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L'esercito francese dal 1871 al 1914 (parte II): Dalla débâcle alla Grande Guerra
© Emilio Bonaiti (03/10)
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Quanti uomini sono morti nel 1914 non per la patria
ma per delle illusioni nate nel 1870?
Allan Mitchell
Capitolo terzo: la dottrina

La ricostruzione dell'esercito comportò una nuova dottrina, nata dalla guerra, imperniata sul principio della défensive-offensive. Fu una dottrina puramente difensiva, determinata dall'isolamento politico, dalle perdite territoriali, dai rapporti di forze con la Germania. Nel 1875, col Règlement de service en campagne, opera del tenente colonnello Luzeux, il precedente risaliva al 1832, iniziò la serie dei nuovi orientamenti. La Commission, incaricata dopo la guerra di rimodellare il Règlement di fanteria, premesso che: "le combat s'engage aujourd'hui à des distances où on manœuvrait jadis", stabilì l'abolizione delle formazioni a ranghi serrati di cui al regolamento del 1869 a seguito dell'aumento del volume, portata e letalità delle armi da fuoco che portavano a perdite insostenibili.

Nasceva l'esigenza di formazioni in "ordre dispersé" per tutti i reparti, comprese le riserve, che entravano in azione. Le unità di prima linea dovevano assumere questa formazione a grande distanza dal nemico, frazionandosi in piccoli gruppi, sfruttando il terreno per avanzare. Si proclamava il principio: "Le combat s'engage aujourd'hui à des distances où on manœvrait jadis […]. Gli effetti dell'aumento della portata, della precisione e della rapidità del tiro hanno sorpassato tutte le previsioni. Nell'avvenire non si potrà più contare di ottenere la superiorità morale che dà il successo, senza avere scosso l'avversario con un fuoco superiore; di qui la necessità: 1) di aumentare l'effetto utile del fuoco. 2) di sottrarsi per quanto possibile ai colpi del nemico".

Si legge nel Règlement: "[…] La dislocation des unités qui manœuvrent en ordre dispersé, leur fractionnement en groupes de plus en plus petits à mesure qu'ils se rapprochent de l'ennemi, le développement dans chacun d'eux d'une initiative et d'une activité qui leur soient propres, enfin, dans tout l'ensemble, une cohésion qui permette de faire converger utilement et en temps opportun les efforts de tous vers un but commun, telles sont les exigences auxquelles les rédacteurs du règlement se sont efforcés de satisfaire".

Questo regolamento, sottoposto a critiche vivacissime negli anni a venire, trovò un fermo difensore nel colonnello Pétain: "Malgré les quelques imperfections signalées, le règlement de 1875 et une œuvre remarquable pour l'époque. Ses rédacteurs ont pris part à la guerre de 1870-71 et ils ont encore tellement présents à l'esprit, même après les quatre années qui viennent de s'écouler, les effets destructeurs du canon et du fusil, qu'ils n'hésitent pas à formuler les principes énoncés plus haut, principes basés sur l'importance acquise par le feu et qui ont servi à établir les lois du combat moderne, […] Dans les années qui vont suivre ces lois subiront une éclipse, leur valeur sera discutée et de plus en plus contestée à mesure que l'on s'éloignera de l'expérience de 1870. Après les guerres du Transvaal et de la Mandchourie, ces lois s'imposeront à nouveau et avec une telle autorité que les esprits les plus réfractaires seront forcés de les admettre". Nel tempo, allontanandosi il ricordo della guerra, inizia una lenta trasformazione della dottrina difensivistica, ritenuta contraria allo spirito del soldato francese, ad opera di ufficiali che, per un diverso orientamento culturale, imposero concezioni offensivistiche col nuovo Service en campagne del 1883, preceduto dalla ministeriale Indications pour le combat, ove si specificava che la fanteria doveva portarsi in avanti: "[…] le plus possible sans tirer".

L'anno successivo il Règlement de manœuvre de l'infanterie era più categorico: "Le principe de l'attaque décisive, la tête haute sans se préoccuper des pertes" e una successiva Instruction sur le combat toglieva ogni dubbio. Si affermava che una fanteria valorosa, ben comandata poteva marciare: "[…] sous le feu le plus violent, même contre des tranchées bien défendues et s'en emparer […]. "La recherche exagérée du couvert" era da evitare perché diminuiva la coesione, l'assalto doveva essere: "[…] donné en masses, au son des musiques et des tambours. Al segnale dato i tamburi e le cornette battono e suonano la carica, la cadenza diviene di più in più viva, il passo di corsa subentra al passo di carica e il battaglione energicamente avanzante, si precipita sulla posizione al grido: En avant! À la baïonette!". Mayer parlava di: "Assertions au moins imprudentes" che faceva risalire all'influenza del generale russo Dragomirov.

Fu nel 1885 che, con l'autorevolezza che derivava dalla loro carica e dal loro passato, i "professeurs à l'École de guerre" Cardot e Maillard avallarono la nuova dottrina, erede di quella napoleonica e si dichiararono fautori di attacchi in formazioni dense approvando la nuova Instruction sur le combat. Maillard, pseudonimo di Louis Adolphe Goujat, era l'autore di Élements de la guerre, nel quale precisava che: "La destruction de l'ennemi est le but, l'offensive, le moyen". Secondo l'Enciclopedia militare: "Il libro fece testo e l'autore è considerato uno dei fondatori della moderna arte militare francese; egli fu sostenitore dell'offensiva ad oltranza".

Il principio che farà passare alla storia il generale Suvaroff: "La palla è pazza, la baionetta è saggia" troverà moltissimi ammiratori nel milieu militare francese, composto da un preoccupante numero di ufficiali "sangue e budella". Si arrivò a sostenere che l'arma bianca aveva un'efficacia superiore a quelle da fuoco, mentre nel corso del prossimo conflitto si accerterà che il numero dei feriti da arma da taglio era dell'1%. Erano confortati dal capitano Soloviev che nel 1906, rifacendosi alle sue esperienze nella guerra russogiapponese, sosteneva che, come testimone, aveva visto conquistare alla baionetta trincee che per tre giorni erano state vanamente sottoposte a un violento fuoco di artiglieria. Continuava inneggiando all'arma "fredda", si poneva l'interrogativo sulle potenzialità di truppe che non sapevano usarla e concludeva, con molta audacia a giudizio di chi scrive, che le perdite per baionetta erano simili a quelle per l'artiglieria (1).

L'Instruction del 1887 ribadì che con la difensiva non si arrivava a "résultats décisifs", ma l'affermazione della nuova dottrina si ebbe col Règlement provisoire del 1894, seguito del Service en campagne del 1895, ispirato dal generale Bonnal, secondo Émile Mayer: "chef reconnu de la doctrine de l'offensive" che il generale Négrier comprendeva tra: "certains professeurs d'art militaire […] desservants du culte imperial". Del Règlement il colonnello Pétain sosteneva, ma non era in numerosa compagnia, che: "l'influence sur l'instruction de l'infanterie à été néfaste. […] désaccord avec l'expérience de la guerre".

Nel 1901 il progetto di regolamento della fanteria, approvato l'anno successivo, sosteneva al Titre V articolo 52: "les troupes de choc si avvicinano progressivamente e sono piazzate in faccia all'obiettivo scelto. Ciascuno dei loro battaglioni è disposto su una o due linee […]" e all'art.53: "La marche se poursuit ainsi, jusqu'à distance d'assaut, et à ce moment les troupes de choc doivent être arrivées a 200-300 mètres de la chaîne. Leur chef fait alors battre la charge, qui est, pour la chaîne,le signal de feu à répétition et pour les troupes de choc, celui de la marche ininterrompue à l'adversaire".

Il 3 dicembre 1904 viene pubblicato un successivo regolamento provvisorio di manovra della fanteria che Pétain definiva: "en opposition formelle avec les lois essentielles de combat moderne". Va osservato però che sensatamente si insisteva sullo spirito di iniziativa a tutti i livelli, recita l'articolo 204: "Il combattimento della fanteria non comporta regole fisse; i capi si trovano il più delle volte in faccia a situazioni imprevedibili; è a loro che appartiene di discernere e di ordinare le misure a prendere in ragione delle circostanze sì diverse che si presentano sul campo di battaglia. La conoscenza delle caratteristiche e del ruolo della fanteria li guida nell'impiego dei mezzi di cui dispongono; ma è soprattutto la riflessione e lo studio dei fatti di guerra più recenti che li prepara a riempire il lavoro che loro incombe sul campo di battaglia. Nessun regolamento può rimpiazzare questa preparazione tutta personale indispensabile agli ufficiali".

L'Instruction provisoire sur la conduit des grandes unitées del 1912, il Règlement sur la conduit des grandes unitées del 28 ottobre 1913, l'Instruction sur le service en campagne del 2 dicembre 1913, il Règlement de manœuvre d'infanterie del 2 aprile 1914, costituirono il breviario dell'ufficialità francese, la Bibbia con la quale entrarono in guerra. Si proclamava che erano: "La base della dottrina sulla quale dovrà appoggiarsi obbligatoriamente l'insegnamento dato dalla École supérieure de guerre e dal Centre des hautes études militaires", dottrina che andava riassunta nell'assioma: "La condotta della guerra è dominata dalla necessità di dare alle operazioni un impulso vigorosamente offensivo. La battaglia, obiettivo esclusivo delle operazioni, è il solo mezzo per spezzare la volontà nemica: il primo dovere del capo è di volere la battaglia. La battaglia, una volta ingaggiata, dovrà essere portata a fondo, senza tentennamenti, fino all'estremo limite delle forze. Un'offensiva rigorosa costringe il nemico a prendere misure difensive e costituisce il più sicuro mezzo per garantire il comandante e le truppe contro tutti i pericoli della sorpresa […] L'esercito francese, ritornato alle sue tradizioni, non ammette altra legge che l'offensiva"; la "défensive-offensive" che conduceva ad: "attendre pour agir l'arrivée de renseignements plus précis" era abbandonata. Le fortificazioni permanenti non avevano "valore che nella misura che facilitassero le operazioni dell'esercito".

L'Instruction sur le service en campagne aggiungeva agli articoli 96 e 97: "Solo l'offensiva perviene a spezzare la volontà dell'avversario. Una volta ingaggiato, il combattimento deve essere portato a fondo, il successo dipende più ancora dal vigore e dalla tenacità dell'esecuzione che dall'abilità dei capi. La fanteria è l'arma principale. Conquista e conserva il terreno. Caccia definitivamente il nemico dai suoi punti di appoggio. Agisce con il movimento e con il fuoco. E' decisiva e irresistibile ma generalmente occorre che il fuoco apra la via […] La difesa non è ammessa se non quando si decide di realizzare economie di effettivi in alcune zone, in vista di aumentare il numero delle truppe incaricate di attaccare altrove".

Il Règlement de manœuvre d'infanterie si esprimeva negli stessi termini, ma arrivava al parossismo, quando sosteneva che: "La fanteria è l'arma principale […] Solo il movimento in avanti portato fino al corpo a corpo è irresistibile. La baionetta è l'arma suprema della fanteria. […] La section marcia all'attacco al passo di corsa […] Ogni soldato dovrà tenere all'onore di trionfare del più grande numero di avversari possibile e la lotta si prosegue all'arma bianca con la più feroce energia fino a che l'ultimo nemico è stato messo fuori combattimento, ha abbassato le armi o è fuggito".

Questo corpo dottrinale e normativo, basato sui principi della scuola napoleonica, rappresentò il trionfo, potenziato dall'opportunismo o dall'ignoranza della massima parte del corpo ufficiali, di un gruppo di capi prestigiosi, in massima parte provenienti dall'École supérieure de guerre, i quali ritenevano che le nuove armi non avevano portato a radicali trasformazioni dell'arte della guerra e non avevano avuto un potere decisivo nelle operazioni svoltesi in lontani teatri operativi, tra eserciti di dimensioni e caratteristiche diverse.

Già nel 1883 sul Journal des sciences militaires si tuonava, in verità in modo rudimentale, contro la dottrina difensivista: "Che cosa diventa la - furia francese - [in italiano] nel momento in cui i Tedeschi inventano il fureur teutonique? Oggi la fanteria francese attende per avanzare che l'avversario indietreggi! Questo è contro il suo temperamento. No: il progresso degli armamenti non può modificare la tattica che si riassume sempre nell'antica formula -Ote-toi de là que je m'y mette!- La fanteria dovrà avere una energia sanglante, dare il coupe de boutoir".

Il napoleonico maresciallo Marmont scriveva: "Non si va alla guerra per farsi ammazzare; si va per battere il nemico", aggiungeva il colonnello Ardant du Picq: "L'uomo non va in guerra per combattere, ma per la vittoria" ma, a radicale supporto della dottrina ufficiale, si direbbe oggi "senza se e senza ma", sorgeva la necessità di una nuova visione della guerra fondata sullo spregio della morte, perché "chi ha meno paura di morire guadagnerà la vittoria". Portatore di questa filosofia in Francia era il generale Lucien Carnot, allievo della scuola di Saint-Cyr, combattente della guerra del 1870, generale di brigata nel 1885, autore di Essais sur la doctrine nel 1903, conferenziere all'École supérieure de guerre, nella quale aveva illustrato l'opera di Clausewitz tradotta da de Vatry dal 1884 al 1886 e poi nel 1900.

Nel suo Hérésies et apostasies militaires de notre temps scritto nel 1908, sosteneva la necessità dello spirito di sacrificio della vita: "L'uomo che vuole fare la guerra deve fare sacrificio della sua vita. […] La perdita della vita è il prezzo che bisogna pagare per ogni passo in avanti, perché non si avanza che a colpi di uomini; vincere è avanzare e tutto dipende dal prezzo che uno voglia pagare. Sono i prodi seminati sulla strada che aprono il cammino agli altri". Carnot estremizza il pensiero di Clausewitz: "La guerra duello tra due volontà. La vittoria al soldato che non arretra davanti allo sforzo più estremo, al soldato pronto ad offrire la propria vita". Con il suo raggelante dogma, la morte certa, scelta, accettata per la patria, non era un isolato, a lui si univano, sia pure con diversi accenti, uomini come il generale Montaigne, il capitano Gilbert, il generale Langlois, il generale de Castelnau, il capo di stato maggiore dell'esercito zarista Dragomirov, direttore della scuola di guerra russa dal 1878 al 1889, stimatissimo in Francia ove erano state pubblicate sue opere, che scriveva: "C'est surtout en pareil cas qu'il importe de ne point manquer de calme et de fermeté, ces qualités maîtresses de l'âme si difficiles à conserver à la guerre, surtout dans les moments critiques, et sans lesquelles les plus brillantes facultés de l'esprit n'y servent de rien. Voilà pourquoi il est nécessaire de se familiariser d'avance avec la pensée de périr avec honneur. Il faut se nourrir constamment de cette idée, et l'incarner en soi. Car, soyez-en bien convaincu, sans cette inébranlable résolution, rien de grand ne se fait, même dans une guerre heureuse, à plus forte raison quand on est malheureux. […] Il faut donc savoir tuer, tout en étant prêt à périr soi-même […] Nous ne devons pas oublier que notre mission est de tuer, en nous faisant tuer".

Per descrivere l'atmosfera dell'epoca, basta aggiungere che nelle grandi manovre dell'anno 1900 il generale Brugère rimproverò un comandante d'artiglieria che aveva defilato le sue batterie dietro una cresta, ordinandogli di esporre i suoi cannoni al fuoco nemico per solidarietà con la fanteria.

Capitolo quarto: i capi

Le alte gerarchie militari della III Repubblica ebbero spesso un rapporto conflittuale con quelle politiche in un clima di diffidenza e insofferenza, di reciproci sospetti e prevenzioni. Il loro peso fu sempre in rapporto alla situazione politica, aumentava quando si manifestava una minaccia internazionale, diminuiva a seguito dei grandi "affaires", o quando si profilava una dittatura militare. Costituivano un baluardo e nello stesso tempo destavano un senso di apprensione per la loro forza latente, per il loro spirito di casta; i fantasmi di uomini come Napoleone, Mac Mahon, Boulanger erano sempre vivi e fortificavano la causa dell'antimilitarismo, dell'anticolonialismo e del pacifismo in una società che da una parte riteneva l'Armée incapace di adattarsi ai principi democratici e dall'altra non era in grado di darsi una organica stabilità politica.

Tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX, i generali Bonnal e Langlois, ispiratori del nuovo corso della dottrina, ebbero un grande ascendente nel milieu militare francese. Guglielmo Bonnal partecipò col grado di tenente alla guerra del 1870, combatté nel Tonchino e fu professore all'École supèrieure de guerre. Tuonando essere una pratica vergognosa per i soldati di "ramper et se terrer", ispirò il Décret du 28 mai 1895 del Ministère de la Guerre con l'oggetto di: "mettere in rilievo certi principi generali propri a stabilire nell'esercito l'unità della dottrina e che concernevano le condizioni indispensabili del successo, lo spirito dell'offensiva, i collegamenti delle armi, la concordanza degli sforzi, l'energia nell'esecuzione". Il Décret batteva molto sullo spirito di iniziativa degli ufficiali, spirito che fu sempre una palla al piede per l'ufficialità francese. Ispiratore del plan XIV del 1897 e del plan XV del 1903, risolutamente affermò alla vigilia della Grande Guerra che: "Le sorti della guerra saranno decise meno di un mese dopo l'apertura delle ostilità […] sembra impossibile riconquistare la vittoria quando è passata nel campo avversario", aggiungendo, quando la previsione si dimostrò completamente errata: "I vantaggi dell'offensiva faranno risaltare, dopo il periodo attuale, le teorie delle grandi scuole militari in Germania o in Francia, che non hanno perduto il loro valore. Ma in numerose circostanze l'offensiva pura dovrà cedere il passo alla difensiva, o attendere che la sua entrata in funzione sia stata molto fortemente preparata".

Scrittore prolifico, autore di La recente guerra sud-africana 1903, Le pseudo tendenze nuove dell'esercito tedesco 1904, Lo spirito della guerra moderna e varie monografie tra cui l'interessante Sadowa, nel suo De la méthode dans les hautes études militaires en Alemagne et en France, analizzata l'opera di Napoleone, proclamò trionfalmente di averne scoperto il segreto. Era l'impiego dell'avanguardia generale, "L'avant-garde générale, voila le salut!", che dava al Corso le indicazioni necessarie per la migliore conduzione della battaglia, alla quale partecipavano tutte le forze disponibili. Maturò quindi una teoria bellica fondata sulle dense formazioni napoleoniche e sull'importanza dell'urto.

Il generale Hyppolite Langlois, combattente della guerra del 1870, professore all'École supérieure de guerre, vice presidente del Conseil supérieur de la guerre, direttore della rivista Revue militaire générale fondata nel 1907, secondo Bonnal "très vigoreux soldat, plein de zèle et d'ardeur", autore di Enseignements de deux guerres recentes, La guerra angloboera, La guerra russoturca, Studi sul terreno e L'artillerie de campagne en liaison avec les autres armes, in cui traccia in tutti i dettagli l'azione del cannone a tiro rapido, convinto offensivista non aveva dubbi: "De tous temps la guerre s'est payée cher et c'est avec le moral qu'on lutte, avec le moral qu'on gagne, en attaquant, pourvu que l'offensive prenne la forme qui convient à des conditions nouvelles". Riflettendo sull'iniziativa lasciata dalla dottrina agli ufficiali osservava: "Abituati in tutta la loro vita militare a marciare in un sentiero regolare tra due muraglie da questo regolamento, questi ufficiali avevano paura della libertà; non concepivano la necessità di riflettere, di prendere una decisione, di accettare una responsabilità", ma ottimisticamente aggiungeva che grazie alle naturalmente immancabili qualità naturali della razza francese, i capi avrebbero cambiato facilmente questa mentalità. Ribadì questo concetto nel primo numero della Revue militaire générale sotto il titolo Le but de la revue, sostenendo che la dottrina, frutto degli studi dell'École supérieure de guerre e dello stato maggiore: "n'est encore ni parfaitement comprise ni universellement appliquée. Les textes des règlements sont, en effet, impuissants à ouvrir les esprits à la réflexion et à entretenir les convinctions". Nel 1911 era più ottimista: "I principi del regolamento sono penetrati lentamente ma sicuramente nel milieu militare, resta qualche divergenza di vedute ma non bisogna esagerarle. La dottrina dà le leggi generali dell'evoluzione tattica, per esempio lo studio approfondito della storia mostra che più l'armamento è perfezionato e più l'offensiva è avvantaggiata. Si possono quindi condannare tutte le teorie fondate sulla superiorità della difensiva per le proprietà micidiali delle nuove armi".

Sull'iniziativa degli ufficiali, vasta eco ebbe negli ambienti militari un libro di un ufficiale russo, il tenente generale de Woyde (2), tradotto in francese nel 1895, il quale analizzava il concetto dell'iniziativa personale così in auge presso l'esercito germanico. Premesso che il diritto di agire senza ordini era stato interdetto a tutti gli ufficiali nell'esercito francese prima del 1870, osservava: "Il metodo germanico che accoglie nel servizio giornaliero una grande iniziativa ai subordinati a tutti i gradi, aveva prodotto dei capi dalla vista lunga, capaci di agire spontaneamente, mentre la centralizzazione francese aveva formato degli uomini insufficientemente istruiti dal punto di vista militare e privi della volontà necessaria".

Luigi Loyzeau de Grandmaison, sottotenente nel 1883, "breveté" all'École supérieure de guerre, capo del Bureau delle operazioni presso lo stato maggiore, corifeo della "mystique de l'offensive", fu l'uomo che, con una tenace azione, impose definitivamente all'establishment militare e politico la dottrina dell'offensiva à outrance. Ritenendo troppo cautelose anche le nuove norme dottrinali volute da Bonnal e Langlois, rilevando lo: "smarrimento troppo reale delle nostre idee", formulò il concetto che, con l'enorme incremento degli eserciti moderni e il continuo progresso delle armi, non sarebbe stato possibile svolgere manovre con ampi avvolgimenti e che la vittoria sarebbe stata guadagnata dall'esercito che, forte materialmente e moralmente, per primo, con la massima velocità, avesse marciato contro il nemico assalendolo con tutte le forze, senza esitazioni, senza preoccupazioni per la manovra. L'offensiva doveva essere: "À outrance et dans tous les cas" e "Nell'offensiva l'imprudenza è la migliore delle sicurezze […] andiamo sino all'eccesso, forse non sarà abbastanza […] vaincre, c'est avancer".

Grandmaison illustrò il suo pensiero in Dressage de l'infanterie en vue de combat offensif del 1906 (3) con una prefazione del generale Langlois e in due conferenze al Centre des hautes études militaires nel 1911, raccolte in un volume Deux conférences faites aux officiers de l'état-major de l'Armée del 1911 (5). Nelle sue opere sottoponeva a una fortissima critica la regolamentazione tattica vigente, il Decret du 1895 sur le service des armées en campagne: "Nos idées sur le combat étaient vagues et de parti pris fort optimistes […] Malheureusement, nous éprouvons toujours le besoin de cristalliser nos idées autour d'un texte". La manovra prevista dava un'impressione "déconcertante" e "défavorable", incerta nella formazione, goffa nell'esecuzione, errata nell'applicazione del principio di "agir suivant les circostances". L'offensiva invece doveva essere attuata su tutto il fronte per impegnare ovunque il nemico: "Nécessité du combat de front, de tout le front", impedendogli di manovrare: "En le prenant à la gorge", poiché se costretto alla difensiva: "Il est soumis". Quindi offensiva: "Vite et forte […] brusquement et partout". Due cose solamente erano necessarie, identificare le forze nemiche e decidere come attaccarle perché: "Ce que veut faire l'ennemi importe peu". La ritirata era sempre disastrosa: "On se met en retraite pour ne plus se battre […] impossibles des retraites successives en plein jour devant l'ennemi, il y a le côte moral. Aucune troupe au monde ne pourrait soutenir une semblable èpreuve". Il combattimento difensivo era solo un espediente per guadagnare tempo, sempre inferiore all'offensiva alla quale l'Armée non era addestrata, modellata com'era su: "l'offensive défensive" e "La défensive aggressive", che non potevano portare alla vittoria. Non bisognava evitare il rischio, perché: "Il faudra risquer et risquer beaucoup", usando le riserve senza "avarice" e gettando nel fuoco anche l'ultimo battaglione. Il ricordo va a Lazare Carnot e alle sue parole infuocate: "Basta con le manovre, basta con l'arte militare; occorrono soltanto fuoco, acciaio e patriottismo! […] La guerra è violenta per sé. Bisogna condurla ad oltranza o tornarsene a casa". Il figlio della rivoluzione, che aveva postulato la Nazione Armata, con un lavoro ciclopico forgiò le masse rivoluzionarie nell'offensiva in massa e alla baionetta.

La teoria nasceva dalla convinzione che nessuno potesse resistere alla forza morale, "à l'élan, à la sortie torrentielle" del soldato francese, virtù nate a Valmy quando le inesperte truppe rivoluzionarie compensarono la mancanza di disciplina e di addestramento con l'élan, che si può tradurre con impeto, irruenza. Da allora era comune convincimento che l'Armée fosse la massima depositaria di questa non definita qualità e che potesse compensare un mediocre addestramento e insufficienti armamenti con il coraggio, con la forza morale. D'altronde stereotipi come: "Le sang gaulois coule toujours dans nos veines!" e "Le Français n'est bon que dans l'offensive" erano comune espressioni nel milieu militare dell'epoca e non solo.

L'incremento del volume di fuoco non era oggetto dei suoi studi. Nel 1870, una brigata di fanteria francese sparava 40.000 colpi al minuto, nel 1914 era salita a 200.000. Negli stessi periodi la dotazione di un fante salì da 90 a 200 cartucce. Un pezzo d'artiglieria nel 1870 sparava 4/5 proiettili al minuto, nel 1914 10/15. Eppure era a comune conoscenza che, con le nuove polveri senza fumo, le armi da fuoco aumentavano portata e rapidità di tiro. Particolare curioso, a lungo si ritenne che le detonazioni sarebbero state meno fragorose. Anche se i giudizi a posteriori sono confortati dai fatti, una considerazione come: "En face du fusil d'infanterie la consommation d'hommes est énorme, non à cause des pertes matérielles, dont le chiffre tendrait plutôt à diminuer […] notre combat d'infanterie, contrairement à certaines idées courantes, est devenu, dans ses lignes essentielles plus simple" lascia, a distanza di anni, perplessi.

Grandmaison non afferra, ma è in buona compagnia, gli insegnamenti del conflitto russogiapponese svoltosi nella lontana Asia nel quale si profilava con la comparsa della mitragliatrice, "essenza concentrata di fanteria", come scriveva con felice espressione Liddell Hart, l'arma che avrebbe cambiato la guerra. Nelle sue tematiche prendeva in esame solo il "fusil" e non dava peso nemmeno all'artiglieria che stava assumendo un enorme peso. Il generale Herr, acuto osservatore del conflitto, aveva rilevato: "La grande impressione fatta sul mio spirito e sulla quale occorre insistere fortemente è l'effetto "écrasant" dell'artiglieria moderna, e non sembra eccessivo affermare che, nelle condizioni moderne, l'artiglieria è l'arma decisiva e che le altre armi sono ausiliarie. Concorda un osservatore inglese il generale Hume: "L'artiglieria è l'arma decisiva. Le altre non sono più che ausiliarie". Di quella lontana guerra, che fu una Grande Guerra in piccolo, pochissimi afferrarono gli insegnamenti. Basti pensare che uno dei reggimenti della brigata Nambu, 2600 uomini, fu polverizzato nella battaglia di Mukden e ridotto a tre ufficiali e a una trentina di soldati e che una compagnia lanciata all'attacco di una ridotta russa fu letteralmente sterminata in due minuti. Quando il commandant Meunier scrisse: "Non è più lo choc corto e brutale del martello, è la poussée lente, mais continue, puissante, formidable, irrésistible de la presse hydraulique, c'est l'écrasement ", aureolati uomini d'arme rimasero indifferenti.

Un esempio della capacità di non arrivare a conclusioni diverse di quelle della dottrina ufficiale, lo stesso avverrà per la guerra civile di Spagna, va trovato nel rapporto finale del capo degli osservatori francesi in Manciuria del quale lasciano perplessi, profondamente perplessi, analisi e conclusioni: "L'esperienza di questa guerra mi spinge a concludere che le caratteristiche del combattimento moderno sono sicuramente favorevoli al temperamento del nostro soldato. […] Io penso, inoltre, che il nostro fante possiede una potenza offensiva superiore a quella, pur rimarchevole, del fantaccino giapponese; non si trova presso di lui, quella furia francese, quella sorte di follia del coraggio che fa compiere prodigi di audacia e getta nel terrore l'avversario. […] se essa è ben preparata e ben scatenata, io credo che, grazie alle nostre qualità di razza, sarà irresistibile" (5). Antony Beevor, storico inglese, più pedestremente osservava: "Lo slancio e il coraggio sono solo un pericoloso sostituto della scienza militare".

Sulla "offensive à outrance" Jaurès, uomo politico la cui conoscenza delle tematiche belliche è straordinaria, così si esprimeva nel 1913 sull'Humanité con l'articolo Formules creuses: "Quando leggo i nostri scrittori o teorici militari, o almeno la maggior parte di essi, sono spaventato per il loro gusto per le formule fatte, della loro mania per le ricette. Sembra sufficiente pronunciare certe parole perché la vittoria, come un grande uccello ad ali spiegate, venga ad abbattersi ai piedi dei capi. […] Che abuso si è fatto da qualche anno della parole "offensive!". Un comandante d'armata sarebbe disonorato se non la proclamasse a priori, qualsiasi siano gli avvenimenti, qualsiasi siano le circostanze, bisogna praticare l'offensiva. […] Non vi sono ricette, né procedimenti che permettano di andare contro la natura delle cose. I metodi non possono dare che delle indicazioni molto generiche. C'est le sens vif du réel qui decide". De Gaulle non gli era lontano, parla di: "goût de l'absolu, habituel à l'esprit française" (6). Nell'opera Le fil de l'épée illustra l'incapacità tipicamente francese di accettare il carattere empirico della guerra per l'impossibilità di determinarne a priori le modalità di svolgimento e l'infatuazione di tutta una generazione militare, alla quale i Tedeschi avevano impartito una chiara lezione bellica, per Napoleone: "Engagée dans cette voie, la pensée militaire allait marcher d'abstraction en abstraction. Elle avait quitté le terrain de la réalité guerrière elle allait transformer en doctrine une métaphysique absolue de l'action".

Si potrebbe aggiungere che il "pensée militaire" francese ricadde nello stesso errore nei venti anni che separarono le due guerre mondiali. Solo Grandmaison non poté fare ammenda. Generale di brigata nel 1914, cadde un anno dopo alla testa della sua divisione sull'Aisne, durante i combattimenti che si svolsero dopo la battaglia della Marna. Fu una morte misericordiosa, non assistette al crollo totale delle norme dottrinarie per le quali si era battuto con grande accanimento e indubbie qualità dialettiche, accomunato a 300.000 soldati uccisi nei primi cinque mesi di guerra; in nessun periodo successivo vi saranno perdite così alte.

Sulla stessa linea di Grandmaison, ma con toni meno assolutistici, era il generale Ferdinand Foch. Nato nel 1851 a Tarbes, "au pied des Pyrénées", come scriverà nelle sue Memorie, svolse i suoi studi presso il collegio dei Gesuiti di Saint Michel a Saint-Étienne, poi a Metz, ove è spettatore della sconfitta del 1871. Si arruola nel 4° reggimento di fanteria, ma non partecipa a combattimenti. Nel marzo 1871 riprende gli studi per l'accesso al Polytechnique. Sarà uno dei tanti futuri comandanti francesi segnato dal marasma della sconfitta, dall'arrivo dei vincitori, ovviamente sprezzanti e trionfi. Sottotenente d'artiglieria nel 1874, frequenta l'École d'application de Fontainebleau, col grado di capitano nel 1885 entrò nell'École supérieure de guerre, definita "una vera rivelazione", classificandosi al primo posto. Nel 1895 col grado di chef d'escadron è professore aggiunto di storia militare, strategia e tattica all'École, titolare l'anno successivo, succedendo a Lanzerac, e, nel 1908, général commandant dell'École per scelta di Clemenceau, malgrado fosse cattolico praticante. A tal proposito osserva nelle sue Memorie: "Perseguitato da una politica che spezzava la Francia in due parti per favorire prima di tutto la carriera degli ufficiali giudicati devoti a tale politica". Nelle sue Memorie osserva altresì che i gradi più importanti dell'esercito erano quelli di capitano per il rapporto con i soldati e di colonnello per i contatti con gli ufficiali. Per il secondo grado il suo avversario in guerra, il generalissimo von Hindenburg, la pensava allo stesso modo, per quello di capitano lo era il generale De Rossi, autore di un pregevole volume La vita di un ufficiale italiano sino alla guerra che è un illuminante affresco sulle condizioni morali ed economiche degli ufficiali italiani nel periodo giolittiano.

Ha scarsa dimestichezza con i soldati con cui passa solo un quarto della sua carriera. Comanda una batteria per quattro anni (1881-1885), un gruppo per altri due (1892-1894), un reggimento dal 1903 al 1905. L'arte del comando che nasce dalla conoscenza della vita dei soldati gli è ignota. Uomo d'ingegno ebbe una carriera rapidissima. Generale di brigata dal 1901 al 1906, generale di divisione sino al 1912, passa al comando di un corpo d'armata. Allo scoppio della guerra comanda il XX corpo d'armata forte delle divisioni di Nancy e di Toul, unità voluta dal generale Miribel e considerata d'élite. Dotato di uno stile piacevole e fluido, scrisse Des principes de la guerre, De la conduite de la guerre. La manœuvre pour la bataille, La battaglia di Laon, Elogio di Napoleone e Parole di un soldato. Le conferenze tenute nel 1900 all'École supérieure de guerre col grado di tenente colonnello e di colonnello d'artiglieria furono raccolte in due volumi Des principes de la guerre, prima edizione aprile 1903 e De la conduite de la guerre. La manœuvre pour la bataille prima edizione febbraio 1904, con successive numerose edizioni.

Al libro Des principes de la guerre, che si consulta nella terza edizione del 1918, occorre dare spazio per la non facile reperibilità del testo. Si tratta di un robusto volume di 341 pagine, preceduto da una prefazione e composto da dodici capitoli titolati: I De l'enseignement de la guerre. II Il caractères originals de la guerre moderne. III L'économie des forces. IV Discipline intellectuelle-Liberté d'action pour obéir. V Service de sûreté. VI L'avant-garde. VII L'avant-garde a Nachod. VIII La surprise stratégique. IX La sûreté strategique. X La bataille: attaque décisif; XI La bataille: exemple historique e XII La bataille moderne. L'autore, come i suoi predecessori all'École, aveva applicato il metodo storico del prussiano generale Peucker basato sullo studio e la ricostruzione di casi concreti, dando largo spazio alle battaglie delle guerre napoleoniche, della guerra del 1866 e del 1870, con un giudizio negativo sull'operato di Garibaldi a Digione.

Inizia il lavoro con una serrata critica alle teorie propagate dall'École fino agli anni 1882-1883, in quanto studiavano solo il terreno, le fortificazioni, l'armamento, l'organizzazione, l'amministrazione ma non la: "partie divine, celle qui résulte de l'action de l'homme". A suo giudizio, solo dopo il 1882 la Scuola iniziò a dare un: "enseignement rationnel et pratique", ossia solo dopo che i nuovi principi basati sull'offensiva ad oltranza si erano affermati. Convinto assertore della grandezza della dottrina napoleonica, alla quale fa continui, costanti, ripetuti riferimenti, proclama che la guerra moderna origina dalle guerre della Rivoluzione e dell'Impero. Piacevolissimo oratore, attira l'attenzione dei suoi allievi, stremati da un susseguirsi di corsi e di lezioni, con dissacranti battute che lo rendono popolare: "Il regolamento è fatto per gli imbecilli" o acute intuizioni: "Gli avvenimenti dominano i ragionamenti", "La réalité du champ de bataille est qu'on n'y étudie pas; on fait simplement ce que l'on peut pour appliquer ce que l'on sait; dès lors, pour y pouvoir un peu, il faut savoir beaucoup et bien". Cita Joseph de Maistre: "Una battaglia perduta è solo una battaglia che si crede di aver perso, non essendo possibile perderla fisicamente" e: "Donc, c'est moralement qu'elle se perd. Mais alors, c'est aussi moralement qu'elle se gagne, et nous pouvons prolonger l'aphorisme par: Une bataille gagnée, c'est une bataille dans laquelle on ne veut pas s'avouer vaincu". Filosoficamente osserva: "La guerra è fatta così. Qui c'è un piano inclinato. Un attacco è come una sfera che rotola su di esso. Essa continua ad acquistare sempre più slancio e a muoversi sempre più rapidamente a condizione che voi non la fermiate. Se la fermate artificialmente perdete il vostro slancio e dovete ricominciare tutto da capo".

Di Napoleone ricorda massime e giudizi: "Due Mamalucchi tengono testa a tre Francesi, 100 Mamalucchi tengono testa a 100 Francesi, ma 300 Francesi vincono sullo stesso numero, 1000 ne battono 1500, tanto è grande l'influenza della tattica, dell'ordine e delle evoluzioni" e, ad illustrazione del genio militare: "Non furono le legioni romane a conquistare la Gallia ma Cesare, non furono i Cartaginesi a far tremare Roma, ma Annibale, non furono le falangi macedoni a penetrare in India ma Alessandro". Il lettore di storia che scrive si domanda che cosa avrebbero fatti questi capitani senza i formidabili strumenti di cui disponevano.

Foch è sostenitore del primato delle forze morali: "bisogna avere un morale superiore a quello dell'avversario", dell'offensiva, cita Federico: "Fare la guerra è sempre attaccare", della manovra basata sulla ricerca del grosso del nemico, per batterlo e distruggerlo. Osserva: "Une attaque entreprise doit être poussée à fond, la défense doit être soutenue avec la dernière energie", "La guerra moderna per arrivare ai suoi fini, imporre la volontà agli avversari, non riconosce che un mezzo, la distruzione delle forze dell'avversario. Un obiettivo che non può essere raggiunto se non per una inesorabile volontà di vincere, tanto al livello del soldato che del comandante. […] Una battaglia difensiva, anche ben sostenuta, non ha un vincitore e un vinto, semplicemente è una partita da ricominciare […] è un duello nel quale uno dei combattenti non fa che parare. Di conseguenza, la forma offensiva, che sia immediata o che succeda alla difensiva, solo può dare dei risultati e per conseguenza dovrà sempre essere adottata. La battaglia difensiva deve terminare con un'azione offensiva, una risposta, un contrattacco vittorioso, o non vi sono risultati". il tutto in sintonia con la dottrina ufficiale.

Sostiene che il movimento è la legge della strategia e che: "L'art était de faire le nombre, de l'avoir pour soi au point d'attaque choisi". Ribadisce che la disciplina è la forza di un esercito, che i generali in sottordine devono attenersi alle disposizioni dei capi, in questo contrastando con la dottrina germanica che dava largo spazio all'iniziativa personale. Aggiungeva: "Abbiano un combattente, un soldato sicuramente superiore a quello d'oltre i Vosges per le sue qualità di razza: attività, intelligenza, brio, impressionabilità, dedizione, sentimento nazionale". Sulla micidiale potenza delle moderne armi da fuoco non ha perplessità: "Il perfezionamento delle armi da fuoco dà un sovrappiù di forze all'offensiva, all'attacco intelligentemente condotto, la storia lo mostra, l'intelligenza lo spiega".

E' interessante analizzare più a fondo il conclusivo capitolo XII La bataille moderne per la quale Foch ammette che alcuni elementi sono modificati, le armi hanno una portata maggiore, sono più micidiali, obbligano a predisporre l'attacco da posizioni meno avanzate e al riparo. Gli ordini devono quindi tendere, più che per il passato, all'intera utilizzazione della potenza delle armi. Quando la fanteria arriva a 700/800 metri dalla linea nemica, può sviluppare la potenza del fuoco e la potenza del'urto. "La considération du feu que l'on subit passe ici au second plan; on est parti pour arriver" e continua: "Non vi è che una maniera per attenuarne gli effetti: sviluppare un fuoco più violento, capace almeno di ridurre al silenzio e di paralizzare l'avversario e egualmente di avanzare veloci. Avanzare e avanzare veloci, preceduti da una gragnola di palle, a misura che si serra l'avversario, avere truppe sempre più numerose e in pugno, tale è dunque la formula base della formazione e della condotta a praticare. Una fanteria su due ranghi, fronte regolamentare del battaglione circa 300 metri, è in grado di offrire quanto sopra. (potenza di fuoco e facilità di marcia). Ma sarà però necessaria una seconda linea perché la prima fonde, si arresta, si sfianca prima di raggiungere la linea nemica. Una seconda linea particolarmente forte, di più in più si avvicina alla prima, per spingerla in avanti evitando i tempi morti, spingendola sulla posizione da raggiungere. Sono i battaglioni o il battaglione di seconda linea del reggimento in ordine di combattimento, lanciati in una catena di più in più agitata, confusa e mescolata di compagnie intere in ordine serrato (linea o colonna) pienamente comandate. La marcia deve essere directe, rapide et continue. Occorre anche costituire una forte riserva. Una brigata incaricata di un attacco decisivo generalmente ha un reggimento all'attacco con un fronte di 600/800 metri, e un reggimento di riserva. Occorre vigore, rapidità, violenza, esclusione dei tempi di arresto prolungati, "et pour cela poussée rapide des troupes par derrière, pour entraîner celles ce avant: tels seront les caractères à imprimer à ce moment à l'action". Foch descrive esattamente e con toni vivaci quella che sarà la battaglia tipo degli anni 1914 e 1915, ma non percepisce che il risultato sarà un'ecatombe inimmaginabile. All'artiglieria "Nous demanderons a l'artillerie de préparer l'attaque et pour cela de se placer de manière à voir. Mais l'artillerie adverse va la voir, la gêner, la détourner; qu'elle prenne alors une position d'où elle verra sans être vue".

Ian Hamilton, futuro comandante inglese a Gallipoli, che come osservatore aveva seguito la guerra russogiapponese, poteva sostenere, con britannico humour, che la cavalleria di fronte alle trincee munite di mitragliatrici era in grado solo di cucinare il rancio per la fanteria, von Schlieffen nel 1909 aggiungere: "Non si vedrà un cavaliere. La cavalleria dovrà svolgere i suoi compiti fuori dal raggio di azione di fanteria e artiglieria. La retrocarica e le mitragliatrici avranno bandito senza nessuna pietà la cavalleria dal campo di battaglia", il nostro è più ottimista. Nella descrizione della "sua" battaglia vi è spazio per l'arma a cavallo. Gli squadroni cercano e trovano percorsi che permettono di guadagnare l'ala esterna del fronte d'attacco dalla quale "surgissent brusquement les escadrons de l'attaque". Di là si getteranno su ciò che resiste ancora, sulla cavalleria avversaria che tenta di attaccare la fanteria, sulle riserve nemiche che accorrono. Per la cavalleria vi è dunque necessità e possibilità di agire.

Nella sua opera cita pensatori militari che sono sulla sua lunghezza d'onda. Dragomirov: "I principi dell'arte della guerra sono a portata delle intelligenze più ordinarie, ciò non vuole dire che esse li sappiano applicare". Cardot: "La demoralizzazione è il fine ultimo, la causa efficiente e la spiegazione vera del successo […] La vittoria decisiva, la vittoria vera è la vittoria morale"; Von der Goltz: "Non bisogna tanto annientare i combattenti nemici ma annientare il loro coraggio. La vittoria è vostra se avete fatto nascere nell'avversario la condizione che la sua causa è perduta". Va notato che anche Clemenceau, mentre l'Armée rinculava, nel suo articolo L'état de guerre del 3 agosto 1914 pubblicato sul suo giornale L'homme libre, scriveva: " […] on n'est vaincu que lorsqu'on s'estime vaincu". L'opera è stesa in una prosa estremamente brillante che si perde nella traduzione da parte di chi scrive e dispiace non poter riportare per intero. Nel dopoguerra, in una lettera del 21 aprile 1923 al colonnello Mayer, col quale esisteva un'amicizia nata all'École polytechnique ove entrambi erano entrati nel 1871, la definì: "[…] un œuvre de foi, plutôt que de science", raccomandandogli di "non strapazzarla troppo" (7).

Anche De la conduite de la guerre. La manœuvre pour la bataille, prima edizione 1904, è la somma di una serie di conferenze tenute all'École e costituisce una dettagliata lettura della guerrra francoprussiana, delle sue cause, obiettivi e svolgimento, il tutto con continui riferimenti al pensiero di Napoleone, anche se le citazioni di Clausewitz e del suo discepolo Moltke non mancano. Nella prima parte mette in risalto il peso delle vie ferrate per lo spiegamento delle truppe e viene alla mente Moltke il giovane che nel 1910 al capo della missione militare belga in visita disse: "Se visitaste gli uffici del nostro Grande stato maggiore rimarreste sorpreso: sembrano quelli di un'amministrazione ferroviaria". Foch osserva che le disposizioni prese in tempo di pace non arrivano oltre la prima battaglia, esamina la concentrazione delle forze per la quale rileva l'inferiorità del generale tedesco nei confronti di Napoleone e il successivo passaggio all'azione.

La seconda parte è dedicata all'esecuzione del piano di guerra. Definisce "plan chimérique" quello francese e passa poi ad esaminare le varie fasi della guerra nelle sue battaglie, sempre rammaricandosi per le opportunità presentatesi ai generali francesi e non utilizzate. Lamenta la loro passività: "ne marchent qu'en vertu d'ordres fermes venut d'en haut; ciascuno di essi si attacca, per l'esecuzione dell'ordine, alla lettera ed è déconcerté quando si trova in una situazione non prevista dagli ordini. Gli ordini vengono eseguiti alla lettre e non d'après son esprit". Cita Causes des revers et des succés de 1870 di Woyde: "En toute circostance se manifestait une répugnance complète à agir".

La terza parte è dedicata a La Bataille, ossia alla sorpresa di Gravelotte e alla battaglia di Saint-Privat. Sempre viene messa in risalto la superiorità del pensiero di Napoleone. Del re di Prussia scrive: "Il comandante in capo è un monarca di 63 anni, si astiene dall'intervenire generalmente nelle circostanze più gravi, se non per appoggiare con la sua autorità le decisioni che gli sono state proposte. Non comanda, nel senso militare della parola, per lanciare un'idea o assicurane l'esecuzione. Continua alla guerra il suo ruolo di re conseillé. Il suo consigliere è il capo di stato maggiore direttore spirituale dell'impresa, ma privo di un titolo, di funzioni e dei mezzi necessari per basare i suoi piani e assicurarne la realizzazione". Foch sostiene che alla testa delle tre armate vi erano tre capi di grande personalità, tra cui l'erede al trono, definito il più militare dei principi della famiglia reale. Essi sono agli occhi dell'esercito tedesco gli autori riconosciuti della vittoria. Ad essi va aggiunto uno straordinario stato maggiore che in tempo di pace ha preparato la guerra.

Su Moltke, capo di stato maggiore, il giudizio di Foch è sostanzialmente negativo, non gli riconosce il titolo di stratega, è solo un eccellente amministratore, economizzatore delle risorse messe a sua disposizione. Stranamente Foch era un grandissimo ammiratore di Blücher e del suo "Vorwœrts!", un generale "sangue e budella" ammiratissimo dalla truppa che lo vedeva sempre in testa negli attacchi ma di mediocri qualità alle quali ponevano rimedio i suoi ufficiali di stato maggiore tra cui primeggiavano August Graf Gneisenau e Gerhard Scharnost. In sostanziale disaccordo era Paul Roche che nel suo Adversaires prussiens de Napoléon del 1928 sosteneva che era impossibile veder in Blücher un grande capo, che giammai aveva avuto una idea originale, che nominato generale in capo non aveva idea di cosa fosse la responsabilità. Mayer sostiene che Foch si rifaceva a lui quando gridava "En avant" anche quando non si poteva avanzare e sarcasticamente aggiunge che, correndo in automobile dal Q.G. ai posti di comando, la sua azione si svolgeva confortando e incitando con la voce i suoi generali. "A force de crier: "En avant!" Il avait fini par vouloir avancer".

Dopo la miracolosa vittoria della Marna, a distanza di quasi cento anni è ancora aperta la controversia sul nome del vincitore, alle truppe stremate ordinò: "Il programma della giornata continua ad essere lo stesso: attaccare dappertutto, passare dappertutto […]". In seguito, siamo nel novembre 1914, riconosciuto: "[…] l'inafferrabile strumento che è la mitragliatrice, il cui tiro, spesso cieco, falcia implacabilmente il campo di battaglia" ammette: "[…] che il materiale aveva assunto nella lotta una importanza capitale".

A posteriori, nelle sue Memorie modificherà disinvoltamente le sue teorie offensivistiche: "Preso nel suo complesso il nostro esercito del 1914 ha i difetti delle sue qualità: primeggia in esso un furore offensivo che, a forza di acuirsi e propagarsi, diverrà esclusivo e condurrà troppo spesso a una tattica cieca e brutale, e quindi pericolosa, e ad una strategia semplice e uniforme, facilmente sterile, impotente e costosa. In conclusione da una dottrina troppo sommaria, si possono attendere, coi primi scontri, sorprese sgradite. Questo esercito esce da una politica di quarant'anni di pace: durante questo tempo gli esercizi che ha fatto non hanno potuto dargli l'idea esatta né dei rigori del campo di battaglia moderno né della violenza delle artiglieria che lo dominano. Soltanto uno studio basato soprattutto sui fatti di guerra, specie del 1870, e consacrato dai nostri regolamenti, gli avrebbe potuto far comprendere la potenza distruttiva del materiale moderno e il conto che bisogna farne. Infatti le considerazioni e raccomandazioni esposte nel regolamento del 1875 erano già lontane e fuori di vista, e se molti nostri ufficiali, dopo allora, avevano partecipato a conquiste coloniali, non avevano quivi incontrato questo terribile materiale nelle mani di un abile avversario. Ed ecco come dalle grandi manovre e dalle spedizioni coloniali si era riportato come mezzo di buon successo, come dottrina di combattimento, l'onnipotenza di un attacco offensivo fatto dalla ferma volontà di marciare risolutamente sul nemico per raggiungerlo. Erano state preconizzate formazioni di assalto capaci di nutrire immediatamente la battaglia e, per il generale e l'ufficiale di truppa come pure per il soldato semplice, si erano ricamati, senza riserva e senza discernimento, tutti i temi sul canovaccio delle forze morali e soprattutto della sua volontà di vincere. […] Le perdite aumentano, ed ecco l'impotenza e la sconfitta. In ogni modo gravi perdite, saranno spesso la conseguenza di un'impresa non abbastanza preparata, benché abbondantemente provvista di mezzi e condotta con vigore da una fanteria che credeva di poter abbattere, col suo solo valore, l'ostacolo della mitragliatrice e del cannone nemico insorto improvvisamente davanti. Quando alle unità importanti, l'istruzione provvisoria e poi il regolamento sulla conduzione delle grandi unità avevano, nel 1912 e nel 1914, affermato senza restrizioni il dogma dell'attacco offensivo come linea di condotta. […] Nel 1870 il nostro comando aveva pagato il fio del suo culto per la difensiva, e per la difensiva passiva; nel 1914, esso doveva ricevere inutili sconfitte e soffrire crudeli perdite unicamente a causa della sua predilezione per l'offensiva […] Più di una volta noi dovemmo subire il danno di questo abuso di un'idea giusta, l'idea dell'offensiva, messa in atto senza il necessario discernimento".

Sull'abuso di un'idea giusta si sarebbero potuto scrivere parole simili nel 1940. Quest'atto di accusa nei confronti dei vertici militari, dei quali era pur sempre uno dei massimi esponenti, subisce una brusca sterzata quando sostiene: "La verità è che un governo fermamente risoluto a volere la pace e soltanto la pace, e che prevedeva la sola necessità di difendersi, aveva lungamente resistito di fronte alle necessarie spese militari, […] Per questa ragione l'offensiva, come metodo generale della nostra azione, doveva incontrare serie difficoltà di esecuzione. […]" e conclude: "La nostra dottrina di guerra era dunque di troppo corta vista, poiché essa si riduceva infine a una formula d'offensiva magnifica, ma da se solo troppo insufficiente".

Numerose osservazioni vengono alla mente. Come è possibile che un esercito dotato di: "Uno stato maggiore di prim'ordine, perfettamente rotto al proprio mestiere e che comprendeva inoltre intelletti di grande valore", sono parole di Foch, poteva farsi sorprendere dagli sviluppi della guerra, quando non era lontana l'esperienza russogiapponese? Come può il maresciallo, direttore dell'École, autore di pubblicazioni che avevano fatto testo e che suffragavano le teorie in auge, ergersi a critico della dottrina ufficiale che non aveva mai contrastato, come fece ad esempio l'oscuro colonnello Pétain? Come fu possibile, guerra durante, non ideare nuove tattiche come i Tedeschi nel 1918?

Osservava lo storico Bloch: "Ho sfogliato a suo tempo le famose conferenze tenute da Foch, se la memoria non m'inganna, verso il 1910. Raramente una lettura mi ha così sgomentato. E' innegabile che vi si trova una splendida analisi della battaglia napoleonica, la quale, però, è indicata come esempio, senza la minima preoccupazione per il mutamento dei tempi. Non credo che sia impossibile trovare qua e là osservazioni, fatte per inciso, sulle differenze dell'armamento o della preparazione del terreno; ma bastava? Prima di qualsiasi decisione sarebbe stato necessario ammonire il lettore, dirgli: - Sta attento: le battaglie che ci accingiamo a raccontarti avvenivano in paesi in cui le strade erano molto più rare di oggi e i trasporti procedevano con una lentezza quasi medievale. I combattimenti si sono svolti tra eserciti che avevano una potenza di fuoco infima rispetto alla nostra e che potevano considerare la baionetta come regina delle battaglie perché la mitragliatrice e il filo spinato non erano stati ancora inventati. Se malgrado tutto credi che si possa ricavare qualche ammaestramento dalla loro storia, non devi mai dimenticare che, là dove questi elementi nuovi siano stati chiamati a operare, la vecchia esperienza che non li comportava affatto perde qualsiasi valore-" (8). Un altro storico di valore J. Monteilhet non era di diverso avviso: "Un chirurgo del 1914 che avesse proceduto a un'operazione con la "trousse" del barone Larrey non sarebbe stato più assurdo di un generale che manovrasse alla maniera di Napoleone". Émile Mayer infine sosteneva che i fatti del passato non permettevano di predire l'avvenire (9). Sulla dottrina ufficiale il britannico Fuller, famoso per i suoi giudizi radicali, andava oltre: "La Trimurti di questa eresia era costituita dai generali Foch, Grandmaison e Langlois, che capeggiavano una corrente di pensiero con cui potevano competere soltanto i dervisci del Sudan" (10).

Nel 1911, candidato alla massima carica di capo di stato maggiore era il generale Pau scartato: "perché andava a messa" secondo Paul-Marie de La Gorge, Mayer sostiene che gli fu rifiutata per le sue opinioni reazionarie, Joffre che fu respinta perché voleva dare il suo placet alla nomina dei generali. Altri, che avesse rifiutato la carica perché prossimo al pensionamento. Di certo il cinquantanovenne César-Joseph-Jacques Joffre fu nominato Chef d'état-major Général de l'Armée con poteri amplissimi. Nato nel 1869 a Rivesaltes, Pyrénées-Orientales, figlio di un bottaio, diplomato al Polytechnique, ufficiale del genio, va sottolineato che per l'arma le promozioni dopo il grado di capitano richiedevano un livello tecnico molto elevato, definito "le grande taciturne" forse perché non aveva niente da dire, passò buona parte della sua carriera nelle colonie, combattendo a Formosa, nel Tonchino, in Madascar e nel Sahara, ove fu tra i primi ad entrare a Tombouctou. Capitano a 24 anni, colonnello a 45, tornerà in patria a 49 anni col grado di generale di brigata per meriti eccezionali. Promosso generale di divisione nel 1905, il più giovane dell'esercito, comandò la sesta divisione di fanteria di Parigi. Nel 1908 era comandante del secondo corpo d'armata, nel 1910 membro del Conseil supérieur de guerre. Direttore del genio al ministero, godendo di forti agganci tra i radicali, considerato per il suo anticlericalismo un "bon républicain", iscritto alla massoneria, si vantava di mangiare di grasso il venerdì ma, in punto di morte, chiese i conforti religiosi. Si era avvicinato alla fede il giorno dell'armistizio quando, sensatamente a giudizio di chi scrive, aveva detto: "Dopo tutto se abbiamo vinto, Dio deve esistere".

Secondo Mayer era un uomo arrivato: "au sommet de la hiérarchie mal preparè a son rôle [ma] dotato di un forte buon senso e di forte modestia". Monteilhet sosteneva che: "devra le commandement suprême au sol fait d'avoir exercé son talent d'architecte aux colonies, où les années de service comptent double", tesi che sembra forzata. Altri che era stato scelto a quel posto perché facilmente manovrabile dallo stato maggiore. I suoi nemici lo accusavano di non avere frequentato l'École supérieure de guerre, di non leggere e di non avere al suo attivo pubblicazioni. La sua carriera era stata singolarmente rapida e facile, favorita dalla lunga permanenza nelle colonie, arrivò ai più alti gradi senza sforzi e senza intrighi, grazie a "son attitude politique alla sua origini plebea e alla confidenza che ispirava la sua modestia", continuava Mayer. Svolse un lavoro organizzativo imponente, riorganizzò il comando supremo delegandolo alla preparazione alla guerra, all'istruzione delle truppe e allo studio degli armamenti e si batté strenuamente per la legge dei tre anni. Va a suo merito l'aver afferrato di avere a disposizione: "un instrument de guerre médiocre"; delle truppe sosteneva che avevano "endurance" ma che non erano né istruite né disciplinate, dei quadri che messi in presenza di problemi di rifornimento o di impiego delle tre armi avevano testimoniato un'inesperienza che, in una campagna reale, avrebbe avuto conseguenze funeste, dei comandi superiori che gli ordini erano redatti e trasmessi con lentezza e con un'insufficienza che ne avrebbe certamente compromesso la buona esecuzione. Con questo strumento nel 1914, applicando i dettami della dottrina ufficiale, avrebbe ordinato l'offensiva ad oltranza. Portato al comando dell'esercito dai fautori della nuova dottrina proclamava: "L'esercito francese ritorna alle sue tradizioni e d'ora innanzi non conoscerà altra legge che quella dell'offensiva […] gli attacchi dovranno essere spinti all'estremo, con il fermo proposito di caricare il nemico all'arma bianca per annientarlo. Questo risultato si potrà ottenere soltanto al prezzo di sacrificio di sangue. Ogni altro concetto dovrà essere rigettato". Nelle Memoires pubblicate nel 1932 seppellirà Grandmaison e la dottrina ufficiale: "irraisonnées, outrancières et dangereuses" e, ancora: " "Redatta in prosa ardente, un poco come professione di fede, certe frasi ricordano lo stile della Convenzione".

Riformò lo stato maggiore istituto nel 1783 dal maresciallo de Ségur; nel successivo 1796 il generale Werther, capo di stato maggiore di Napoleone, ripartì i compiti tra quattro aiutanti generali di cui uno assegnato al "renseignements" e alle operazioni. Nel 1800 il generale Paul Thiebault, che si era messo in luce nei durissimi scontri per la conquista di Napoli del 1799, di cui scrisse: "Ma che cosa sono codesti Napolitani che vestiti dell'uniforme fuggono e senza uniforme combattono?" aggiungendo "Je n'ai vu tant de morte a la fois", pubblica un manuale dello stato maggiore che viene tradotto in tedesco, inglese, russo e spagnolo. La Germania, risorta dopo le sconfitte napoleoniche, con capi prestigiosi come Scharnhorst, Gneisenau e Massenbach ne fa un modello insuperabile, strumento formidabile della vittoria del 1870.

Il generale Cardot con tranquilla sicurezza affermava: "Quando i nostri ufficiali brevetés saranno sollevati dal lavoro burocratico e tutta la loro attività sarà diretta verso la guerra, avremo uno stato maggiore di valore superiore a quello germanico, en raison, même de la supériorité incontestable de notre corps d'officiers au point de vue de l'instruction générale". Langlois nell'articolo Le haut commandement pubblicato sulla Revue des deux mondes del 1911 non era di diverso avviso: "In Germania il capo di stato maggiore è il generalissimo sul campo. Prepara la guerra e la conduce sotto l'alta autorità del sovrano. In Francia governo e parlamento non darebbero questa autorità a un generale. In Germania gli ufficiali di stato maggiore si consacrano allo studio delle campagne e alla preparazione alla guerra. In Francia perdono tempo in lavori burocratici". Sconsolatamente lamentava l'instabilità dei capi di stato maggiore: "qui change beaucoup trop souvent", con effetti malefici sullo stabilimento della dottrina.

Va aggiunto che si esagerava anche in comitati e in consigli destinati a diluire le responsabilità e Langlois, con molta perspicacia osservava: "Napoleone consultava personalmente gli uomini e non voleva comitati". Monteilhet scriveva che 26 generali erano mantenuti a Parigi per sedere nei comitati, tra cui quello della musica militare e quello delle uniformi. D'altronde era anche un problema occupazionale. I quadri degli ufficiali generali contavano 100 generali di divisione e 200 di brigata, solo 66 e 140 potevano avere un comando effettivo. Si creavano così funzioni per avere il pretesto di creare o sistemare generali. Ad esempio nel 1912 si creò il grado di generale veterinario. Charles Humbert, uomo politico proveniente dall'esercito, tuonava contro le raccomandazioni che inquinavano gli avanzamenti e l'inflazione delle commissioni (19 permanenti e un centinaio temporanee) e dei comitati tecnici (circa 12), i problemi tecnici era sempre: "à l'étude e jamais résolues à temps". Nel tempo nulla cambierà.

Joffre era conscio di concentrare nelle sue mani: "La presque totalité des attributions militaires". Richiese come capo di stato maggiore il generale Foch che gli fu rifiutato perché cattolico e con un fratello gesuita. Rifece lo stesso nome quando nel 1917, secondo la tradizione francese, Briand gli chiese il nome del suo eventuale successore. Il suo predecessore, generale Michel, autore del piano XVI bis, avendo bene interpretato le linee del piano Schlieffen, convinto che lo stato maggiore teutonico avrebbe proiettato le sue forze attive e di riserva nel Belgio, sosteneva la necessità dell'uso delle riserve con le unità di prima linea, proponendo di affiancare a ogni reggimento di linea uno della riserva per fronteggiare con tutte le forze l'offensiva nemica. Il suo studio fu bollato come "pazzia" dal ministro della guerra e nel Conseil supérieur vi fu, narra Joffre nelle sue Memorie: "Une véritable levée de boucliers" motivata da mancanza d'affiatamento, pesantezza del corpo d'armata, debole proporzione dell'artiglieria, ritardi nella concentrazione delle forze, creazione con la demi-brigade di nuovi comandanti e stati maggiori. L'uso delle riserve in prima linea era un anatema per la filosofia militare francese, e Messimy, ministro della Guerra, quarto a ricoprire la carica in quattro mesi, supportato da Grandmaison e dai generali Gallieni, Dubail e Durand, membri del Conseil supérieur de la guerre, lo silurò il 24 luglio 1911.

Sulle riserve, sulla valutazione erronea del loro impiego, l'elenco è lungo, se ne fanno pochi esempi. Basandosi sull'esercito di caserma e sul rifiuto della Nazione Armata, il generale Cherfils scrisse: "Le riserve non sono che un'apparenza buona a ingannare i matematici di corta vista che pesano il valore degli eserciti dai loro effettivi, senza tener conto del loro valore morale", l'eterno, invocato morale. Il generale presidente del Comitato di fanteria sostenne nel 1913: "L'ideale consisterebbe nell'entrare in guerra senza riserve". Il capitano Gilbert, considerato il "Père de l'église" in materia di dottrina militare,già nel 1892 sosteneva che i riservisti: "Pères de famille non avevano più l'abitudine alle armi, lo spirito di corpo, l'allenamento alle marce […] perché erano più anziani […] perché erano inseriti nella vita civile e avevano una famiglia". Il generale Maitrot, che godeva di una vasta eco tra i parlamentari, aggiunse: "Il valore morale dell'esercito non si ottiene, non si sviluppa che per la lunghezza del servizio […] Un esercito è tanto più temibile quanto più grande è la proporzione di soldati de l'active […] I riservisti non devono essere che un contributo. […] Gli eserciti di riservisti sono degli eserciti decadenti, sono l'indice che la nazione non ha avuto la virilità necessaria per accettare coraggiosamente il peso del servizio attivo come le circostanze l'esigano". Riecheggiando i principi di Grandmaison, il maggiore Driant alla Camera il 2 dicembre 1912 sosteneva: "Con la psicologia mobile delle folle che costituiscono oggi la Nazione Armata, l'esercito vittorioso sarà quello che, sdegnando le riserve e le fortezze, salterà per primo alla gola dell'avversario […] La prima grande battaglia deciderà di tutta la guerra e le guerre saranno brevi".

In una serie di articoli pubblicati su La Revue militaire générale, depositaria della dottrina ufficiale, poi riuniti in un volume La doctrine de défense nationale, il capitano Sorb, analizzando il futuro svolgimento della guerra prossima, avanzò due ipotesi. Una battaglia immediata e decisiva o una campagna di più mesi. Nel primo caso le formazioni attive esistenti in tempo di pace, l'esercito detto di prima linea, acquistava un'importanza capitale e la nozione di nazione armata, così come molti la interpretavano, perdeva una gran parte del suo valore. Se invece la guerra si fosse protratta per alcuni mesi, si imponeva la necessità di addestrare numerose formazioni di seconda e terza linea e di mettere in piedi la nazione armata tutta intera. Privilegiava la prima, guerra di corta durata con poche battaglie decisive e si domandava: "Prima di pensare a organizzare la resistenza perché non cercare di ricercare semplicemente il primo successo? […] Sembra logico di preparare la guerra convinti che il successo dipenderà unicamente dalle prime operazioni, ossia da battaglie ingaggiate dalle nostre unità di prima linea. […] Solamente l'esercito di mestiere, l'esercito di caserma, facendo appello alle più giovani classe di riservisti, conta per la prova capitale; le formazioni di riserva e territoriali non sono utilizzabili che in caso di successo. […] Nel caso contrario sono più nocive che utili" concludendo: "Nella nostra preparazione conviene consacrare tutte le nostre energie all'esercito di caserma. Dovrà essere sempre pronto a occupare immediatamente il suo ruolo, poiché in uno spazio di tempo che può essere di un mese può decidersi delle sorti del paese. Occorre quindi stabilire una differenza essenziale tra questo esercito di mestiere che si consacra esclusivamente alla preparazione alla guerra e l'esercito di riserve costituito dalla massa dei cittadini".

Il vecchio generale Lacroix, autore del plan XVI del 1909, scriveva il 13 giugno 1913: "Fatto indubitabile è che la prima grande battaglia dovrà essere data senza la cooperazione delle forze di seconda linea e che l'impiego di queste forze resterà subordinato al grado di preparazione, di coesione che avranno raggiunto. Occorre quindi provvedere al miglioramento delle unità di prima linea che bisogna mettere in grado di raggiungere l'obiettivo. Non vi arriveremo che con il servizio di tre anni". Sulla stessa linea è il quotidiano Le Temps del 5 dicembre 1912: "E' soprattutto l'esercito attivo che riporterà le prime vittorie e sono le prime vittorie che daranno al paese lo slancio e l'entusiasmo per continuare la lotta. L'esercito attivo dovrà essere al primo piano di tutte le nostre cure e i nostri sforzi. I reggimenti di riserva verranno dopo".

Per dar maggiore forza al principio dell'inutilità dell'uso delle riserve si citava, commettendo un grossolano errore, l'OHL Oberste Heeresleitung. Si legge su L'Echo de Paris a firma del generale Maitrot: "Il piano tedesco è di attaccarci con tutte le forze attive sempre pronte a marciare, abbastanza forti per non avere bisogno delle riserve. Bisogna rispondere con misure analoghe". Ulteriore conferma veniva dalle parole di Guglielmo Secondo rivolte al Reichstag nel giugno 1913: "No padri di famiglia in prima linea". Schlieffen invece già nel 1900 chiedeva la creazione di divisioni di riserva atte ad essere impiegate in prima linea, con quadri attivi per il loro inquadramento. Sfuggiva a tutti che lo stato maggiore germanico aveva dal 1908 al 1912 quintuplicato il numero dei riservisti. Nessuno ricordava un uomo d'armi come il generale Bugeaud che nel 1835 sosteneva essere della più alta importanza avere le riserve ben organizzate, per poter dare battaglia decisiva sin dal primo momento. Con limpida prosa si ponevano le premesse per le disastrose offensiva dell'agosto 1914.

Il socialista Jaurès, che verrà assassinato tre giorni prima della deflagrazione mondiale, vede bene e lontano: "Coloro che rinchiudono la strategia tedesca in una ipotesi unica, in una formula esclusiva, rischiano forte d'essere sorpresi dagli avvenimenti. Che farà il nostro stato maggiore se la Germania, approfittando del nostro errore, procederà contro di noi non con l'offensiva immediata del suo esercito di prima linea ma con l'offensiva un pò più lenta di tutta una massa enorme, ove le formazioni di riserva entreranno almeno per la metà? […] Se si suppone che la Germania agirà su due regioni diverse, se si suppone per esempio che tenterà una doppia offensiva simultanea sulla frontiera lorenese e sulla frontiera del nord-est con due armate di 800.000 uomini ciascuna, se può d'una parte opporre al nostro esercito un esercito eguale e tentare d'altra parte su una regione senza difesa la più formidabile diversione; se, mentre tutte le nostre forze saranno impiegate a fronteggiare uno dei due grandi eserciti tedeschi, sono minacciate di essere prese su un fianco o alle spalle da un'altra armata cosi forte e formidabile; se la Germania, sapendo che abbiamo tolto dal campo di battaglia un milione di riservisti prende partito contro di noi con la sua schiacciante superiorità numerica che noi stessi abbiamo creato, il nostro stato maggiore sarà, per l'estremizzazione del suo partito preso e per il suo fanatismo, l'artefice del disastro". Sono parole d'impressionante acutezza che disegnano la situazione della triste estate 1914.

Jaurès, pur appartenendo a un partito che faceva del pacifismo e dell'antimilitarismo una bandiera, aveva i piedi per terra e non disdegnava approfondire le tematiche militari. Nel suo L'Armée nouvelle del 1910 si batteva per la Nazione armata e richiedeva un servizio militare ridotto a sei mesi, stages annuali da 13 a 21 giorni per 13 anni ossia per la durata del servizio attivo. I quadri dovevano essere composti per due terzi da riservisti "officiers civils", mentre agli ufficiali di carriera, con l'abolizione delle scuole militari, andava impartito l'insegnamento nelle università: "Perché non siano più separati dalla vita nazionale e popolare". Aggiungeva che gli equipaggiamenti militari, come del resto avveniva in Svizzera, andavano conservati presso i soldati e i depositi di armi e munizioni ripartiti su tutto il territorio nazionale.

Il generale Friedrich von Bernhardi, ufficiale di cavalleria che, per primo, era passato sotto l'Arc de Triomphe a Parigi nel corso della parata del 1871, teorico militare del pangermanesimo, oppositore di Schlieffen nella determinazione della strategia germanica nei primi anni del secolo, concordava con le tesi francesi: "Non dobbiamo impiegare tanto che sia possibile che truppe attive". Le riserve non devono essere impiegate che per missioni adatte alla loro natura speciale. Riserve generali per integrare le unità attive, per presidiare le fortificazioni e per i teatri secondari: "Intraprendere un attacco decisivo con truppe che non soddisfano a tutte le esigenze, e che, può essere, saranno in parte da poco tempo costituite, come le divisioni di riserva, per esempio, sarebbe commettere un crimine contro l'essenza della guerra".

Bernhardi, conosciuto in Germania come il "nuovo Clausewitz", godeva di vasta fama negli ambienti militari europei. Scrisse l'opera La Germania nella prossima guerra (11) nel 1911, giunta nel 1913 alla sesta edizione, in cui vaticinava una guerra apportatrice di: "Una abbondanza di benedizioni e che creerà, così come le nostre precedenti guerre hanno dimostrato, le basi di un nuovo sviluppo economico". Fa osservazioni che aprono uno squarcio nel mondo militare germanico come quando osserva che gli ufficiali di fanteria avrebbero dovuto essere meglio pagati degli ufficiali di cavalleria e artiglieria per rendere il servizio nell'arma più appetibile e bloccare l'eccesso di domande di ammissione all'arma aristocratica e all'arma dotta. L'uomo può essere caratterizzato da un suo pensiero: "Riassumendo, gli sforzi tentati per l'abolizione della guerra, non solo sono insensati, ma sono francamente immorali, e devono essere stigmatizzati come indegni dell'umanità". Nel cupo agosto 1914, 41 divisioni di riservisti avanzeranno sul suolo di Francia.

Sul rendimento delle divisione di riservisti il generale Buat, a guerra finita scrisse: "All'inizio della campagna le divisioni di riserva, che poi si sono notevolmente agguerrite, hanno sfigurato molto nei confronti della maggior parte delle divisioni attive. Non per colpa loro. Per mancanza di coesione nei rapporti tra i capi e i soldati esse erano poco idonee al combattimento, specie a quello offensivo; per mancanza di addestramento erano impiegate sotto il fuoco nemico formazioni incompatibili con la potenza delle armi moderne. In sintesi le divisioni di riserva e i reparti che le componevano, all'inizio della guerra, erano agglomerati di capi e soldati e non unità, nel senso etimologico della parola". Senza giri di parole il generale Mangin: "Sans doute, l'organisation des réserves était insuffisante, dans l'armée française".

Nel clima socioculturale, ideologico e politico dell'epoca, era comune, profondo convincimento dell'élite militare e politica europea che la guerra si sarebbe conclusa in qualche mese, con poche, risolutive battaglie campali, e l'occupazione della capitale nemica, come era avvenuto nelle guerre dell'Ottocento. Anche negli ambienti marinareschi aleggiava lo stesso spirito, il sogno dell'unica, grande, risolutiva battaglia. L'ammiraglio Castex, massimo teorico navale francese, fondatore della Jeune école scriveva negli anni venti: "Uscire dal porto, portarsi direttamente contro il nemico, stringerlo nella battaglia tanto desiderata, erano queste le nostre vive ed intime aspirazioni. Questa linea di condotta ci sembrava la più semplice e la più sincera, ed è in queste condizioni di spirito che gran parte di noi entrò in guerra nell'agosto 1914". Queste certezze erano condivise anche dalla classe politica, di cui si faceva interprete il presidente della Repubblica Armand Fallières nel 1912: "Siamo determinati a marciare diritti contro il nemico senza esitazioni […] soltanto l'offensiva si addice al temperamento dei nostri soldati e deve a noi consacrare la vittoria". 1870, 1914, 1939 tre guerre nelle quali il pensiero strategico francese non si dimostrò capace di risolvere le problematiche proposte, i generali francesi sbagliano tutte le previsioni, con conseguenze catastrofiche.

Necessario complemento della guerra era il dispregio e la delegittimazione per il nemico. In un articolo pubblicato sulla Revue militaire générale del 1908 Haut le cœurs! a firma di X*** osservato che: "Dopo 36 anni noi viviamo sotto l'impressione della nostra sconfitta", si passa a una metodica disistima dell'avversario. Gli ufficiali erano caratterizzati da una insolente sicumera e da una folle presunzione, quelli della cavalleria non erano all'altezza di quelli francesi, lo stato maggiore non era all'altezza dei vincitori del 1870, e: " […] plusieurs se sont montrés à peine mediocre", il soldato lento e mancante di iniziativa. Il direttore ci metteva del suo: "Dopo il 1871 abbiamo fatto progressi enormi e abbiamo distaccato i Tedeschi in tutto ciò che riguarda l'istruzione, la tattica e i materiali". Sempre sulla stessa rivista il commandant Vuillemot, con notevole ottimismo, tuonava: "E' con l'uomo che noi vinceremo le battaglie, la vittoria sarà non di chi avrà i migliori armamenti ma di chi avrà polmoni più solidi e il cuore più forte".

La disistima veniva da lontano. Il commandant Mances dell'École d'application de l'artillerie et du génie, prima della clamorosa sconfitta austriaca del 1866 sosteneva la superiorità dell'esercito austriaco su quello prussiano: "[L'armée prussienne] C'est une organisation magnifique sur le papier, mais un instrument douteux pour l'offensive. […] Après la France, l'Autriche occupe le premier rang comme puissance militaire. […] (12). L'esito della guerra non gli fu di conforto e, presumibilmente, non ne aumento il prestigio tra i suoi allievi.

Foch alla scuola di guerra sosteneva, basandosi su presunte innate caratteristiche etniche, che il soldato francese era indiscutibilmente superiore a quello tedesco per qualità di razza, attività, intelligenza, slancio, mancanza di impressionabilità e altissimo sentimento nazionale. Clemenceau in un articolo del 4 luglio 1913 su L'Homme libre: "Notre soldat est le meilleur" anche se: "il nous faut la préparation, et sur ce point nos adversaires éventuels nous sont incomparablement supérieurs". Ma Foch era un uomo intelligente e sosteneva che gli ufficiali tedeschi avevano: "Unità di vedute, attività, iniziativa, confidenza, solidarietà, tali erano le forze che animavano a tutti i gradi l'esercito prussiano." che, va aggiunto, restava sempre il modello di riferimento dell'Armée. Ma la supponenza affiorava quando dichiarava al capitano Richert, all'epoca professore di lingua germanica all'École supérieure de guerre, che non si era ricavato un grande vantaggio a tradurre libri pubblicati da ufficiali tedeschi perché culturalmente inferiori.

Nel 1900, il commandant Émile Manceau, sotto il quale si nasconde Émile Mayer, nel suo Armées étrangères. Essai de psychologie militaire scriveva dell'autonomia di cui godevano gli ufficiali ai quali veniva lasciata: "la bride sur le cou" e che: "[…] forment un corps uni, homogène, dont tous les éléments se valent, dont toutes les parties se tiennent", con comandanti di compagnie che avevano la massima libertà nell'addestramento delle truppe. Continuava asserendo che da questa folla di onesti specialisti emergeva un'élite, generali di grande valore, che univa a queste qualità una scienza approfondita, un giudizio dritto, un'intelligenza penetrante, qualità che nessuno poteva loro contestare. Conclude sostenendo che i Tedeschi non erano superiori per la potenza delle loro armi o delle loro artiglierie, né per le loro fortificazioni o per la loro aeronautica ma: "Où ils nous sont supérieurs, c'est dans l'art de mettre en œuvre le matériel et le personnel dont ils disposent. Gli ufficiali formano un corpo unito, omogeneo, laborioso, che si applica al lavoro, che non fa niente alla leggera, con una istruzione uniformément bonne". Per i sottufficiali il giudizio è stranamente negativo: "forment une classe médiocre" e non sono ben considerati né dai superiori né dagli inferiori, tenuti in: "étroitement en tutelle par son chefs". Strananemente il giudizio era peggiorativo in quanto nel 1870, si legge sulla Revue militaire française, che: "sont arrivés cependant à avoir des sous-officiers suffisants, souvent même bons" (13). Per i soldati si osservava che i reggimenti erano formati da reclute provenienti dalla stessa regione "Sans grande vivacité […] malleable, […] peu disposée a la révolte"., "revolte" che non dovrebbe caratteristica dei soldati di tutti i paesi. Nel calore della guerra, siamo nel 1917 il giudizio si attenua: "[…] que la plupart des officiers allemands n'ont ni ouverture d'esprit ni culture développée; mais ils s'appliquent tous avec acharnement à la pratique de leur métier: ils l'aiment beaucoup; ils le connaissent bien; ils en ont une haute idée".

Sul campo i "boches", termine che nacque dalla diminuzione di d'Alboche, antica tribù germanica, non si dimostreranno inferiori in queste qualità e saranno superiori per l'addestramento. Scriveva il generale Malleterre nel 1915 su Le Temps: "Superiorità strategica, superiorità numerica, superiorità di materiali, tali sono le caratteristiche identiche delle due offensive germaniche del 1870 e del 1914". In precedenza, vanamente l'addetto militare a Berlino generale Silvestre, che aveva seguito la guerra russogiapponese, aveva evidenziato lo stato della preparazione germanica, segnalando che tutti i progressi scientifici erano stati valutati dallo stato maggiore. La storia si ripete.

Sul carattere del soldato germanico i pregiudizi perdurarono anche nel dopo guerra se un intelletto superiore come Mayer, allora tenente colonnello, nel 1924 sosteneva che: "Una certa pesantezza congenita priva il soldato tedesco di agilità e prontezza […] Il suo spirito manca di iniziativa […] inerzia fisica e intellettuale […] il soldato germanico ha un fondo di inerzia" (14). Si può aggiungere che la superiorità francese sulla Germania veniva riconosciuta anche da uno scrittore italiano, Francesco Savorgnan di Brazzà, che, riferendosi all'aeronautica, asseriva essere i Tedeschi: "Un altro popolo, di genialità indiscutibilmente minore" e definiva il soldato germanico: "mediocre appena riprende la sua individualità" (15). I soldati tedeschi non erano solo inferiori a quelli francesi ma addirittura puzzavano. Il generale Ambert, che scriveva sulla guerra del 1870, attribuiva loro:"[…] odeur particulière […] âcre mélange qui s'attacchait aux meubles et aux murs et circulait dans l'air" (16). A suo onore va riconosciuto che non attribuì a questa caratteristica olfattiva la vittoria.

La supponenza nella valutazione del nemico, prossimo o futuro, non si limitava agli apparati militari francesi. L'americano Fletcher Pratt sosteneva nel 1939 che i giapponesi non erano grandi aviatori perché miopi e l'addetto navale britannico a Tokio nei dispacci degli anni 1934-1935 li valutava "lenti d'intelletto" (17). Fu Churchill a riconoscerne il valore dopo Pearl Harbour: "E' doveroso rilevare lo spietato valore professionale degli aviatori giapponesi. Alle ore 8,25 la prima ondata di aerei siluranti e di bombardieri in picchiata avevano inferto il loro colpo. Ale ore 10 di mattina la battaglia era finita e il nemico si ritirò, lasciando alle spalle una flotta sconquassata, velata da una nuvola di fumo e di fuoco, e la vendetta degli Stati Uniti". Per carità di patria, si tace sui giudizi della classe militare e politica italiana sulla Grecia alla vigilia dell'invasione del 1940. Questi capi, ai quali va riconosciuto l'originalità del pensiero, erano seguiti dalla maggioranza dell'ufficialità che condivideva le loro idee o si adeguava per sconoscenze tecniche, per quieto vivere, per motivi di carriera, per la scarsa propensione ad esporsi con idee non convenzionali. Nella loro mediocre attività culturale si associavano ai capi.

In un breve panorama vanno ricordati il capitano Gamelin, raffinato autore di uno studio filosofico sull'arte della guerra, futuro illustre sconfitto della seconda guerra mondiale che, rifacendosi a Foch, di cui era la creatura, scriveva:" […] possediamo una dottrina migliore e un metodo migliore" (18), il capitano Culmann che arrivava a dire che l'iniziativa degli ufficiali tedeschi era dovuta alla difettosa dottrina di guerra germanica (19), il tenente colonnello Paloque che, pur lamentando la pochezza dell'artiglieria pesante nei confronti di quella tedesca, notava, con l'immancabile entusiasmo per il 75, che quella tedesca era erroneamente decentralizzata alla divisione mentre la francese era centralizzata presso il corpo d'armata (20). A questo proposito il generale Percin rilevava la mancanza di collegamenti tra fanteria e artiglieria, con la seconda che tendeva ad affrancarsi dalla prima, incoraggiata dal regolamento di manovra d'artiglieria del 1903 e reclamava l'intervento delo stato maggiore per fissarne la missione (21), e ancora nel suo L'artillerie au combat (22) lamentava che nel corso delle manovre del 1911 gli artiglieri non avevano tenuto conto degli ordini dello stato maggiore dell'esercito e invitava il ministro a porre fine all'anarchia. Aggiungeva che l'artiglieria voleva aiutare la fanteria: "[…] ma come un gran signore che non intendeva ricevere indicazioni da nessuno". L'autorevole professore dell'arma d'artiglieria all'École supèrieure de guerre colonnello Fayolle piccato ribatteva che: "Gli artiglieri non erano più stupidi dei fanti e che se avessero avute delle buone posizioni avrebbero saputo ben scegliere i loro bersagli". Aggiungeva che l'artiglieria era un'arma completa dotata di un potere offensivo che permetteva in certi casi di realizzare gli obiettivi del comando "senza mettersi a rimorchio di altre armi". Lo spirito di corpo sicuramente non faceva difetto a questi guerrieri.

La guerra risolverà tutte le "querelles". I comandanti delle divisioni di fanteria disporranno il posizionamento delle bocche da fuoco, gli obiettivi da battere, l'entità del fuoco. In ossequio alla dottrina ufficiale il maggiore De Pardieu nel suo Étude critique de la tactique allemande del 1912, riportato in Machine warfare di J.F.C. Fuller, scriveva, riferendosi alla guerra russogiapponese: "In una guerra tra la Francia e la Germania, noi non prevediamo un tale genere di combattimento [ossia la guerra di trincee]. Le piazzeforti sono già abbastanza numerose e un esercito che si limitasse a una situazione difensiva in modo permanente, si voterebbe alla distruzione. […] I combattimenti nei campi trincerati, come quelli che ebbero luogo a Plewna o a Mukden, non avranno mai luogo contro gli eserciti francesi". Della produzione del maggiore De Pardieu si può dire che, con stupefacente capacità, sbagliò tutte le previsioni sul futuro e ormai prossimo conflitto.

Lo storico inglese riporta un'altra previsione francese, senza indicarne la fonte: "La guerra sarà di corta durata e fatta con rapidi movimenti ove la manovra giocherà un ruolo preponderante: sarà una guerra di movimento. Nella prima fase il combattimento si svolgerà tra le fanterie, la vittoria arriderà a chi avrà les plus grands bataillons. L'esercito dovrà essere forte in uomini e non in materiali. L'artiglieria non sarà che un'arma accessoria avente per sola missione di appoggiare l'attacco della fanteria. Per svolgere questa missione vi sarà bisogno di una artiglieria di portata limitata perché le sue principali qualità saranno la rapidità di tiro. […] Nella guerra di movimento gli ostacoli che essa incontrerà saranno poco importanti: l'artiglieria di campagna avrà la potenza sufficiente per batterli! Per seguire la fanteria da presso, il materiale dovrà essere leggero, pratico e facile da manovrare. La necessità di un'artiglieria pesante si farà sentire raramente e, al fine di parare tutte le eventualità, sarà saggio avere qualche batteria di questo genere. Queste batterie dovranno essere relativamente leggere per conservare una certa mobilità, ciò che esclude l'impiego di calibri pesanti e di materiali possenti. Una batteria di quattro pezzi da 75 possiede una efficacia assoluta su un fronte di 200 metri; non è dunque necessario d'aggiungere il tiro di più batterie".

Le guerre di Napoleone erano l'unica fonte battesimale dell'ufficialità francese, le sue teorie costituivano il leitmotiv di tutti gli studi. Scriveva Foch: "I nostri modelli e gli avvenimenti sui quali costruiamo la nostra dottrina noi li demandiamo alla Rivoluzione e all'Impero". Il generale Debeney, direttore dell'École de guerre, concordava, l'École supérieure de guerre aveva avuto, come base dei suoi insegnamenti, lo studio delle campagne napoleoniche. Si potrebbe aggiungere che studiavano Napoleone il Grande ma si comportarono come Napoleone il Piccolo, secondo la definizione di Victor Hugo. Il duello tra la "scuola del morale" e la "scuola del fuoco", la diatriba dell'offensiva ad oltranza contro la battaglia difensiva-controffensiva si trascina per i primi anni del nuovo secolo. La vittoria della prima sarà pagata nella guerra che si sta avvicinando. Questi uomini saranno pesati sulla bilancia della storia.

Capitolo quinto: gli eretici

Solo una esigua schiera di "eretici", anche alla luce di due guerre combattute su lontani campi di battaglia, osteggiò l'ormai ufficiale dottrina. La guerra angloboera (1899-1902) nella quale le forze britanniche furono a lungo tenute in scacco e la guerra russogiapponese, una Grande Guerra in piccolo, risoltasi con la clamorosa sconfitta della Russia, la seconda guerra, dopo quella conclusasi a Adua, in cui un popolo non europeo sconfisse gli invincibili "Bianchi". Entrambe suscitarono grande interesse negli ambienti militari ma, naturalmente, vennero interpretate in base a interessati, personali principi strategici.

La guerra angloboera si svolse dal 1899 al 1902. I Britannici avanzarono facilmente sino alla fine dell'anno 1899, poi furono respinti e assediati in Ladysmith, Kimberley, e Mafeking. Dopo qualche mese queste città furono liberate, nella primavera del 1900 lo stato libero d'Orange fu annesso, a settembre stessa sorte per il Transvaal. La vittoria sembrava ormai assicurata ma i Boeri passano alla guerriglia che terminò solo con la pace di Vereenigin del maggio 1902, una pace costruita su 45.000 caduti ma ora un cittadino britannico poteva andare da Città del Capo a Baghdad sempre protetto dal'Union Jack. Fu l'ultima conquista militare dell'impero britannico il cui sviluppo terminò con i mandati della prima guerra mondiale. La guerra russogiapponese (1904-1905) iniziò con un attacco a sorpresa della marina giapponese, seguita dalla conquista di Port Arthur, dalla sconfitta di Mukden per terra e di Tsushima per mare. Un paese non "bianco" diventa una grande potenza militare.

Il generale François Oscar de Négrier, appartenente a una famiglia di militari, combattente e ferito due volte nella guerra del 1870, fu uno dei tanti ufficiali che, insofferente della vita di guarnigione, fece carriera nelle colonie, combattendo valorosamente in Algeria e nel Tonchino. Generale di divisione a 45 anni, comanda un corpo d'armata ed entra nel Conseil supérieur de la guerre. Indipendente nelle sue idee, esprime le sue concezioni in totale opposizione alle tesi ufficiali in una serie di articoli sulla Revue des deux mondes, una delle più prestigiose e autorevoli riviste dell'epoca con un'acutezza di vedute particolarmente apprezzabile nel conformismo generale.

Nel 1902 scrive sulla guerra boera in un articolo sotto anonimato "Quelques enseignements de la guerre sud-africaine (23) che si sunteggia brevemente. L'inizio è uno squillo di battaglia contro: "Certains professeurs d'art militaire", evidente riferimento a Bonnal e Langlois, che legati ai principi dell'arte napoleonica rifiutano ogni insegnamento dal conflitto e: "s'obstinent à vouloir appliquer avec les armes nouvelles les procedés d'autre-fois" e parlano di attacchi "decisives" portati avanti con "des musiques et des tambours battent la charge", dimenticando il principio napoleonico: "Un esercito deve cambiare tattica ogni dieci anni".

Segue una breve descrizione delle modalità dei combattimenti, ove, per la prima volta, si era riscontrato che la direzione delle operazioni sfuggiva agli ufficiali superiori e restava nelle mani di qualche ufficiale inferiore o di graduati. All'inizio gli Inglesi attuarono la tattica classica dell'epoca. Preceduta da un intenso fuoco delle bocche da fuoco, la fanteria partiva all'attacco, baionetta in canna, avanzando in dense colonne. I risultati furono raggelanti, le perdite altissime. La fanteria non riusciva ad avanzare in vasti spazi aperti contro tiratori con un elevato livello di efficienza, quasi invisibili, in grado di colpire bersagli fino a 800 metri. L'artiglieria si dimostrò impotente contro un nemico accuratamente mimetizzato, in formazioni estremamente diluite, ancorato al terreno in trincee su due linee comunicanti tra loro. Dopo sanguinosi rovesci, l'esercito inglese corse ai ripari. Si eliminarono le parti metalliche e le insegne di grado, le sgargianti giubbe rosse furono sostituite da giubbe beige chiaro, le attrezzature ridotte all'essenziale, gli ufficiali, su ordine del nuovo comandante Lord Roberts, veterano delle guerre indiane, rinunciano, senza proteste, alla spada, si attuarono procedure tattiche più razionali. L'artiglieria, mimetizzata e ben protetta da improvvisi attacchi, i Boeri erano magnifici cavalieri, svolse meglio il suo compito, la fanteria avanzò in formazioni estremamente diluite sfruttando le pieghe del terreno, strisciando con "adhérence au sol", quando necessario.

L'autore riporta le conclusioni a cui arrivarono i capi britannici, ammaestrati dalle esperienze belliche. La fanteria non poteva combattere che strisciando per terra quando si giungeva a breve distanza dal nemico. La potenza della fucileria e l'invisibilità degli obiettivi rendevano impossibili gli "attaques brusquées". La cavalleria non era in condizioni di caricare in massa, non era in grado di effettuare ricognizioni, per la portata del fuoco poteva solo combattere a piedi. Di conseguenza, lance, spade e carabine furono sostituite col fucile della fanteria. Gli effetti dell'artiglieria su soldati al coperto erano insufficienti. L'esercito dimostrò una impreparazione che fu duramente stigmatizzata dalla Commissione Stanley, la quale però non fa cenno all'abissale insipienza ma forse è meglio parlare di imbecillità dei capi. Le iniziali sconfitte britanniche raggiunsero il culmine nella "Settimana nera" (nove-quindici dicembre 1899), il British War Office sentenziò: "I combattimenti nell'Africa del Sud hanno mostrato la superiorità delle tattiche adottate dai commandos boeri, che privilegiano i raid, anche per la resistenza dei loro cavalli nel veld. Se i Britannici vogliono vincere la guerra, occorrono degli uomini rudi, abituati alla vita all'aperto, capaci di cavalcare, di sparare e di trovare ripari in quelle selvagge contrade". Fu allora che si ricorse a reparti canadesi della Polizia a cavallo del Nord-Est, soldati a cavallo, armati di fucili, rotti a ogni disagio che contribuirono alla finale sconfitta boera. Fu questa la prima volta che forze canadesi parteciparono a operazioni oltremare.

Négrier si pone una domanda. Che cosa avverrà delle prescrizioni dei regolamenti europei fondati sull'osservazione del nemico e sui metodi di combattimento e regole di impiego di fronte a un avversario invisibile? Le truppe che non vedono il nemico davanti lo vedono dappertutto e una volta appiattite al suolo era cosa estremamente difficile farle avanzare, non essendo sufficiente il coraggio dei capi che si esponevano all'inpiedi al fuoco, dando così indicazioni sulla posizione delle truppe. Rileva Négrier che gli eserciti impennacchiati non sono più dei nostri tempi, si voglia o no la guerra obbligherà: "les esthètes du costume militaire à renoncer à leurs fantaisies […] épargnant beaucoup de sang". Il ricordo va ai pantaloni "rouges" dei "poilus" del 1914.

Il vecchio coloniale riassume le sue idee. L'apparizione della polvere da sparo senza fumo, della mitragliatrice, dei cannoni a tiro rapido, pongono nuove problematiche che non possono essere ignorate dalla dottrina ufficiale, basata sull'attacco frontale. Moltke era dello stesso avviso quando osservava che il perfezionamento o l'entrata in campo di nuove armi aumentava il vantaggio della difensiva sull'offensiva, come l'inglese Callwell, autore di "Tactics of today" scritto dopo la guerra anglo-boera: "L'attacco ha perduto gran parte dei suoi vantaggi nelle moderne condizioni della guerra". Di questa guerra, nella quale per la prima volta nella storia delle armi la mimetizzazione assume un peso eccezionale, Négrier degli eterni principi della strategia: morale, fuoco, urto, sorpresa, manovra e leadership privilegia i primi due.

Il generale Marmont definiva il morale: "un fattore misterioso che fa che un uomo ne vale dieci e che dieci non valgano uno". Il morale, sotto un fuoco sempre più infittito, da distanze sempre maggiori, diventa un fattore primario per il soldato, superiore addirittura agli armamenti. Coraggio e iniziativa, sono sempre più necessari di fronte alla: "puissance du fusil […], invisibilité de l'ennemi et de la mort qui frappe sans prévenir", mentre si avanza in spazi aperti nella: "zone des feux rapprochés". Del fuoco sostiene che è un: "facteur très important, dont il serait dangereux de ne pas avoir prévu les effets". Di conseguenza occorre potenziare l'artiglieria per: "combiner les effets de pièces très puissantes avec ceux de l'artillerie légère à tir rapide", evidenziando della prima la lenta cadenza di tiro e la ridotta mobilità e di quella leggera la necessità di un: "appui direct des troupes d'assaut". La "nuova" battaglia comporta la trasformazione radicale della cavalleria essendo impossibile, con l'aumento del volume e della gittata dele armi, spada in pugno e bandiera al vento la classica carica. All'urto andava sostituito il fuoco, di qui la necessità del potenziamento dell'arma da fuoco in dotazione. Il cavallo, il glorioso cavallo, era solo un mezzo di spostamento rapido sul campo di battaglia di quella che era diventata una fanteria a cavallo.

La tattica doveva subire in conseguenza profonde mutazioni e trasformarsi in una "guerre de rideaux", una "guerra di cortine" con formazioni in linea invece che in colonna, con una densità molto ridotta e: "opérations combinées de nombreuses colonnes mixtes" che si portavano sull'obiettivo da direzioni diverse. Ingaggiato il nemico, mentre una colonna lo fissava sul terreno le altre lo aggiravano sui fianchi. Négrier termina l'articolo sostenendo che con questa tattica il generale lord Roberts acquisì la vitttoria, rinunciando agli attacchi frontali. In verità la vittoria fu dovuta solo in minima parte ai nuovi sistemi tattici, ma principalmente a una schiacciante superiorità numerica, all'applicazione della tattica della terra bruciata con il sistematico incendio delle fattorie dove i guerriglieri potevano trovare rifugio e alla costituzione di enormi campi di concentramento nei quali vennero riuniti, con un'altissima mortalità, calcolata in circa 27.000 decessi, donne e bambini boeri. Va ricordato il generale Sheridan: "E' difficile piegare un popolo di combattenti risoluti e coraggiosi; ma mettete alla fame le loro donne e i loro bambini, e vedrete i fucili cadere dalle mani dei soldati". Il mare in cui nuotavano i guerriglieri si andava prosciugando. Fu una guerra anomala perché i Boeri, uomini valorosi, dotati di qualità belliche al di fuori della norma, applicavano tattiche possibili solo negli sconfinati paesaggi del Sud Africa.

Colpisce nello scritto del vecchio generale la mancanza di accenni al filo spinato, usato per la prima volta per ordine di Lord Kitchener per proteggere le infrastrutture delle retrovie. Sulla stessa linea era Jean de Bloch il quale nell'articolo Bilan des manœuvres d'àprés les leçons de la guerre du Transvaal pubblicato nel 1901 sulla Revue scientifique sosteneva l'importanza capitale delle esperienze della guerra angloboera che aveva infranto il principio "l'offensive seule pouvait assurer le succès", sostenuto dai capi militari. Citava la dichiarazione del l segretario di Stato britannico Brodrick in Parlamento: "I risultati della guerra nel Transvaal sont de nature à consolider la paix européenne; perché essi provano che un petit nombre de troupes armate di armi moderne, se tenute sulla difensiva può resistere per lungo tempo ad avversari ben più numerosi e infliggere loro delle perdite cruenti". Concludeva a proposito delle grandi manovre: "En definitive, la défensive a pris le déssus l'offensive. E invece nelle grandi manovre non si è visto que le contraire".

A difesa della dottrina ufficiale scesero coralmente in campo i generali Bonnal e Langlois e il capitano Gilbert i quali affermarono che la potenza del fuoco era già stata dimostrata dalla guerra del 1870 e ribadivano il primato dell'offensiva sulla difensiva, attribuendo il fallimento degli attacchi ai limiti professionali degli alti gradi britannici che non avevano saputo dispiegare tutto il ventaglio dei loro mezzi nello scacchiere africano, limiti sui quali, in verità, non vi era possibilità di discussioni.

Il capitano Gilbert, sottotenente di artiglieria nel 1870, promettente ufficiale di stato maggiore che, dopo aver superato brillantemente i corsi della scuola di guerra, aveva lasciato l'Armée per gravi motivi di salute dedicandosi all'attività di pubblicista, rincarava la dose. Nel suo La guerre sud-africaine del 1902 (24), onorato da una prefazione del generale Bonnal, rilevava la "disjonction complète entre […] la préparation et l'assaut", in un: "combat parallèle dans toute son enfantine simplicité", senza punti d'attacco decisivi, senza ripartizione delle forze. Giudicava i comandanti mediocri come i reparti che, privi di baionetta, non attaccavano a fondo. Aggiungeva che bisognava coordinare: "de manière violente" il fuoco dell'artiglieria e della fanteria e il movimento della fanteria. Ma, errore incolmabile, non erano stati applicati i canoni della scuola napoleonica, canoni forieri di sicuri successi: "Ses leçons étaient toujours neuves, toujours fécondes".

Sulla guerra, Bonnal (25) aveva le idee chiare. Si trattava di una guerra coloniale i cui insegnamenti non potevano essere generalizzati e ricordava che i generali reduci dall'Algeria si erano dimostrati nel 1870 non all'altezza in un teatro europeo e vaticinava, ma non era l'unico, che nella prossima guerra: "Se produire de très grandes charges de cavalerie". Si potrebbe aggiungere che quanto a mediocrità i non "reduci dall'Algeria" non si dimostrarono più dotati.

L'artigliere Langlois faceva notare la pochezza di quella boera e il pessimo utilizzo di quella inglese. Le batterie, secondo i canoni della dottrina ufficiale francese, andavano impiegate in massa, con la concentrazione immediata di tutte le bocche disponibili, con "portée décisive" a 3000 metri circa, massima rapidità di fuoco, posizioni coperte e mimetizzate, tiro indiretto, con ripartizione dei pezzi su tutto il fronte e non sugli obiettivi da combattere. Stabiliva anche l'assunto che l'artiglieria era efficace solo contro truppe allo scoperto, citando i bombardamenti di VaalKrantz e Magger's-Fontein dove la fanteria boera al coperto aveva respinto gli attacchi inglesi in formazioni compatte dopo 24 e 36 ore di bombardamento. Valutava in modo negativo gli obici per la debole penetrazione dei proiettili e per la mancanza di precisione, quanto all'artiglieria pesante, in sintonia con la dottrina, la ritiene semplicemente inutile anche contro truppe ricoverate in: "fortifications légères de campagne". Dava spazio alla mitica baionetta, in grado di mettere in fuga l'avversario con la sola minaccia.

Un altro generale dello stesso spessore, Fournier, sosteneva che: "la mitrailleuse ne s'est pas signalée spécialement par ses services dans la guerre sud-africaine, et son emploi dans les conditions ordinaires d'une campagne d'Europe semble peu recommandable". Ricerche sulla futura carriera di Fournier, sono rimaste infruttuose. Nello stesso 1902, Négrier lancia un serrato attacco alla cavalleria sempre sulla >Revue des deux mondes (26). Iniziava criticando le manovre dell'arma che, sempre più chiusa nel suo isolamento, aspira a diventare un corpo autonomo col massimo numero di divisioni indipendenti, nell'illusione di operare da sola "in grandi masse" per i futuri cimenti, facendosi forte del Réglement del 31 maggio 1892: "Queste divisioni o brigate possono essere riunite in corpi di cavalleria" e del successivo 28 maggio 1895. Annota acutamente che la formazione di grandi reparti limitava la mobilità, anche per la necessità di dotare ogni divisione di 150 vetture con la necessaria scorta.

L'arma, feudo di rampolli di grandi famiglie, secondo Monteilhet era particolarmente ricca nei quadri, un "énorme" stato maggiore circondava il colonnello comandante e lo squadrone contava su due capitani. Nelle grandi manovre del 1897 operò, per l'ultima volta, in unione con la fanteria e l'artiglieria, ma quando il comando supremo venne assunto da un ufficiale superiore fautore dell'indipendenza dell'arma, si arrivò ai corpi di cavalleria, con l'autorizzazione del ministro della Guerra. Finalmente il 12 maggio 1899 il nuovo regolamento dell'arma consacrava la riunione di tutte le divisioni in un unico corpo unitamente all'artiglieria a cavallo. Vi era però una concessione alle armi da fuoco: "L'impiego della carabina combinato con il modo d'azione normale della cavalleria assicura la sua indipendenza e sviluppa le sue qualità offensive", ma in pratica l'addestramento al fuoco con le carabine veniva negletto. Négrier, irriducibile nei suoi convincimenti, notava che le manovre della cavalleria comportavano solo inutili spese e perdite di tempo, come risultò in quelle del 1902 quando inverosimilmente la cavalleria attaccò una linea di artiglieria. Napoleone osservava che tutta la cavalleria doveva avere in dotazione un'arma da fuoco e manovrare a piedi. I suoi tardi ammiratori dimenticarono questo pensiero. Dodici anni dopo la cavalleria tedesca non accettò, con sdegno dei cavalieri francesi, di combattere secondo i princìpi consacrati nei regolamenti francesi.

Négrier continua nella sua lotta sempre firmandosi con tre asterischi, in un lungo articolo pubblicato nel 1904 sulla stessa rivista (27). I "doctrinaires" che avevano attribuito la sconfitta del 1870 ai generali: "Nos désastres ne pouvaient donc provenir que de l'ignorance des généraux", non avevano tratto nessuna lezione dalla guerra boera e da quelle successive, nella sicurezza che, con i princìpi napoleonici, la vittoria era assicurata. Il combattivo generale contrastava questa giustificazione, perché la sconfitta era stata la somma di una serie di cause che non venivano approfondite. Estende la critica ai metodi di attacco della fanteria con: "les formations à employer pour diriger ces marches à l'holocauste". Dell'artiglieria evidenziava l'organizzazione in grosse masse nelle grandi manovre sul campo di Châlon dal 1884 al 1897, che sarebbero state possibili solo nelle pianure della Champagne. Per l'arma a cavallo insisteva nella critica alla riunione in un unico corpo. Per la scuola di tiro della fanteria stigmatizzava la teoria della "gerbe", che si può tradurre con fascio, ossia un volume di fuoco sullo stesso obiettivo di un gruppo serrato di tiratori che opera con lo stesso alzo dei fucili, con la paradossale conclusione che l'istruzione dei tiratori non ha che un'importanza minima in quanto solo la condotta "a fascio" del fuoco portava a risultati. Scartata la realtà della guerra i "doctrinaires" non si arrestano più. La battaglia tipo appare divisa in parti come i dramma. Presa di contatto, ingaggio della avanguardia, schieramento, combattimento d'usura, preparazione dell'attacco, attacco decisivo, inseguimento o ritirata. Un insieme di disposizioni scientifiche e quindi indiscutibili alle quali il nemico non può che sottostare. É la battaglia "mise en formules". Tutti questi princìpi, per dare loro maggior peso, sono attibuiti a Napoleone e quindi nelle grandi manovre si consideravano "heretiques" i capi che contestavano la dottrina dei fronti ristretti e della grande intensità delle truppe.

Négrier citava un articolo della National Review del novembre 1903 del feld maresciallo Goltz, il quale a proposito della guerra angloboera scriveva che non faceva che confermare l'esattezza degli antichi princìpi: "Gli insegnamenti della guerra africana hanno conseguenze più profonde di quelle che appaiono a un esame superficiale. La guerra boera marca un'epoca nella storia della guerra. Per la prima volta questa guerra ha fatto scomparire il principio che la guerra possa essere vinta con l'impiego di truppe in massa, principìo che ci è stato trasmesso dalle campagne di Napoleone. In quell'epoca gli eserciti erano numerosi e un soldato valeva un altro. Occorreva solo metterne insieme il maggior numero in un piccolo spazio e la vittoria era del più forte. […] La guerra sudafricana ha dimostrato che il semplice, meccanico raggruppamento di truppe non esercita alcuna azione sui campo di battaglia di oggi. […] La fanteria in ordine serrato e in formazione profonde ha meno chance di impadronirsi di una posizione del nemico che una linea di tiratori ben condotta che avanza arditamente e risolutamente. Il fucile a tiro rapido produce un aumento dell'intensità del fuoco senza il sacrificio di un più alto numero di uomini. Altra lezione la forza difensiva straordinaria che si sviluppa contro gli attacchi". Del feldmaresciallo va ricordato che fu autore di due opere La nazione armata e Della condotta della guerra che ebbero vasta eco negli ambienti militari europei e fu uno dei primi a parlare nella Nazione armata dello spazio vitate, il "Lebensraum", da conquistare per le generazioni future, spazio necessario alla loro vita e che portò allo spazio di una tomba per molti, moltissimi di loro.

Continua Négrier che tutte le considerazioni del Goltz erano riportate nel Règlement del 1875. Ribadisce che la guerra era contro un nemico invisibile, che alla cavalleria non si doveva chiedere il sacrificio con cariche inutili, che la fanteria doveva servirsi del terreno come di uno scudo. Conclude osservando che è vero che i principi dell'arte militare sono eterni, ma i fattori con cui quest'arte ha da confrontarsi sono sottomessi a una evoluzione costante.

Nel 1906 il generale in un articolo, questa volta a sua firma, valuta, analizzando i rapporti degli osservatori, le risultanze della guerra conclusasi con una inaspettata vittoria giapponese contro il colosso russo che, come quella boera, si era svolta in regioni lontanissime e deserte (28). Della fanteria accertava l'impossibilità di farla seguire da presso dall'artiglieria d'accompagnamento per le perdite cui veniva sottoposta. Le riserve poi dovevano avanzare: "en ordre demi-deployé, avec des intervalles entre les unités".

Sull'artigliera sottolinea che si era manifestata la necessità dell'aumento di quella pesante e che i pezzi operavano da posizioni defilate perché se visibili: "en quelques instants elles se trouvaient, mises dans un tel état, qu'il n'était pas possible de les retirer du champ de bataille". Era emersa la superiorità di quella giapponese che aveva operato con i canoni dell'impiego a massa. Per la prima volta nel corso di combattimenti si era rilevato che il consumo di munizioni: "a depassé de beaucoup toutes les previsions", a scapito della velocità delle operazioni. Nel conflitto ormai imminente il consumo diventerà tra lo stupore generale uno dei più grossi problemi negli opposti campi. Segnalava l'utilità dei mortai e delle mitragliatrici: "car elles permettent de tenir solidement des espaces étendus avec peu de monde".

Dichiarato nemico della cavalleria nelle concezioni in auge, premette che nei combattimenti l'uso della spada e della lancia era stato limitato, in quanto di norma gli scontri avvenivano con armi da fuoco. Contro la fortissima cavalleria zarista i giapponesi schieravano impenetrabili distaccamenti delle tre armi, che si difendevano con l'impiego razionale del fuoco. L'uso dei palloni, come quello dei riflettori, era stato da entrambe le parti, estremamente limitato. Il giudizio sull'esercito russo era sostanzialmente negativo, cosa preoccupante alla luce degli stretti vincoli che univano i due paesi contro la Germania. Il culto della baionetta, dettato da Suvaroff in un celebre motto, era imperante. La fanteria combatteva sempre con le baionette innestate. Nelle trincee i soldati si addensavano invece di diradarsi, nessun ammaestramento era stato ricavato dalle guerre precedenti e dalla tattica russa nessun insegnamento si poteva ricavare. Riecheggia l'eterna storia del soldato russo o sovietico che paga col suo sangue l'incapacità o lo sprezzo della vita umana dei suoi capi. Per i Giapponesi le note sono positive. Si rileva un estesissimo uso dello spionaggio, una fanteria che, dopo le prime gravissime perdite dovute all'avanzata su quattro linee, le prime due composte di tiratori, la terza su due ranghi, la quarta in colonna, avanza a catena, usando il terreno in maniera sagace. Gli ufficiali percepirono che l'attacco frontale alla baionetta era ormai impossibile e che gli attacchi notturni erano più redditizi. Si legge in un rapporto russo: "il font corps avec la terre […] leurs troupes ont rampé sur le sol pendant des centaines de metres".

Il generale, premesse le rituali citazioni di Napoleone, avanzava le seguenti conclusioni con lo sguardo rivolto all'Armée. La fanteria, per la quale si era manifestata la necessità di tende da campo e di un arnese da scavo per ogni soldato, doveva essere "snellita" con l'abolizione dello zaino e degli effetti di ricambio. L'artiglieria doveva essere potenziata con grossi calibri da assegnare ai corpi d'armata, il tiro indiretto doveva essere la norma, impellente la necessità di materiale telefonico e da segnalazione. Sulla cavalleria, come al solito, picchia duro. Andava completamente riorganizzata: "elle voit dans l'équitation un but, tandis que ce n'est qu'un moyen" perché mettere piede a terra era considerato una forma di decadenza. Esortava a: "consacrer plus de temps à l'étude du combat moderne". Concludeva, dopo l'esaltazione delle forze morali dei due eserciti: "C'est bien là ce qui doit réconferter nos cœurs", con la rituale esaltazione del soldato francese sostenendo, in maniera forse troppo audace: "Il carattere del nostro soldato si adatta meravigliosamente alle necessità attuali. Il numero non decide più della vittoria […] I francesi varranno sempre dieci volte il loro numero con un capo en qui ils ont confiance et qu'il aiment".

Nel 1908, dopo la legge che riduceva a due anni la durata del servizio militare, torna sulla cavalleria (29). Va osservato che anche nel nostro generale non si fa luce il concetto che l'uomo a cavallo non ha più spazio sul campo di battaglia. Riportandosi alla guerra di Secessione americana, ma sono passati quasi cinquant'anni, la valuta "arma della sorpresa tattica […] arma indipendente […] arma dell'avviluppamento d'ala", che potenziata da cannoni e mitragliatrici, con capi che agiscano con la più grande iniziativa, spostandosi a cavallo e combattendo a piedi col fucile di fanteria e baionetta, aveva le capacità di procedere a lunghi raid nelle retrovie nemiche, distruggendo depositi e magazzini, attaccando nodi vitali, vie ferrate e di comunicazioni. Cinque anni dopo un invalicabile fossato avrebbe diviso per quattro anni i contendenti con la cavalleria addetta alla scorta dei prigionieri.

Comincia poi a picchiare sodo. Rileva che nella campagna nel sud Oranese l'arma ha patito gravi perdite senza che i risultati ottenuti li giustificano, richiede una nuova organizzazione, l'abolizione dei 13 reggimenti corazzieri con reggimenti leggeri in divisa cachi, cedendo, suprema onta per l'arma, i cavalli eccedenti all'artiglieria. Insiste, i corazzieri non hanno ragione di essere, solo la Francia li conserva. Lo sdegno è grande, aumenta quando Négrier esclude che il soldato a cavallo sia miglior combattente del soldato a piedi. Gli acri contrasti tra irriducibili ufficiali di cavalleria e avveduti critici dell'arma saranno il leitmotiv di tutti gli anni che precedono e seguono il primo conflitto mondiale.

In questa campagna contro il dottrinarismo imperante, gli "hérétiques", che addirittura si potevano definire "scismatici", sempre ostracizzati, sono pochi, pochissimi. Tra essi citiamo Berrot, Montaigne, Pétain e Mayer.

Il capo del 3° Bureau, tenente colonnello d'artiglieria Berrot, nel febbraio 1902 in due conferenze tenute allo stato maggiore dell'esercito aventi per tema le esperienze da ricavare dalla guerra angloboera si contrappone a Grandmaison e alle sue teorie su: "L'offensive à outrance et dans tous les cas" per: "l'imposssibilité d'une attaque de front, même avec des forces supérieures" di una posizione "convenablement défendue, […] l'art [consisterà] surtout à se faire attaquer". Insiste sul fattore fuoco: "C'est par le feu que l'on progresse ou que l'on est arrêté sur le champ de bataille", profeticamente aggiungeva che le nuove armi avrebbero avvantaggiato la difesa, difesa "matériellement" più vantaggiosa dell'attacco. Berrot era di una "certitude presque absolue" che i tedeschi avrebbero attaccato per primi date le difficoltà della mobilitazione. Scoppiata la guerra che era : "Avant tout une question de moral", l'eterno morale, ammoniva: "Il ne sera plus temps pour nous de changer quoi que ce soit à la préparation faite". Assoluta era la necessità di capi carismatici: "S'il se sent [il soldato] commandé et dirigé par des officiers énergiques et connaissant leur affaire, soucieux d'eviter les pertes inutiles, ayant prévu les difficultés nouvelles qui résulteront de l'effet des feux, sachant prendre, dans chaque cas particulier, les dispositions les mieux appropriées aux circostances et au terrain, on peut compter qu'il mettra toute sa intelligence pratique et avisée à appliquer dans le détail une tactique individuelle à la quelle il est merveilleusement propre […] Si, au contraire, il sent au-dessus de lui l'hésitation et la surprise, on dovrà tout redouter de ses nerfs et de son imagination".

Sulla dottrina corrrente il colonnello Montaigne osserva: "L'errore formidabile pesa su tutta l'istituzione militare. Il germe della corruzione è dappertutto, avvelenando le fonti stesse dell'azione e del pensiero. Bisogna agire secondo la formula, pensare secondo la formula, e morire secondo essa". Dopo la guerra russogiapponese scrive: "La battaglia è profondamente modificata. La sua durata è aumentata in proporzioni insospettabili. I combattenti hanno ricorso a vasti scavi. Sono scomparsi dal campo di battaglia […] La trincea-rifugio è lo scudo dei moderni". Aggiunge: "La battaglia dell'avvenire, con l'andatura e imitando i procedimenti della guerra d'assedio, la perfezione della tecnica, la potenza del materiale e l'abbondanza dei rifornimenti, con la perseveranza e la tenacia dei combattenti […] giocheranno il ruolo principale, si prolungherà non più per giorni o settimane, ma per mesi interi. Guerra di ingegneri! Trionfo della guerra scientifica! E, immediata conseguenza di questa estrema durata della battaglia, con lo sviluppo considerevole delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, dopo che il contatto sarà stato stabilito, e le truppe di copertura si saranno afferrate, le nazioni belligeranti faranno affluire sul campo di battaglia tutte le leve del paese. E d'altra parte la guerra dell'avvenire si risolverà in una sola e gigantesca battaglia, che avverrà presso le frontiere o sulle frontiere stesse, e alle quali concorreranno tutte le forze armate dei due avversari. […] L'estensione inaudita del campo di battaglia non permetterà più una azione di direzione energica, costante e regolare e la battaglia si risolverà per una infinità di combattimenti più o meno importanti, determinati dalle circostanze di luogo e menate da gruppi quasi indipendenti gli uni dagli altri. E quale forma assumerà la manovra? Come avrà luogo la decisione? É possibile che la grande battaglia delle nazioni degenererà in una barbara battaglia d'usura e la vittoria sarà del popolo che sarà meglio in grado di alimentare il combattimento, a quello che nella fornace potrà gettare l'ultimo soldato. La battaglia si deciderà per esaurimento". La monoliticità del mondo militare portava a radicalizzare i contrasti esistenti con i pochi oppositori, che venivano marginalizzati.

Un esempio apodittico fu il colonnello Henri-Philipe-Omer Pétain che nel 1914, prossimo alla pensione, ha 58 anni, cerca una casa in campagna in cui passare il resto dei suoi giorni. La vita di un uomo spesso è determinata dagli avvenimenti, passeranno 39 mesi per vederlo al comando degli eserciti del Nord e del Nord-Est. Per le sue idee la promozione a generale, pur sollecitata da Lanrezac e Franchet d'Esperey prestigiosi ufficiali generali, per la ferma, decisa opposizione del ministro della Guerra Messimy gli era stata rifiutata. La speranza svanisce definitivamente quando a proposito di un attacco condotto con bandiere al vento, rullo di tamburi e trombe squillanti, nella sua qualità di giudice, sostiene che il comandante, ben introdotto negli alti comandi, aveva evidenziato tutti gli errori che si potevano commettere. La decisione è irrevocabile, Pétain non sarà mai generale, è un eretico nei confronti della dottrina ufficiale, si esprime senza remore, è di dichiarata fede cattolica in una Francia violentemente anticlericale. A questo proposito si racconta che a un ufficiale superiore che gli chiedeva i nominativi degli ufficiali che andavano a messa abbia risposto che in chiesa sedeva sempre nei primi banchi e che non si voltava mai indietro.

Di estrazione contadina, nasce nel 1856 a Cauchy-à-la-Tour nell'Artois e compie i suoi studi in collegi religiosi. Ammesso alla Scuola militare di Saint-Cyr con una mediocre valutazione ne esce col grado di sottotenente, 229° su 386. Nelle note caratteristiche viene ripetutamente descritto: "Personalità straordinaria […] fermezza di idee". Percorre la lenta carriera degli ufficiali dell'epoca, col grado di sottotenente è assegnato al 24° battaglione di fanteria leggera a Villefranche-sur-Mer, di poi passa alle guarnigioni di Menton e Sospel, tenente nel 1883, passa a un battaglione di Chasseur a Besançon, supera l'École supérieure de guerre, promosso capitano è assegnato come da consuetudine a uno stato maggiore, 15° corpo d'armata a Marsiglia, poi a quello di Parigi. A 44 anni ha i galloni di commandant destinazione scuola di tiro di Châlon-sur-Marne, ma le sue teorie sul fuoco di precisione non sono condivise dal comandante, viene quindi trasferito al 5° reggimento di fanteria per sei mesi, poi gli viene conferita la carica di professore aggiunto all'École supérieure de guerre, incaricato dell'insegnamento della tattica di fanteria. Vi resta per tre anni, passa al 104° reggimento di fanteria per un anno, torna nuovamente all'École e insegna fino al 1907. Promosso tenente colonnello raggiunge il 118° reggimento di fanteria a Quimper in Bretagna, ma già nell'aprile 1908 è richiamato a Parigi, come titolare del corso di tattica. Promosso lieutenant-colonel raggiunge il 118° reggimento di fanteria a Quimper in Bretagna. Nell'aprile 1908, chiamato dal generale Maunoury nuovo comandante, torna all'École come titolare della cattedra.

Grande ammiratore di Ardant du Picq, dopo avere studiato la guerra boera e la guerra russogiapponese, illustra le sue teorie che sono in netto contrasto con quelle ufficiali. Le lezioni formano il testo delle Conferences sur l'infanterie, che si riassumono in modo estremamente succinto. Il saggio è diviso in due parti: 1° L'Infanterie française au debut du 1° Empire. 2° L'infanterie en 1870.

Nella prima parte si esamina l'organizzazione, i quadri e gli effettivi della fanteria napoleonica, con riferimenti alle istituzioni della vecchia monarchia, della rivoluzione e dell'impero. Nella seconda L'infanterie en 1870, l'esame è più approfondito ed esteso fino al 1902. Abbraccia l'organizzazione dell'Armée imperiale, il reclutamento, i quadri, gli effettivi e la tattica. I regolamenti in particolare vengono sottoposti a una accurata disanima, si parte da quello del 16 marzo 1869, vigilia della guerra, con uno sguardo particolare alle Manœvre de l'infanterie e ai Feux, evidenziando il principio: "l'essenziale non è tirare molto ma tirare bene". Pétain, ottimo tiratore, vecchio soldato di fanteria, batte molto sul fuoco, cita il motto del maresciallo Bugeaud, conquistatore dell'Algeria: "Ben marciare e ben tirare è la forza della fanteria".

Considera il fucile Chassepot modello 1866, distribuito ai reparti solo nel 1870 alla vigilia del conflitto, un'arma in grado di sparare sei colpi al minuto "sans nuire à sa justesse", efficace a 400 metri contro un uomo e a 1000 contro un plotone, evidenziando i limiti degli ufficiali incapaci di valutarne le capacità balistiche, con la "funeste habitude" di ordinare il fuoco su tutti gli obiettivi che entravano nel raggio d'azione e conseguente estremo consumo di munizioni. Per inciso lo Chassepot veniva ben valutato già nel 1869. Si legge nella Revue militaire française di quell'anno in un articolo derl capitano di artiglieria a cavallo Bédarrides che: "Le chassepot n'à pas détroné la cavalerie, jadis reine dans les combats, mais il a changé son action: voila le vrai", riconoscendo che la carica poteva essere lanciata solo contro truppe scosse dalla battaglia. Nell'anno successivo si assicurava che: "les soldats sont aujourd'hui parfaitement familiarisés avec le mécanisme de leur arme, et entièrement confiants dans ses effets et sa supériorité" (30). Contrappone decisamente il vecchio regolamento del 1875, fondato sull'importanza della difensiva, del fuoco mirato, dello sfruttamento del terreno a quelli successivi sino al 1902. Sono parole inequivocabili, rappresentano un attacco deciso alla dottrina ufficiale.

Scrive: "Si è fatto un giusto rimprovero dai detrattori, perche l'Instruction [del 1875] categoricamente proclamava il principio che con le nuove armi il vantaggio appartiene alla difensiva, senza averlo accompagnato dalle spiegazioni necessarie. L'affermazione, presa in senso generale è inaccettabile, perché solo l'offensiva può portare alla vittoria, ma se esaminiamo su un campo di battaglia due eserciti di fronte, è di tutta evidenza che quello che si attesterà sulla difensiva, disponendo di un eccellente sistemazione e di un campo di tiro favorevole sarà in condizioni migliori di quello che avanza in campo aperto. L'utilizzazione del terreno darà al difensore un vantaggio di forza che gli permetterà di bloccare effettivi superiori. Questa è la ragione d'essere della difensiva". Aggiungeva: "E' all'efficacia del fuoco che il Regolamento rapporta tutte le modificazioni sopravvenute nei procedimenti di combattimento della fanteria. […] L'importanza del fuoco sarà di nuovo contestata negli anni che verranno come lo fu nel secondo periodo del Primo Impero e con minori ragioni di allora. L'esperienza della guerra del Transvaal e della Manciuria imporranno finalmente il silenzio ai detrattori della potenza mortale del fucile […] eliminando gli attacchi massicci a favore di una forma nuova di attacco […] la base di ogni attacco deve essere la realizzazione del movimento con il fuoco". Continua rilevando con estrema audacia, che i procedimenti in uso nel Primo Impero non erano più applicabili perché le guerre del Transvaal e della Manciuria si erano incaricate di mettere le cose a punto e di ridurre a niente le teorie napoleoniche. Aggiungeva: "Avec l'armement actuel, fusil et canon a tir rapide, mitrailleuses, poudre sans fumée, la vase de toute tactique doit être d'obtenir le mouvement par le feu". Ardant du Picq della fanteria del 1870, armata con Chassepot che surclassavano i tedeschi Dreyse ma composta da mediocri tiratori, scriveva: "Il tirent pensant repousser les balles ennemies […] L'uomo è capace di resistere solo a una determinata quantità di terrore. Oggi viene sparato in cinque minuti ciò che veniva sparato in un'ora al tempo di Turenne". Pétain sostiene che su 100 uomini che vanno al fuoco per la prima volta, 95 non vedono che l'estremità dei loro fucili e sparano in aria e solo 5/6 riescono a conservare il sangue freddo e a tirare su quello che è il punto occupato dal nemico.

A distanza di 47 anni S.L.A. Marshall nel suo Men against fire: The problem of battle command, purtroppo non tradotto in italiano, era della stessa idea: "Il 75% [dei soldati] non spara o non in modo continuo, sul nemico e sulle sue installazioni. Anche se questi uomini sono in pericolo, essi non si battono". Questo avviene in tutti gli eserciti, ma i "doctrinaires" trasformano il soldato nervoso e impressionabile del campo di battaglia in un eroe immaginario senza emozioni, obbediente a capi sapienti e imperturbabili. Il cuore di un soldato è sempre un cuore umano ricordava Ardant du Picq, che aveva combattuto in Crimea e in Lombardia. Va sottolineato che sul mediocre addestramento al tiro della fanteria concordava Grandmaison: "le dressage tactique du tireur fût encore presque inconnu chez nous".

Vale la pena di riportare la parte terminale delle Conferences, che dimostra lo spessore di un uomo privo di soggezione verso i teorici imperanti e senza preoccupazioni di carriera. "Malgré les quelques imperfections signalées, le réglement de 1875 est une œuvre remarquable pour l'époque. Ses rédacteurs ont pris part à la guerre de 1870-71 et ils ont encore tellement présents à l'esprit, même après les quatre années qui viennent de s'écouler, les effets destructeurs du canon et du fusil, qu'ils n'hésitent pas à formuler les principes énoncés plus haut, principes basés sur l'importance acquise par le feu et qui ont servi à établir les lis du combat moderne. Dans les années qui vont suivre ces lois subiront une éclipse, leur valeur sera discutée et de plus en plus contestée à mesure que l'on s'éloignera de l'expérience de 1870. Après les guerres du Transvaal et de la Mandchourie, ces lois s'imposeront à nouveau et avec une telle autorité que les esprits les plus réfractaires seront forcés de les admettre, au moins en théorie, sauf à s'en tenir aucun compte dans l'application". Purtroppo: "Les esprits les plus réfractaires", inamovibili nelle loro sicumera, andarono al disastro" del 1871. Tra essi occorre ancora una volta citare Langlois che, invincibile nei suoi convincimenti, ribatte che la superiorità di un esercito non dipende dallo stato degli armamenti ma, eterno ritornello, dal morale delle truppe, che i nuovi armamenti non portano a significativi cambiamenti della guerra. All'unisono Gilbert giosamente aggiunge che la battaglia diventa: "de moins en moins meurtrière!" in ragione dei progressi degli armamenti.

Nel giugno 1911, promosso colonnello su proposta del generale Foch comandante dell'École, "à nommer sans retard au grade de colonel", assume il comando del 33° reggimento di fanteria ad Arras, nel successivo autunno si mette ai suoi ordini uno sconosciuto sottotenente di prima nomina Charles de Gaulle, con cui stabilisce un reciproco rapporto di stima. Scriverà de Gaulle nelle sue Memorie: "Il mio primo colonnello, Pétain, mi mostrò il dono e l'arte del comando" e Pétain: "Si mostrava fin dall'inizio un ufficiale veramente di valore, che dà grandi speranze […] Molto intelligente, ama il suo lavoro e vi si appassiona. Durante le manovre comanda perfettamente. Merita ogni possibile lode". L'anno successivo insegna tattica alla scuola di cavalleria di Saumur, gli viene poi affidato ad interim nel giugno 1914 il comando della 4° brigata di Saint-Omer. Quando scoppia la guerra, schierata al confine, ha ai suoi ordini la 4° brigata della 2° divisione di fanteria inserita nel 1° corpo d'armata della 5° armata condotta dal generale Lanrezac.

Nel panorama degli oppositori, spicca Emile Mayer, uomo alieno da ogni forma di conformismo e tetragono nella difesa del suo pensiero a cui sacrificherà la carriera, una figura anomala nella società militare della Terza Repubblica, che però era pur sempre un'avanzata democrazia per i tempi, nella quale veniva riconosciuto il diritto di esprimere opinioni e idee in contrasto con quelle ufficiali, anche se con influssi non benefici sulla carriera. Spirito acuto e indipendente, scrittore fecondo dalle acutissime previsioni, polemista e contestatore di razza, si descrive come: " […] costamment classé dans les derniers de ma classe en quelle matièrie que ce fût, n'ayant jamais pu résoudre un problème, ou terminer une version, dans le delai qui m'était imparti"; era altresì dotato di un forte senso dell'umorismo, scriveva che i medici militari usavano dividere i malati in due parti, alla prima delle quali prescrivevano l'ipecacuana e alla seconda il bismuto. Il generale Bonnal, ma solo a posteriori, lo definì un "prophète".

Nato nel 1851, ebreo, laico, privo dello spirito anticlericale che permeava la società militare francese degli anni iniziali del Novecento, non giovarono alla sua carriera le critiche, prive di remore, che rivolgeva al corpo ufficiali per la sua mediocrità e allo stato maggiore per il dogma dell'offensiva ad oltranza. Sosteneva che l'ufficiale che non sapeva comandare era solo un porte-galons e che: "Une troupe n'est bonne que si elle sait pratiquer toutes les tactiques". Sugli ufficiali, o almeno su un certo numero di essi, il commandant Munier concordava: "Il y avait dans les régiments des officiers qui ne devaient leur epaulettes qu'aux hasards de la derniére guerre".

Collaborando a riviste e quotidiani pubblicò una lunghissima serie di articoli, anche sotto pseudonimi; particolarmente incisivi quelli sulla Revue scientifique negli anni ottanta del secolo XIX. Nel 1902 sulla Revue militare suisse previde, con sbalorditiva precisione, che la prima guerra mondiale sarebbe stata una guerra di posizioni in un articolo così attuale che fu ripubblicato il 7 aprile 1915 su Le Temps. "On se représente la bataille défensive de l'avenir comme mettant face à face deux murailles humaines presque en contact, séparées seulement par l'épaisseur du péril, et cette double muraille va rester presque inerte, malgré la volonté d'avancer qu'on a de part et d'autre, malgré les tentatives qu'on fait pour y réussir. L'une de ces lignes cherchera, ne pouvant réussir de front, à déborder l'autre. Celle-ci, a son tour, prolongera son front, et ce sera un concours à qui s'étendra le plus, dans la mesure où son effectif le lui permettra. Ou, de moins, les choses se passeraient ansi si on pouvait se développer indéfiniment. Mais la nature présente des obstacles. La ligne s'arrêtera à un point d'appui, à une mer, à une montagne, à la frontière d'une nation neutre. A partir da ce moment, il n'y a pour ansi dire pas de raison pour que la lutte finisse, au moins de ce côté. C'est à des circostances extérieures que sera due la fin de la guerre purement défensive de l'avenir" (31). Numerose furono le opere sulla psicologia militare, sull'esercizio del comando, sui capi dell'esercito, insieme a una serie di romanzi storici, che oggi verrebbero definiti histoire-fiction come Le ministère Fidicz del 1919. Tra esse Cours des écoles de tir del 1885, Armées étrangères del 1901 sotto lo pseudonimo di Emile Manceau, Notre armée 1901, Comment on pouvait prévoir l'immobilisation des fronts dans la guerre moderne. L'évolution de l'art militare 1916, Autour de la guerre actuelle. Essai de psychologie militaire 1917 del quale molte pagine furono censurate, La guerre d'hier et l'armée de demain 1921, Demain ou après-demain. Essai d'anticipation 1922; Essai de pédagogie militaire 1922, La théorie de la guerre et l'étude de l'art militaire 1923, La psychologie du commandement avec plusieurs lettres inédites du maréchal Foch 1924, Nos chefs de 1914: souvenirs personnelles et essay de psychologie militaire; Joffre, Gallieni e Foch: trois marechaux. 1930. Uscito dall'École polytechnique nel 1873, classificandosi non brillantemente 136° su 142, vi era entrato nel 1871 con Foch di cui conservò sempre l'amicizia, inizia la carriera come sous-lieutenant nel 21° reggimento d'artiglieria, capitano nel 1879, non frequentò l'École supérieure de guerre e dovettero passare 17 anni per diventare maggiore.

Va ricordato che per le promozioni nell'Armée si adottava ancora la legge Soult del 1832. Sino al grado di commandant, corrispondente al nostro maggiore, erano per due terzi per anzianità, in seguito metà a scelta e metà per anzianità. Ad apposite Commissions de classement, formate da comandanti di corpo d'armata e da Ispettori delle armi, era affidata la responsabilità per gradi, impieghi e destinazioni. Sulla Revue militaire suisse dell'8 febbraio 1888, Mayer aveva il coraggio di sostenere che: "Notre système d'avancement est détestable" e nel successivo 13 aprile 1895 sulla Revue hebdomadaire: "Notre législation et nos réglements, ainsi que le mœurs qui en résultent, aménent au généralat plus de nullités que de personnalités". Sul "généralat" usava espressioni come: "neutres, effacés, quelconques" , acutamente agggiungeva "le qualità utili per la guerra font figure de défauts en temps de paix". Quando poi sostiene che: "Les vrais hommes de guerre ont une haute idée d'eux-mêmes, en général. Ils se croient prédestinés et se fient à leur etoile" si pensa a de Gaulle. Va precisato che l'École polytechnique non aveva un carattere esclusivamente militare, ma provvedeva alla formazione tecnico-scientifica di tutti i futuri tecnici dello Stato che avrebbero poi approfondito gli studi nelle scuole di applicazione, tra cui quella di artiglieria e di genio. Di certo accentuò il divario esistente fra le varie armi, per la superiore cultura che veniva offerta agli ufficiali di artiglieria e genio.

All'epoca dell'incriminazione del capitano Dreyfus si schierò a suo favore, attirandosi le ire del deputato Lasies il quale, accusatolo di calunniare l'Armée, né provocò il congedo con la formula: "Non activité par retrait d'emploi". A 48 anni, nel 1899, diventò pubblicista affrontando difficoltà economiche che non piegarono il suo carattere. Nel 1902 si mise in luce con una serie di conferenze sull'organizzazione degli eserciti stranieri tenute al Collège libre des sciences sociales e iniziò una violenta campagna contro il mito dell'offensiva ad oltranza. Nel 1907, riabilitato nel nuovo clima, fu riammesso in servizio col grado di tenente colonnello e nel 1908 fu insignito della Légion d'honneur. Redattore militare de L'opinion dal 1907 al 1913, collaborò a L'Armée nouvelle di Jaurès (32), criticando Foch per le sue idee sull'offensiva ad oltranza, un'espressione come: "Tutti i perfezionamenti nelle armi da fuoco sono destinati a rinforzare la potenza offensiva" non erano solo: "predication témeraire" per Liddell Hart che parlava a posteriori, ma erano materia di violente polemiche per Mayer.

Va ad onore di alti gradi dell'esercito, che pure erano violentemente criticati, di continuare ad avere rapporti amichevoli col nostro. Foch continuò a dargli del tu, pur esistendo: "l'opposition compléte de certaine de nos idèes". Fu amico di Joffre, pesantemente attaccato, di Gallieni, Sarrail e Lanrezac. Nel 1912 passò nella riserva. Richiamato, partecipò alla Grande Guerra nella quale perse due figli, combattendo dal 26 settembre a Laon, Rouen e Amiens fino al successivo tre gennaio. Assegnato al campo trincerato di Parigi, un: "commandement de tout repos", la sua carriera terminò bruscamente quando, in una lettera caduta nelle mani della censura, parlò del carattere cavalleresco del soldato tedesco.

In piena guerra, siamo nel 1917, insisteva che: "Bisogna proclamare ben alto che il peggior errore è avere una dottrina di guerra, di asservirsi a un dogma, dal quale non si vuole uscire, di non volere la salvezza che in lui, di gettare l'anatema su coloro che dubitano della sua santità, di trattarli da scismatici, […] la tolleranza si impone in una scienza assai congetturale come quella dell'arte militare. La storia non ha cessato di provare che è vano prevedere il modo in cui conviene condurre le operazioni, e che solamente dopo la mobilitazione, sul terreno, dopo gli attacchi dell'avversario, dopo la maniera in cui ribatterà alle difese, che si emaneranno le regole della tattica da seguire".

Era però sempre l'esponente di una classe orgogliosa del suo status. Quando nel 1907 i prefetti ebbero la precedenza sugli alti ufficiali nelle cerimonie pubbliche, sdegnato, osserva: "Si vuol rendere manifesto il predominio dell'eletto civile sul militare. […] pressappoco come, sistemando dei libri in una biblioteca, si piazzassero i libri rilegati bene in evidenza, quale che sia l'idea che uno si fa del loro valore intrinseco. […] L'atto del 1907 costituì una sorte di degradazione". Ma l'ufficiale francese godeva sempre di un'alta considerazione, era al centro delle feste, considerato, come scrive de Gaulle, "homme d'honneur". Aggiunge Girardet: "Malgré la médiocrité persistante des soldes et des pensions, avoir un fils a Saint-Cyr, marier sa fille à un officier" costituiva per una famiglia: "la consécration même de la réspectabilité".

Capitolo sesto: il nemico

Il nemico, il nemico di sempre è la Germania. La Francia tutta ha come obiettivo la revanche, la cancellazione della traumatica sconfitta del 1870. Il Tedesco è l'altro, il soldataccio, il "Boche", "le double maudit", e, dopo il 1870, "l'ennemi héréditaire". René Pinon poteva scrivere: "qu'une seule source de difficultés, une seule raison d'inimitié, la question d'Alsace-Lorraine" (33), ma l'abisso di odio formatosi negli ultimi cento anni era incolmabile.

La Germania, che guardava alla Francia con grande supponenza e distaccata superiorità, era una nazione che ogni giorno aumentava il suo peso economico, industriale, demografico. Popolo disciplinato e laborioso, con un analfabetismo minimo che a fine Ottocento era calcolato sul 3%, con un altissimo spirito militare, con una grandissima fiducia nel suo esercito che aveva dimostrato le sue capacità vincendo tre guerre in dieci anni e al quale veniva riconosciuto di essere l'incarnazione suprema dell'interesse nazionale. L'imperatore era il capo supremo delle forze armate in pace e in guerra e da lui dipendevano il Gabinetto militare, che esprimeva pareri sulle promozioni, il ministro della Guerra capo amministrativo delle forze armate e il capo del grande stato maggiore, indipendenti l'uno dall'altro e che potevano accedere direttamente all'imperatore. L'esercito, definito uno Stato nello Stato, costituiva un corpo sociale fondato sulla coscrizione obbligatoria che risaliva al 1773, con una disciplina e una coesione eccezionali. Era basato sul reclutamento territoriale, ogni reggimento era stanziato nella regione da cui traeva i soldati con conseguente affiatamento delle reclute e rapidità di mobilitazione. Gli ufficiali godevano di un altissimo status sociale, che si estendeva agli ufficiali della riserva, se commettevano un reato "civile" godevano del privilegio di essere giudicati da un tribunale militare.

Dopo il caso Dreyfus e gli altri scandali che travagliarono l'Armée, dopo gli interventi numerosi e sanguinosi delle truppe nei disordini interni, si riteneva che l'esercito francese fosse infettato da intrighi politici e si confrontavano i 44 ministri francesi della Guerra tra il 1870 e il 1914 ai nove prussiani tra il 1859 e il 1913. Lo storico Hans Delbrück era convinto che un paese che cambiava con tanta frequenza il ministro della Guerra non poteva scendere in guerra con probabilità di successo. Si enfatizzava l'antimilitarismo che iniziava a permeare la società francese al quale si opponeva il consenso morale dell'opinione pubblica germanica nei confronti dell'esercito. Tra i militari, Schlieffen riconosceva che: "[La Francia era] il più forte, il più potente, il più pericoloso nemico", si associava Helmuth von Moltke il Giovane: "Tra i nostri nemici la Francia è il più pericoloso", ma aggiungeva nel giugno 1912: "Una volta che la Francia sarà sconfitta nella prima grande battaglia, questo paese che non ha grandi riserve a malapena sarà in grado di sostenere una lunga guerra".

Per l'esercito britannico, che dopo cento anni si preparava a combattere in Europa, si scadeva nella farsa, considerandolo un esercito di giocatori di tennis. Bismarck lepidamente affermava che avrebbe mandato la polizia ad arrestarlo. Bernhardi, lapidario come sempre: "Le truppe inglesi non figureranno che come corpo ausiliario; sono troppo deboli per fare una guerra indipendente […] che l'esercito inglese sia capace di una offensiva efficace contro truppe continentali resta problematico". Va aggiunto che anche il grande Napoleone non ne aveva un grande concetto se alla vigilia di Waterloo sosteneva col maresciallo Soult che gli Inglesi erano cattivi soldati, mentre per Ardant du Picq era gente stolida con poca immaginazione.

Hindenburg nel dopoguerra fu più dettagliato nei suoi giudizi. Per il soldato inglese scrisse che: "[è] sicuramente meno abile a combattere del suo alleato, si adatta male ai bruschi cambiamenti della situazione lavora troppo schematicamente. Ha dato già prova nell'offensiva di debolezze che ritroviamo anche nella difensiva". Per il francese il giudizio era migliore: "[è] più abile nella battaglia, ma meno ostinato nella difensiva". In compenso capi e soldati germanici consideravano l'artiglieria francese come: "un temibile avversario, il principale avversario".

La creazione dello stato maggiore, del quale Jomini scriveva: "Un buon stato maggiore offre il vantaggio di essere più durevole del genio di un uomo solo; esso può rimediare a molte deficienze e manchevolezze e osiamo affermare che costituisce la migliore garanzia di successo in un esercito", è attribuita a Gustavo Secondo Adolfo di Svezia. In Germania fu fondato nel 1808 da Scharnhorst che morì nel 1813, a seguito di una ferita al ginocchio. Suo successore fu il sottocapo di stato maggiore generale Gneisenau il quale ne modificò l'organizzazione, rimise ai sottocapi le questioni secondarie e si riservò le Operazioni e il Renseignement. Dal 1858 Moltke ne divenne il capo. Fu il primo stato maggiore in senso moderno, ossia un corpo permanente di ufficiali che presiedeva agli ordinamenti e agli studi e, anche in tempo di pace, tracciava e aggiornava i piani di guerra; i membri periodicamente tornavano all'arma di appartenenza con funzioni di comando o venivano distaccati per fiancheggiare i comandanti delle armate. Tutti i capi di stato maggiore delle armate nel corso della Grande Guerra provenivano dallo stato maggiore generale. Aumentati da 50 a 160 da Schlieffen, costituivano l'élite dell'ufficialità; circondati da altissima stima, sollevati da compiti amministrativi a differenza di quelli dell'Armée, si dedicavano a tempo pieno alla soluzione di problemi strategici e tattici e raggiunsero un'efficienza nel lavoro di gruppo eccezionale. Ammissioni, selezioni e preparazione avvenivano presso la Kriegakademie di Berlino fondata nel 1804. Tra il 1857 e il 1914 i capi furono solo quattro: von Moltke il vecchio dal 1858 al 1888, von Waldersee dallo stesso anno al 1891, von Schlieffen dal 1891 al 1905 e infine von Moltke il giovane dal 1906 al 1914.

La strategia e la tattica germanica avevano a base il pensiero del feldmaresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke, nato nel 1800, nobile del Maclemburgo, allievo di Clausewitz, dal 18 settembre 1858 capo dello stato maggiore generale. Viene così descritto dal generale francese Ambert che lo vide, vincitore, a Versailles nel 1871: "Molto pallido, magro e completamente rasato, somiglia più a un sapiente che a un uomo di guerra. […] non era gravato dall'età, sembrava invece pieno di vigore. I suoi tratti immobili e duri conservavano una rusticità glaciale. Vi era in questo uomo un odio impitoyable". Sconfisse successivamente gli eserciti danese, austriaco e francese ed ebbe un'influenza determinante sulla dottrina militare europea nella seconda metà dell'Ottocento. Affermò che lo stato maggiore rappresentava il principio intellettuale dell'esercito innalzato alla sua più alta potenza, aggiungeva che se il ministro della Guerra forgiava e temperava le frecce, lo stato maggiore le dirigeva e le scagliava. Va a suo merito l'aver compreso che le strade, le vie ferrate, il telegrafo, i nuovi armamenti trasformavano il volto della guerra e imponevano cambiamenti nell'arte militare che, osservazione che oggi solleverebbe unanimi femminili sdegni e lo porterebbe ad immediate dimissioni: "é un arte viva che cambia come il vento e le donne".

Moltke aveva capito che l'immediata conseguenza dell'impossibilità di far sentire l'influenza personale, come faceva Napoleone che poteva da una posizione elevata abbracciare tutto il teatro delle operazioni, portava alla delega degli ordini. Uomo di cultura, scrittore penetrante nelle sue osservazioni, osservò che in tutti gli stati maggiori vi erano persone di grande sagacità che dei piani proposti sapevano evidenziare le difficoltà, e, alle prime complicazioni, far notare in maniera convincente che le avevano previste: "Hanno sempre ragione perché non propongono mai niente e l'insuccesso non li può smentire". Era dotato di umorismo, insospettabile nel cliché dell'ottuso ufficiale prussiano: "Divido i miei ufficiali in quattro categorie: gli intelligenti, gli stupidi, i volenterosi e i pigri. Ogni ufficiale possiede almeno due di queste qualità. Quelli che sono intelligenti e volenterosi sono idonei ad alti incarichi nello Stato Maggiore. Si possono impiegare anche gli stupidi e i pigri. L'uomo che a un tempo è intelligente e pigro è idoneo alla più alta funzione di comando: ha il temperamento e il sangue freddo indispensabili per far fronte a tutte le circostanze. Ma, chi sia contemporaneamente stupido e volenteroso, costituisce un grave pericolo e deve essere immediatamente destituito". Moltke, che costituì il punto di riferimento di più generazioni di ufficiali da lui formati, sceglieva ogni anno dodici ufficiali tra i migliori classificati della scuola sottoponendoli a uno speciale addestramento sotto il suo personale controllo, e, successivamente, li inviava con gradi sempre superiori al comando di reparti.

Inculcò nei suoi discepoli il principio che nell'esecuzione degli ordini si doveva tenere conto di due fattori: lo scopo della missione e la situazione che si era creata. L'ultima rappresentava una realtà di fatto che non poteva essere modificata e ne andava tenuto conto nell'esecuzione dell'ordine. Se la situazione era mutata, nell'esecuzione dell'ordine occorreva tenerne conto, dando prova di iniziativa. Federico Secondo imponeva l'iniziativa ai generali di alto rango, Scharnhorst ai generali di brigata, Moltke la estendeva a tutte le gerarchie. Su questi principi concordavano con diversi accenti i capi militari germanici da von der Goltz: "L'obbedienza passiva non è sufficiente", a Verdy de Vernois: "Quando la situazione è mutata occorre adeguarsi", a von Bernhardi: "Un subordinato è giustificato se prende iniziative diverse dalle direttive ricevute, se la situazione è mutata", al principe Kraft von Hohenlohe-Ingelfingen: "Tutti i capi distaccati, comandanti sia di un corpo d'armata sia di un'armata, hanno il diritto di apportare modificazioni nell'esecuzione degli ordini, ogni volta che le circostanze lo esigano. E' la sola maniera di concorrere rapidamente e efficacemente all'obiettivo del comandante in capo".

Dalla guerra del 1870 aveva tratto il convincimento che l'attacco frontale a una posizione era diventato più difficile della sua difesa, aggiungeva che la difensiva nella prima fase della battaglia offriva una superiorità decisiva. L'obiettivo di una buona offensiva strategica consisteva nel passare all'offensiva dopo che l'avversario era stato costretto ad attaccare una posizione scelta e solo dopo che le perdite, l'emozione, le fatiche lo avevano esaurito. Alla luce dell'aumento della gittata e del volume delle armi da fuoco, scriveva: "A mio avviso il perfezionamento delle armi da fuoco, ha dato alla difensiva tattica un vantaggio marcato sull'offensiva. Nella campagna del 1870-1871 abbiamo sempre agito offensivamente, e siamo riusciti a occupare le posizioni nemiche più forti. Ma al prezzo di quali perdite!". Il re di Prussia, prossimo imperatore, non era di diverso avviso. Dopo la sanguinosissima battaglia di Saint-Privat interdì gli attacchi in terreno scoperto senza preparazione di artiglieria e ordinò di avanzare per balzi successivi.

Quando Moltke morì nel 1891 in Francia fu battezzato "Élève de Napoleon" di cui avrebbe copiato fedelmente la dottrina. Si associava il generale Lewal: "un homme appliqué, travailleur et méthodique" (34) che aveva saputo applicare i principi di Napoleone e di Federico Secondo e il generale Cardot che asseriva che i generali tedeschi avevano vinto battaglie "à l'insu de Moltke, sans lui, malgré lui". Sulla stessa linea era il colonnello Palat che rilevava che non aveva il dono della: "divination des grands généraux" (35) e che era più un capo di stato maggiore che un generalissimo. Queste valutazioni venivano sorprendentemente condivise anche da J.F.C. Fuller, militare di carriera e accreditato storico militare, il quale lo definiva: "Un generale - su rotaie - perché il suo sistema di guerra fu diretto e rigido. […] Per il conseguimento del successo la sua arte si basava sull'adozione di una dottrina piuttosto rigida e statica, […] Moltke non è un generale da emulare ma da studiare" (36).

Gli sconfitti generali francesi dimostrarono di non capire niente della tattica tedesca quando osservarono che i comandanti delle armate nemiche si comportavano come volevano, dimenticando che, a loro differenza, godevano della massima libertà d'azione. Illuminanti per percepire l'abisso concettuale che separava nel 1870 l'esercito francese e quello prussiano sono le parole del maresciallo di Francia Achille Bazaine che si arrese con 150.000 uomini ai Prussiani, dopo essersi rifugiato nel campo trincerato di Metz: "L'ufficiale non deve tendere che alla migliore esecuzione dell'ordine ricevuto senza aver bisogno di sapere di più di quello che gli è stato detto". Allan Mitchell dell'università di San Diego scriveva: Quanti uomini sono morti nel 1914 non per la patria ma per delle illusioni nate nel 1870?".

La dottrina germanica era imperniata sull'Auftragstaktik che si può tradurre, con molta approssimazione, come efficienza tattica, sistema del comando discrezionale, condotta per obbiettivi invece che per ordini dettagliati. Il sistema, creato dai riformatori del 1808-1814, era stato perfezionato da Moltke alla luce delle esperienze belliche. L'Auftragstaktik in estrema sintesi consisteva nel decentramento del comando, i comandanti in sottordine godevano della massima libertà di portate a termine la missione per la quale venivano fissate solo l'entità delle forze e il tempo necessario, perché, come comandanti sul posto, erano meglio in grado di gestire l'operazione. Presupposto di base era il culto dell'iniziativa e il carattere che Moltke sviluppò osservando nelle Istruzioni per i comandanti d'armata del 24 giugno 1869: "In tempo di guerra le proprietà del carattere sono più importanti di quelle dell'intelligenza e si distingue brillantemente chi passa inosservato nella guarnigione". In conseguenza: "Un ordine deve contenere tutto ciò che l'inferiore non può decidere da solo per raggiungere l'obiettivo fissato, ma non più di questo". […] seguire con perseveranza una decisione presa".

I principi tattici maturati furono trasfusi nei regolamenti. Nel regolamento del 1° settembre 1888 si legge: "il fuoco in formazioni serrate è l'eccezione […] Per poco che sappia utilizzare il terreno e gli ostacoli artificiali [la fanteria] non ha bisogno di essere sostenuta". Il regolamento di manovra della fanteria del 29 maggio 1906 e quello dell'artiglieria del 26 marzo 1907 erano di una chiarezza assoluta. L'articolo 307 del primo sosteneva che: "La qualità più importante di un capo è l'amore della responsabilità. […] Ma nel caso che il subordinato si rendesse conto che chi ha dato gli ordini non era sufficientemente orientato sulla situazione o che gli avvenimenti rendono caduchi i suoi ordini, è allora dovere del subordinato di non eseguire gli ordini senza modificarli. […] Egli si assume la piena responsabilità della non esecuzione dell'ordine ricevuto". Del Regolamento di manovra dell'artiglieria di campagna del 26 marzo 1907, vale la pena riportare un brano: "La qualità più importante di un capo è l'amore della responsabilità. Questo sentimento sarebbe mal compreso se permettesse di assumere decisioni arbitrarie senza tenere conto della situazione d'insieme o di non conformarsi agli ordini ricevuti o di sottrarsi alle regole di obbedienza col pretesto di saperne più degli altri. Ma nel caso che il subordinato comprenda che il capo che ha ordinato la missione non ha potuto abbracciare tutte le circostanze, o quando l'ordine sarà stato sopravanzato dagli avvenimenti, avrà per dovere di non eseguire l'ordine ricevuto ma di modificarlo rendendone conto al suo superiore. La sua responsabilità resta intera per ciò che concerne la non esecuzione degli ordini ricevuti".

Base di tutti i regolamenti era il principio che l'ufficiale doveva sempre assumere decisioni. Per analogia il ricordo va a Federico Secondo di Prussia il quale nelle sue Istruzioni alla cavalleria prescriveva: "Il re proibisce a tutti i suoi ufficiali di cavalleria, sotto pena di essere ontosamente cancellati dai ruoli, di lasciarsi in qualsiasi azione caricare dal nemico: i Prussiani devono sempre caricare per primi". Il mito della battaglia risolutiva permeava anche la dottrina tedesca, ma il principio dell'offensiva non era applicato "a outrance", ben valutandosi l'incidenza della potenza del fuoco che comportava un accurato sfruttamento del terreno e pause difensive nell'avanzata. L'importanza che era attribuita al tiro curvo portò alla messa in linea dell'eccellente obice da 105 modello 1898, modificato nel 1909, con una gittata superiore al 75. Il servizio segreto francese ne aveva vanamente segnalato la presenza al comando supremo.

Per il superamento delle zone fortificate alla frontiera, lo stato maggiore tedesco diede grande impulso all'artiglieria pesante che doveva nello stesso tempo, alla luce dei principi generali, essere caratterizzata dalla velocità di movimento. Nella convinzione dell'impossibilità della fanteria di avanzare sotto il fuoco dell'artiglieria, si affidò a quella pesante, dotandola di una relativa mobilità, anche il compito di iniziare la battaglia, con l'eliminazione di quella francese, piazzandola in coda alle divisioni attaccanti, fuori dalla portata del 75.

Per gli armamenti leggeri, va subito precisato che ogni compagnia aveva in dotazione sei mitragliatrici, ossia lo stesso numero di un reggimento di fanteria francese. Le armi che meglio si associano nell'immaginario collettivo all'esercito germanico per la caratteristica, inconfondibile linea erano due pistole, la Parabellum P. 08 dal peso di 850 grammi e un caricatore di otto colpi e la Mauser 1916 dal peso di 1100 grammi con un caricatore di 10 colpi. Più volte modificata, sostituì i revolvers dal 1908. Diverse erano le pistole da segnalazione, il modello 1899, la Weber e la Weltkrieg a cui si aggiunge il fucile da segnalazione modello Lebel 1915. Il fucile della fanteria era un prodotto della Mauser, che aveva ideato il primo fucile tedesco con cartuccia metallica nel 1871, seguito nel 1884 da un fucile a ripetizione. In un primo tempo gli era stato preferito il mediocre G 88, ma il Mauser, scelto con un crescente successo in ordine di tempo dal Belgio nel 1889, dalla Spagna nel 1893, dall'Argentina nel 1895 e dalla Svezia nel 1896 fu adottato nel 1898 dall'esercito germanico con la sigla Gewehr 98. Era un calibro 9,92 dal peso di 4,600 chilogrammi con un caricatore di cinque colpi. Di notevole precisione era impiegato largamente, con l'adozione di un mirino a telescopio, dai cecchini. La cavalleria, l'artiglieria, il genio e le truppe d'assalto avevano invece in dotazione il Kar 98 nel 1900, modificato nel 1908 con la sigla Kar 98 A. La baionetta in dotazione era il modello 1898, con fodero in cuoio.

La dotazione di armi automatiche era superiore a quella degli altri eserciti. La mitragliatrice prescelta fu la rivoluzionaria Maxim, inventata dall'americano Hiram Maxim nel 1885, che rendeva obsolete le altre armi automatiche, un'arma che aveva dato buone prove, con modelli rudimentali, nella guerra di Secessione, in quella ispano-americana, nel Sudan, in Africa del Sud, sulla mitica frontiera Nord-Ovest dell'India e aveva raggiunto l'apogeo nella guerra russogiapponese, guerra che, nel suo svolgimento, anticipava la Grande Guerra, Arma monocanna la MG 08 calibro 7,92, basata sul sistema dell'otturatore a rinculo, raffreddamento ad acqua, celerità di tiro di 3/400 colpi al minuto, in condizioni ottimali addirittura 600, gittata di circa 2000 metri, pesava con l'affusto 52 chili circa (22 l'arma e 31 l'affusto) e veniva impiegata da una squadra di sei uomini. La produzione fu affidata a sette fabbriche. Nel 1901 la nuova tattica germanica fu confusamente interpretata da un commentatore della Revue des deux mondes il generale Négrier (37) che si nasconde sotto tre asterischi (37). Sosteneva con molta fantasia che: "La fanteria nella zona del fuoco marcia su tre linee. Una linea di tiratori su un rango gomito a gomito. A 200 metri un'altra linea su uno o due ranghi, poi una terza linea o in colonne di compagnie o per compagnie in linea, o in scacchiera o ancora per plotoni su due ranghi, marcianti a 300-600 metri dalla seconda linea. Ancora più indietro le riserve di battaglioni o di mezzi battaglioni in colonna doppia. In quest'ordine si fanno gli attacchi in massa della fanteria, le linee si fondono successivamente sulla linea del fuoco, per cui a 400 metri sono formate da uomini su tre o quattro ranghi di profondità".

Continuava: "Nelle manovre del 1900 si hanno modificazioni tattiche comportate dalle nuove dottrine. Si sviluppa la dottrina dell'avviluppamento, per il restringimento del fronte di marcia. Il nuovo regolamento stabilisce che compito dei capi è di portare il maggior numero di fucili al fuoco, occorre coprire con una linea spessa di tiratori tutto lo spazio disponibile per lo spiegamento. Errore creare una riserva per coprire una eventuale ritirata. La tattica consiste nel passaggio diretto dalla colonna all'ordine disperso; […] nessun concentramento preliminare; linee di tiratori molto dense all'inizio del fuoco […] Assenza completa di riserve a tutti i livelli, fuoco a volontà con esclusione di quello a salve. Assalto dato dai tiratori senza sostegno né riserve, con una energica preparazione di fuoco, Le truppe che si arrestano nella zona del fuoco devono sdraiarsi subito, senza cambiare posizione. L'artiglieria, ripartita non più per i corpi ma per divisione avanza in stretto collegamento con la fanteria. Non ammessi attacchi di fanteria per masse compatte". L'autore sostiene che una truppa vale soprattutto per il suo fuoco, ossia per i fucili che riesce a mettere in linea. Principio generale: se si attacca bisogna attaccare a fondo. I tedeschi ritengono che la potenza delle armi moderne renda la decisione più pronta che per il passato. Il fuoco violento del combattimento moderno dissolve rapidamente le unità costituite e fa passare il comando nelle mani di ufficiali subalterni dei quali occorre sviluppare l'iniziativa. Il successo dell'attacco sarà sovente nelle loro mani. Va riconosciuto che l'osservazione sugli ufficiali subalterni era particolarmente calzante e fu evidenziata nella Grande Guerra quando la mancanza di comunicazioni e l'isolamento dei combattenti portò giovanissimi ufficiali a prendere decisioni sul tamburo.

Capitolo settimo: l'addestramento, gli armamenti, la logistica.

Nel regolamento germanico di manovra vigente nel 1901 si legge: "Le manovre devono essere, per quanto possibile, un'immagine reale della guerra" ma saggiamente Moltke il Vecchio osservava che: "manca il sangue e il ferro". Marc Bloch era d'accordo: "L'arte militare appartiene a quel genere di tecniche che non possono effettuare esperimenti diretti. Più grossolanamente il generale di cavalleria Antoine Fortuné de Brack, autore di Avant-postes de cavalerie légère del 1831, sosteneva che: "La guerre seule apprend la guerre".

In Francia grandi manovre e istruzione delle truppe formavano oggetto di interesse da parte della stampa e degli esperti, interesse che la collettività dedica oggi ad incontri di calcio. Mentre il generale Poilloüe de Saint-Mars invocava: "L'arméè sommeille dans les casernes; reveillons-la! La guerre se fait dans les champs, sortons des villes!", il soldato trascinava la sua vita in caserme site nelle città, svantaggiate dalla mancanza di moderne strutture, non sempre determinate da carenze di risorse, anche se marce, musica e rutilanti uniformi rinserravano i legami tra l'Armée e i cittadini. Il generale Langlois era drastico: "L'istruzione non sarà realmente assicurata sino a quando le truppe non passeranno nove mesi all'anno nei campi […] Attualmente l'istruzione intensiva in vista della guerra è semplicemente un'illusione". Il problema si faceva più grave quando dalle piccole unità si passava alla divisione, organo tattico per eccellenza. Per 42 divisioni attive e 25 di riserva vi erano in tutto quattro campi d'istruzione: Châlon, Mailly, Sissonne e La Cortine. Per i corpi d'armata, la situazione era ancora peggiore in quanto venivano riuniti una volta all'anno per una diecina di giorni. Nel 1908, secondo la Revue militaire générale, 16 divisioni parteciparono per 13 giorni alle grandi manovre e 20, riunite in brigate, per 12 giorni. Per l'artiglieria di campagna i dati non erano diversi, solo la metà circa delle batterie vi partecipava.

Il generale Herr sosteneva che: "Le nostre grandi manovre, che sono il coronamento annuale dell'istruzione, si compongono di qualche giornata di marcia che approda a un grande spettacolo militare dove si vede la fanteria in formazioni dense, bandiere al vento e tamburi rullanti avanzare con superbo disprezzo del fuoco nemico verso la posizione da conquistare. Per la critica non si discute che di ciò che si è visto. Per l'assalitore, la direzione dell'attacco, i percorsi seguiti, il brio dell'attacco finale; per il difensore, il contrattacco alla baionetta, la sua opportunità, il suo vigore. Ma il cannone […] la mitragliatrice sono a poco a poco dimenticati, e ben rari son coloro che pensano al loro modo di impiego e alle conseguenze sul successo finale" (38). Malo, Gilbert e Mayer concordavano, non erano di nessuna utilità e da esse nulla apprendevano ufficiali e soldati.

Quelle del 1908 vengono descritte dal generale Bonnal in un articolo pubblicato sulla Revue des deux mondes nello stesso anno (39). Premetteva che non erano di nessuna utilità per le truppe, mentre i comandanti si perdevano nell'esecuzione di dettagli molto al di sotto del loro grado, lasciando poco spazio agli inferiori. Sosteneva l'eccellenza del regolamento di cavalleria del 1876, lo scarso realismo derivato dalla mancanza del fuoco che autorizzava "toutes les audaces", l'incongruenza di generali comandanti che, scortati da reparti di cavalieri, si portavano a 200 metri di distanza dalla linea del fuoco e terminava ponendosi, con molto buon senso, una domanda: "Che cosa penserà il soldato in guerra quando non li vedrà al suo fianco?". Su questa necessità scriveva Ardant de Picq nel 1868: "Quando la battaglia diventa calda, devono vedere il loro comandante, sapere se è vicino".

Sono principi che sfidano i tempi. Lo storico militare britannico Fuller avvertiva che più la tecnica della guerra si modernizza e si meccanizza e più i soldati vogliono vedere i loro capi. Tra le cause dei successi israeliani, Ben Shalif nel suo The psychology of conflict and combat sostiene che gli ufficiali devono marciare alla testa dei loro uomini, perché è questo che pensano la maggior parte di essi. Per la bruciante sconfitta in Vietnam, Gabriel e Savane nel loro lavoro: Crisis in command: Mismanagement in the Army: "La documentazione per il Vietnam è assolutamente chiara […] semplicemente gli ufficiali non morivano in numero sufficiente o in presenza dei loro uomini abbastanza spesso da fornire quel tipo di 'martiri' di cui hanno bisogno tutte le unità sociologiche primarie, soprattutto quelle sottoposte a tensione, se vogliono mantenere la coesione". Per analogia va ricordato Patton il quale nelle sue memorie affermava a: "[…] i generali dovrebbero andare sempre al fronte in auto -facendosi vedere dai soldati- ma se possibile dovrebbero rientrare in aereo, in modo che non li si veda mai tornare indietro (40). Sulla tendenza degli ufficiali superiori a sostituirsi a quelli inferiori sono illuminanti le parole di Ardant du Picq: "Oggi c'è una tendenza […] da parte dei superiori di violare l'autorità degli inferiori. Questo è generale. E' l'incremento della mania per il comando, inerente al carattere francese. Provoca la diminuzione dell'autorità degli ufficiali inferiori nella mente dei loro soldati. É un aspetto grave, poiché soltanto l'autorità e il prestigio costante degli ufficiali inferiori possono creare la disciplina. La tendenza è opprimere i subalterni, per desiderare di imporre loro, in tutte le cose, i punti di vista dei superiori, […] per far sentire ad ognuno, perfino al soldato semplice, che esiste soltanto un'autorità infallibile". Le manovre del 1911 allarmarono Langlois e Pédoia che lanciarono un allarme alla Camera dei deputati e al Senato per la pochezza di molti generali.

Nel 1913 si svolgono le ultime grandi manovre. Vi partecipano quattro corpi d'armata, una divisione di fanteria coloniale, una divisione di cavalleria e elementi non indivisionati per un totale di effettivi comparabile con una un'armata. Sono seguite da un diluvio di critiche. Gli osservatori e i corrispondenti militari dei grandi giornali avvertono la mancanza di spirito di iniziativa dei comandi inferiori e definiscono "cupo e indifferente" il morale dei soldati, così lontano dallo spirito di iniziativa che tradizionalmente si attribuisce al soldato francese. Il corrispondente de L'Echo de Paris lo spiega con lo scarso spirito militare delle truppe "du Midi", considerate tradizionalmente meno patriottiche perché mancanti de: "le coup de fouet du voisinage de la frontière", osserva che il soldato è un "figurant" che aspetta con ansia la fine della "piéce" e che tutte le truppe marciavano alla buona senza coprirsi. Stesse critiche per i quadri inferiori. Per la cavalleria rincara la dose sostenendo che è sempre troppo "appiccicata" alla fanteria e che si è fatta sorprendere: "dans des conditions inexcusables". Conclude facendo proprie l'osservazione del generale de Thomasson: "E' incontestabile che le manovre del 1913 chiedono non delle hecatombes ma qualche sanzione" (41).

Dello stesso avviso era Bonnal sui generali: "Le manovre dell'esercito sono state unanimemente giudicate deboli sotto il rapporto della decisione recitata dagli alti comandi". Altri osservarono che molti generali non si dimostrarono all'altezza: "Certains commandants de corps d'armée apparurent totalement incapables". Pierre Baudin: "Les troupes n'ont pas travaillé la manœuvre. Elles ont été pondues dans les cours des casernes. Elles se serrent comme des poussins" e il generale Maitrot: "Il fante aveva un difetto principale: non sapeva niente o si peu de chose. In particolare l'utilizzazione del terreno era pressappoco sconosciuta. Marciava e non manovrava". Il generale Weygand, futuro sconfitto del secondo conflitto mondiale, nelle sue Memoires (42) scriveva che queste grandi manovre: "mettevano a fuoco intollerabili insufficienze". Era particolarmente allarmato il colonnello Rousset, autore di Le haut commandement des armées allemandes en 1870 che segnalava: "Alle ultime manovre il pubblico è stato colpito della decadenza i cui sintomi erano troppo evidenti e spiacevolmente lampanti. […] L'esercito francese è come una facciata illusoria di un monumento decrepito" (43). Per tutti la spiegazione era nella riduzione del servizio militare a due anni che produceva gli immancabili effetti. Facendo della sociologia spicciola, Lamy dichiarava: "Un paese dove esistono il servizio militare obbligatorio e il suffragio universale tende ad addolcire sans cesse il rigore della legge militare".

Di certo i provvedimenti punitivi non dovettero essere troppo rigorosi se nelle sue Memoires Joffre osservava che l'Armée: "N'avait ni doctrine ni instruction […] l'armée ballotée depuis de longues années entre les théories les plus extrêmes, encadrée par des officiers rebelles a toutes les innovations, conservait une apathie et une indolence absolues". Aggiungeva: "[…] si vedevano sbocciare ad ogni istante delle istruzioni particolari che commentavano, secondo il temperamento del comandante che le redigeva, i regolamenti di manovra" e concludeva sostenendo che l'esercito partì per la guerra "avec des cadres insuffisants".

Per i quadri, il generale Mordacq era dello stesso avviso, scriveva nel 1913: "Quelli che escono dai ranghi o dalle scuole possono percorrere tutti i gradi della carriera, arrivare ai gradi più elevati semplicemente con il minimo bagaglio di nozioni tecniche che hanno acquisito nelle scuole, […] senza conoscere altra arma che la loro […] senza avere mai studiato le alte questioni dell'arte della guerra". Scriveva Le Temps nello stesso anno [1913]: "Nos états-majors costituent un milieu plutôt déprimant que vivifiant pour les officiers qui en font partie". Non migliore era la situazione delle scuole militari. La prestigiosa accademia di Saint Cyr aveva visto diminuire il numero degli allievi da 1870 a 872 nel periodo 1900-1912 e quella di Saint-Maixent da 842 a 380.

Anche per le attrezzature la situazione lasciava a desiderare se il generale de Castelnau, sottocapo di stato maggiore nella seduta del Conseil supérieur de la guerre del 4 marzo 1913 esplose: "Siamo un'armata di pidocchiosi. Nel 1870 il maresciallo Le Bœuf diceva che non mancava un bottone alle ghette, Attualmente mancano le ghette" (44). L'Armée era appesantita dai servizi logistici che impiegavano 25.000 unità, il doppio dell'esercito tedesco. Nella compagnia, la cui forza media era di 66 uomini, il capitano era personalmente responsabile dell'amministrazione coadiuvato da un sergente maggiore e un caporale furiere. Jean Brunet lamentava: "[…] les trois quarts, pour ne pas dire plus, de nos capitaines sont absorbés par le soin et les dangers de cette contabilitè. […] Il passent leur temps dans le cabinet de leur sergent-major ". Umoristicamente si osservava che la metà delle truppe era impegnata a nutrire e vestire l'altra metà, allietandola con bande musicali. Diversamente, nell'esercito tedesco l'amministrazione era demandata a un sottufficiale e gli ufficiali si dedicavano a tempo pieno all'addestramento delle truppe.

Per l'artiglieria le valutazioni erano diverse e contrastanti. Si riteneva che l'artiglieria pesante impacciasse la mobilità dell'Armée e solo nel 1914 se ne definirono moderni prototipi e si costituirono cinque reggimenti, che, all'inizio delle ostilità, non erano ancora interamente formati. A posteriori Émile Mayer scrisse: "Au début de la campagne, l'infanterie française a suffert de n'être pas soutenue par des pièces d'une portée suffisante". Il generale Rupley poteva evidenziare che le divisioni di fanteria tedesche avevano 54 cannoni da 77 e 18 obici da 105, con una conseguente superiorità di fuoco, ma la tranquilla sicurezza che permeava le alte sfere dell'Armée era tale che, pur essendo a conoscenza della gittata superiore delle artiglierie tedesche sul cannone francese da 75, il capo di stato maggiore nel 1909 sostenne davanti alla commissione della Camera per gli armamenti: "Vous nous parlez d'artillerie lourde, Dieu, mercì! nous n'en avons pas. Ce qui fait la force française, c'est la légèreté de ses canons". Avallava autorevolmente il ministro della Guerra: "C'est inutile! Avec un nombre suffisant de coups de 75, tous les obstacles sont renversés".

Nel clima dell'epoca, non stupisce che nel 1909 il lieutenant-colonel Boissonnet, in un articolo pubblicato sulla Revue militaire générale arrivava a sostenere che il rendimento del cannone era inferiore a quello del fucile, perché le perdite inflitte erano valutate nella percentuale del 18% per i pezzi e dell'80% per i fucili e continuava sostenendo che dalla guerra russo giapponese i dati ricavati non erano sostanzialmente cambiati: 15% per i cannoni e 85% per i fucili (45). Voce stonata, il generale Herr, stimato artigliere che aveva partecipato come osservatore alle guerre balcaniche nel 1913, si dichiarava a favore delle artiglierie pesanti: "Comme un duelliste muni d'une grande rapière sur un adversaire armé d'une epée de cour".

Joffre nel gennaio 1914 aveva presentato al Conseil una ottimistica nota sull'artiglieria pesante. Nelle sue memorie si giustificò spiegando che il suo atteggiamento: "[era] piuttosto favorevole alla nostra situazione nei confronti della Germania. […] per ragioni morali e, in particolare, per evitare lo scoraggiamento, io avevo dato a quella nota una forma ottimista". Sostenne di essersi battuto a favore delle artiglierie pesanti, ma il capo del servizio artiglieria gli aveva fatto presente che i nuovi materiali erano ancora in fase di studio. Una generale tendenza all'ottimismo non gli sarebbe mai mancata, in ciò accomunato ai massimi vertici delle forze armate italiane che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, si espressero con toni straordinariamente entusiastici sullo stato delle tre armi. D'altronde un cervello brillante come Foch, nel suo Des principes de la guerre, riteneva sufficiente una preparazione di artiglieria di un quarto d'ora, aggiungendo che una fanteria lanciata all'attacco da 600 o 800 non avrebbe subito perdite insostenibili.

Langlois invece manifestava grosse perplessità sulle batterie ridotte da sei a quattro pezzi, dopo l'entrata in servizio del nuovo pezzo da 75, lasciando il corpo d'armata con 92 pezzi contro i 144 dell'omonimo tedesco, riduzione attuata per la superiorità del pezzo da 75, nello stesso tempo proclamava la superiorità degli artiglieri francesi su quelli d'oltre Reno (46). La superiorità era totale e assoluta e si estendeva anche ai quadrupedi francesi: "Nous sommes en France dans les meilleures conditions pour avoir une excellente cavalerie: nos races françaises sont supérieures aux races allemandes si scriveva sulla Revue militaires française del 1880 (47). Va precisato che solo le batterie francesi erano su quattro pezzi, le altre potenze schieravano batterie su sei pezzi, cosa che permetteva un evidente risparmio di comandanti.

Quando il servizio informazioni segnalò che la Germania aveva messo in servizio diversi tipi di minenwerfer, alla richiesta di contromisure la direzione dell'artiglieria comunicò di poterli progettare e mettere in produzione: "Dans un délai encore indeterminé". De Gaulle parla di: "[…] lenteurs habituelles aux services techniques". Messimy attribuì il ritardo: "Á l'extrême lenteur de nos services techniques, qui, poursuivant toujours de nouveaux progrès au lieu de chercher des réalisations, multiplient les expériences, et n'aboutissent jamais". Era una spiegazione che si poteva adattare agli armamenti degli anni trenta.

Nella seduta del 13 luglio 1914 Charles Humbert, rapporteur de la commission sénatoriale de l'armée, affermò che la Germania aveva distaccato la Francia nella corsa ad armamenti più moderni e che l'Armée era inferiore per armamenti, equipaggiamenti e attrezzature. Prontamente intervenne il ministro della Guerra sostenendo che i dati erano probabilmente esatti ma che la "force morale" veniva prima di tutte le altre, provocando l'intervento dell'iracondo Clemenceau che insorse gridando: "Comprate dunque delle balestre!". Così descrisse la seduta: "Dopo il 1870 non ho assistito a una seduta del Parlamento così emozionante, così dolorosa anzi angosciante come quella di oggi". Nel suo quotidiano L'homme libre del 15 luglio commentava che la forza morale dipendeva in gran parte dalla fiducia nei capi, di cui il primo dovere era quello di mettere gli uomini nello stato di affrontare il nemico, ricordò che nel 1870 gli uomini si fecero uccidere mostrando di essere degni di un altro destino e concluse: "Abbarbicati a quello che resta della Francia, noi non vogliamo, noi non possiamo subire la stessa prova una seconda volta. Non è sufficiente essere degli eroi. Noi vogliamo essere dei vincitori". Furono eroi e vincitori ma a un prezzo disastroso.

All'inizio della guerra, gli "artilleurs combattants", che rappresentavano circa il 20% dei mobilitati, erano 431.000, tra cui 11.000 ufficiali. L'artiglieria poteva schierare quattro cannoni per ogni 1.000 fantaccini. Nel 1918 gli effettivi e il numero dei pezzi erano enormemente aumentati, unitamente alla proporzione dei cannoni rispetto alla fanteria. Sembrava passato un secolo da quando il colonnello Charles Ardant du Picq, ucciso alla testa del suo reggimento nel 1870, sicuramente un precursore in materia di antropologia del combattimento, aveva sostenuto nei suoi Etudes sur le combat, l'opera militare francese più importante del XIX secolo, conosciuta solo dopo la morte del suo autore per l'ostracismo dei capi verso gli scrittori intellettuali: "C'est elle [la fanteria] qui fait la guerre, les autres armes la regardent faire" (48). Conseguenza di questa politica fu la pochezza dell'artiglieria pesante, antiquata e insufficiente che, all'inizio della guerra, schierava obici Rimailho 155 corto a tiro rapido modello 1904 e qualche pezzo da 120 corto Baquet, costruiti trenta anni prima, con una lentissima cadenza di tiro e insufficiente gittata. Un certo progresso fu realizzato con il materiale realizzato da Ragon de Bange, adottato tra il 1877 e il 1885: Il 90 mm da campagna con una gittata di 6900 metri e due cannoni da 80, in dotazione alla cavalleria e all'artiglieria da montagna. Cannoni più pesanti erano il 120 lungo con una portata di 9 chilometri, il 155 lungo, il 155 corto modello 1881 e il mortaio da 220. Scriveva l'Inspecteur général il 6 febbraio 1914: "Quand à l'artillerie de siège et de place, rien n'a été fait depuis quarante ans". Un corpo d'armata allineava 120 cannoni da 75, un'armata 104 cannoni da 155 corto Rimailho, ripartiti in 26 batterie, 96 cannoni da 120 Baquet in 15 batterie, 220 batterie da 120 mm. La Germania schierava 148 pezzi per ogni corpo d'armata, l'Austria-Ungheria 96 come l'Italia.

Il cannone Déport 75/27, classificato Matériel de 75 Modèle 1897, chiamato dai soldati "gros noir", era un pezzo campale caratterizzato da grande mobilità e velocità di tiro, il migliore esistente al mondo per la precisione del tiro e per la potenza delle munizioni. La grande innovazione era il freno idropneumatico che permetteva al pezzo di restare, dopo ogni colpo, nella stessa posizione, dispensando i serventi dal movimento a braccia per riportarlo in posizione dopo il rinculo. I pezzi ad affusto fisso invece rinculavano dopo ogni colpo anche di 6/8 metri con la conseguente faticosa manovra di riportarlo in posizione di tiro. Con sei serventi, sparava un proiettile da kg. 7,300, con una gittata massima di 8500 metri e una cadenza di 25 colpi al minuto. La canna andava sostituita dopo 10.000 colpi. Il cassone caricava 80 proiettili. Fu ideato nel 1893-1894 dal tenente colonnello Albert Déport nell'arsenale Pouteaux e costruito dalla Schneider in 17.000 esemplari. Nel 1907 furono rinforzate le ruote e nel 1910 si adottò uno scudo di maggiori dimensioni. Con l'applicazione di ruote gommate, rimase in servizio sino al 1945 e dimostrò di essere un ottimo cannone anticarro. All'inizio della guerra ve n'erano 3840 con una dotazione di 1300 granate per pezzo. Si affermava perentoriamente in un documento ufficiale che: "Il cannone da 75 è in grado di far fronte a tutte le missioni che possono essere affidate all'artiglieria nella guerra di campagna". Si consideravano sufficienti quattro 75 per un fronte di 200 metri.

Di questo pezzo, Weygand scriveva che nelle scuole militari si sosteneva che fosse: "Dio padre, Dio figlio e Dio Spirito Santo", de Gaulle lo definiva: "incomparable pour l'époque" (49), Liddell Hart: "un cannone campale unico per mobilità e rapidità di tiro". Aggiungeva l'economista statunitense David S. Landes nel suo La ricchezza e la povertà delle nazioni: " […] 75 mm., il pezzo forte della loro artiglieria, il fiore all'occhiello del loro arsenale, una macchina disegnata in modo così sopraffino che lo si faceva sparare con un bicchiere pieno acqua poggiato sul carrello e non se ne versava neanche una goccia" (50). Era un articolo di fede per l'uomo della strada: "Les Allemands sont fort […] nous avons notre 75". Nessuno rifletté sul fatto che si trattava di un pezzo a tiro teso, inadatta per il fuoco contro le trincee, ipotesi che, ad onore del vero, non era previste dalla dottrina. Va aggiunto che andava fabbricato con una estrema precisione, sconosciuta per i cannoni precedenti. Il materiale a deformazione venne adottato con cospicui ritardi dagli altri paesi. La Germania iniziò la trasformazione dei pezzi da 77 nel dicembre 1904 e la portò a termine alla fine del 1906, la Gran Bretagna dal 1904 al 1907, l'Austria-Ungheria dal 1906 al 1909. In Italia, dopo lunghissime diatribe, fu adottato nel 1911.

Per la D.C.A., artiglieria contraerea, gli studi erano iniziati nel lontano 1904, sotto la direzione del Comité de l'artillerie e, dal settembre 1906, della Section technique de l'artillerie. L'onnipresente 75, esperimentato l'anno successivo nel campo di Mailly contro gli aerostati, dimostrò i suoi limiti. In seguito il tenente colonnello Sainte Claire Deville ideò un cannone antiaereo da 75 autoportato, con una velocità di 30 km/h, ma più impellenti necessità fecero passare il problema in secondo ordine tanto che nel 1914 vi era un solo esemplare dei 30 ordinati. Nell'aprile 1915 erano disponibili 11 sezioni, di cui 6 assegnate a Parigi. Si dovrà arrivare al 21 dicembre 1915 per l'istituzione nelle armate di un: "Organe de surveillance et d'instruction des postes de D.C.A. et des sections d'autocanons". Le attrezzature tecniche risentivano della scarsa attenzione per l'arma. Ogni batteria e ogni comando di gruppo aveva due telefoni con 500 metri di filo. I reggimenti e le unità superiori non avevano mezzi in proprio. I binocoli erano in limitata dotazione, con una gittata che non superava i 3/4.000 metri. Tutto si sacrificava al mito della celerità nello svolgimento della battaglia.

Nel Règlement de manœuvre de l'artillerie del 1910 i mezzi di segnalazione erano nell'ordine la vista umana, gli addetti ai collegamenti e, in alcuni casi, le segnalazioni visive ma mancavano le pistole da segnalazione. Per inciso l'esercito germanico aveva in dotazione all'inizio del conflitto diverse pistole e un fucile da segnalazione. L'osservazione aerea era inesistente.

Per le mitragliatrici, il generale Sarrail, Directeur de l'infanterie, dopo la distribuzione ai reparti delle prime armi nel 1908, dieci anni dopo la Germania e 13 dopo la Gran Bretagna, osservava: "Nous en avons fait fabriquer, pour donner satisfation à l'opinion publique. Mais cet engin ne charge rien à rien sur lequel on ne peut pas faire fond". Ribadiva quanto dichiarato nell'agosto 1907 alla scuola di tiro del campo di Ruchard, dopo una dimostrazione a fuoco. Rivolto agli ufficiali intervenuti pronunciò parole che lo faranno passare alla storia: "Ho fatto effettuare questa dimostrazione perché tornando ai vostri reggimenti non possiate dire che non l'avete vista all'opera. Ma questa può essere la sola volta che l'avete vista in opera nella vostra vita. Il suo impiego non può essere che eccezionale. Che si possa usare per difendere una sfilata di truppe, l'uscita di un villaggio, le corna di un bue, sia pure! Ma normalmente non troverà mai il suo posto su un campo di battaglia."

L'aveva preceduto un capitano che si firma con una M seguita da tre puntini nell'Emploi des mitrailleuses par l'infanterie pubblicato sulla Revue militaire générale tre anni prima. Il capitano, dopo averne valutato l'impiego nella passata guerra russogiapponese, sosteneva che occorreva frenare l'infatuazione che l'opinione pubblica manifestava per quest'arma, perché né gli effetti materiali né quelli morali prodotti dal crepitio continuo erano di un grande sostegno e, prima di metterle in azione, occorreva sempre domandarsi se gli effetti che si volevano ottenere erano proporzionati all'enorme consumo di munizioni che comportava l'arma. Sentenziava: "Arme d'exception que ne trouve son emploi que dans des cas peu nombreux". Eppure un ufficiale russo, un ufficiale di un paese tecnologicamente arretrato, la definiva: "Una delle scoperte più distruttive create dalla tecnica militare", a differenza del molto celebrato generale Dragomirov: "Considero la mitragliatrice come inadatta per un esercito costituito in forma normale per operare sul terreno" (51).

Non si trattava di un'arma nuova, perché Napoleone Terzo, dopo la guerra in Italia, vincendo la resistenza del ministro della Guerra che aveva negato che "pour maintenir notre gloire, il faille des engins nouveaux", aveva insistito perché si producesse un'arma automatica in grado di fronteggiare le fanterie nemiche anche alla luce dell'impossibilità dei pezzi di artiglieria da quattro libbre Beaulieu in dotazione di sparare a mitraglia. Fu il generale di artiglieria Giovanni Battista Verchère de Reffye a dotare l'Armée di una mitragliatrice, creata nel 1867, chiamata Canon à balles con 25 canne, su cinque strati orizzontali, in grado di sparare teoricamente circa 75 colpi al minuto a una distanza di oltre due chilometri. Secondo l'Enciclopedia militare il volume di fuoco era poco preciso, con frequenti inceppamenti e avarie, altri evidenziarono lo scarso brandeggio. Le regole d'impiego, volute dalla Commission d'artillerie, né stabilivano l'assegnazione all'artiglieria, col compito di controbattere quella nemica, mentre era un'arma di interdizione contro le fanterie lanciate all'attacco. I "canons", in numero di 190, vennero inseriti nelle batterie di artiglieria divisionale nella misura di una batteria da sei per ogni tre batterie.

L'arma aveva dato un saggio della sua efficacia nella battaglia di Saint-Privat quando, in posizione protetta, inflisse perdite sanguinosissime alle avanzanti fanterie prussiane. Nessuna esperienza era stata tratta dall'uso della mitragliatrice nella guerra americana, che pure aveva formato oggetto di un approfondito articolo a firma di J. Richard, capitaine du génie, pubblicato nella Revue militaire française dell'aprile 1870. La segretezza che circondava la mitragliatrice francese era tale che Richard sosteneva trattarsi di un'arma: "diffèrent de toutes les armes à feu en usage dans les armées européennes".

Sulla Revue militaire française del 1870, pochi mesi prima dell'inizio delle ostilità, si legge un curioso articolo ad opera di un ufficiale che usa lo pseudonimo di "artilleur" intitolato Des mitrailleuses et de leur rôle sur le champs de bataille de l'avenir d'aprés le major Fosbery de l'armée anglaise du Bengale, traduit et annoté par un artilleur (52). Iniziando con la classica annotazione sulle future guerre "moin sanglants" con il perfezionamento delle armi, il maggiore Fosbery aveva esaminato le armi automatiche in servizio, ma forse era meglio dire in valutazione, presso i principali eserciti europei. Definisce l'americana Agar "ni assez simple, ni assez puissante", la Claxton pure americana "non migliore della precedente", la Montigny belga estremamente semplice e come la Gatling, superiore all'Agar e alla Claxton. Passa poi alla mitragliatrice francese: "entourée d'un mystère très religieusement gardé jusqu'ici". Fosbery non ne da nessuna descrizione, per "un sentiment de délicate discrétion" pur dichiarando di conoscerla in tutti i dettagli. La ritiene comunque un'arma "des plus formidables" anche se di peso troppo elevato. Servita da tre uomini poteva tirare per 5/6 minuti consecutivi 300 colpi al minuto. Concludeva sostenendo trattarsi di un'arma: "beaucoup supérieure a quelle che si trovano in questo momento nelle mani delle altre nazioni civilisées".

Nemmeno dopo la guerra ne fu apprezzato il valore. Fu definita: "plus de bruit que de besogne" e accantonata a favore del mitico 75, classico esempio di un prodotto della tecnologia troppo avanzato per l'epoca. Reffye, che morì a seguito di una caduta da cavallo, allievo dell'École Polytechnique era stato un favorito di Napoleone Terzo del quale era stato ufficiale d'ordinanza. Col grado di capitano era stato Directeur de l'Atelier de construction di Tarbes, ove aveva messo a punto l'arma. Nel dopoguerra aveva continuato nei suoi studi, incitato da Thiers, presidente della Repubblica: "Marchez toujours, et rappelez-vous que vous n'êtes responsable qu'envers le pays et moi" (53).

Il 18 luglio 1899 le prime dieci mitragliatrici furono impiegate per la difesa dei forti di Verdun, Epinal e Bizerte, nel 1908 salirono a 108 con 50 in riserva. L'arma era sempre considerata "nuisable" allo spirito offensivo, atta solo alle piazzeforti o come "pivots de manœuvre"; stessa sorte ebbe il mortaio leggero. Le due armi, dette di accompagnamento, nuocevano al morale di un esercito contrario a tutte le idee di una guerra di posizione e teso alla guerra di movimento.

Dal 1900 iniziò la sperimentazione in terreno libero e allo scoppio del conflitto i reggimenti avevano in dotazione 2 mitragliatrici per ogni battaglione dell'esercito attivo, le riserve erano neglette. Come in Italia, ove alla Maxim furono preferiti mediocri modelli nazionali, il mito nazionalista patriottardo, che nascondeva interessi industriali, portò a soluzioni che furono pagate col sangue. Per la scelta del materiale si contrapposero l'eccellente Maxim e la Hotchkiss, arma che, pur svantaggiata dal mediocre sistema di alimentazione a piastrine metalliche da 24 o 30 colpi, avrà una vita operativa lunghissima e sarà ancora in servizio nelle guerre del Vietnam. Hotchkiss era un industriale statunitense che, forte della sua esperienza maturata nella guerra di secessione, si era trasferito in Francia dove aveva aperto una fabbrica di munizioni nel 1870. La Maxim fu scartata a favore della francese Hotchkiss. Nel 1905 fu messa in produzione la Puteaux e nel 1907 la Saint-Etienne Modèle 1907 T fabbricata dalla Manufacture d'Armes de Saint-Étienne fino al 1917. Entrambe avevano la tendenza ad incepparsi nella polvere e nel fango. La seconda fu un cattivo tentativo di migliorare l'Hotchkiss, la prima un tentativo di migliorare la Puteaux ma, scrive Ian Sumner, "fu un disastro su tutta la linea" (54).

Ben presto la Puteaux fu assegnata alle piazzeforti, e la Saint-Etienne sostituita dalla Hotchkiss che nelle fabbriche di Saint-Denis nei pressi di Parigi e di Lyon produsse 40.000 esemplari, forniti anche agli alleati, ai soli Stati Uniti nel numero di 9352. Secondo Joffre, nel 1914 la dotazione di mitragliatrici era di 5106, di cui 886 nelle piazzeforti e 200 nella manifattura di Saint-Étienne. De Gaulle invece scrive di 2500 armi automatiche contro le 4500 nemiche. Alain Bru sostiene che le mitragliatrici tedesche erano cinque volte superiori a quelle francesi. Si resta perplessi quando un altro autore, Lorenzo Golino, scrive che l'esercito tedesco scese in campo con 12.500 Maxim, e 50.000 in produzione (55).

Anche in Gran Bretagna la nuova arma non ebbe molti estimatori. Secondo Liddell Hart, il maresciallo Haig ne rifiutò di accrescere il numero: "La mitragliatrice è un'arma il cui valore è sopravvalutato. Due mitragliatrici per battaglione sono ampiamente sufficienti". Kitchener era più possibilista, quattro mitragliatrici per battaglione potevano essere utili, ma altre mitragliatrici sarebbero un lusso. Alla fine della guerra i battaglioni avevano in dotazione 40 tra armi automatiche leggere e pesanti. Ad attenuante dello scozzese Haig va detto che lo stimatissimo generale von Bernhardi, giudicava che: "A proposito delle mitragliatrici, osserviamo che l'opinione che possano rimpiazzare in una certa misura la fanteria, è senza alcun dubbio erronea. Le mitragliatrici sono innanzitutto un'arma difensiva. Non si può utilizzarle nell'offensiva che sotto certe condizioni favorevoli. Rinforzano uno dei fattori del successo -l'efficacia del fuoco- ma possono diventare un ostacolo allo slancio irresistibile indispensabile a tutti gli attacchi. Non bisogna dunque fornire alla fanteria che un numero limitato di quest'arma ausiliaria, utilizzandola principalmente nella fase difensiva, e per conseguenza raccoglierle in forti unità. Bisogna anche vigilare che le sezioni di mitragliatrici non appesantiscano troppo le colonne". Buona prova darà il fucile Lebel calibro 8 modello 1886 M 93 a ripetizione, camerato per la cartuccia 8x50R, che sostituì il Gras in servizio dal 1874. adottato nel 1886 e modificato nel 1893 e 1907, risulta ufficialmente ideato dal colonnello Nicolas Lebel. Scrive invece Monteux sulla Revue scientifique del 1888, che: "par une étrange bizzarrerie de l'opinion publique on à designé vulgairement sous le nom de fusil Lebel", mentre M.M.Vieille e il colonel Gras erano i "seuls inventeurs", in collaborazione con: "[d'] un grand nombre d'officiers" (56). Del colonnello Lebel si scriveva: "Qui à présidé pendant de longs mois la Commission des armes portatives du Champ de Châlon". L'arma nasceva dalla scoperta nel 1880, ad opera di Paul Vieille ispettore generale des Poudres et Salpêtres, della polvere colloidale detta infume, tre volte più potente della polvere nera, con l'inestimabile vantaggio di non generale fumo.

La scoperta della polvere colloidale fu da molti considerata la seconda rivoluzione militare dopo quella del Cinquecento, e portò all'adozione generalizzata di fucili a ripetizione caratterizzati da una gittata di 2000 metri e da una traiettoria meno arcuata. Particolare curioso in un primo tempo si riteneva che "la poudre sans fumée rendre invisibles ceux qui s'en serviront" (57). La rapida messa in produzione fu dovuta al ministro della Guerra generale Boulanger, il quale, assunto il ministero nel gennaio 1886, ordinò che il nuovo fucile dovesse essere pronto per il successivo primo maggio. La fabbricazione fu ripartita tra le manifatture di Châtellerault, Saint-Étienne e Tulle.

Fu il primo fucile da guerra con polvere senza fumo, con "une grande rapidité de tir" scrive de Gaulle. Dotato di un caricatore tubolare ad otto colpi, più uno in canna, fu apprezzato per la sua robustezza e le qualità balistiche. Inferiore al Mauser per cadenza di tiro, (14 colpi al minuto contro 22/25) era però più semplice da usare e con una gittata superiore. Altri lo sottoposero a critiche violenti. Le pallottole dovevano essere caricate a una a una nel caricatore posto sotto la canna, l'arma era troppo lunga, il centro di gravità veniva a cambiare ogni volta che si sparava un colpo. I fucili disponibili erano 2.800.000, di cui 300.000 usurati, in luogo dei 4 milioni necessari per l'Armée, le riserve e i territoriali. Nel 1916 fu messo in servizio il Fusil d'infanterie Modèle 1916, arma a cinque colpi. Da notare che le munizioni, in un apprezzabile fenomeno di standardizzazione, si adattavano anche alla carabina della cavalleria modèle 1890, a tre colpi, priva di baionetta, adottata il 14 marzo 1890 e al moschetto d'artiglieria Modèle 1892 a tre colpi e, in seguito, alle mitragliatrici Saint-Etienne e Hotchkiss.

Il poco affidabile revolver Lebel Modèle 1892 a sei colpi, ispirato al revolver svizzero Modèle 1882, fu affiancato da ingenti quantità di pistole semiautomatiche Star e Ruby a nove colpi acquistate in Spagna che, nei paesi baschi, aveva una avanzata industria di armamenti. Il Lebel era in dotazione agli ufficiali mentre il revolver modèle 1873 a sei colpi creato dopo la guerra del 1870 equipaggiò la gendarmeria, le unità montate e i sottufficiali.

Gli eserciti, all'inizio del conflitto, non avevano in dotazione bombe a mano, che, annota Ludendorff , potevano essere utilizzate anche da soldati non esperti; sarà la guerra di trincea ad evidenziarne la necessità. Le difficoltà ad accettare gli ultimi ritrovati della tecnologia si estendevano all'aeronautica. Furono pochi a comprendere che la guerra stava cambiando volto, che il campo di battaglia si allargava alle città, ai non combattenti, alle donne e ai bambini.

Si pensava agli aviatori come a saltimbanchi o acrobati da cui non ci si poteva attendere niente di serio. Foch nel 1910, all'epoca comandante dell'École supérieure de guerre, dopo il Circuit de l'Est commentava: "Tout ça, c'est du sport! Pour l'armée, l'avion c'est zéro!". Questo giudizio non era solo del generalissimo se nel 1912 commentava il commandant Paul Renard: "En 1910, les aéroplanes étaient plutôt un objet de curiosité pour le commandement" (58). Sulla stessa linea era il generale Cadorna. Si legge in Il generale Paolo Spingardi ministro della guerra 1909-1914 di Andrea Saccoman; "[…] alle grandi manovre [1911] che si svolsero nel Monferrato alla fine di agosto presero parte degli aeroplani che,[…] suscitarono il sorriso incredulo di Cadorna". In una lettera del novembre 1916 il generalissimo francese modificherà il suo giudizio: "La supériorité en aviation permet seule la supériorité en artillerie, indispensable pour avoir la supériorité dans la bataille actuelle". In seguito nelle sue Memorie sostenne che: "Nos service de l'aviation, des communications présentaient également de notables insuffisances". Nulla come l'esperienza rende saggi gli uomini.

Il francese Clément Ader affermò profeticamente: "Sarà padrone del mondo chi sarà padrone dell'aria". Sostenuto dal generale Mensier, Direttore del Genio, portò avanti i suoi studi e nel 1890 costruì e volò con l'Eole effettuando il primo volo in Francia. L'aereo con un motore a vapore, sollevandosi per una diecina di centimetri volò per circa 50 metri. L'anno successivo progettò un nuovo aereo, l'Avion. Il presidente del Consiglio e ministro della Guerra Charles de Freycinet gli concesse l'uso di un terreno militare nei pressi di Satory, vicino Parigi e una sovvenzione prelevata dai fondi segreti con l'autorizzazione del presidente della Repubblica. L'aereo, con una velocità di 50 km. orari, doveva volare per sei ore, passare con esattezza su un punto seguendo un itinerario prefissato e, oltre il pilota, trasportare una persona o materiale per un peso equivalente. In effetti doveva percorrere il tragitto Parigi - frontiera tedesca. Le specifiche erano estremamente severe rapportate allo stato dell'arte dell'epoca. Erano performances che sarebbero state raggiunte a fatica all'inizio del XX secolo. Il progetto abortì e negli anni successivo Ader continuò ad illustrare le sue teorie con opere diverse. Con il capitano Ferdinand Feber divide il primato di essere uno dei "visionnaire" precursori dell'aeronautica francese.

Feber, alunno dell'École Polytechnique, appassionato di matematica e di fisica, col grado di capitano di artiglieria insegna all'École d'application de l'artillerie e du génie di Fontainebleau. Nel 1898 viene a conoscenza degli studi aeronautici del tedesco Lilienthal e si appassiona al problema. Lilienthal scriveva: "Concepire una macchina volante non è niente, costruirla è poco, collaudarla è tutto". Feber segue il principio: "Pas à pas, saut à saut, vol à vol", lavorando metodicamente sui numerosissimi problemi che il nuovo mezzo presenta. Costruisce quattro aerei ma è sempre insoddisfatto. Entra in corrispondenza con l'ingegnere Chanute e i fratelli Wright in una comunità di intenti che non si sarebbe più ripetuta per l'avvenire. Sarà lui a rendere noto nella Revue d'artillerie del marzo 1904 il volo dei Wright. Il colonnello Charles Renard lo invita a lavorare con lui, distaccato dall'artiglieria al genio raggiunge il Parc d'aérostation militaire de Chalon-Meudon il nove maggio 1904. Il 27 maggio 1905 il suo ottavo aereo a motore si alza da terra. Entra in contrasto col ministro della Guerra generale Picquart, che definisce "ministre mélomane" e viene spedito alla direzione d'artiglieria di Brest. Nel 1908 pubblica il libro L'Aviation, ses débuts, son développement in cui scrive: "On volerà de continent à continent" con penetranti intuizioni sull'avvenire dell'aeroplano. Né intravede un uso militare consistente nell'esplorazione dall'alto del campo nemico e del combattimento, scrive: "Il s'agit donc de faire disparaître de l'air les escadrilles ennemies afin de rendre aveugle le général en chef". Vaticina che in un lontano avvenire l'uomo lascerà la terra con missili e motori a reazione. L'opera raggiunge un grande successo. Il ministro resta inflessibile nelle sue decisioni ma Ferber può usufruire di numerosi permessi e, forte delle esperienze passate, scrive sotto uno pseudonimo. La Ligue nationale aérienne, creata nel 1908 ad opera di René Quinton suo amico, gli offre la carica di professeur instructeur ma improvvisa scoppia la tragedia. Alla Semaine de Boulogne-sur Mer del settembre 1909 il biplano Voisin su cui vola, a seguito di un colpo di vento in fase di atterraggio sbanda e si capovolge. Ferber muore per emorragia interna a 47 anni. Per l'aeronautica e la Francia la perdita è gravissima.

Il 17 dicembre 1903 il nuovo secolo vide, per la prima volta nella storia dell'umanità, un biplano statunitense, battezzato Le Flyer, costruito da Wilbur e Orville Wright, costruttori di biciclette, alzarsi dal suolo e volare per 259 metri per 59 secondi a Kitty Hawk nella Carolina del Nord. Sulla primogenitura del volo con un mezzo più pesante dell'aria le polemiche furono acri. Si sosteneva da più parti che il volo era stato potenziato da aiuti esterni. L'aereo era stato fatto scivolare su una lunga rotaia in legno e aveva ricevuto la spinta iniziale dalla caduta di un robusto contrappeso lungo una apposita colonna.

Tre anni dopo il ministero della Guerra inviò negli Stati Uniti il commandant Bovel del Genio per l'acquisto di uno degli aerei dei fratelli Wright. Le trattative furono lunghe, da parte dei Wright vi era la richiesta di un contratto preliminare che sarebbe diventato definitivo quando l'aereo avrebbe volato per 40 km con due membri di equipaggio, prezzo richiesto 200.000 $, ossia un milione di franchi. Il governo francese delega lo studio del contratto alla 4° Direction (Génie) il cui Directeur Pierre-Auguste Roques delega a sua volta il Laboratoire des recherches della Aérostation militaire di Calais-Meudon. Le trattative si trascinano a lungo, le difficoltà aumentano per la caduta del ministero in carica, la Direction du Génie, assolutamente a digiuno delle problematiche aviatorie, avanza perplessità. La fine delle trattative si ha con una lettera del ministero della Guerra del quattro settembre 1906: "[…] les pourparlers relatifs à l'achat de votre appareil par mon Administration doivent être considérés comme définitivement clos". Sarà un consorzio francese, la Compagnie générale de navigation aérienne C.G.N.A. ad acquistare i brevetti per lo sfruttamento in Europa e nelle colonie. Wilbur Wright effettuò dei voli in prossimità di Mans dall'agosto 1908 al febbraio 1909 e addestrò, come da contratto, i primi tre piloti francesi, ma ben presto i costruttori europei si portarono all'avanguardia.

Il nuovo mezzo fu oggetto di grande attenzione negli ambienti scientifici e attivò gli spiriti più acuti di paesi diversi. Paul Renard trattò scientificamente il problema in una serie di conferenze alla Societé d'encouragement pour l'industrie nationale nel 1909 raccolte in volume, in cui sviluppò le problematiche che l'aeroplano poneva (59). Tutta l'Europa fu scossa quando il 25 luglio 1909 Louis Bleriot, che ricopriva il grado di lieutenant della riserva, traversò la Manica. "La Gran Bretagna non è più un isola!" titolò drammaticamente il suo editoriale un quotidiano inglese, Il generale von Bernhardi nel 1911 osservava che obiettivo da raggiungere era un aeroplano in grado di combattere e distruggere gli aerei e i dirigibili avversari e che bisognava, in fase di costruzione, elaborare la tattica per ottenere una superiorità reale: "La flotta aerea dovrà essere sviluppata con la più grande energia al fine di renderla più forte nel combattimento di tutte le altre flotte nemiche". Per essere un capo "terrestre", va a suo onore di aver prospettato la necessità di reparti aerei per la marina che avrebbero reso "preziosi servizi".

Giulio Douhet, unico pensatore militare italiano di livello mondiale, nell'Aula magna del Politecnico d Torino nel maggio 1911 sostenne: "Una nuova arma è sorta: l'arma dell'aria; un nuovo campo di battaglia si è schiuso: il cielo; un nuovo fatto si è compiuto nella storia della guerra: il principio della guerra nell'aria". L'allarme era già diffuso quando Henri Farman nel 1912 scriveva: "La guerra di domani sarà una guerra di aeroplani. Con l'aereo […] posso provarvi che è facile distruggere delle città intere, delle fortezze". Nel clima di sviluppo dell'arma della terza dimensione il ministro della Guerra generale Brun, il primo alto ufficiale a volare, nel 1909 creò l'École Supérieure d'aéronautique et de construction mécanique e interessò la direzione del genio e dell'arma dell'artiglieria. Quest'ultima, "arme savante par excellence", da tempo aveva raccolto nei suoi archivi un'estesa documentazione su vari progetti di macchine per volare che andavano dalle mongolfiere agli elicotteri, passando per le "macchine infernali".

Ben presto si accese una gara tra le due armi. Il generale Pierre Auguste Roque, Directeur du Génie, incaricò una Commission di acquistare cinque aerei per una accurata valutazione delle possibilità di ricognizione a lunga portata. L'artiglieria, a sua volta, delegò il commandant Estienne, conosciuto per il suo spessore culturale e le doti di organizzatore, al compito. Subito impiantò a Vincennes presso il poligono della Maison-Blanche una pista lunga 700/800 metri per 100/150, un hangar e impianti vari. Commissionò sei aerei (due Wright, due Henry Farman, un Bleriot e un Antoinette), lanciò un appello agli ufficiali delle varie armi per creare futuri piloti e iniziò ad elaborare regolamenti e una dottrina aerea. A fine 1909 la Camera decretò uno stanziamento di 240.000 franchi a favore dell'artiglieria per lo sviluppo dell'aeronautica, nel gennaio 1910 il ministero creò un'organizzazione provvisoria Service spécial commandant Estienne, provocando una interrogazione di un senatore sull'inutilità dell'esistenza di due servizi con evidenti problemi economici e organizzativi.

Il Genio, di rincalzo, mise in rilievo la sua anzianità, la sua maggior esperienza, l'importanza dei suoi impianti, domandando l'acquisizione degli impianti di Vincennes e dei piloti brevettati. La querelle sorta fu risolta dal Parlamento a favore del Genio e fu creata una Direction du material aéro-nautique sotto la quarta Direction dell'Arma del Genio nella quale da tempo erano stati raggruppati dirigibili e aerostati. Già dal 1877 l'arma del Genio aveva creato l'Établissement central de l'aérostation militaire, primo nel mondo, diretto dal capitano Charles Renard: "per lo studio teorico di tutte le forme possibili di volo, dirigibili, elicotteri, aeroplani". Tre anni dopo i palloni frenati vennero impiegati nelle grandi manovre e per il tiro dell'artiglieria.

Fu solo con l'exploit del 9 giugno 1910, quando un aereo del Service spécial commandant Estienne volò per due ore e mezzo coprendo una distanza di 160 chilometri e stabilendo il nuovo primato mondiale che il "Service" fu salvo. Dopo una lunga negoziazione tra le due armi, Vincennes fu mantenuto in vita con il suo capo, diventando, sotto l'autorità del Genio, un "laboratorio autonomo di aviazione militare" per studi e esperienze. L'accordo fu confermato dal ministro che il primo luglio 1910 stabilì che Vincennes doveva specializzarsi nell'esame, miglioramento e equipaggiamento degli aerei esistenti, allo scopo di renderli atti al servizio militare oltre che allo studio di nuovi modelli. Il momento era buono, perché l'opinione pubblica era impressionata dalla superiorità degli Zeppelin e gli studi si indirizzarono in armamenti atti alla loro distruzione.

Estienne, cervello vulcanico, concepì una stretta collaborazione tra aeroplano e cannone, inviò aerei agli esercizi di tiro di Verdun, insisté perché i reparti d'artiglieria avessero a disposizione aerei per l'osservazione del tiro, battendosi per la costruzione di un piccolo aereo smontabile con piloti specialisti che dovevano operare in stretta relazione con i reparti. Paul Renard si oppose fermamente escludendo che con l'aereo l'artiglieria tirasse a "coup sûr" e definiva "partisans fanatiques" i fautori dell'alleanza tra le due armi che: "Chiedono una aviazione messa a loro completa disposizione, sottraendola all'Ispettorato aeronautico". In un articolo pubblicato su Le Temps il sempre presente artigliere generale Langlois, che diventerà nel 1912 presidente del comitato militare della Ligue nationale aérienne di cui era membro il generale Bonnal, era sulla stessa linea. Colpisce che Renard, venendo meno alla gallica superiorità che caratterizzava gli ambienti militari, riconoscesse che in Italia si trovavano: "les meilleurs spécimens de dirigeables militaires" con "officiers éminens".

A fine 1910 si creò l'Inspection générale permanente de l'Aéronautique militaire agli ordini del generale di divisione Roques, che per molti anni, nella sua qualifica di Directeur del Genio al ministero, aveva trattato le problematiche relative alla navigazione aerea. Nello stesso periodo l'Inspection bandì un concorso per un aereo in grado di volare per 300 km con tre persone, pilota compreso. Al concorso si iscrissero 140 piloti, ma solo 32 si presentano alle prove nel novembre 1911. Nove superarono le prove preliminari, vincitore fu un monoplano Nieuport che volò alla velocità di 117 km. orari, secondo un biplano Bréguet a 95, terzo un monoplano Deperdussin a 89 km. Fu un anno decisivo per l'aeronautica francese che con quattro aerei e 14 dirigibili partecipò alle grandi manovre in Piccardia. Nell'agosto il generale Brun, ministro della Guerra, organizzò la "Grande semaine d'aviation de Reims" alla quale parteciparono 38 piloti di cui 23 riescono a decollare, si eseguono 120 voli di cui sette per una distanza superiore ai 100 chilometri.

Roques per l'organizzazione del servizio invia a ottobre una nota a tutti i reparti delle forze armate, numerosi candidati affluiscono all'École d'aviation Blériot a Pau. Nel corso del diuturno addestramento si evidenzia la necessità di osservatori a bordo per le difficoltà dei piloti di guidare gli instabili mezzi e osservare il terreno. Alla fine dell'anno l'arma annoverava 32 aeroplani, che dopo il concorso saliranno a 174. In pratica circa 9 per corpo d'armata, numero inferiore alle necessità. Alle grandi manovre dello stesso anno l'esercito germanico aveva schierato 8 aerei in tutto.

La Marina costituì un proprio servizio privilegiando l'idrovolante, oltre a dirigibili e aerostati; l'anno successivo entrò in servizio una nave portaerei la Foudre e nel 1912, il 20 marzo, nacque il Service de l'aviation maritime. Nel 1911 fu istituito il brevetto militare per piloti e meccanici con una prova di tre voli andata e ritorno di 100 chilometri senza scalo, il primo brevetto fu appannaggio del lieutenant De Rose che entrò a far parte dell'Établissement militaire de Vincennes agli ordini del commandant Estienne. In precedenza, non esistendo scuole militari, il brevetto veniva rilasciato dall'Aéro-club, la prova consisteva nella percorrenza di un circuito di 5 km. per tre volte senza prendere contatto con il suolo. Subito De Rose si mette in luce, oltre che per le sue qualità in volo, anche per gli studi sull'armamento e sul combattimento aereo. Si domanda in una conferenza del 13 marzo 1912: "Gli aeroplani distruggono altri aeroplani? Questa questione non è ancora a punto. […] Stimo che l'attacco di un aereo si farà con un aereo più rapido, "venant par derrière et un peu en desssous".

Gli avvenimenti si susseguono. La notizia che un aereo italiano aveva il primo novembre 1911 in Libia effettuato il primo bombardamento della storia ebbe vasta eco negli ambienti aeronautici. Nel 1912 l'arma aeronautica, organizzata su tre gruppi aventi basi in Lione, Versailles e Reims, con un totale di 165 ufficiali, 180 sottufficiali e 10 squadriglie riceve la bandiera e gli aerei le coccarde tricolori. Il 28 settembre la flotta aerea si concentra a Villacoublay ed è passata in rivista dal presidente della Repubblica. Il generale Roques dispose che gli aerei si sarebbero chiamati Avion in onore di Clément Ader, che aveva inventato questo nome dal latino avis. In precedenza il mezzo più pesante dell'aria, dotato di ali e di un motore, era chiamato "aéroplane". Si crea una nuova unità l'escadrille su sei aerei, ma l'anno successivo si fa un passo indietro. Le "escadrille" vengono poste agli ordini dei comandanti delle piazze dove sono stazionanti. Joffre dispone la creazione di una 12° Direction per l'aeronautica presso lo stato maggiore. Il 29 marzo il Parlamento approvò una legge per l'organizzazione della nuova arma, mentre la Germania assegna all'aeronautica la quinta parte del miliardo di spese straordinarie per armamenti.

Il dibattito tra aereo e dirigibile originò acri scontri. Il politico Painlevé dichiarò che: "Abbandonner les dirigeables serait une imprudence". Altri concordavano chiedendo che si desse la precedenza ai "gros dirigeables", in grado di effettuare ricognizioni strategiche a lungo raggio. L'autorevole Langlois si inserì nel dibattito e, con la solita acutezza, sostenne che l'aereo non avrebbe mai sostituito il cavallo. Vale la pena di ricordare l'esternazione, quanto meno curiosa, dell''esperto aeronautico della Revue des deux mondes: "Se nel 1870 avessimo avuto quelques croiseurs de l'atmosphère et quelques escadrilles aériennes; il n'est pas téméraire de dire que l'issue de la campagne aurait pu être complètement modifiée". Qualcuno ha scritto che con i se e con i ma non si fa la storia.

Uno dei primi studi sulle dimensioni psicologiche della guerra aerea si ritrova in uno scritto di un ufficiale belga, il tenente Poutrin, il quale nel 1911 sosteneva che l'attacco alle grandi città avrebbe portato alla disorganizzazione della vita del paese e all'indebolimento del suo morale. Sarà seguito da una sconfinata serie di studi sull'argomento. La dottrina d'impiego e le direttive strategiche erano limitate alla ricognizione e all'osservazione. Non va però dimenticato che all'epoca i velivoli erano traballanti macchine il cui impiego era estremamente pericoloso e difficoltoso. Sarà la guerra, come sempre, a dare una violenta accelerazione tecnologica.

Nel gennaio 1914 finalmente si costituì, per impulso del ministro della Guerra Noulens, un Conseil supérieur de l'aéronautique per coordinare gli sforzi e le ricerche aeronautiche: "en ce qui concerne leur application militare". Quando "suonò la diana" l'aviazione schierava 136 aerei contro 220, mentre per gli aerostati e i dirigibili, in tutto 15, l'inferiorità era "ecrasante", Zeppelin e Drachen non avevano rivali. Pedroncini e Carlier danno dati lievemente diversi:132 aerei su 23 squadriglie contro 252 aerei su 34 squadriglie. Eppure Paul Renard, dichiarava con: "Assoluta certezza che le aeronavi francesi sono le migliori, sont franchement superieurs", manifestando un malcelato piacere quando nel 1909 lo Zeppelin n.4 precipitò al suolo, parlando di "échec subi par la science allemande […] faillite du systéme rigide" (60), mentre nello stesso anno Banet-Rivet vantava la superiorità del modello francese del dirigibile semirigido (61). Gli va però riconosciuto il merito di aver previsto già nel 1901 che l'avvenire della navigazione aerea era nell'aeroplano (62). Renard torna sul problema nel 1912 (63) e nel 1913, quando sostiene che "ci siamo lasciati ipnotizzare dai progressi dell'aviazione" consolandosi con il giudizio di un ingegnere francese che giudicò lo Zeppelin atterrato a Lunéville: "Cette charpente est une merveilleuse ferblanterie" ossia una patacca. Aggiunge però aspre critiche ai dirigibili germanici a struttura rigida ai quali erano preferibili dirigibili come il Fleures con una cubatura ridotta a un terzo (64). Di certo i dirigibili francesi non solcarono mai i cieli della Germania.

L'esercito francese ebbe il triste primato, tra i paesi belligeranti, di entrare in guerra con le uniformi più antiquate. Dopo la battaglia sul fiume Alma in Crimea, avvenuta nel lontano 1854, Ardant du Picq annotò: "E' stato fatto notare che le uniformi francesi sono di un colore assurdo, avendo il solo scopo di catturare l'occhio alla parata. I pantaloni rossi sono visti più da lontano che i grigi - questo grigio [colore delle uniformi della fanteria russa] dovrebbe essere il colore di base dell'uniforme di fanteria". Il generale Charenton negli anni della ricostruzione aveva sostenuto la necessità di cambiare le uniformi: "on semble beaucoup plus s'occuper du coup d'œil à la parade que des nécessités de la guerre", quando si pronunciò per un solo modello di uniforme per le truppe a piedi e uno per le truppe a cavallo, si gridò al sacrilegio. Nel 1902 il commandant Ernest-Charles Lavisse pubblicò uno studio rapportando l'uniforme francese a quelle di 13 eserciti: "Le gris et le brun feuille morte sont les deux couleurs qui doivent composer les uniformes si l'ont veut rendre ceux-ci aussi peu visible que possibile". Il colore kaki, con varie tonalità, era stato adottato dai Britannici, le cui divise spiccavano per la particolare razionalità e, in seguito, da giapponesi, bulgari, turchi e statunitensi. Germania, Italia, Austria e Serbia si erano invece orientate su divise grigioverdi di tonalità diverse.

Nel 1914 la divisa del poilu, identica a quella della guerra del 1870, era costituita da pantaloni modello 1867 rosso garance e da una giacca, la vareuse, modello 1913 di colore blu, alla quale si accompagnava un cappotto dello stesso colore, modello 1877. Nel periodo estivo il soldato era particolarmente affaticato dal pesante cappotto e dalle mollettiere che tendevano a sciogliersi dopo qualche chilometro di marcia. Quando negli anni prebellici si era dibattuto alla Camera il problema della modernizzazione dell'equipaggiamento il ministro della Guerra Adolphe Messimy perse il posto avendo sostenuto che: "Questo stupido attaccamento al più visibile di tutti i colori porterà conseguenze drammatiche". Il successivo ministro Eugène Etienne nel 1913 passerà alla storia, in una seduta parlamentare sulle brache dei soldati quando impetuosamente proclamerà: "Abolire i pantaloni rossi? Mai! I pantaloni rossi sono la Francia!", scatenando un uragano di applausi dei patriottici padri della patria. Dopo i primi insuccessi bellici si adotterà una divisa di un colore azzurro smorto detto "bleu horizon". Stessa sorte per la cavalleria. I corazzieri, entrati in guerra con elmo e corazza in acciaio cromato, ritenuta impenetrabile ai proiettili sparati da una distanza superiore ai 300 metri, si affrettarono a ricoprire l'acciaio con telini di stoffa, salvo poi a passare al "bleu horizon". Alle truppe dell'Armée d'Afrique fu invece distribuita un'uniforme kaki.

Lo zaino modello 1893, in pratica quello del Secondo Impero, era chiamato "As de carreau", l'espressione era un gioco di parole per identificarne le varie parti. Aveva una struttura rigida in legno ricoperta da cuoio ed era grandemente capace. Viveri, sacchetti di sale, caffè, zucchero, 120 cartucce, gavetta modello 1852, due recipienti, un pezzo della batteria da cucina che si divideva tra i componenti della squadra, biancheria personale, teli e picchetti da tenda, una coperta arrotolata e scarpe di riserva all'esterno. Al cinturone modello 1892 erano agganciate tre giberne e la baionetta modello 1866, lunga circa 55 centimetri, "l'arme froid" soprannominata Rosalie. Sulla spalla destra era sistemato un tascapane di tela e sulla sinistra una borraccia da un litro. Nel corso della guerra vi furono variazioni nelle dotazioni, come la borraccia di due litri. Quando negli anni Settanta si era iniziata la ricostruzione dell'esercito, alla luce dell'aumentata potenza delle armi da fuoco si sostenne la necessità di dotare un quarto degli effettivi di ogni reparto di attrezzi da scavo. L'opposizione fu netta, il Francese non era un "terrassier" ma un soldato che, per il suo "élan" al primo colpo avrebbe lasciato il suo attrezzo per impugnare il fucile, si assegnò quindi a ogni compagnia due "sapeurs porteurs d'outils". Della mancanza di attrezzi e dello scarso addestramento della truppa a scavare si lamentava il generale Lanrezac che a Charleroi evidenziava: "Nos troupes qui avaient pourtant l'ordre de rester sur la défensive ont commis l'abominable imprudence de ne point se retrancher sérieusement, de telle sorte qu'elles n'ont pu limiter la portée des contreattaques allemandes". Sarebbe stato più esatto scrivere "nos officiers". Nei successivi primi mesi di guerra, sotto il fuoco delle mitragliatrici, il poilu scavò la terra con le mani.

Il carico del fuciliere negli eserciti all'inizio delle ostilità non variava di molto, con l'eccezione di quello del fantaccino americano (Kg. 22). Si aggirava dai 25 dell'esercito austroungarico ai 34 del Regio Esercito. Il fante francese portava sulle spalle 27 kg., stesso peso per i soldati tedeschi e britannici (65). Nel corso delle operazioni, il soldato effettuava una rapida cernita del materiale sbarazzandosi, con disappunto delle intendenze, di quello che, col suo istintivo buon senso, non riteneva, sia pure al momento, necessario. Le leggi fisiologiche sui carichi del soldato furono trascurate, a differenza di quelle sui cavalli, animali preziosi che, se troppo carichi o sfiniti da lunghi percorsi, si rifiutavano di marciare. In linea di massima si arrivò alla conclusione che il carico di un soldato non doveva essere superiore a 1/3 del proprio peso. Il fante francese era considerato un ammirevole marciatore, anche perché in massima parte di origine contadina, con una media di 25/30 chilometri al giorno, mentre la cavalleria ne percorreva da 30 a 40.

All'inizio del 1914 il Service de Santé aveva in forza 1600 medici e 7000 infermieri, ogni reggimento di fanteria aveva in media quattro medici, quelli di cavalleria e i battaglioni di chasseurs due. A titolo di paragone, ogni compagnia americana aveva in servizio un medico.

La bilancia sulla quale pesavano gravissimi errori dottrinali, impreparazione, mediocrità degli armamenti, equipaggiamenti e attrezzature pendeva dalla parte germanica. Il vincitore del 1870, contrariamente a quanto succede dopo una guerra vittoriosa, aveva raggiunto il più alto grado di preparazione, migliorando e perfezionando la sua dottrina, con ufficiali eccellenti per addestramento e cultura, sottufficiali di prim'ordine, armamenti e attrezzature senza pari e uno stato maggiore professionalmente ineguagliabile.

Sarà il sangue del soldato francese a riequilibrare la bilancia, a riportarla in parità.

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Note

1. Mayer Émile. Autour de la guerre actuelle. Essai de psychologie militaire. Paris 1917. [torna su]

2. Woyde, de. De l'initiative des chefs en sous-ordre à la guerre. Paris 1895 [torna su]

3. Grandmaison, Commandant de. Dressage de l'infanterie en vue de combat offensif. Paris 1906. [torna su]

4. Grandmaison de, Colonel. Deux conférences. Paris 1911. [torna su]

5. Cosson Olivier. Expériences de guerre et anticipation à la veille de la première guerre mondiale. Les milieux militaires franco-britanniques et les conflits extèrieurs. Revue d'histoire moderne et contemporains 2003. [torna su]

6. Gaulle, Charles de. La France et son armée. 1971. [torna su]

7. Mayer Émile. Lieutenant colonel. La psychologie du commandement avec plusieurs lettres inédites du Marechal Foch. Paris 1924. [torna su]

8. Bloch Marc. La strana disfatta. Napoli 1970. [torna su]

9. Mayer, Émile. L'immobilisation des fronts dans la guerre moderne- L'evolution de l'art militaire. Paris 1916. [torna su]

10. Fuller J.F.C. Le battaglie decisive del mondo occidentale. Roma 1988. [torna su]

11. Bernhardi, Général von. L'Allemagne et la prochaine guerre. Paris 1911. [torna su]

12. Manceau, Emile. Armées étrangères. Essai de pshychologie militaire. Paris 1900. [torna su]

13. Golstein, de F. Des écoles de sous-officiers en Prusse. Revue militaire française 1870. [torna su]

14. Mayer Émile. Lieutenant colonel La psychologie du commandement avec plusieurs lettres inédites du Maréchal Foch. Paris 1924. [torna su]

15. Savorgnan, Francesco di Brazzà. La guerra nel cielo. Milano 1915. [torna su]

16. Ambert, Général. Recits militaires. Aprés Sedan. Paris 1884. [torna su]

17. Lacqueur Walter. Un mondo di segreti. Milano 1986. [torna su]

18. Gamelin, Capitaine. Etude philosolophique sur l'art de la guerre. Paris 1906. [torna su]

19. Culmann F. Capitaine breveté. Deux tactiques en présence. Paris 1908. [torna su]

20. Paloque, lieutenant-colonel. Artillerie de campagne. Paris 1909. [torna su]

21. Percin, Général. La liaison des armées. Paris 1909. [torna su]

22. Percin, Général. L'artillerie au combat. Paris 1912. [torna su]

23. ***. Quelques enseignements de la guerre sud-africaine. Revue des deux mondes 1902. [torna su]

24. Gilbert, capitaine. La guerre sud-africaine. Paris 1902. [torna su]

25. Bonnal, général. La récente guerre sud-africaine et ses enseignements. Paris 1903. [torna su]

26. ***. Cavaliers et dragons. Revue des deux mondes 1902. [torna su]

27. ***. L'évolution actuelle de la tactique. Revue des deux mondes 1904. [torna su]

28. Négrier, général. Quelques enseignements de la guerre russo-japonaise. Revue des deux mondes 1906. [torna su]

29. Négrier, général de. La cavalerie du service de deux ans. Revue des deux mondes 1908. [torna su]

30. Hervé F. Étude sur le modifications a apporter dans notre manière de combattre par suite de l'adoption dans les armées européennes du fusil a chargement rapide. Revue de tecnologie militaire 1870. [torna su]

31. Mayer, Emile. Comment on pouvait prévoir l'immobilisation des fronts dans la guerre moderne. L'évolution de l'art militare. Paris 1916. [torna su]

32. Jaurès, Jean. L'armée nouvelle. Paris 1910. [torna su]

33. Pinon, René. France et Alemagne. Revue des deux mondes 1912. [torna su]

34. Lewall, général. Le maréchal de Moltke. Paris 1888. [torna su]

35. Palat, colonel. La stratégie de Moltke en 1870. Parisi 1907. [torna su]

36. Fuller, J.F.C. Le battaglie decisive del mondo occidentale e loro influenza sulla storia. Volume III. Dalla guerra civile americana alla fine della seconda guerra mondiale. Roma 1988. [torna su]

37. ***. Les tendances nouvelles de l'armée allemande. Revue des deux mondes 1901. [torna su]

38. Herr, général. L'artillerie. Ce qu'elle a été. Ce qu'elle est. Ce qu'elle doit être. Paris 1923. [torna su]

39. Bonnal, général. Les grandes manœuvres du Centre. Revue des deux mondes 1908. [torna su]

40. Patton, Jr. George S. Patton generale d'acciaio. Come ho visto la guerra. Milano 2002. [torna su]

41. Palat, général. Les manœuvres du Languedoc. Revue des deux mondes 1913. [torna su]

42. Weygand. Memoires. Paris 1953. [torna su]

43. Rousset, lieutenant-colonel. Le haut commandement des armées allemandes en 1870. Paris 1908. [torna su]

44. Nobécourt, Jacques. Une histoire politique de l'armée. Da Pétaim à Pétain. Paris 1967. [torna su]

45. Boissonnet, lieutenant-colonel. Le feu du canon et du fusil sur terre et sur mer. Revue militaire générale 1909. [torna su]

46. Langlois, H. général. L'evolution de l'artillerie et ses consequences. Revue des deux mondes 1908. [torna su]

47. Thomas G. Max. La cavalerie combinée avec les autres armes sous l'influence du nouvel armement. [torna su]

48. Ardant du Picq, Charles. Etudes sur le combat. Chapelot 1903. [torna su]

49. De Gaulle, Charles. La France et son armée. Paris 1971. [torna su]

50. Landes, David S. La ricchezza e la povertà delle nazioni. Milano 2000. [torna su]

51. Thiess, Frank. Tsushima. Torino 1945. [torna su]

52. Artilleur. Des mitrailleuses et de leur rôle sur le champs de bataille de l'avenir d'aprés le major Fosbery de l'armée anglaise du Bengale, traduit et annoté par un artilleur. Revue militaire française 1870. [torna su]

53. Art militaire. Les travaux du général de Reffye, du général Uchatius et du capitaine Scultz. Revue scientifique 1884. [torna su]

54. Sumner, Ian. L'esercito francese 1914-1918. 1998. [torna su]

55. Golino, Lorenzo. Maxim. La prima mitragliatrice. Rivista militare 1979. [torna su]

56. Monteux. Le nouvel armement de l'infanterie. Revue scientifique 1888. [torna su]

57. Mayer, Émile. L'immobilisation des fronts dans la guerre moderne - L'evolutin de l'art militaire. Paris 1916. [torna su]

58. Renard, Paul. La flotte aérienne française. Revue des deux mondes 1912. [torna su]

59. Renard, Paul commandant. L'aviation. Conferences faites en 1909. Paris 1909. [torna su]

60. Renard, Paul. Ce qui constitue la supériorité d'un navire aérien. Revue des deux mondes 1909. [torna su]

61. Banet-Rivet, M.P. L'aviation. Les aéroplanes. Revue des deux mondes 1909. [torna su]

62. Banet-Rivet, M.P. La navigation aérienne et son avenir. Revue des deux mondes 1901. [torna su]

63. Renard, Paul commandant. La flotte aérienne française. Revue des deux mondes 1912. [torna su]

64. Renard, Paul. Les dirigeables de guerre. Revue des deux mondes 1913. [torna su]

65. Pianegiani, Rubens. Il carico del fante. Esercito e nazione 1926. [torna su]

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