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Fine annunciata della Benedetto Brin
Una storia italiana
di Giuseppe Finizio © (10/17)
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Premessa

La tragica fine della R.N. Benedetto Brin, devastata dall'esplosione della santabarbara di poppa mentre era alla fonda nell'avamporto di Brindisi alle 8,08 del 27 settembre 1915, è stata spesso attribuita a sabotaggio da parte del controspionaggio della Marina austro-ungarica senza peraltro che emergessero mai prove a supporto di tale tesi. Riteniamo quindi opportuno riaprire questo infausto capitolo della storia della Regia Marina alla ricerca di nuovi elementi di riflessione e di giudizio avviando la nostra indagine con un breve profilo della balistite, la polvere infume responsabile della deflagrazione avvenuta a bordo della Brin.

La balistite

Durante la Grande Guerra ben dieci furono le navi vittime di esplosioni interne spesso avvenute mentre erano agli ormeggi in porto. Il bilancio di questa impressionante serie di sciagure superò i 2500 morti, 700 circa dei quali facevano parte degli equipaggi della Benedetto Brin e della Leonardo da Vinci. Tra le cause più probabili si fece strada la possibilità della deflagrazione spontanea delle nuove polveri senza fumo (balistite, cordite, ecc.) adottate dalle marine di tutto il mondo nell'ultimo decennio dell'800 per rimpiazzare la polvere nera nelle cariche di lancio dei proiettili (1). La balistite fu inventata da Alfred Nobel nel 1887 e brevettata l'anno successivo a Parigi. Dopo avere tentato di venderne i diritti al governo francese, il chimico svedese stipulò un contratto con quello italiano grazie al quale, il 22 giugno 1892, la Società Anonima Dinamite Nobel ne intraprese la produzione presso lo stabilimento di Avigliana (To) (2).

Chimicamente la balistite era il prodotto della gelatinizzazione a caldo di un impasto di nitroglicerina e nitrocellulosa in parti uguali. Per ridurne il potere erosivo, si ridusse in seguito la percentuale di nitroglicerina dall'iniziale 50% fino al 25%. Le cariche di lancio erano costituite da un fascio di strisce di balistite, di dimensioni diverse a seconda del calibro del cannone, tenute insieme da uno spago e avvolte nella tela. Alla estremità di ogni carica veniva fissata una carichetta di trasmissione contenente polvere nera, con l'accensione della quale si produceva la deflagrazione di tutta la carica.

Il primo indizio... va in fumo

Il 30 settembre 1915 il vice ammiraglio Ernesto Presbitero, comandante della 2a Squadra Navale,incaricato delle indagini preliminari,inoltrò una relazione al CSM Luigi di Savoia comprendente la testimonianza del comandante della Squadriglia Torpediniere francese di stanza a Brindisi, il CF Philippe J.M. NEL, che si trovava ad appena 400 m dalla Brin al momento dello scoppio (3). Secondo il suo rapporto l'esplosione fu immediatamente "seguita - dall'elevarsi di una colonna di fumo color rosso mischiato a colonna di vapore bianco" (4).

Nella relazione ufficiale del 3 novembre 1915, che chiudeva i lavori della commissione di inchiesta presieduta dal contrammiraglio Patris, leggiamo, invece,di "una colonna di fumo grigiastra" (5).I due elementi, apparentemente slegati e contraddittori, fanno parte di un'unica sequenza, in quanto la prima manifestazione visibile della decomposizione spontanea della balistite era proprio lo sprigionarsi di fumo rosso a cui seguiva la deflagrazione con liberazione di vapori grigiastri. Ne troviamo autorevole conferma nelle parole del Dr. Guido Sesti, chimico responsabile della produzione della nitroglicerina e della dinamite ad Avigliana, intervistato in occasione dell'incidente avvenuto il 4 aprile 1912 (6).

Il nodo irrisolto dell'ultima ispedazione

La commissione Patris era articolata in tre sottocommissioni: Disciplinare, Artiglieria e Munizionamento, Ingegneria. La sottocommissione disciplinare aveva tra i suoi obiettivi quello di accertare eventuali responsabilità dirette o indirette di militari nel disastro. La mentalità, assai diffusa nella Regia Marina, secondo cui era "poco meno che assurdo attribuire ad un militare, una qualsiasi capacità a delinquere contro la patria, e ciò per il fatto medesimo d'essere militare" (7), creò non pochi ostacoli sulla strada che conduceva all'accertamento dei fatti, in particolare durante l'escussione dei membri dell'equipaggio della Brin. Dalla testimonianza reticente e confusa del sottufficiale che svolse l'ultima ispezione della santabarbara alle 7,30 di quel 27 settembre, ad esempio,non fu possibile comprendere quali depositi munizioni fossero stati effettivamente visitati e se al loro interno vi fosse davvero del personale, elemento decisivo per escludere l'ipotesi della autodecomposizione della balistite che era sempre accompagnata, come abbiamo visto, dallo sviluppo di vapori nitrosi irritanti (8).

Nel luglio del 1917, durante l'istruzione del processo per l'affondamento della Brin presso il tribunale di guerra di Taranto, la Regia Avvocatura Generale Erariale (oggi Avvocatura dello Stato) individuò proprio nel mancato approfondimento di questa incoerente testimonianza una delle lacune più gravi dell'inchiesta (9). Tuttavia la circostanza non provata della presenza di personale nei locali della santabarbara al momento dell'esplosione si trasformò in un "dato di fatto" a cui si ricorse spesso per negare la possibilità di una combustione spontanea della balistite.

Perizie e controperizie

La sottocommissione Artiglieria e Munizionamento, presieduta dal CV Pio Lobetti-Bodoni, comandante della corazzata Giulio Cesare e già Capo Ufficio a Mariperman, un ufficiale esperto in materia di esplosivi (10), indagò sulla stabilità della balistite presente sulla Brin e sulle condizioni termiche dei depositi in cui era stivata. Il 4 ottobre 1915, ad appena una settimana dal disastro, Lobetti-Bodoni fu già in grado di presentare al Ministro della Marina una relazione che puntava il dito contro tre lotti di balistite appartenenti alla partita XXIX prodotti dalla S.A. Dinamite Nobel di Avigliana che, in occasione dell'ultima verifica avvenuta un anno prima, "avevano dato prova di stabilità un po' scarsa" (11). Nel documento si affermava anche che "le condizioni termiche dei depositi munizioni della Brin erano tutt'altro che soddisfacenti", come risultava dalle numerose (ed inascoltate) richieste di intervento inoltrate al Capo di Stato Maggiore della Marina dal comandante della nave, Fara Forni di Pettenasco, fin dal luglio 1914.

Lobetti-Bodoni concludeva auspicando la revisione dei saggi di stabilità utilizzati nelle verifiche sugli esplosivi (12) e un più attento monitoraggio dei lotti di balistite imbarcati. Nella sua relazione finale Luigi di Savoia recepì queste conclusioni ed espresse l'opinione che causa del disastro fosse stata probabilmente "la deflagrazione spontanea della balistite, favorita dalle poco soddisfacenti condizioni termiche dei depositi munizioni" (13).

L'ammiraglio Giulio Bertolini, Direttore di Artiglieria e Armamenti, punto sul vivo dalle parole di Lobetti-Bodoni che adombravano qualche responsabilità del suo servizio nella gestione e nel controllo degli esplosivi, decise di intervenire inviando al Ministro della Marina Camillo Corsi una relazione in cui accusava il collega di leggerezza e incompetenza per avere asserito che la balistite imbarcata sulla Brin non era sicura. Al termine di questa lunga dissertazione tecnica, tuttavia,la "prova" addotta per escludere l'ipotesi della autocombustione della balistite fu di nuovo la presenza di personale nei depositi, a cui non poteva sfuggire lo sviluppo di vapori rossi irritanti (14).

Arrivano i chimici

Di fronte alla situazione di stallo creata dalle contrapposte perizie Lobetti-Bodoni e Bertolini,al Ministro della Marina Camillo Corsi non rimase che istituire una commissione di indagine tecnico-scientifica affidata ad alcuni tra i più noti chimici italiani dell'epoca. Alla commissione, istituita il 19 dicembre 1915, fu affidato l'incarico di indagare sulla qualità e sulla conservazione degli esplosivi in uso nella Regia Marina. Presidente fu nominato Emanuele Paternò di Sessa, successore di Stanislao Cannizzaro alla direzione dell'istituto chimico della Sapienza, presidente della Commissione dei Gas Asfissianti e vicepresidente del senato (15), componenti : Giacomo Ciamician, direttore del laboratorio di chimica generale dell'università di Bologna, anche lui senatore e membro della Commissione dei Gas Asfissianti, che si era formato in Austria e Germania, Angelo Angeli dell'Università di Firenze e Giovanni Spica, direttore del Laboratorio Chimico Principale della Regia Marina di La Spezia dal 1914 al 1919 (16). I vertici della Regia Marina erano rappresentati dall'ammiraglio Giulio Bertolini.

L'atmosfera all'interno della commissione non era serena come ci si sarebbe potuti aspettare da un consesso di illustri scienziati in quanto, all'inizio del 1916, prese le mosse l'inchiesta sulla concessione della fornitura del gas fosgene all'industriale Fausto Morani che vide coinvolto Paternò (17). Lo stesso Paternò poi nutriva un odio profondo nei confronti di Ciamician a motivo di una polemica nata sulle pagine di una rivista chimica tedesca anni prima. Questo rancore, pubblicamente mascherato da patriottico sospetto nei confronti dei colleghi di origine austro-tedesca, si estendeva anche agli allievi del chimico triestino, come Angeli, e non risparmiava nemmeno il comune maestro Stanislao Cannizzaro, reo di averne favorito la ascesa professionale (18). La commissione accertò che la balistite fornita alla Regia Marina dall'industria risultava spesso inquinata dalla presenza di composti nitrosi (19), circostanza, che da sola, avrebbe giustificato il sospetto di una possibile decomposizione spontanea della balistite, ipotesi che la relazione finale del 22 settembre 1916 sorprendentemente escludeva, ancora una volta in base all'argomento, già utilizzato da Bertolini nella sua controrelazione, che nei locali munizioni della Brin era presente del personale che "avrebbe dovuto notare un eventuale sviluppo di vapori rossi" (20).

La conclusione che la perdita della Brin fosse stata causata da un sabotaggio, avanzata con forza nella relazione preliminare della Commissione sul sinistro della Leonardo da Vinci del 16 dicembre 1916 (21), non poté tener conto della copiosa documentazione sottratta dalla cassaforte dell'ufficio zurighese del CV dell'imperial-regia marina austro-ungarica Rudolf Mayer (22) da un commando del IV Reparto della Regia Marina la notte del 28 febbraio 1917. Tra questi documenti non fu rinvenuta traccia alcuna del lavoro preparatorio che avrebbe dovuto precedere l'attentato e delle sue modalità di esecuzione.

Le testimonianze dei protagonisti

La commissione di inchiesta sul disastro della Leonardo da Vinci del 2 agosto 1916, nominata il 3 settembre e presieduta dall'ammiraglio a riposo e senatore Napoleone Canevaro, alla luce delle risultanze emerse che indicavano come causa del disastro un attentato, riesaminò le carte dell'inchiesta sul sinistro della Brin, con l'intento di chiudere anche questa vicenda che tanto sconcerto e sfiducia aveva suscitato nell'opinione pubblica (23).

A questo scopo il vice ammiraglio Carlo Avallone ebbe l'incarico di raccogliere in un documento le testimonianze degli ufficiali superiori (e non solo), a vario titolo coinvolti nella vicenda, sullo stato della balistite e sulle condizioni termiche dei depositi munizioni della Brin (24). Dall'esame di questa relazione emerge la presenza di due correnti di opinione. Coloro che non avevano avuto responsabilità dirette nel comando della nave si espressero negativamente su entrambi i punti. Il vice ammiraglio Umberto Cagni, comandante della flotta a Brindisi, si spinse fino ad affermare che:"La Brin (...) aveva balistite avariata e non verificata da molto più tempo di quello prescritto".

Della medesima opinione era, come abbiamo detto, anche Luigi di Savoia. Assai diverso il tenore delle dichiarazioni rese dagli uomini che avevano avuto responsabilità di comando sulla Brin, come il CV Amedeo Acton e il vice ammiraglio Enrico Millo. Più sfumata la posizione del CF Lamberto Vannutelli per cui: "le condizioni dei depositi non erano ottime, però non pericolose". Particolarmente interessanti ci paiono le dichiarazioni del CF Vicedomini e del capitano GN Pallini secondo cui la temperatura al loro interno "raramente sorpassava i 32°C, arrivando a 34°-35°C, ed in questo caso si provvedeva subito a farla abbassare con ventilazione e refrigerazione", una prassi comune secondo la commissione di inchiesta per il disastro della Leonardo da Vinci che accertò come gli apparecchi di allarme Schöppe, installati in tutte le camere dei depositi munizioni, fossero tarati per attivarsi a 35° C (25).

Da un'analoga indagine svolta dalle autorità britanniche dopo l'esplosione della HMS Vanguard il 9 luglio 1917, che affondò con quasi tutti gli 800 uomini del suo equipaggio, sappiamo che la temperatura soglia, oltre la quale venivano messi in funzione gli air-cooler nei depositi munizioni delle unità della Grand Fleet, non superava mai i 21°C (26). All'epoca dei fatti l'esplosivo in uso presso la marina di sua maestà britannica, la Cordite MD (30% di nitroglicerina, 65% nitrocellulosa e 5% di vasellina), era sotto accusa per gli incidenti verificatisi sulla pre-dreadnought Bulwark il 26 novembre 1914, sul dragamine Princess Irene il 27 maggio 1915 e sull'incrociatore corazzato Natal il 30 dicembre 1915. A seguito di tali sinistri i tecnici inglesi apportarono modifiche ai metodi di produzione della cordite (il tempo di nitrazione della glicerina non doveva essere inferiore alle 2,5 ore), alla selezione dei componenti (il cotone cardato sostituì i cascami di cotone nella fabbricazione della nitrocellulosa e venne utilizzata solo glicerina purissima ) e alla formulazione chimica (fu aggiunta una piccola quantità di gesso bianco in polvere in funzione di stabilizzatore).

Nell'aprile 1917 venne avviato un programma che prevedeva la progressiva sostituzione di 600 ton di vecchia cordite ancora presenti sulle navi britanniche che si concluse solo nel settembre del 1918. Negli anni ‘20 i laboratori chimici della Royal Navy scoprirono anche che l'acido solforico derivato dalla lavorazione della pirite, spesso rimaneva come impurità nella nitrocellulosa e, col tempo, si ossidava liberando acido solforico che aggrediva la nitrocellulosa causando un aumento localizzato della temperatura, agevolato dalla scarsa conduttività del composto, in grado di dare luogo all' autocombustione della cordite (27).

La guerra delle spie: l'Evidenzbureau e il IV Reparto

La creazione di un servizio di informazioni della Marina austro-ungarica avvenne nel 1900 dopo che nel decennio precedente la raccolta delle informazioni navali più importanti si svolgeva nel piccolo "ufficio per la descrizione delle coste". Questo noto fin dal 1902 come Marineevidenzbureau era sito a Pola. La sua costituzione ufficiale data dal 1907. Nel 1909 il servizio segreto della Marina comprendeva 8 ufficiali in servizio attivo e 10 ausiliari e possedeva tre sedi: il comando centrale, come abbiamo detto sito presso il porto militare di Pola, la sede di Trieste che monitorava la zona della laguna di Venezia e quella di Zara per la costa dalmata.

Negli ultimi anni di pace, 1913/1914, l'organigramma del servizio era costituito da tre reparti: 1° Reparto: informazioni sulle flotte, 2° Reparto: descrizione delle coste, 3° Reparto: Ricognizione (offensiva e difensiva) e 4° Reparto: raccolta informazioni. Nonostante l'alleanza che legava i due paesi nella Triplice Intesa, rinnovata ancora nel 1913, l'attenzione dell'Evidenzbureau Marine fu costantemente rivolta verso l'Italia e solo secondariamente verso la Francia, Gran Bretagna e Russia (28). Il cervello della campagna spionistica condotta contro l'Italia era rappresentato dal CF Rudolf Mayer, che, già prima dello scoppio della guerra con l'Italia, aveva trasferito il suo ufficio da Trieste all'imperial regio Consolato Generale di Zurigo dove, sfruttando il clima politico favorevole agli imperi centrali, allestì una rete di spionaggio informativa ed operativa ai danni dell'Italia avviando contemporaneamente una massiccia campagna di reclutamento tra gli italiani a vario titolo residenti nella confederazione elvetica. Celandosi sotto diversi pseudonimi (Herbert Breier, Boffi, Schöttler, viceammiraglio Hoffmann, solo per citarne alcuni), il Mayer diede vita ad una campagna di reclutamento capillare che non risparmiò nemmeno il consolato generale italiano di Zurigo (29).

Un attivismo così spudorato audace e spavaldo non poteva mancare di attirare l'attenzione dell' ufficio informazioni della Regia Marina, il IV Reparto, presente dal 1908 nell'organigramma dell'Ufficio del CSM. Nella scheda segnaletica stilata il 19 febbraio 1915, ulteriormente integrata in ottobre, e corredata da due fotografie prese a Zurigo nel 1912, il CC Spiridione Bellavista, all'epoca capo del IV Reparto (30), descriveva il Mayer, di cui ancora non si conosceva la vera identità, come "uno dei principali, se non il principale organizzatore del servizio di informazioni della marina austro-ungarica in Italia", colui che "ha tentato in tutti i modi possibili di corrompere i nostri sottufficiali ed impiegati". Secondo la doppia spia Livio Bini (31), che ebbe modo di conoscerlo personalmente: "non guardava troppo per il sottile nella ricerca dei suoi agenti. Più volte mi ripeté che si considerava ben contento che, sopra venti informatori reclutati, gliene risultasse buono uno. Dopotutto costavano meno di un proiettile di artiglieria".

Nel novembre del 1916 il Mayer fu promosso TV, e per sottrarre all'attenzione delle autorità svizzere la sede della legazione austriaca a Zurigo, gli fu consentito di aprire un proprio ufficio al n.69 della Bahnhofsstrasse. Qui penetrarono nella notte del 28 febbraio 1917 gli uomini del IV Reparto che sottrassero dalla cassaforte numerosa ed importante documentazione sulle attività dello spionaggio austro-ungarico in Italia (32). Tra le carte reperite a Zurigo nell'ufficio del Mayer si trovarono alcuni riferimenti all'attentato alla Leonardo da Vinci, ma nulla riguardo alla tragedia della Brin. Ulteriori indagini svolte a Vienna nel dopoguerra da Franz Schneider, già segretario del Mayer, presso il suo ex collega, Anton Wagner, su richiesta dei servizi segreti italiani, esclusero che vi fossero coinvolti i servizi dell'imperial-regia marina. Le dichiarazioni del Wagner sembrano trovare piena ed esplicita conferma nel comportamento del governo austriaco che non pagò mai il premio per l'affondamento della nave, in quanto una inchiesta interna condotta da un certo capitano Miaz aveva escluso "ch'esso potesse ascriversi a gloria del capitano Mayer e del servizio segreto della marina austriaca" (33).

I processi: terroristi o capri espiatori?

Vicende come quelle della Brin e della Leonardo da Vinci generarono turbamento e sconcerto nell'opinione pubblica, già frastornata dal cattivo andamento della guerra, fino a creare una vera e propria psicosi collettiva alimentata dal legittimo sospetto che i traditori potessero annidarsi nel cuore stesso della nazione, impegnata in una lotta per la vita. Divenne quindi fondamentale per il mantenimento dell'ordine e della pace sociale trovare "un colpevole" da punire con la massima severità. Il notevole allargamento dell'ambito di applicazione della giurisdizione militare avvenuto con lo scoppio della guerra assicurava ai processi per tradimento un esito pressoché scontato.

A vestire gli ignobili panni del traditore della patria toccò in questo caso a tali Cesare Morlotti e Giorgio Carpi, personaggi accomunati da un identico curriculum criminale (erano pregiudicati per truffa, furto, diserzione) da una personalità caratterizzata da evidenti tratti di mitomania che li aveva collocati, loro malgrado, all'attenzione dell'autorità inquirente. Il primo, nato nel 1896 ad Almeano San Bartolomeo in Val Brembana da famiglia borghese, fu arrestato ad Ancona il 13 gennaio 1916 mentre, sotto il falso nome di La Rosa, in divisa da ufficiale dei bersaglieri, si apprestava a perpetrare l'ennesima truffa. Il 6 maggio, ancora in attesa di giudizio, insofferente al duro regime carcerario, pensò ad un espediente per crearsi delle benemerenze agli occhi delle autorità ed abbreviare il suo soggiorno nelle patrie galere. Confidò quindi al ten. dei CCRR Amerigo Locatelli che tale Luigi Starsak, mai identificato, gli aveva confidato che l'affondamento della Brin era stato organizzato da un albergatore tedesco della Riva degli Schiavoni a Venezia che fornì gli ordigni esplosivi all'esecutore materiale, un marinaio di Mestre, ricevendone un compenso di 85.000 Lit. (nel tariffario del Mayer una corazzata valeva molto di più!).

Il processo contro Morlotti si aprì ad Ancona il 17 agosto 1917 e si concluse l'8 settembre con la condanna all'ergastolo dell'imputato che riuscì però a fuggire durante la successiva traduzione a Gaeta (venne definitivamente arrestato a Milano nel 1921 mentre spacciava banconote false nei pressi della questura centrale!). La giustizia militare accusò il colpo ma non demorse e l'8 luglio 1918, ancora davanti al tribunale militare di Roma, furono processati per lo stesso reato il caporale Giorgio Carpi del 25° Lancieri di Mantova, il marinaio elettricista Achille Moschini, il sottocapo torpediniere Guglielmo Bartolini e Mario Azzoni, sedicente attore cinematografico.

Il personaggio principale di questo processo era il Carpi già pregiudicato per furto, truffa e tre diserzioni (34). Nulla venne provato a suo carico tranne i contatti avuti con ufficiali austriaci avuti a Graz dopo l'ennesimo tentativo di rifugiarsi in Svizzera, questa volta attraverso il confine austriaco. Era comunque evidente che il Carpi, rilasciato dal carcere di Venezia il 20 settembre 1915 e riaccompagnato subito presso il suo reparto a Bologna, non aveva il tempo materiale di procurarsi gli ordigni esplosivi (che, a suo dire, avrebbe dovuto chiedere ad un tale Halter domiciliato a San Gallo in Svizzera) e organizzare un attentato a bordo di una nave da guerra ancorata ad 800 km di distanza, nel porto di Brindisi in una settimana. La sua posizione processuale si fece disperata ed a nulla servì il tentativo del suo difensore di fargli ottenere l'infermità mentale.

Nella requisitoria finale il PM sostenne che Carpi e Moschini sapevano che la Brin doveva essere affondata dall'associazione criminosa di cui facevano parte, per cui dovevano rispondere in prima persona del delitto, pur non avendolo commesso; una argomentazione a dir poco aberrante, ma emblematica di quella "giustizia d'eccezione" che aveva soppiantato la legislazione vigente durante la guerra. Il 1° agosto arrivò la sentenza: Carpi e Moschini vennero condannati alla fucilazione alla schiena previa degradazione, il Bartolini all'ergastolo, mentre Azzoni venne assolto. Il 20 marzo 1919 Carpi e Moschini furono graziati e condannati all'ergastolo che il secondo fu inviato a scontare nel manicomio criminale di Aversa, dove morì l'anno dopo. Gli altri furono rilasciati tra il 1937 e il 1942.

Un fenomeno di costume

A margine di questa tragica vicenda, vogliamo dar conto di un curioso fenomeno, che rappresenta bene l'atmosfera da caccia alle streghe che si respirava in Italia durante la guerra. Alcune nobildonne austriache, coniugate con alti ufficiali della Regia Marina, finirono nel mirino dei servizi di intelligence a causa di alcune loro ostentazioni di entusiasmo manifestato in occasione dei successi ottenuti dagli imperi centrali. Tra queste signore, decisamente prive di tatto, annoveriamo Milena de Group, moglie austriaca del CF Raffaele Fiorese, già comandante in seconda della Brin e della LDV (35) e la marchesa Gisa Fabbricotti, vedova del comandante Galeazzo Sommi Picenardi deceduto nel disastro della Leonardo da Vinci.

Nemmeno l'entourage dell'amm. Paolo Thaon di Revel andò immune da dicerie e sospetti di questo tipo. Durante la su permanenza a Venezia come comandante della piazzaforte marittima e dell'Alto Adriatico, tra il 1915 e il 1917, Revel dovette infatti affrontare le diffidenze e il clima di sospetto creatisi intorno al cognato di origine triestina, al suo aiutante di bandiera Manfredi Gravina di madre tedesca e ad un altro ufficiale, Dentice di Frasso, che aveva madre e moglie austriache austriache (36). La conseguenza più grave di questi episodi di intolleranza fu che costrinse i servizi di informazione (all'epoca in Italia ve ne erano una dozzina,tra civili e militari,tutti ancora allo stato larvale) a distogliere risorse investigative da altri e più promettenti ambiti di indagine indagine (37).

Conclusioni

Negli anni trenta del secolo passato alcuni autori di lingua tedesca,attraverso i loro scritti,tradotti anche in italiano, imposero all'opinione pubblica la propria verità sulla tragica fine della Brin e della Leonardo da Vinci, invariabilmente attribuita ai servizi segreti austro-ungarici austro-ungarici (38). Il silenzio della Regia Marina favorì il sedimentarsi di questa versione dei fatti che sopravvive ancor oggi. Ma le risultanze delle perizie svolte all'epoca, come abbiamo visto,suggeriscono una realtà ben diversa.

L'instabilità della balistite stivata sulla Brin, inquinata da residui nitrosi presenti come impurità nella glicerina, le cattive condizioni termiche dei depositi munizioni e l'assenza di qualsivoglia traccia di coinvolgimento da parte dei servizi segreti degli imperi centrali nella vicenda ci permettono di concludere che, verosimilmente, l'esplosione che squarciò la poppa della nave fu dovuta alla spontanea decomposizione della balistite. L'unico argomento addotto per escluderla, a cui si ricorse più volte nelle perizie svolte tra il 1915 e il 1916, fu la presenza, del tutto indimostrata, di personale all'interno dei depositi munizioni a cui non sarebbe sfuggita la presenza dei vapori irritanti prodotti dalla decomposizione dell'esplosivo.

Rovesciando la colpa sulle spalle di improbabili spie del nemico rastrellate nelle patrie galere, le autorità saziarono la fame di giustizia dell'opinione pubblica e allontanarono una verità scomoda che adombrava responsabilità del fornitore della balistite e degli organismi di controllo. Come accertò la Commissione di Inchiesta Parlamentare sulle Spese di Guerra, istituita da Giolitti nel 1920,alle esigenze della produzione bellica era stato spesso sacrificato il principio della concorrenza e i necessari controlli di qualità creando una situazione di asservimento dello stato agli interessi industriali con grave danno per l'erario l'erario (39).

Note

1. Il 2 agosto 1916 la medesima sorte toccò alla Leonardo da Vinci. Durante la prima Guerra mondiale furono dieci le navi vittime di esplosioni interne attribuite alla decomposizione delle polveri infumi. Cfr National Archives, fondo ADM 275/19,cartella CB 01515, "The Technical History and Index: serial history of technical problems dealt with by admiralty departments,vol.2,Part 24 -Storage and handling of explosives in warships, Explosions in warships during the war",October 1919. [torna su]

2. In questa ditta,tra il 1890 e il 1895, gli incidenti causati dalla balistite provocarono trenta morti. Il 16 gennaio 1900 lo scoppio di 10 t di nitroglicerina causò altre 13 vittime. Incidenti di minore gravità avvennero anche nel 1911 e nel 1912 cfr Paola Maria Delpiano, "Viaggio intorno alla dinamite Nobel", Editris,Torino,2011,p. 157) e, più tardi, anche dal Polverificio del R. Esercito di Fontana Liri (Fr).A Fontana Liri nel 1902 la decomposizione di 90 kg di balistite provocò la morte di quattro operai. [torna su]

3. Nel era di stanza a Tolone quando esplosero le corazzate Iena (1907) e Libertè (1911) vittime della decomposizione della polvere "B,la prima polvere infume a combustione progressiva,inventata da Paul Vieille, presidente della commissione francese per le polveri e gli esplosivi, nel 1884 . [torna su]

4. La deflagrazione provocò anche una imponente perdita di vapore dalle 28 caldaie a tubi d'acqua che alimentavano le due motrici. Cfr S.J. Buchet e F. Poggi, "Le tragedie del Benedetto Brin e del Leonardo Da Vinci", in Bollettino d'Archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare, giugno 2008,p.203 (d'ora in poi "Le tragedie"). [torna su]

5. "Le tragedie",p.209 [torna su]

6. La Stampa, 5 aprile 1912, pag.5. [torna su]

7. "Commissione d'inchiesta sul sinistro della regia nave Leonardo Da Vinci-Relazione Generale della presidenza", Roma, Tipografia del Senato,1917 (d'ora in poi"Commissione"), pp.100-101 [torna su]

8. "Le tragedie", pp.213-214 [torna su]

9. Ibid., pp.229-230 [torna su]

10. Il laboratorio chimico di Mariperman,creato nel 1884,forniva "l'ausilio tecnico per la conduzione dei saggi di stabilità sulle polveri di lancio e sul fulmicotone, in modo da poter prevedere per tempo le situazioni di pericolo, all'epoca abbastanza frequenti, dovute all'autoaccensione di tali sostanze". Cfr G. Brandimarte "Gli uomini e le attività" in AA. VV. "Mariperman Storia del centro attraverso le trasformazioni nell'arco di 100 anni", La Spezia,2014, s.i.p. [torna su]

11. "Le tragedie", p.217 [torna su]

12. All'epoca i più utilizzati erano il saggio Abel, risalente al 1866 e il saggio del "Vasello argentato", creato nel 1909 proprio per la cordite. In proposito F. Orengo (a cura di), "Cenni storici sull'istituto di chimica degli esplosivi di Mariperman", La Spezia, Accademia Lunigianese di Scienze G. Capellini,2007,pp.82-95. [torna su]

13. "Le tragedie", p.222 [torna su]

14. Ibid.,p.227 [torna su]

15. Per gli aggressivi chimici si dovette ricorrere spesso all'importazione dall'estero delle materie prime. Le maschere antigas di produzione italiana, solo parzialmente efficaci, vennero sostituite da modelli francesi ed inglesi. Cfr F. Cappellano e B. Di Martino, "La guerra dei gas", Gino Rossato Editore, Valdagno,2006,pp.304-305 e 308-310 e A. Guerraggio, "La scienza in trincea", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, pp.160-164. [torna su]

16. Per il contributo di Angeli e Spica allo studio delle polveri infumi, vedasi F. Orengo, cit.,pp.66 e 123-124. Su Ciamician e Paternò cfr A. Guerraggio, cit, pp.71-73,100-101,135-138 e 162-163. [torna su]

17. Non era la prima volta che Paternò si trovava invischiato in situazioni poco chiare. Nel 1892 era stato costretto a dimettersi dalla carica di sindaco di Palermo con l'accusa di avere favorito un'impresa tedesca in una gara d'appalto, mentre nel 1909 la sua nomina a supervisore tecnico del Polverificio di Fontana Liri aveva suscitato un vespaio di polemiche in quanto né lui né i due vicedirettori, Nicola Parravano e Dino Chiaraviglio, genero di Giolitti, possedevano competenze specifiche nel campo della chimica degli esplosivi. Cfr N. Nicolini, "Quel pasticciaccio del fosgene italiano"in P.P. Poggio e M. Zane (a cura di), "Scienza, tecnica e industria durante la Grande Guerra", Liberedizioni, Brescia, 2016, p. 176,nota 41. [torna su]

18. Ibid.,pp.188-189 [torna su]

19. "Le tragedie",cit.,p.229 [torna su]

20. "Commissione",cit.,p.163 [torna su]

21. Ibid.,p.218 [torna su]

22. Cfr G. Colliva,"Zurigo 26-27 febbraio 1917: La marina Italiana e l'operazione Mayer", in Bollettino d'Archivio dell'Ufficio Storico della M.M.", sett.-dic. 2010,p.44. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia Mayer si trasferì stabilmente a Zurigo. I suoi principali collaboratori nella campagna spionistica contro l'Italia erano Edmund Rasim (la "R" che compare su alcuni documenti sottratti a Zurigo è la sua sigla) e Friedrich von Lama. Rasim aveva soggiornato a lungo a Firenze prima della guerra dove era titolare di un paio di società attive nel settore delle costruzioni edilizie in cemento armato. Allo scoppio della guerra si trasferì in Svizzera. Friedrich von Lama,giornalista cattolico nato a Salisburgo nel 1876, figlio di un deputato del Zentrum al Reichstag,con relazioni tra le alte gerarchie cattoliche,trasferitosi a Roma all'inizio del ‘900, si rifugiò a Lugano all'inizio delle ostilità .Il 7 giugno 1917 fu arrestato dalle autorità svizzere, processato insieme a numerosi altri giornalisti austro-tedeschi accusati di svolgere attività spionistiche in favore degli imperi centrali e condannato. Nel novembre dello stesso anno fu espulso dalla confederazione. Dopo la guerra si stabilì a Füssen in Baviera dove proseguì la sua attività di giornalista e scrittore. Oppositore del regime nazista, morì nella prigione di Monaco di Baviera il 9 febbraio 1944. [torna su]

23. Le critiche britanniche alla conduzione delle operazioni in Adriatico contribuirono alle dimissioni di Luigi di Savoia sostituito da Thaon di Revel nel febbraio 1917. Cfr. D.Veneruso,"La grande guerra e l'unità nazionale - il ministero Boselli,giugno 1916-ottobre 1917",SEI,Torino,1996,pp.120-121 e 241-242. [torna su]

24. "Commissione",cit.,pp.169-174 [torna su]

25. Cfr Salvatore Orlando, "Il sinistro della Leonardo da Vinci", Relazione di minoranza, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, Marzo,1917,p.16 [torna su]

26. National Archives, fondo ADM 137, cartella 3680, "Minutes of the Court of Enquiry", Testimonianze. [torna su]

27. Per le cause della instabilità della cordite e i provvedimenti adottati durante la guerra dalla Royal Navy per risolvere il problema vedi Cfr George F. Dale "Stability of Nitrocellulose-based Powder", Warship International,N.4 1980,p.355 e John Campbell, "Cordite", Warship n.7,1978,pp.139-140. [torna su]

28. Cfr Siegfried Beer "Die Nachrichtendienste in der Habsburger Monarchie", SIAK-Journal, n.1, 2007 p.61. [torna su]

29. Rudolf Mayer nacque l'8 dicembre 1861 a Brünn (oggi Brno). Il padre era ufficiale medico. Frequentò l'accademia navale di Fiume da cui uscì col grado di cadetto di 2. Classe il 3 luglio 1881. Dopo un incarico presso la direzione degli equipaggiamenti,fu imbarcato sulle navi SMS Novara,Erzherzog Friedrich, Saida, prestò servizio presso l'Istituto Idrografico della Marina di Pola e a bordo della SMS Frundsberg partecipò ad una crociera transatlantica che toccò l'Africa Orientale,le isole Seichelles e il Madagascar (1884/1885). Successivamente fu imbarcato sulle navi SMS Kaiser Max, Dandolo e Bellona e sullo Yacht reale Miramar, quindi fu distaccato presso il Corpo Equipaggi, il comando del porto militare e l'Arsenale Marittimo di Pola. Nel 1888 frequentò il corso ufficiali specialisti armi subacquee sulla nave SMS Alpha, quindi fu di nuovo imbarcato sulle navi SMS Narenta, Kerka e Radetzky. Dal 1895 al 1898 frequentò un corso speciale presso l'Istituto geografico militare di Vienna. Tra il 1898 e il 1900 fu distaccato alla cancelleria della presidenza della Marinesektion a Vienna,tra il 1900 e il 1902 nell'ufficio descrizione delle coste e,quindi, al Marineevidenzbüro a Pola. Nel 1906 Mayer era a capo dell'ufficio informazioni di questa struttura,nel frattempo trasferitasi a Trieste. Controversa la reale importanza del suo ruolo nella campagna di spionaggio contro dell'Italia. Secondo alcuni autori ne rappresenta il vero deus ex machina, altri sono più cauti e stigmatizzano la grossolanità dei metodi impiegati nel reclutamento e nella valutazione degli informatori che generarono numerosi incomprensioni e contrasti con l'addetto militare a Berna von Einem e lo costrinsero a fuggire dopo l'incursione organizzata dal IV Reparto nel suo ufficio zurighese. Una sintesi dei giudizi su questo personaggio si trova in Albert PethÖ,"I servizi segreti dell'Austria-Ungheria", Gorizia, LEG, 2001, p.116, nota 86. [torna su]

30. Ben sette furono gli ufficiali succedutisi ai vertici del IV Reparto tra il 1908 e il 1918, a conferma della scarsa importanza attribuita al servizio dai vertici della Regia Marina. Solo con la nomina del CV Ugo Conz nel giugno 1916, il IV Reparto ebbe finalmente un responsabile all'altezza dei suoi compiti istituzionali. [torna su]

31. L'Avv. Livio Bini era una doppia spia (per i suoi servigi percepiva 500 Lit al mese sia dallo spionaggio austriaco che da quello italiano). Nel 1913 direttore del periodico socialista fiorentino La Difesa. Espulso dal partito nel 1914, si rifugiò in Svizzera per sottrarsi ad una condanna per falso in cambiali. Partecipò al colpo di Zurigo del cui progetto informò subito Mayer che però non gli credette. Nel marzo del 1917,al suo rientro in Italia, Bini fu arrestato insieme alla moglie a Roma, ma quindi rilasciato. [torna su]

32. Dopo questo grave infortunio professionale Mayer fu richiamato in patria, posto agli arresti domiciliari e sottoposto ad una inchiesta . Dal 1 maggio 1917 fu collocato a riposo. Ma vi rimase per poco. Tornò infatti a Zurigo, questa volta al servizio della Kaiserliche Marine, che nel 1918 gli concesse la croce di ferro di 2a Classe. [torna su]

33. Dovrebbe trattarsi del CC Karl Mysz di origini ungheresi, nato nel 1864 .Fu richiamato dalla riserva, dove era stato collocato a sua richiesta col grado di TV, allo scoppio della guerra in Europa. Il 1 maggio 1915 fu promosso CC. Ricoprì l'incarico di capo della Sezione Trasporti Marittimi dell'Ammiragliato di Pola. Fu anche insegnante presso l'Accademia Navale di Fiume. Cfr N. Sales, "Il colpo di Zurigo", Eugenio Borsatti Editore, Trieste,1951,p.134. [torna su]

34. Giorgio Carpi nacque a Parma il 10 dicembre 1894. Nel 1913 si arruolò nel 25° Rgt Lancieri di Mantova, di stanza a Bologna, da cui disertò poco prima delle manovre estive di quell'anno per rifugiarsi in Svizzera dove rimase fino al febbraio o marzo 1914, quando rientrò a Milano per impiegarsi presso lo studio di suo cugino, l'avv. Levi. Poco tempo dopo egli fuggì a Genova dopo aver sottratto una somma di denaro dall'ufficio in cui era impiegato. Venne arrestato e tradotto a Milano dove fu processato e condannato a sei mesi con la condizionale. Nel frattempo il reato di diserzione era stato amnistiato e così il Carpi poté tornare al suo reggimento da cui si allontanò di nuovo allo scoppio della guerra con l'Austria il 24 maggio 1915. Cercò nuovamente di fuggire in Svizzera, questa volta attraversando il confine con l'Austria dove venne bloccato e tradotto nel carcere di Graz. Qui gli sarebbe stato proposto un ingente premio in denaro se avesse accettato di fare la spia per l'Austria. Dopo qualche tentennamento iniziale, Carpi accettò, ma, rientrato in Italia, fu riconosciuto e arrestato il 5 agosto 1915 nella sua città natale. Rilasciato per intervenuta amnistia il 20 settembre dal carcere di Venezia, fece ritorno alla sua unità a Bologna. Dopo un ulteriore tentativo di diserzione, fu inviato per punizione presso il campo di prigionia di Nola dove, inopinatamente, gli fu affidato l'incarico di interprete. Approfittando del suo ruolo sottrasse alcuni vaglia contenuti nella corrispondenza dei prigionieri austriaci e fu nuovamente denunciato. Nel 1916 tentò ancora di fuggire in Svizzera, ma il tentativo fallì e venne nuovamente arrestato. In carcere seppe della chiamata di correo del vecchio compagno di cella Moschini e venne interrogato dalla commissione di inchiesta sul disastro della Leonardo da Vinci che ebbe a definirlo "un abilissimo truffatore passato a servigio dell'Austria.(...) A Graz ebbe l'incarico di distruggere opere militari di terra e di mare di qualsiasi genere, incendiare depositi di munizioni , interrompere comunicazioni telegrafiche e ferroviarie e far saltare manufatti e navi, servendosi di apparecchi esplosivi a movimento di orologeria sul modo di adoperare i quali gli erano state impartite precise istruzioni" ("Commissione", op.cit.,pp. 76-77). Questo giudizio contribuì non poco alla condanna del Carpi nel processo per l'affondamento della Brin. [torna su]

35. Secondo Giovanni d'Angelo ("La strana morte del Ten. Gen. Alberto Pollio", Vicenza, Gino Rossato Editore, 2009, p.24), la Leonardo da Vinci e la Brin furono "fatte saltare in aria per sabotaggio grazie alla complicità di due domestici civili di bordo fatti assumere dallo stesso Fiorese" . [torna su]

36. Cfr Ezio Ferrante, "Il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel", Roma, Rivista Marittima, 1989, p.62. [torna su]

37. Come la rete spionistica organizzata a Roma da mons. Rudolf Gerlach, intimo di papa Benedetto XV, condannato all'ergastolo per spionaggio a favore degli imperi centrali nel 1917 e fatto poi discretamente espatriare in Svizzera. Cfr Annibale Paloscia, "Benedetto fra le spie", Roma, Editori Riuniti, 2007 e Franco Scalzo, "Due navi, il re, il papa e i fratelli Rosselli", Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 2003. [torna su]

38. Cfr H.H. Sokol, "Österreich -Ungarns Seekrieg 1914-1918", Wien,Amalthea, Vol.I,p.466 pubblicato nel 1933 e tradotto in italiano l'anno dopo a cura dell'Ufficio Storico della Regia Marina. Al caso della Brin fa cenno anche una sedicente spia tedesca, tale Ernst Carl, nelle sue fantasiose memorie, edite in Italia nel 1936 (Firenze, Bemporad) con l'accattivante (per l'epoca) titolo di "Io solo contro l'Inghilterra". [torna su]

39. Di tale malcostume si trova traccia anche nella lettera scritta nel giugno 1918 dal CSM della Regia Marina Thaon di Revel al Ministro della Marina Alberto Del Bono riguardante "rilevanti inconvenienti nei siluri ad aria calda" causati dalla "non perfetta qualità dei metalli adoperati" dalla ditta Breda di Milano. Sorprendentemente, anziché sanzionare il fornitore inadempiente, si suggeriva di "riprendere in esame il contratto in questione e concedere alla ditta adeguati sopraprezzi", AUSMM, Raccolta di Base, busta 1232/2. [torna su]

Immagini


Emanuele Paternò ai tempi della Commissione Brin

Il CC Karl Mysz autore dell'inchiesta sulla Brin

La Brin nell'imminenza del varo

La Brin ritratta poco prima dello scoppio della guerra

Il varo della Brin a Castellammare di Stabia nel 1901

La prua della Brin munita di rostro poco prima del varo

La torpediniera francese 369 da cui furono scattate le prime foto della Brin dopo l'esplosione

L'ammiraglio Luigi di Savoia Duca Degli Abruzzi

L'ammiraglio Peter Risbeck Von Gleichenheim, comandante dell'Evidenzbureau marine di Pola dal 1913 al 1917

Le due gru da 200t della nave recupero sommergibili Anteo al lavoro sulla Brin

Luigi di Savoia e l'amm. Cagni durante un'esercitazione a fuoco all'inizio del 1917

Un'eloquente immagine della Brin subito dopo il disastro

Lavori a bordo del relitto della Brin. Notare il settore poppiero devastato dalla deflagrazione
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