'esercito russo aveva sperato di fare irruzione verso il cuore dell'Impero asburgico. Ora le armate del gen. Ivanov, che avevano subito gravi perdite di uomini e materiali, erano spossate; la stagione di campagna era finita, le piogge autunnali mutavano le strade in torrenti di fango e, sui Carpazi, presto sarebbe apparsa la prima neve. Le forze che si erano spinte avanti verso la munitissima fortezza di Cracovia erano, di conseguenza, in una situazione molto pericolosa: l'offensiva era entrata nella fase di "stanca" e mancavano loro i mezzi per imbastire nuove grandi operazioni; bisognava attendersi un ritorno offensivo austro-ungherese e, data la spaventosa situazione logistica, ciò avrebbe potuto arrecare un grave colpo alle armate russe tuttora in fase di assestamento. Si ponevano pertanto al Comando Supremo del granduca Nicola due possibili alternative: o o arretrare l'intero fronte, troppo sbilanciato in avanti, su una miglior posizione difensiva ove attendere la controffensiva avversaria; oppure far affluire in Galizia tutte le unità della riserva generale e tentare d'infrangere la resistenza austriaca vibrando un nuovo, rapido colpo, onde prevenire l'arrivo in quel settore di nuovi rinforzi tedeschi.

D'altra parte, dopo la conclusione della battaglia della Marna e della "corsa al mare", con la stabilizzazione del fronte occidentale era da prevedersi un sensibile trasferimento di forze tedesche dalla Francia verso la Russia, ciò che imponeva la massima prudenza anche dalla parte della Prussia Orientale.

Due tendenze pertanto si manifestarono alla Stawka verso la fine di settembre: quella del gen. Alexeiev, che intendeva spostare una massa di 12 o 16 corpi d'armata verso la Nida e agire poi, con essi, verso Cracovia o verso Berlino; e quella del gen. Danilov, che intendeva ridurre al minimo le operazioni in Galizia, per trarne dei rinforzi con i quali cautelarsi sull'ala sinistra del fronte nord-occidentale, per cautelarsi contro possibili attacchi dei Tedeschi. Una conferenza, tenutasi il 22 settembre a Cholm fra il granduca Nicola e i generali Russkij ed Ivanov, sortì un risultato di compromesso da cui traspare un grave difetto nell'azione di comando del generalissimo russo, ossia l'irresolutezza e la mancanza di decisione verso i suoi diretti subordinati. Così come una saggia visione militare avrebbe dovuto suggerirgli che la Russia non era in grado, nell'agosto del 1914, di condurre contemporaneamente due offensive, contro la Prussia Orientale e contro la Galizia, con la speranza di buoni risultati; così ora l'esercito russo non era in condizioni di eludere una decisa alternativa strategica fra l'uno o l'altro degli obiettivi principali, specie considerando lo stato di spossatezza delle truppe. Contro l'Austria o conro la Germania, urgeva una risoluzione definitiva; invece egli decise dapprima di rafforzare l'ala destra di Ivanov e di collegarla con la sinistra di Russij, mediante lo spostamento della Quarta Armata verso Ivangorod; poi, in seguito a un mutamento di intendimenti dello stesso gen. Russkij, quest'ultima ebbe dal granduca l'autorizzazione ad effettuare un ulteriore ripiegamento con la sua Seconda Armata a nord di varsavia, mentre egli, con la Prima e con la Decima Armata, si preparava a sferrare un attacco contro la Prussia Orientale. Ivanov, per contro, riteneva impossibile mantenere le proprie posizioni troppo avanzate in Galizia e si riteneva minacciato dall'arretramento dell'ala sinistra di Russkij; per cui, il 25 settembre, propose alla Stawka un ripiegamento generale del fronte sud-occidentale dietro la linea Ivangorod-Iosefow-Krasnik-Tomaszow-Iaworow, per poter poi manovrare, da una posizione centrale, contro i Tedeschi a nord o contro gli Austriaci a sud, secondo le necessità.

In una seconda conferenza, tenutasi a Cholm il 26 settembre, venne invece stabilito di conservare il possesso della Galizia centrale rinforzando il settore fra Ivangorod e la confluenza del San con la Vistola. Il 28 la Stawka emanò le disposizioni definitive: Russkij ed Ivanov dovevano preparare, con le loro ali interne, una grande offensiva dalla Vistola verso l'Oder, tendente a Berlino. In seguito a ciò il gen. Ivanov spostò a nord della Vistola non solo la Quarta e la Nona Armata, come aveva inizialmente stabilito, ma anche la Quinta; esse, in cooperazione con la Seconda di Russkij, avrebbero costituito il famoso rullo compressore destinato ad irrompere nel cuore stesso della Germania. In Galizia, il gen. Brusilov ricevette il comando delle armate Terza e Ottava e dell'armata che assediava Przemyśl ed ebbe l'incarico di proteggere l'ala sinistra del rullo compressore, avanzando a sud della Vistola, verso Cracovia. Infine il XXVII Corpo, rinforzato da aliquote di cavalleria, avrebbe dovuto coprire la regione di Varsavia dalle provenienze di Mlawa. In definitiva, la Stawka accettò il rischio strategico d'intraprendere una avanzata direttamente contro Berlino, pur senza aver debellato il saliente della Prussia Orientale, a nord, che costituiva una grave minaccia potenziale per il fianco destro ed il tergo delle forze avanzanti ad ovest della Vistola. E ciò mentre ci si attendeva, da un momento all'altro, un notevole spostamento di forze tedesche dal fronte occidentale a quello orientale e mentre, in Galizia, una ripresa offensiva degli Austro-Ungheresi appariva di giorno in giorno sempre più probabile. Il gen. Ivanov, ad esempio, aveva stimato che alla data del 1° ottobre gli Austro-Ungheresi avrebbero lanciato l'offensiva dalla linea Tarnow-Jaslo in direzione est. In tali condizioni, la decisione presa dalla Stawka di imbastire una grande azione in Polonia, sguarnendo il fronte in Galizia, appariva indubbiamente come una grave imprudenza.

Per quanto riguarda gli Imperi Centrali, verso la fine di settembre 1914 la situazione sembrava consigliare un atteggiamento offensivo contro la Russia. Da parte tedesca, infatti, la stabilizzazione del fronte in Francia offriva finalmente la possibilità di volgersi con maggiori forze contro l'avversario orientale che, del resto, si sapeva abbastanza forte da poter minacciare la stessa Berlino. Occorreva poi soccorrere l'Austria, il brillante secondo che versava ora in gravi difficoltà e che, di fronte a una nuova grande offensiva russa, molto probabilmente non ce l'avrebbe fatta a resistere. Una invasione dell'Ungheria e, forse, il crollo totale dell'alleato avrebbero lasciato esposto ai colpi del granduca Nicola il fianco destro dello schieramento tedesco: perciò, soccorrere l'Austria per prevenirne il crollo significava anche proteggere la Germania. Pertanto lo Stato maggiore tedesco procedette alla costituzione di una nuova Nona Armata, destinata adoperare nell'arco della Vistola, e ne affidò il comando al gen. Hindenburg. Sopravvalutando, forse, le proprie forze, oppure (il che è lo stesso) non stimando al loro giusto valore quelle dell'avversario, i Tedeschi ritennero i tempi maturi per una grande offensiva contro la Polonia partendo da ovest e tendente a Varsavia: in un settore, cioè, dove fino ad allora non si era quasi combattuto.

Da parte austro-ungherese, all'indomani delle battaglie di Leopoli la situazione in Galizia Occidentale appariva poco chiara. Le armate austriache si erano arrestate nella loro ritirata, il 23 settembre, sulle alture a est del Dunajec e della Biala. Di fronte ad esse, lungo la Wisloka, un velo di cavalleria russa schermava completamente i movimenti del grosso di fanteria retrostante, sicché non era ben chiaro se il granduca Nicola stesse preparando una prosecuzione dell'avanzata verso Cracovia o se, invece, intendesse sferrare una grande offensiva attraverso i Carpazi, mirante all'Ungheria; una terza possibilità era che intendesse lanciare un attacco direttamente contro la Germania, in direzione di Berlino. Il Distaccamento russo del Dnjester era bensì dilagato nella Foresta carpatica, superando le creste dei Carpazi e penetrando, il 2 ottobre, fino a Maramaros-Sziget; ma il Conrad non si era lasciato ingannare da tali scorribande di cavalleria e aveva destinato al settore dell'Alta Ungheria (Slovacchia e Rutenia sub-carpatica) solamente le forze indispensabili per ricacciare l'avversario dai passi montani.

Fin dal 18 settembre, con l'arrivo di Ludendorff al nuovo Quartoer Generale austriaco di Neu-Sandec, i due Stati maggiori alleati avevano cominciato a mettere a punto un piano di controffensiva. In un primo tempo si era pensato di portare la Nona Armata di Hindenburg verso sud, in maniera che essa iniziasse l'offensiva in stretto collegamento con le armate austro-ungheresi, facendo perno con l'ala destra sulla fortezza di Cracovia.Poi, invece, Hindenburg ritenne preferibile esercitare il maggiore sforzo più a nord e, anzi, chiese a Conrad di far passare una delle armate austriache a nord della Vistola. Il 23 settembre Conrad rispose favorevolmente a tale proposta e, verso il 25 settembre, finì per convincersi che l'avversario avrebbe intrapreso l'offensiva contro la Germania a ovest del medio corso della Vistola; pertanto spostò a nord del fiume la sua Prima Armata, mantenendo la Seconda sui Carpazi e la Terza e la Quarta sulla linea a est del Dunajec. L'intercettazione di radiotelegrammi russi alla fine di settembre confermò la giustezza delle sue conclusioni; a quella data, peraltro, il fronte austro-tedesco si era già messo in movimento per la grande offensiva.

Il piano definitivo messo a punto dai due alleati constava di tre grandi operazioni distinte. L'azione principale, mirante alla regione Varsavia-Ivangorod, era affidata alla Nona Armata tedesca e alla Prima Armata austro-ungherese. Quasi nello stesso tempo, in Prussia Orientale l'Ottava Armata doveva eseguire un'azione, essenzialmente dimostrativa, in territorio russo verso est, al fine di attrarre in quella direzione le riserve nemiche e ingannare la Stawka circa il settore dell'attacco principale. A sud della Vistola, infine, le tre armate austriache rimaste in Galizia dovevano tornare all'offensiva, cercando di prendere in una morsa almeno una parte delle forze di Brusilov a ovest del San, mediante una doppia azione avvolgente: dalla Vistola e dai Carpazi.

Nel complesso l'esercito austriaco, uscito disorganizzato dal primo gigantesco urto coi Russi e sceso dalle 50 divisioni iniziali a 37 e ½, privato di una parte degli ufficiali di carriera e moralmente scosso, non offriva molte garanzie di solidità di fronte a un avversario che lo aveva appena battuto. A dispetto di ciò i suoi capi, che forse si nascondevano da sé la gravità della situazione e che, inoltre, non volevano sfigurare di fronte all'orgoglioso alleato tedesco, decisero di farlo passare all'offensiva dopo una brevissima pausa seguita alla tremenda ritirata dalla galizia Orientale. Non si può fare a meno di lamentare, anche in questo caso, l'imprudenza dell'Alto Comando austriaco e la leggerezza con cui gettò nuovamente nella mischia le sue forze assai provate, senza trarre i necessari insegnamenti da quanto era accaduto nelle battaglie di Leopoli.

2. La campagna di Varsavia-Ivangorod

Dell'offensiva in tre tempi concordata dagli Austro-Tedeschi la prima a pronunciarsi fu quella sull'ala settentrionale, nella Prussia Orientale. Qui l'Ottava Armata prese l'offensiva il 26 settembre, ottenendo dei discreti successi iniziali e giungendo a investire la piccola fortezza di Ossowietz, che resistette. Di fronte ad essa stavano le Armate russe Prima (a ovest del Njemen) e Decima (nella zona del Narew), nonché il XXVII Corpo, schierato tra Varsavia Mlawa; la seconda Armata si trovava ancora nel settore a nord di Varsavia, ma in procinto di volgersi a sud-ovest, per partecipare all'avanzata sull'ala destra del rullo compressore.

Dal 30 settembre al 4 ottobre la lotta si svolse nelle grandi foreste attorno ad Augustow e si concluse con l'insuccesso dell'offensiva tedesca. L'Ottava Armata, le cui migliori unità erano state trasferite alla Nona, sotto la crescente pressione russa dovette incominciare il ripiegamento, vanamente cercando di contrastare l'avanzata avversaria con combattimenti che si protrassero fino al 10 ottobre. L'avanzata concentrica della Prima e della Decima Armata russe costrinse i Tedeschi a sgomberare Lyck, Stallüponen sull'alto Pregel e Goldap, a sud della Foresta di Rominten. Con questo bilancio fallimentare terminò l'azione incominciata dai Tedeschi in direzione di Augistov. Se, da un lato, il gen. Russkij sopravvalutando la minaccia, aveva rattenuto in quel settore del fronte delle forze di cui ci sarebbe stato estremo bisogno a ovest della Vistola, dall'altro lato due armate russe tornavano a invadere la Prussia Orientale, mettendo saldamente piede ad est della Wegoorapa e annullando l'effetto strategico della precedente vittoria tedesca dei Laghi Masuri.

Più a sud, il 28 settembre incominciò l'offensiva principale, affidata alla Nona Armata di Hindenburg e alla Prima Armata del generale Dankl. Dapprima l'avanzata conseguì risultati notevoli perché i Russi, avendo mantenuto la Seconda Armata di Russkij a nord di Varsavia e la Quarta, Quinta e Nona Armata di Ivanov a sud di Ivangorod o in trasporto dalla Galizia, avevano al centro del proprio schieramento una breccia pericolosamente ampia, velata solo da un corpo di cavalleria e da poche brigate. La situazione minacciava di farsi estremamente critica allorché il granduca Nicola, resosi conto appieno della minaccia, prese tempestivamente delle efficaci contromisure. La Seconda Armata del gen. Scheidemann ebbe ordine di lasciare la regione a nord di Varsavia per cadere sul fianco sinistro della Nona Armata tedesca avanzant; la Quarta Armata di Evert, la Nona di Lecitzkij e la Quinta di Plehve dovevano accorrere nella regione di Varsavia-Ivangorod per contenere frontalmente l'avversario. Si andava così configurando una grande manovra per linee interne, nella quale il granduca Nicola accettava, con una notevole dose di coraggio concettuale, il rischio strategico di indebolire fortemente lo schieramento in Galizia, esponendosi a una pericolosa offensiva austriaca sul fianco sinistro del rullo compressore. Questa manovra può essere considerata un piccolo capolavoro del generalissimo russo: a dispetto delle piogge insistenti, delle strade scarse e rese quasi intransitabili dal fango, essa fu coronata dal successo.

Frattanto le unità di punta della Nona Armata tedesca, comandante dal gen. Mackensen, occuparono Lodz e giunsero fino in vista di Varsavia, ove vennero furiosamente contrattaccate dai rinforzi russi fatti affluire con la massima celerità. L'avanzata di Mackensen fu interrotta. Più a sud i Tedeschi, giunti davanti alla fortezza di Ivangorod, alla confluenza del Wieprz con la Vistola, la investirono ma senza successo: la guarnigione russa, infatti, oppose una resistenza assai vigorosa. Cominciarono a questo punto ad affluire le armate russe accorse dal sud le quali, impegnando l'ala destra della Nona Armata a partire dal 9 ottobre, ne arrestarono i progressi. Trattenuto frontalmente l'avversario il granduca Nicola, dopo avere effettuati i raggruppamenti di forze, passava alla controffensiva sulle ali: una classica manovra in due tempi, con battaglia d'arresto e poi doppio avvolgimento. Prima a colpire fu la Seconda Armata di Scheidemann la quale, il 12 ottobre, pronunciò un violento attacco sull'ala sinistra della Nona Armata di Hindenburg. A sud, la Quarta Armata russa avanzava a sua volta e, il giorno 21, rioccupava Koshenice. La grande operazione progettata da Hindenburg era fallita e la sua Nona Armata, battuta e posta a sua vlta in una situazione critica, necessitava di una pausa per riorganizzarsi.

Né le cose andarono meglio per gli Austro-Tedeschi più a sud, dove la Prima Armata austro-ungherese che avanzava lungo la riva sinistra della Vistola venne contrattaccata dalla Nona Armata del gen. Lecitzkij. Nella battaglia di Sandomir e Nisko, il 25 ottobre il Corpo della Guardia, sfondando ilX Corpo austriaco, costringeva il gen. Dankl a iniziare il ripiegamento. Il 27 ottobre Hindenburg ordinò la ritirata generale e i Russi, seguendo l'avversario passo passo, rioccuparono Lodz il 30; indi sorpresero nuovamente lo schieramento tedesco in fase di assestamento e lo ricacciarono indietro sino ai confini della Germania.

Per la prima volta dall'inizio della guerra le armate russe erano arrivate a rioccupare anche l'estremo lembo occidentale della Polonia che nell'agosto precedente, per migliorare la propria situazione strategica, avevano evacuato spontaneamente. Il granduca Nicola pensava che fosse ormai giunto il momento di marciare direttamente contro Berlino.

Il bottino dei Russi, al termine della campagna di Varsavia-Ivangorod, era stato di 23.000 prigionieri e più di 60 pezzi.

3. La seconda battaglia di Galizia

Benché il piano originario di Conrad von Hötzendorf prevedesse una manovra a doppio avvolgimento le cui branche, partendo dalla Vistola e dai Carpazi, avrebbero dovuto afferrare le forze russe nella Galizia Occidentale, in pratica l'offensiva pronunciatasi il 4 ottobre assunse l'aspetto di una avanzata frontale.

Dopo la partenza di ben 3 armate russe per la Polonia, il rapporto delle forze contrapposte pendeva ora decisamente a favore degli Austro-Ungheresi: circa 38 divisioni contro le 24 russe (che erano state più di 50 prima della partenza della Quarta, Nona e Quinta Armata). Da nord a sud le Armate austriache Quarta (arciduca Giuseppe Ferdinando), Terza (Boroević) e Seconda (Böhm-Ermolli) facevano fronte alle Armate russe Terza (Radko-Dimitriev) e Ottava (Brusilov). Alle spalle del fronte russo la numerosa guarnigione di Przemyśl (Kusmanek) era assediata da un'armata russa. I compiti dell'investimento erano stati dapprima affidati alla stessa Terza Armata; poi, al principio di ottobre, anch'essa aveva partecipato all'avanzata verso la Wisloka, ed era stata sostituita da una nuova armata, costituita appositamente per l'assedio, che verrà denominata più tardi Undicesima, posta agli ordini del gen. Čerbacev (cfr. il nostro articolo L'assedio di Przemyśl, settembre 1914-marzo 1915). Allorché, il 4 ottobre, gli Austro-Ungheresi presero dalle alture del Dunajec l'offensiva verso est, Brusilov - nominato comandante generale in Galizia - comprese che entro brevissimo tempo l'avanzata avversaria lo avrebbe costretto a ripiegare dietro il San, obbligandolo a togliere l'assedio alla piazza. Egli concepì allora il folle progetto di assalire subito la poderosa fortezza, pur non disponendo della necessaria artiglieria pesante, per catturarne la numerosa guarnigione.

Il 5 ottobre Čerbacev sferrò l'attacco, gettando contro la linea dei forti esterni 117 battaglioni sostenuti da circa 480 pezzi che, però, erano quasi tutti cannoni leggeri da campagna, totalmente inefficaci contro le robuste opere corazzate di Przemyśl. Gli attacchi vennero rinnovati fino al 7, in ondate successive, con i Russi che concentravano il massimo sforzo contro il gruppo di opere di Siedliska, sul tratto sud-orientale della cinta, e gli Austriaci che, consci dell'avvicinarsi del loro esercito, si difendevano con rinnovata energia. Tutti gli assalti vennero sanguinosamente stroncati, l'uno dopo l'altro; e Čerbacev, che aveva perduto ingenti forze nell'inutile impresa, dovette togliere l'assedio e ripiegare con tutta la sua armata sulla riva destra del San.

Frattanto l'avanzata delle armate austro-ungheresi dal Dunajec oltre la Wisloka registrava notevoli progressi. Il 9 ottobre l'XI Corpo della Terza Armata di Radko-Dimitriew venne battuto e iniziò così la seconda battaglia di Galizia, con il ripiegamento generale dei Russi dietro la linea del San. L'11 ottobre l'esercito di campagna austro-ungherese fece il suo ingresso nella piazza di Przemyśl e raggiunse ovunque il corso del San: ad ovest di questo fiume, tuttavia, il progettato accerchiamento dei Russi era sfumato. Essi, anzi, avevano ritardato l'avanzata avversaria con accaniti combattimenti di retroguardia; e, per contro, avevano lasciato prigioniere nelle mani degli Austriaci solo forze insignificanti. Ciò testimoniava quanto il ripiegamento si fosse svolto con ordine e quanto alto fosse tuttora il morale dei Russi, che non si sentivano affatto battuti e che si ritenevano superiori al nemico davanti al quale dovevano temporaneamente indietreggiare.

Per tutto il mese di ottobre combattimenti accaniti si svolsero lungo la linea del fiume San. A nord, lungo il corso inferiore, la Terza Armata di Radko-Dimitriev contenne frontalmente la Quarta Armata dell'arciduca Giuseppe Ferdinando in una tipica battaglia d'arresto; a sud, la Terza Armata di Boroević impegnò di fronte la Terza di Brusilov, mentre la Seconda di Böhm-Ermolli ne assaliva con vigore l'ala sinistra. Anche in questa occasione, come già nelle battaglie di Leopoli, il gen. Brusilov si dimostrò tuttavia un abile stratega: un contrattacco del suo XXIV Corpo contro l'ala destra della Seconda Armata valse, infatti, ad interrompere i progressi della Seconda Armata austriaca. Per tutto questo tempo gli Austro-Ungheresi avevano tentato invano di forzare la linea del San; e, per quanto il gen. Conrad nutrisse ancora qualche illusione, nella notte fra il 17 e il 18 ottobre furono i Russi ad attraversare il fiume, riuscendo là dove aveva sino allora fallito l'armata dell'arciduca Giuseppe Ferdinando.

Frattanto l'esito sfavorevole della campagna di Varsavia-Ivangorod indusse il Comando Supremo austro-ungherese a ritirare la Seconda Armata dalla Galizia per trasferirla in Polonia, ove la situazione si andava facendo sempre più pericolosa. In seguito a questo spostamento gli Austro-Ungheresi perdettero in Galizia la superiorità numerica di cui avevano sino allora goduto e, tornati a forze pari con l'avversario, il 4 ottobre interruppero gli attacchi per indietreggiare ancora una volta verso occidente, lasciando Przemyśl assediata per la seconda volta. Il 6 novembre i Russi tornarono ad investire la piazza e il 9 l'avevano ormai bloccata da ogni lato; l'assedio venne affidato adesso all'Undicesima Armata del gen. Selivanov, formata da 4 divisioni di riserva.

Anziché rinnovare inutili assalti della fanteria, Selivanov decise di ricorrere a un investimento metodico e senza fretta, contando di prendere la piazza per esaurimento delle scorte di viveri. Per parte sua il gen. Kusmanek che, alla vigilia della nuova ritirata austriaca dal san aveva fatto appena in tempo a reintegrare le scorte di Przemyśl, ricevette dal proprio Comando Supremo l'ordine di mantenere la fortezza sino all'estremo delle possibilità. Egli aveva tuttira una guarnigione troppo numerosa, una vera e propria armata forte di 130.000 uomini e 21.000 cavalli. Parte della popolazione aveva abbandonato la città nell'intervallo tra il primo e il secondo assedio, nel mese di ottobre, tuttavia rimanevano ancora 18.000 civili che aggravavano i già pesanti problemi di approvvigionamento.

La ritirata della Quarta Armata austriaca fu diretta ad ovest su Cracovia, mentre la Terza ripiegò a sud per la difesa dei passi carpatici. Anche qui le armate russe le seguirono, avanzando minacciosamente verso Cracovia così come, a nord della Vistola, il rullo compressore minacciava un'irruzione verso Posen e Breslavia.

Incominciarono frattanto, nelle ore critiche, a manifestarsi i primi gravi dissapori fra i due comandi alleati, che anche in seguito - nella storiografia ufficiale e nella memorialistica, avrebbero continuato a palleggiarsi la responsabilità del contemporaneo insuccesso nella campagna di Varsavia-Ivangorod e in quella di Galizia. Il Ludendorff, nelle sue memorie, avrebbe poi accusato gli Austriaci di essere stati responsabili della ritirata della Nona Armata tedesca; quelli accusarono i Tedeschi dello scacco subito, affermando che la ritirata di Hindenburg a nord della Vistola aveva lasciato scoperto il loro fianco sinistro in Galizia, obbligandoli a proteggersi con un arretramento. Come si vede, da un tale circolo vizioso di accuse reciproche è impossibile uscire se non con giudizio a posteriori più lucido e sereno.

Anzitutto si può osservare che l'intera operazione, progettata da Hindenburg per portare soccorso all'alleato in difficoltà, fu un doveroso modo di sdebitarsi con l'esercito austro-ungherese che, nella prima battaglia di Galizia (le due battaglie di Leopoli dell'agosto-settembre) aveva duramente sofferto attirando su di sé tutte le riserve russe e salvando, indirettamente, Berlino. Quanto allo svolgimento delle operazioni nell'ottobre, è certo che l'esercito di Conrad, ancora troppo scosso e indebolito dai recenti rovesci, non si batté con vigore pari a quello dei Tedeschi e si fece tenere in scacco da un avversario considerevolmente inferiore. Tuttavia va detto che la Prima Armata austriaca, attraversando - su richiesta di Hindenburg - la Vistola e combattendo verso Sandomierz, coprì efficacemente le frontiere della Slesia tedesca non meno di quella austriaca, e, con la prima, l'importantissimo bacino carbonifero dell'Oder: cosa di cui i Tedeschi non apprezzarono tutto il valore né si mostrarono abbastanza riconoscenti.

Entrambi gli Stati maggiori alleati, in definitiva, avevano commesso errori di valutazione e di esecuzione che non possono venire attribuiti unilateralmente a una sola delle parti. Al contrario, l'azione di comando svolta in campo russo fu eccellente sotto tutti gli aspetti. Essa consentì a un esercito numeroso, ma gravemente disorganizzato, male istruito e pericolosamente a corto di munizioni, di fronteggiare una grave minaccia e di respingerla vittoriosamente. Il merito di un tale successo spetta in eguale misura al granduca Nicola e al generale Brusilov che, in Galizia, confermò le ottime doti già mostrate nella campagna estiva.

4. La campagna di Lodz

La ritirata della Nona Armata tedesca era stata comunque un capolavoro tattico e logistico: le forze tedesche avevano raggiunto la frontiera della Germania con notevole anticipo sui Russi inseguitori e avevano distrutto sistematicamente, alle proprie spalle, le già scarse vie di comunicazione della Polonia occidentale, in modo che i movimenti dell'avversario ne furono gravemente ostacolati e rallentati. Al di qua della frontiera germano-polacca, invece, i Tedeschi potevano sfruttare una eccellente rete ferroviaria a linee trasversali. D'altra parte, la minaccia russa che si andava avvicinando, il famoso e temutissimo rullo compressore, era estremamente grave; anche se male armate, le armate del granduca Nicola erano numericamente assai superiori e la regione di frontiera, scoperta e interamente pianeggiante, non offriva nessuna posizione difensiva naturale di una certa consistenza.

Di fronte a tale critica situazione, lo Stato maggiore Generale si decise a sdoppiare il comando per i due distinti teatri di guerra, occidentale verso la Francia e orientale verso la Russia; a capo di quest'ultimo venne posto lo stesso Hindenburg, con Ludendorff quale Capo di Stato maggiore e con il gen. Mackensen al comando della Nona Armata. La situazione strategica che essi dovevano fronteggiare ai primi di novembre era estremamente delicata. Il tratto di frontoera minacciato era soverchiamente esteso per le forze tedesche relativamente esigue che dovevano difenderlo; di fronte ad esse le Armate russe Seconda, Quinta, Quarta e Nona, sostenute dalla Prima sull'ala destra, formavano - per contro - uno schieramento formidabile e pressoché continuo da nord a sud. In simili condizioni qualsiasi tentativo di difesa statica, allungando le scarse forze su di un fronte troppo esteso, sarebbe stato condannato all'insuccesso, fu deciso pertanto di compensare la scarsità di mezzi con una raddoppiata velocità di movimenti.

Terminata la ritirata sino alla frontiera, la Nona Armata eseguì i necessari raggruppamenti di forze, poi si portò celermente sulla linea Wreschen-Thorn e, infine, imbastì nuovamente una grande operazione offensiva, sul fianco destro del nemico avanzante, ancor più ambiziosa della precedente: si trattava di una grande manovra avvolgente destinata a far cadere la Nona Armata sul tergo delle Armate russe Seconda e Quinta e, da ultimo, ad annientarle in una grande battaglia di Canne. La Prima e la Seconda Armata austriache, schierate entrambe ai confini della Polonia sulla destra della Nona di Mackensen, avrebbero dovuto agire in stretta cooperazione con quest'ultima, favorendone la manovra avvolgente.

L'attacco di von Mackensen si pronunciò l'11 novembre, cogliendo i Russi completamente alla sprovvista. I metodi di guerra impiegati dai Tedeschi sul fronte orientale costituirono una autentica sorpresa strategica di vaste proporzioni, rivoluzionando le concezioni militari tradizionali e riuscendo più volte a sorprendere un avversario impreparato. Fu così che la Nona Armata, da poco battuta nella campagna di Varsavia-Ivangorod, inseguita, costretta a riattraversare il confine, anziché perdere definitivamente l'iniziativa e porsi sulla difensiva, grazie alla migliore organizzazione dei trasporti e alla spregiudicatezza strategica del Comando tedesco si spostava velocemente in un altro settore del fronte, lasciando il vuoto davanti all'avversario, e lo attaccava energicamente da una nuova direzione, costringendolo a sua volta a mettersi sulla difensiva. Era, insomma, una classica manovra "per linee interne", sul tipo di quella già sperimentata in agosto, con tanto successo, nella battaglia di Tannenberg, dopo l'iniziale insuccesso di von Prittwitz a Gumbinnen, in Prussia Orientale (vedi il nostro articolo Le battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri).

L'offensiva della Nona Armata si abbatté verso sud-est attraverso il settore tenuto dal V Corpo siberiano che, malgrado una tenace resistenza, venne battuto e respinto; poi si volse contro il II Corpo d'Armata, travolgendolo presso Kutno e forzando il fiume Bzura a nord di Lodz. La resistenza del II Corpo russo fu eroica: investito da forze di gran lunga superiori, enormemente inferiore in artiglieria, costretto a lottare non solo sul fronte ma anche sul tergo, esso continuò a battersi fino all'estremo; il suo comandante, gen. Curin, eseguì perfino dei contrattacchi, prima di essere costretto a ordinare il ripiegamento. La sua pur accanitissima resistenza era riuscita, tuttavia, a ritardare solo di poco l'avanzata della Nona Armata. Il 19 novembre il XXV Corpo tedesco del gen. Schaeffer penetrava a Brzeziny, circa 20 km. alle spalle di Lodz, la grande città industriale della Polonia occidentale.

La situazione si era fatta ora gravissima per l'intero schieramento russo nel saliente polacco: il XXV Corpo era ormai già sul rovescio delle Armate Seconda e Quinta, che si trovavano schierate, faccia ad est, rispettivamente ad ovest di Lodz e presso Litomirsk. Ancora una volta, però, in un frangente così drammatico, il granduca Nicola seppe mostrarsi l'uomo capace di risollevare le situazioni disperate e di mostrarsi strategicamente all'altezza del suo avversario. La sua contromanovra, ideata ed attuata con tempismo veramente eccezionale, fu in effetti facilitata dalla stessa irruenza con cui i Tedeschi si erano avventurati nelle retrovie russe. La strategia di Hindenburg aveva peccato, in un certo senso, di eccessivo dinamismo e di eccessiva fiducia nella propria superiorità militare; geniale improvvisatore della guerra di movimento, egli era riuscito a trasformare una sconfitta nella premessa di un successo strepitoso, basandosi su una estrema rapidità di movimenti e senza troppo curarsi dei rapporti tra le forze in campo, della protezione delle ali e delle proprie comunicazioni (tutti elementi che avrebbero poi caratterizzato le campagne-lampo contro la Serbia nel 1915, contro la Romania nel 1916 e contro l'Italia nell'ottobre 1917; mentre non avrebbero fatto scuola sul fronte occidentale, molto più rigido e densamente guarnito dal binomio filo spinato-mitragliatrice). Ma adesso, per l'eccessiva audacia di voler colpire l'avversario alle spalle, i Tedeschi erano penetrati troppo in profondità oltre le linee russe, senza essersi protetti a sufficienza sui fianchi. In quei momenti drammatici, quando la vittoria o la sconfitta erano separate da un filo sottilissimo e il minimo errore di uno dei contendenti avrebbe potuto capovolgere le sorti della lotta, da cacciatrice la Nona Armata si vide improvvisamente trasformata in preda. Fu infatti relativamente agevole, per il granduca Nicola, spostare aliquote della sua Prima Armata dalla regione di Mlawa, sul fianco sinistro del XX Corpo spintosi troppo avanti; a sud, poi, l'avanzata tedesca fu frenata dalla Seconda e dalla quinta Armata che, eseguendo un rapido cambiamento di fronte, arrestarono l'avversario a Litomirsk e lo respinsero dalla stessa Lodz, salvando la città proprio all'ultimo istante. La manovra della Prima Armata russa tagliò in due l'armata di Mackensen e determinò l'avvolgimento del XXV Corpo a sud della Bzura.

Sembrò, per un momento, che per le forze tedesche improvvisamente accerchiate non vi fosse più scampo e che i Russi avrebbero potuto prendersi, a tre mesi di distanza, un'aspra rivincita per il disastro di Tannenberg. Hindenburg, infatti, dopo l'insuccesso della campagna di Varsavia-Ivangorod, aveva colto di sorpresa l'avversario con un ritorno offensivo nella direzione per lui più inattesa e più sensibile; ma ora le sue forze, spintesi troppo audacemente oltre le linee russe, erano state a loro volta sorprese e battute. Se una Canne non vi fu e le 4 divisioni di Schaeffer poterono rompere il cerchio a Brzeziny, nella notte fra il 24 e il 25, ciò fu dovuto all'ormai collaudata abilità e determinazione dei comandi tedeschi e all'altrettanto nota lentezza e disorganizzazione dell'esercito russo. Il principale responsabile della mancata distruzione del XX Corpo tedesco, fu proprio quel gen. Rennenkampf la cui inerzia, alla fine di agosto, già aveva consentito a Hindenburg il terribile capolavoro di Tannenberg e che soltanto ora, finalmente, venne rimosso dal comando della Prima Armata e sostituito col gen. Litvinov.

Forte fu la delusione, a Pietroburgo e in tutta la Russia, per la grande occasione mancata; e tanto più acerba in quanto, imprudentemente, i risultati della battaglia in corso erano stati presentati in modo da provocare una diffusa aspettativa della distruzione certa e imminente dell'avversario. Alla delusione si aggiunse il risentimento, per il momento soffocato, contro i responsabili della vittoria mancata, o presunti tali; cominciarono a circolare tra il popolo le accuse di filo-germanesimo rivolte a varie personalità della corte e perfino dell'esercito, nonché alla stessa zarina, che era di origine tedesca e che in Russia non era mai stata popolare. Tutto ciò ebbe gravi ripercussioni sul morale del cosiddetto fronte interno, anche se le truppe avevano dimostrato di sapersi battere con grande valore, anche in situazioni estremamente difficili. Poco alla volta andavano diffondendosi, specie nell'interno del paese, sentimenti di scoraggiamento e di rassegnazione che la ferita di Tannenberg, che solo una grandiosa vittoria sul campo avrebbe potuto rimarginare, aveva contribuito a diffondere.

Da parte tedesca la campagna di Lodz era stata, a giudicare dai risultati immediati, una grave sconfitta; 50.000 uomini erano stati perduti e la Nona Armata costretta a una precipitosa ritirata verso nord. Eppure, a ben guardare, il bilancio non era affatto così fallimentare. Le perdite russe erano state di molto superiori; i Tedeschi, poi, avevano perduto appena una ventina di pezzi d'artiglieria che, data la loro grande superiorità in quel settore, non avrebbero inciso minimamente; le armate del granduca Nicola erano state in parte disorganizzate e, quel che più conta, l'ardita manovra di Mackensen aveva indotto i capi della Stawka ad accantonare la progettata invasione della Germania.

Con tutto ciò, sbagliano quei critici militari che considerano la battaglia di Lodz soltanto come una ennesima dimostrazione della superiore efficienza tedesca e della sostanziale debolezza russa. Questa campagna rappresentò, dopo quella di Varsavia-Ivangorod, un nuovo insuccesso dei tentativi di Hindenburg di infliggere alla Russia un colpo mortale; e, come quella, un esempio dell'energia e della prontezza con cui l'offensiva tedesca era stata rintuzzata e della notevole capacità, da parte del Comando Supremo russo, di scegliere i tempi e i luoghi per colpire nel momento più favorevole. E' pur vero che i Russi avevano potuto schierare 4 armate contro le 2 di Hindenburg; ma l'artiglieria schierata dai Tedeschi era stata incomparabilmente più potente: e, in una guerra moderna, era la qualità dell'armamento e non la quantità delle fanterie a pesare sulla bilancia in modo decisivo. A ciò si aggiungano le gravissime deficienze dell'esercito russo in fatto di munizionamento e le sue molte pecche organizzative, nonché l'assenza, in Polonia occidentale, di strade e ferrovie adeguate per lo spostamento rapido di grandi masse di eserciti. In conclusione, si può affermare che la campagna di Lodz, tenendo conto del rapporto costi-benefici, si era sostanzialmente conclusa con un risultato di parità fra l'esercito russo e quelli delle due Potenze Centrali.

5. La campagna di Cracovia-Czenstochau

Mentre fra Russi e Tedeschi infuriava la battaglia di Lodz, più a sud un'aspra lotta si era svolta fra Russi e Austro-Ungheresi. Dopo la ritirata della Prima e della Seconda Armata austriache sino alla frontiera germano-polacca, nei primi giorni di novembre parve al granduca Nicola che la situazione generale fosse ormai matura per lanciare una grande operazione tendente a Cracovia, la città-fortezza situata sul corso superiore della Vistola, che dominava le vie adducenti alla Slesia e, di lì, al cuore dei due Imperi Centrali, il tedesco e l'austriaco.

Verso la metà di novembre, mentre le armate russe nella Polonia nord-occidentale passavano momenti di crisi sotto l'irruzione di Mackensen nelle retrovie di Lodz, nella Polonia sud-occidentale e in Galizia le forze del generale Ivanov intrapresero l'avanzata. A nord della Vistola la Quarta Armata russa marciò su Czestochowa (Czenstochau), mentre la Nona Armata ne copriva l'ala sinistra; a sud del fiume, la Terza Armata doveva investire Cracovia e l'Ottava di Brusilov premere sui passi dei Carpazi, vincolandovi il massimo delle forze avversarie. Da parte austriaca lo schieramento era il seguente: la Seconda Armata austriaca, il Corpo d'Armata tedesco del gen. Woyrsch e la Prima Armata austriaca tenevano il fronte sulla riva sinistra della Vistola, nell'ordine, da nord a sud; la Quarta Armata copriva Cracovia e la Terza era schierata a difesa dei passi dei Carpazi.

I combattimenti furono dapprima di risultato incerto: il Corpo Woyrsch e la Prima Armata del gen. Dankl contrastavano energicamente i progressi della Quarta Armata russa, mentre la Nona Armata di Lecitzkij otteneva dei successi sulla Quarta dell'arciduca Giuseppe Ferdinando. Poi gli Austro-Ungheresi sembrarono sul punto di prevalere: approfittando delle difficoltà in cui versavano i Russi nel settore di Lodz, che avevano il XXV Corpo di Schaeffer sul tergo, Böhm-Ermolli contrattaccò la Quarta Armata a nord di Czenstochau e riuscì ad avvilupparne l'ala destra. Di conseguenza anche la Quinta Armata russa venne a trovarsi stretta fra la Nona Armata tedesca e la Seconda Armata austriaca. Più a sud, anche le truppe di Dankl riportarono un notevole successo, battendo la Nona Armata di Lecitzkij.

La terza fase della campagna, iniziatasi il 20 novembre, vide una netta ripresa dei Russi che, fatte affluire le riserve, tornarono ad avanzare verso ovest. Importanti successi ottennero soprattutto le Armate russe in Galizia quivi la Terza Armata di Radko-Dimitriev batté il 26 novembre la Quarta Armata austriaca e avanzò fin nei pressi di Cracovia, con grandissimo spavento di tutta l'ustria-Ungheria.

Sui Carpazi, dove la neve ormai era alta e le condizioni di vita estremamente difficili, l'Ottava Armata di Brusilov riportò una serie di importanti vittorie, conquistando i passi strategici di Uzsok, Lupkow e Beskid il 17 novembre e il Passo di Dukla nei giorni fra il 24 e il 28 novembre. Le chiavi dellla Pianura Ungherese erano adesso nelle mani dei Russi, mentre la Terza Armata austriaca era stata rigettata sul versante interno dei Carpazi. Boroević passò delle ore criticissime, con la sua armata che sembrava ormai sul punto di spezzarsi. Alla fine di novembre le truppe di Brusilov traboccarono oltre le creste dei monti, dilagando fino ai margini della pianura sottostante e facendo 120.000 prigionieri.

A causa di tali avvenimenti lo Stato Maggiore austro-ungherese era in grave ansietà per la sorte di Cracovia e, al tempo stesso, doveva temere una prossima irruzione nemica attraverso la Pianura Ungherese in direzione di Budapest e Vienna. Né migliori prospettive sembrava presentare la situazione nel settore a nord della Vistola perché, nonostante le 31 divisioni austriache ne avessero di fronte solamente 20 russe l'avvolgimento della Quarta Armata russa era mancato e la lotta continuava indecisa e con gravissime perdite.

Scrive il generale Ludendorf:

"Alla fine di novembre la situazione si aggravò a sud di Cracovia e il Comando Supremo dell'esercito austro-ungarico chiese insistentemente l'invio di una divisione per rinforzare il suo fronte e a malincuore gli mandammo la Quarantasettesima Divisione di riserva, che arrivò appena in tempo per entrare in azione."

Nemmeno da parte russa, però, la situazione era scevra di pericoli poiché, anche se l'andamento delle operazioni militari si svolgeva, in gran parte, favorevolmente, tuttavia le condizioni logistiche dell'esercito russo si stavano facendo addirittura disastrose. Le truppe erano spossate da più di tre mesi di battaglie ininterrotte; le munizioni erano ormai agli sgoccioli; le perdite enormi avevano aperto dei vuoti preoccupanti negli organici delle unità. Di conseguenza si assisteva a una situazione paradossale: l'esercito più numeroso del mondo non aveva abbastanza effettivi per alimentare la battaglia dal Mar Baltico sino al confine della Romania; né, se pure li avesse avuti, sarebbe stato in condizioni di armarli e di impartire loro una sufficiente istruzione.

Lo stato di esaurimento del colosso russo era ormai tale che il granduca Nicola, quando già le armate meridionali avevano conquistato alcuni forti esterni della piazza di Cracovia e sui Cracovia e sui Carpazi, occupati i passi, parevano in grado di sboccare liberamente nella Pianura Ungherese, si vide costretto a impartire l'ordine di sospendere tutte le operazioni offensive e ad effettuare alcuni arretramenti locali per accorciare l'estensione del fronte.

In definitiva, se i Russi avevano battuto gli Austro-Ungheresi sul piano militare (non, però, in maniera decisiva), la loro disorganizzazione e le forti perdite subite li avevano obbligati ad abbandonare i modesti vantaggi ottenuti a prezzo di così gravi sacrifici.

6. La battaglia dei quattro fiumi

Anche in Polonia, nonostante il parziale successo nella battaglia di Lodz, la situazione per le armate russe esauste e male armate si era fatta insostenibile, talché il 1° dicembre il gen. Russkiy ordinò l'arretramento del fronte. L'intero schieramento russo a nord della Vistola eseguì un profondo ripiegamento, attestandosi dietro la linea dei quattro fiumi Bzura, Rawka, Pilica e Nida. Questo comportò non soltanto la perdita di una grande città industriale come Lods, che fino ad allora era stata difesa vittoriosamente, ma anche l'abbandono del territorio polacco fra Cracovia e Czenstocau davanti alle Armate austriache Prima e Seconda. In compenso fu raggiunta una migliore sistemazione difensiva.

Essendo passata l'iniziativa nelle mani dei Tedeschi, Hindenburg decise di compiere un nuovo sforzo per aver ragione della resistenza russa. Rinforzata da 4 corpi d'armata tratti dal fronte occidentale contro la Francia, la Nona Armata sferrò il 2dicembre una nuova offensiva, press'a poco nella stessa direzione della precedente. La Prima Armata russa, schierata dietro la Bzura a protezione di Varsavia, subì dei gravi rovesci presso Sochaczew; la Quinta Armata venne del pari respinta. Contrattaccando vigorosamente, la Prima Armata russa poté, il 13 dicembre, ritornare sulla linea della Bzura. Era parso, però, al gen. Hindenburg che la lotta avesse rivelato nell'avversario delle difficoltà tali, da poter raggiungere dei risultati decisivi qualora egli avesse persistito nell'offensiva, cosa che lo indusse a spingere nuovamente Mackensen all'attacco.

I combattimenti che ne seguirono furono di un accanimento fino ad allora sconosciuto: i due avversari, giunti entrambi quasi al limite delle proprie forze, si batterono con impeto raddoppiato, nonostante il venir meno delle risorse. Allorché, il 22, i progressi tedeschi vennero contenuti, la lotta si riaccese con violenza sulla Rawka, a sud-ovest di Varsavia. Essa andò spegnendosi gradualmente, verso il 26, dopo una controffensiva russa di assestamento. Le perdite erano state altissime da entrambe le parti, ma la linea del fronte era rimasta pressoché inalterata. Tuttavia, se - sul piano esclusivamente materiale - gli eserciti contrapposti non erano stati in grado di strappare un risultato decisivo, la battaglia del dicembre 1914 in Polonia si concluse con una situazione di equilibrio solo apparente.

I Russi, che già due volte avevano sventato la minaccia tedesca, questa volta per riuscirvi avevano dovuto gettare nella lotta tutte le loro riserve e, ciò nonostante, erano rimasti penosamente aggrappati al terreno, praticamente senza più i mezzi con i quali fronteggiare una nuova, eventuale offensiva. Anche i Tedeschi erano giunti allo stremo delle forze, tuttavia la loro notevole disponibilità in fatto di artiglieria, munizionamento e altro materiale bellico permetteva loro di guardare al futuro con maggiore ottimismo che non l'avversario. A questo proposito è stato affermato che il sopraggiungere dei rigori invernali, imponendo la sospensione delle grandi operazioni offensive, salvò temporaneamente l'esercito russo da una disfatta quasi certa; e l'affermazione, per quanto non si debbano sottovalutare le difficoltà in cui versavano anche i Tedeschi, è probabilmente fondata. Bisogna inoltre tener conto che sia la Germania, sia la Russia erano di fatto sottoposte al blocco marittimo: britannico la prima, tedesco la seconda. Tuttavia, mentre la Germania possedeva una industria e una disponibilità di materie prime che le consentivano di affrontare una guerra prolungata senza che la sua economia e il suo apparato bellico ne risentissero eccessivamente (anche se non, ovviamente, all'infinito), per l'Impero russo le cose stavano assai diversamente. Nonostante la ricchezza di prodotti naturali, agricoli e minerari, la Russia aveva ancora un sistema industriale embrionale, una rete di trasporti inadeguata alle immense distanze del paese e una finanza estremamente fragile. Nonostante gli aiuti della Francia e della Gran Bretagna, il materiale bellico giungeva solo con molta difficoltà nei porti di Arcangelo e Murmansk, sul Mar Glaciale Artico, e di Vladivostok, in Estremo Oriente, donde doveva poi viaggiare verso Mosca e Pietroburgo lungo i 7.000 km. della ferrovia transiberiana (a binario unico); e ciascuno di tali porti era bloccato dai ghiacci per una buona parte dell'anno, oltre che insidiato dai sottomarini tedeschi che si tenevano in agguato sulle rotte frequentate dalle navi dell'Intesa.

Le deficienze nell'armamento dell'esercito russo erano tali da apparire ormai evidenti a chiunque, nonostante le affannose rassicurazioni del gen. Sukomlinov, Ministro della Guerra, uomo sul quale il giudizio degli storici oscilla imbarazzato fra l'accusa di inettitudine totale e quella di aperto tradimento a favore del nemico. Corrotto, immorale, incapace, Sukomlinov era la personificazione vivente del marasma e della corruzione sfrenata dilaganti nelle alte sfere della macchina amministrativa dello Stato.

Verso la metà di dicembre il Capo di Stato Maggiore generale del ministero della Guerra, gen. Bielaiev, confessò fino in fondo la reale situazione dell'esercito russo all'ambasciatore francese a Pietroburgo, Maurice Paléologue. Le perdite umane erano state enormi, ma questo era ancora, nonostante tutto, il male minore, perché nei depositi c'erano ancora 800.000 uomini senz'armi e senza istruzione. Su di una riserva iniziale (o presunta tale) di 5.600.000 fucili, non restava quasi più nulla; e la riserva iniziale di proiettili d'artiglieria (5.200 shrapnell da 76 mm.) era completamente esaurita. Dei 45.000 colpi giornalieri di cui l'esercito necessitava, le fabbriche russe arrivavano a produrne 13.000; quanto alle ordinazioni fatte all'estero (soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti) esse non avrebbero potuto giungere prima del marzo 1915. La produzione di fucili era anch'essa del tutto inadeguata.

Né le ragioni per presagire un fiasco futuro si limitavano alle carenze industriali e organizzative. L'esercito si era battuto eroicamente, ma nel Paese gli animi erano già sfiduciati, tanto che il Paléologue poteva annotare nel suo diario: "Non faccio che incontrare dappertutto della gente che ha il morale depresso".

7. La campagna di Limanowa-Lapanow

La situazione austriaca in Galizia, alla fine di novembre, era quanto mai allarmante; i Russi erano giunti a ridosso di Cracovia e premevano sui Carpazi verso l'Ungheria. Al tempo stesso, però, la situazione strategica delle armate del gen. Ivanov sembrava offrire l'opportunità di una grande controffensiva ispirata, al solito, al concetto di una vasta manovra a doppio avvolgimento. Stratega audace e quasi temerario, anche se non sempre abbastanza realistico, Conrad von Hötzendorf non aveva tardato a individuare la sostanziale precarietà della situazione strategica russa a sud della Vistola, originata dal fatto che le armate meridionali erano troppo sbilanciate in avanti e prive di buone posizioni naturali. Da una parte, a nord, la Terza Armata premeva minacciosamente su Cracovia; dall'altra, a sud, l'Ottava Armata si era addentrata profondamente nelle valli e oltre i passi dei Carpazi.

Proprio la necessità di allontanare il pericolo da Cracovia - capitale della Galizia Occidentale e una delle maggiori città della Duplice Monarchia -, che per gli Austro-Ungheresi aveva un'importanza decisiva, e l'opportunità di sfruttare a proprio vantaggio la profonda ma incauta avanzata russa nei Carpazi, offrirono a Conrad il nucleo dello schema di operazioni per la progettata campagna. Egli contava infatti di urtare frontalmente l'avversario avanzante sulla piazzaforte di Cracovia, per poi sorprenderlo con un'offensiva attraverso i Carpazi e portare, così, la decisione. Era una classica manovra in due tempi, con attacco frontale e sfondamento sul fianco; sotto alcuni aspetti, una anticipazione della campagna di Tarnow-Gorlice, che partirà dai medesimi presupposti e solo ne differirà, in parte, nelle modalità operative.

Rinforzata dalla Quarantasettesima Divisione di riserva tedesca, il 3 dicembre la Quarta Armata dell'Arciduca Giuseppe Ferdinando incominciò l'offensiva davanti a Cracovia. Dopo una serie di duri combattimenti, l'azione austriaca culminò il 12 dicembre con la vittoria sulla Terza Armata russa a Limanowa, nel territorio montuoso dell'alto Dunajec. Il gen. Radko-Dimitriev vide così infranta ogni speranza di portare la guerra verso la Slesia e, al contrario, venne respinto sulla riva destra del Dunjec e della Biala, con ciò disimpegnando definitivamente Cracovia.

Quanto stava accadendo alla Terza Armata indusse il Brusilov a spostare in tutta fretta notevoli aliquote della sua Ottava Armata nel settore minacciato, sguarnendo così il fronte dei Carpazi. Era quello che gli Austriaci attendevano: la loro Terza Armata prese a sua volta l'offensiva sui monti, occupò i Beschidi e scese in Galizia con l'intento di cadere sul fianco sinistro delle forze russe che, fronte ad ovest, combattevano contro la Quarta Armata. A questo punto, però, l'offensiva si arenò perché i Russi, avendo ricevuto dei rinforzi, contrattaccarono il gen. Boroević, arrestandone i modesti progressi iniziali. Nei giorni intorno al Natale si combatté accanitamente sulle pendici dei Carpazi, fra il ghiaccio e la neve, in condizioni climatiche e ambientali semplicemente proibitive; alla fine il Boroević dovette interrompere la lotta presso Jaslo e ritirarsi con la sua armata sulle creste dei monti. Per il giorno 26 dicembre i Russi erano riusciti a ristabilire la situazione iniziale, tranne nel settore a est di Cracovia, dove i frutti dell'offensiva austriaca furono più durevoli: infatti, da allora, l'importante città-fortezza non venne mai più minacciata da vicino, in tutto il corso della guerra mondiale.

La campagna di Limanowa-Lapanow era stata, comunque, un episodio luminoso per l'esercito austro-ungherese il quale, per la prima volta dall'inizio della guerra, aveva riportato un successo importante sulle forze russe senza l'aiuto tedesco; e tuttavia, in un certo senso, esso aveva confermato l'incapacità austriaca a svolgere un ruolo primario sul fronte orientale. In Russia la notizia del rovescio patito a metà dicembre fu rigorosamente censurata; in Austria-Ungheria, all'opposto, su sbandierata eccessivamente, sicché quando, a Natale, non si raggiunsero i risultati sperati, subentrò la delusione. Fu un comportamento abbastanza simile a quello dell'opinione pubblica russa all'indomani della mancata "Canne" di Lodz; e, ad aggravare la depressione degli animi, giunse la notizia che sui Carpazi, dopo una lotta incerta e durissima, i Russi avevano avuto il sopravvento e, fra l'altro, avevano rioccupato Czernowitz, la capitale della Bucovina, all'estremità orientale del fronte.

Proprio nei giorni della battaglia di Limanowa, poi, l'opinione pubblica della Duplice Monarchia aveva appreso con stupore e costernazione, da un comunicato di Vienna, che le forze austriache, subito dopo avere occupato Belgrado, erano state ritirate dalla Serbia "a causa delle difficoltà dell'approvvigionamento" e che l'imperatore aveva alleggerito dal comando il generale Potiorek, "a richiesta di questi, per ragioni di salute". Era un goffo tentativo per mascherare una umiliante sconfitta e l'inevitabile siluramento del suo maggior responsabile, il comandante austriaco delle operazioni nei Balcani.

Sebbene la situazione delle scorte di materiale bellico e della produzione industriale fosse, senza paragoni, migliore di quella esistente in Russia, anche in Austria-Ungheria lo scoraggiamento, alimentato dalle discordie fra le diverse e numerose nazionalità, si faceva strada negli animi. Con la sola eccezione, peraltro parziale, della campagna di Limanowa-Lapanow, l'esercito austriaco, pur battendosi nel complesso bene (e, comunque, meglio di quello che volle far credere la propaganda dell'Intesa) non aveva fatto che toccare sconfitte e perdite sempre più gravi, sia contro il potente nemico russo, sia contro il modesto avversario serbo. Bisogna convenire con lo storico Giuseppe Romolotti che "era un umiliante bilancio, per chi aveva scatenato la guerra".

Bibliografia

DI SAINT PIERRE, C. A., Le grandi operazioni militari della Russia dal 1914 a tutto il 1917, Roma, 1919.
ANDOLENKO, S., Storia dell'esercito russo, Firenze, 1969.
VALORI, Aldo, La guerra dei tre Imperi, 1914-1917, Bologna, 1925.
KRIEGSARCHIV, L'ultima guerra dell'Austria-Ungheria, Roma, 1934, vol. I e I bis.
REISOLI, Cesare, La grande guerra sul fronte orientale dal Baltico al Mar Nero, Bologna, 1939.
DANILOV, Youri, La Russie dans la guerre Mondiale (1914-1917), Parigi, 1927.
KNOX, A. W. F., With the Russian Army, 1914-17, 1921.
GURKO, Basilio, Memorie della guerra e della rivoluzione russa (1914-17), Roma, 1924.
PALÉOLOGUE, Maurizio, La Russia degli Zar durante la grande guerra (2 voll,), Firenze, 1929.
GOLOVIN, Storia della campagna del 1914 sul fronte russo, in Plania, Praga, 1926.
BRUSILOV, A. A., Mémoires, Parigi, 1920.
WINOGRADSKY, La guerre sur le front oriental, Parigi, 1926.

Sulla campagna di Lodz:

ALBERTI, Adriano, Esame di alcune manovre accerchianti, Roma, 1924;
LUDENDORFF, Erich, I miei ricordi di guerra 1914-1918 (2 voll.), Milano, 1920.

Sull'assalto a Przemyśl:

WELISCHKO, Costantino, Le fortezze nella guerra mondiale
TSCHERKASSOW, L'assalto a Przemyśl
WAVELL, A. P:, Sieges of Przemyśl, in Encyclopaedia Britannica.
HILLINGER, Krieg und Sieg, Befreiung vor Przemyśl, 1915.

Sulla campagna di Limanowa-Lapanow:

PITREICH, Der Österreichchisch-Ungarische Bundesgenosse im Sperrfewer.
ROTH, Die Sclacht von Limanowa-Lapanow
RIPRODUZIONE RISERVATA ©
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: I GM]