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L'esercito imperiale romano nel IV secolo (ii parte)
di Gianfranco Cimino ©
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Introduzione

Questo articolo, il secondo sull'organizzazione militare Romana del Dominato, vuole essere un'introduzione alla strategia ed alla tattica dell'esercito Romano nel periodo compreso tra la fine del regno di Diocleziano (305 d.C.) e la morte di Teodosio il Grande (395 d.C.). Ancora una volta cercherò di trattare questi argomenti prescindendo dall'evoluzione che ha generato tale organizzazione militare, questo soprattutto per non appesantire troppo questo articolo introducendovi riferimenti ad una complessa situazione storica. Allo stesso modo devo onestamente dire che, a causa del maggiore interesse manifestatosi recentemente intorno alla Tarda Antichità, si assiste all'emergere di teorie, specie in campo militare, affatto nuove, che potrebbero mettere in discussione quanto oggi universalmente accettato.

Una "grande strategia" per l'Impero Romano del IV secolo?

Si è molto dibattuto negli ultimi anni, sulla scia delle polemiche innescate dal controverso "La Grande Strategia dell'Impero Romano" di Luttwak, sull'esistenza o meno di una "grande strategia", e cioè di un disegno globale valido non solo a livello regionale, ma per tutto l'Impero, e coscientemente portato avanti dai vari Imperatori. Bisogna però subito precisare che concetti come "grande strategia", "deterrenza", "difesa in profondità" ed altri ampiamente usati da Luttwak sono stati sviluppati e definiti solo in tempi moderni, e come tali volerli applicare integralmente all'antichità classica dà risultati piuttosto dubbi; resta da vedere comunque se le evidenze in nostro possesso ci diano il quadro, se non di una "grande strategia" intesa in senso moderno, almeno di una sistematicità di interventi e di politiche che vadano al di là di una semplice serie di provvedimenti ad hoc.

Vediamo così che, a partire dalla metà del III secolo d.C., ed in maniera massiccia sotto il regno di Diocleziano, quasi tutte le frontiere dell'Impero, che d'altronde già poggiano in buona parte su ostacoli naturali, vengono rinforzate mediante fortificazioni la cui natura (forma a volte irregolare, atta a comunque a sfruttare al massimo le possibilità del terreno ed a ottimizzare lo spazio protetto dal punto di vista della lunghezza del circuito, mura più spesse, pochi cancelli fortemente protetti, torri aggettanti) è molto diversa da quella dell'età del Principato.

Tutte queste opere hanno un chiaro intento difensivo, ma il governo Romano si premura anche di assicurare la facile proiezione delle proprie forze oltre il confine, mediante ad esempio avamposti, porti fluviali e ponti fortificati, strade militari ed altri accorgimenti tali da far si che la penetrazione in territorio nemico sia più facile per i Romani che per il nemico.

Il tutto viene integrato, nelle regioni di confine, con una serie di fortificazioni disposte in profondità, tese soprattutto a proteggere centri logistici e di comando e vie di comunicazione e verso l'interno dell'Impero e verso altri settori di confine, in modo da permettere spiegamenti di truppe rapidi, sicuri e supportati da un'adeguata logistica, negando nel contempo ai nemici che avessero superato la prima linea di difesa l'uso di tali risorse.
Un studio accurato di queste fortificazioni è svolto in "The late roman army", di P. Southern e K.R. Dixon, edito da Batsford nel 1996.

Tutto questo quindi, non deve essere visto come un'unica, enorme e continua linea Maginot, o come un moderno sistema di "difesa in profondità", visto che con esso gli Imperiali vogliono anche facilitare e proteggere frequenti operazioni in territorio nemico, ma piuttosto come un insieme di caposaldi e fortificazioni il cui scopo principale è di negare al nemico iniziativa, risorse e comunicazioni, a tutto vantaggio dell'esercito Romano.

A tali lavori alle frontiere si accompagna la riorganizzazione dell'esercito in una forza mobile o esercito campale (comitatenses), ed in una forza di difesa statica preposta alla difesa delle frontiere (limitanei). L'esigenza di tale nuovo assetto nasce da una duplice esigenza: far fronte alle aumentate minacce provenienti dall'esterno assicurando nel contempo la stabilità del regime.

Lo stadio finale di tale riorganizzazione è descritto nella Notitia Dignitatum, documento che presumibilmente descrive la situazione dell'esercito Romano alla fine del IV secolo o nei primissimi anni del V secolo. In effetti durante la crisi del III secolo era emersa la debolezza dello schieramento dell'esercito imperiale, interamente effettuata lungo la frontiera: una volta che essa era stata superata, era necessario troppo tempo prima che altre truppe, dislocate solitamente in altri settori, potessero intervenire con efficacia, inoltre il ritiro di truppe da una parte del limes si traduceva solitamente nel materializzarsi di una minaccia esterna su quella parte di limes.

La creazione di un esercito campale, diviso in comandi regionali, permetteva di superare questa difficoltà: le truppe campali potevano intervenire, solitamente nei settori di loro competenza, e comunque il limes non veniva sguarnito dalle truppe di frontiera, che ne garantivano la difesa almeno dalla maggior parte delle minacce. Nel contempo questo sistema permetteva all'Imperatore di avere sotto il suo diretto comando l'esercito campale, o almeno la maggior parte di esso, e cioè le uniche truppe capaci di operazioni offensive su vasta scala: il pericolo causato da sedizioni militari da parte dei vari eserciti regionali, così frequente nel III secolo, era grandemente ridimensionato.

Non voglio entrare nel merito della maggiore o minore efficacia di tale organizzazione, rimane il fatto che, nel periodo preso in esame, essa riuscì complessivamente ad assicurare la difesa dell'Impero dai nemici esterni. Né si deve credere che l'Impero, in questo periodo, rinunziasse completamente all'offensiva: in questo periodo Roma è generalmente orientata alla difensiva, ma sono comuni operazioni offensive che variano dalla semplice incursione all'invasione in grande stile.

Sulle frontiere del Reno e del Danubio attacchi preventivi e spedizioni punitive, unite ad una forte difesa fanno si che i combattimenti non si sviluppino solo entro i confini dell'Impero, ma anche in territorio barbarico (barbaricum).
All'est la minaccia Sassanide, potenzialmente più pericolosa, ma più suscettibile di essere trattata con i mezzi diplomatici, viene fatto fronte con la difesa imperniata sulle città fortificate della Mesopotamia e con la diplomazia, anche se sotto Galerio e sotto Giuliano sono effettuate vere e proprie invasioni.

Da quanto sopra detto si può arrivare alla conclusione che il governo Romano del IV secolo vede l'Impero stesso come un'unica entità politica e persegue una politica coerente, basata sulla difensiva, ma che non rinunzia all'offensiva ogni qual volta che le circostanze lo permettano, e si da un organizzazione militare coerente a tale politica.
E questo, ripeto, senza tirare in ballo concetti teorici squisitamente moderni, elaborati in Occidente a partire dal XIX secolo (e sulla base di un tipo di guerra molto differente dalla guerra nel mondo classico), da cui, forse, la pragmatica cultura Romana avrebbe rifuggito.

Strategie e campagne

Anche nella scelta delle strategie con cui vengono affrontate sul campo (il "livello operativo") le minacce portate dai barbari e dai Persiani, i due più grandi pericoli che minacciano la sicurezza delle frontiere del Dominato, ritroviamo una certa sistematicità.

Parliamo prima dei barbari. Innanzi tutto le piccole incursioni sono affrontate con efficacia dalle truppe di frontiera, che si specializzano nella guerriglia di frontiera contro i barbari; tali operazioni devono essere le più frequenti, visto che i barbari preferiscono evitare lo scontro campale aperto, data la superiorità tattica, di addestramento e di equipaggiamento dell'esercito imperiale, e che moltissime incursioni dei barbari avvengono con effettivi di poche centinaia di uomini..

Ad esempio Zosimo (Historia Nova III 7,1) ci descrive le operazioni di guerriglia condotte nel 358 d. C.da Charietto, un capo Franco al servizio dei Romani, contro i Franchi Salii, mentre Ammiano Marcellino (Res Gestae XXXI, 11, 2 - 4), ci descrive le operazioni "a bassa intensità" condotte tra il 378 ed il 380 d.C. da Sebastiano e Modares contro i Goti. A sottolineare l'importanza di tali operazioni, dalla Notitia Dignitatum ci vengono tramandati nomi pittoreschi di unità quali i Superventores, i Praeventores e gli Insidiatores.

Le incursioni su larga scala, o addirittura le invasioni, sono affrontate in maniera differente, sfruttando al meglio le difficoltà logistiche dei barbari, che sono posti di fronte a due alternative: disperdersi, potendo così saccheggiare un più ampio territorio ed ottenere maggiori rifornimenti, ma esponendosi ai contrattacchi concentrati dei Romani, o concentrarsi, potendo così meglio far fronte agli Imperiali ma soffrendo però difficoltà di approvvigionamento. Soprattutto i barbari si trovano in difficoltà quando devono assaltare centri logistici fortificati, quali città o depositi: per tali operazioni occorre concentrarsi, e le difficoltà sono aggravate dall'ignoranza dei barbari in materia di poliorcetica.

I Romani, invece, potendo contare su linee di rifornimento e di comunicazioni sicure, e su un sistema di punti di osservazione fortificati, possono concentrare a piacimento le loro forze contro un nemico disperso, o indebolire un nemico concentrato impedendogli l'approvvigionamento. D'altronde gli Imperiali possono anche variare a piacimento la concentrazione delle loro forze: poiché, normalmente, un contingente Romano può facilmente affrontare in campo aperto un numero di barbari anche superiore, e data la superiorità di controllo e di comando, a volte può convenire disperdere le truppe Imperiali per poter distruggere più facilmente le piccole bande di barbari dediti al saccheggio o che si ritirano, carichi di bottino.

Vegezio, per esempio, è ben conscio di tali strategie, e ce ne parla nella sua Epitome Rei Militari (III. 3 e III.9), esse sono applicate, ad esempio, contro gli Alamanni da Jovino, magister militum per Gallias, nella sua campagna nel 365 - 366 d. C. (Ammiano Marcellino Res Gestae XXVII,1, 2), e dal Comes Teodosio nel 367 -369 d. C. contro i barbari in Britannia (Ammiano Marcellino Res Gestae XXXVII, 8); un approccio simile è usato da Stilicone sia contro Alarico che contro Radagaiso.

Ma l'esercito Imperiale non attua solo strategie difensive: anche se per la maggior parte gli scontri avvengono in territorio Romano, appena se ne presenta l'occasione, l'offensiva viene portata in territorio barbarico, per mezzo di attacchi preventivi o di spedizioni punitive; esse sono frequenti anche dopo la morte di Costantino il Grande, sotto cui sono condotte estese campagne oltre il Reno (ad esempio nel 306 d.C. contro i Bructeri) ed oltre il Danubio (numerose campagne tra il 325 ed il 334 d.C.).

Nel 357 d.C. Giuliano l'Apostata passa il Reno su un ponte all'altezza di Magonza ed attacca con successo gli Alemanni (Ammiano Marcellino Res Gestae XXVII,1, 2), l'anno successivo Costanzo II passa il Danubio e semina la distruzione tra Sarmati e Quadi (Ammiano Marcellino Res Gestae XXVII,12, 4-21), Valentiniano I nel 374 e nel 375 d.C. conduce campagne contro gli Alemanni, oltre il Reno (Ammiano Marcellino Res Gestae XXX,3, 1), e contro Quadi e Sarmati oltre il Danubio (Ammiano Marcellino Res Gestae XXX,5, 13); ancora alla fine del IV secolo, tra il 388 ed il 392 d.C. il Comes Arbogaste, lui stesso di origine Franca, conduce una serie di efficaci operazioni contro i Franchi Ripuari.

Abbiamo quindi visto come, contro i barbari, l'esercito Romano abbia a disposizione un'ampia serie di opzioni, che vanno dalla guerriglia di frontiera a delle vere e proprie campagne articolate, come quella che porta alla vittoria di Strasburgo conseguita da Giuliano l'Apostata contro gli Alemanni (357 d.C.), o quella, disastrosa, che si conclude con la sconfitta di Adrianopoli (378 d.C.), passando per una serie di operazioni di intensità intermedia, effettuate sia in territorio Romano che barbarico.

Contro i Persiani Sassanidi, più sofiticati ed evoluti, la strategia è invece prettamente difensiva, ed appoggiata al limes, fortemente fortificato, che dall'alto Tigri arriva fino al fiume Khabur passando per il medio Eufrate e che comprende città fortificate quali Singara, Bezabde, Nisibi ed Amida. In caso di invasione Persiana, il nemico deve ridurre tali fortificazioni, affidate alle truppe di frontiera, e ciò, nonostante i Sassanidi abbiano valide conoscenze nel campo della poliorcetica, costa loro uomini, tempo e risorse preziosi, consentendo l'azione controffensiva dell'esercito campale Romano, che a sua volta fa perno proprio sulle fortificazioni ancora in mano Imperiale.

Alla fine, nella maggior parte dei casi, è possibile arrivare ad una composizione diplomatica coi Persiani.
Tipiche di tale strategia sono le campagne condotte durante il regno di Costanzo II contro i Sassanidi; tre assedi vengono condotti senza successo da Shapur II contro Nisibi, ma Costanzo II riesce a non cedere territorio ai Persiani (Ammiano Marcellino Res Gestae XXV,9,3), e, quando, nel 359 d.C. cade Amida, le perdite persiane sono tali da concludere, per quell'anno, la loro campagna di conquista. Per il 360 d.C. Costanzo II programma la riconquista del terreno perduto l'anno precedente, ma muore in quello stesso anno.

Il suo programma è ripreso, con ben maggiori ambizioni, da Giuliano l'Apostata, ma finisce con il fallimento della spedizione e la morte dell'Imperatore (per la descrizione di questa campagna, cfr. Ammiano Marcellino Res Gestae, libri XXIII, XXIV e XXV); anche se Giuliano commette alcuni errori fatali nella conduzione della campagna, ciò non toglie che l'obiettivo strategico perseguito, ovvero la neutralizzazione definitiva della minaccia persiana in modo da porre fine ad uno stato permanente di guerra su due fronti, troppo dispendioso per le risorse romane, è ben scelto e di possibile realizzazione, visto che i Persiani, ove definitivamente sconfitti, sono più disponibili dei barbari ad accordi diplomatici duraturi. D'altronde il tentativo di Giuliano l'Apostata rimane unico nel suo genere: per assistere ad un ritorno offensivo dei Romani nel settore bisognerà attendere il VI secolo.

Le tattiche sul campo

In battaglia le truppe Romane sono di solito disposte con la fanteria pesante al centro e la cavalleria su entrambe le ali, essendo la cavalleria leggera disposta sulla parte esterna di esse; la fanteria leggera può invece essere disposta in avanti, a formare una linea di schermagliatori, o può anche essere dispersa tra le linee successive della fanteria pesante, o anche dietro di essa. La cavalleria più pesante (cataphractarii o clibanarii) viene solitamente posta su di un lato della fanteria pesante.

La fanteria pesante viene schierata su più linee ed esiste di solito una riserva di truppe appiedate e/o montate pronta ad intervenire, posta agli ordini del comandante sul campo. Dietro lo schieramento vi è il campo, di solito fortificato, con il bagaglio dell'esercito, opportunamente guardato; questo campo è un elemento importante dello schieramento, in quanto può servire anche da punto di raccolta in caso di ritirata o peggio.

Le unità, montate o appiedate, combattono in formazione lineare, anche se, a volte, viene impiegata una formazione a cuneo (cuneus); altra formazione in uso è la famosa testudo, usata per proteggersi dal tiro nemico. La fanteria pesante viene schierata in ordine chiuso su più ranghi: ad esempio Vegezio, nel suo Epitome Rei Militaris II, 15, ne raccomanda sei, ma chiaramente il numero di ranghi può variare a seconda della situazione tattica e del numero e della qualità delle truppe disponibili, come, nel VI secolo consiglierà Maurizio nel suo Strategikon (Strategikon XIIB 8, 9).

Questo schieramento base, lineare, ha poi le sue variazioni. Ad esempio a Strasburgo, Giuliano L'Apostata schiera la cavalleria sul fianco destro, assieme alle sue unità di elite, e la fanteria, su tre linee, al centro e sulla sinistra (Ammiano Marcellino Res Gestae XVI,12,21), e sembra rifiutare l'ala sinistra.

Ammiano ricorda poi disposizioni a mezzaluna, con il centro rifiutato, usate da Giuliano l'Apostata contro Alamanni e Persiani (Ammiano Marcellino Res Gestae XVI, 2, 13 e XXV, 1, 16) e circolare, usata dal comes Teodosio (Ammiano Marcellino Res Gestae XXIX, 5, 41); in altre occasioni si usano anche fortificazioni campali, usate, ad esempio, da Costanzo II a Mursa e da Eugenio al Frigidus.

A volte si distaccano delle forze per marce sul fianco dell'avversario; un esempio tratto da Ammiano (Res Gestae XXVII, 10, 9-15) è quello della battaglia di Solicinium, in cui Valentiniano I manda un distaccamento ad intercettare gli Alemanni in ritirata, mentre Orosio ricorda un attacco simile, condotto da Arbitio, un comandante di Eugenio ed Arbogaste al Frigidus (Historiarum adversus paganos libri septem 7, 35, 16), che però finisce per disertare. Nel periodo di riferimento, a differenza di quello che avolte è avvenuto durante il Principato, l'artiglieria non è usata nelle battaglie campali.

Lo schieramento dell'esercito è fondamentale, poiché durante la battaglia è poi molto difficile modificarlo, anche se i Romani possedono un sistema di comando abbastanza efficace, fondato su mezzi acustici e segnali visivi. Da qui l'importanza di una riserva, sottoposta direttamente al comandante, per fronteggiare eventuali sfondamenti o per sfruttare dei successi.

Importantissimo preliminare alla battaglia vera e propria è poi il passaggio dall'ordine di marcia, basato su colonne, a quello di battaglia, lineare; questo delicato movimento viene in genere coperto dagli schermagliatori, e forse una delle cause della sconfitta di Adrianopoli è che la battaglia è iniziata prima che lo schieramento Romano fosse completato.

La battaglia si apre solitamente con l'azione della fanteria leggera, in ordine aperto, che bersaglia il nemico con armi a distanza o come preparazione all'attacco vero e proprio o per disordinare o rallentare l'impeto dell'avversario che attacca; la fanteria leggera è in grado di fronteggiare le truppe leggere, montate o meno del nemico, e di agire contro gli elefanti; nel momento in cui la battaglia vera e propria è impegnata essa si ritira dietro la fanteria pesante. Immediatamente prima dell'urto vero e proprio la fanteria Romana lancia le varie armi da getto di cui è dotata, sia per ammorbidire l'impatto stesso, sia per rendere inutilizzabili gli scudi della fanteria avversaria. Non sempre i Romani prendono l'iniziativa dell'attacco: a volte essa è lasciata al nemico, come a Strasburgo, e viene invece lanciato un contrattacco al momento opportuno, contro un nemico già indebolito.

Solitamente la fanteria pesante Romana è più addestrata, disciplinata ed equipaggiata, ed è in grado di prevalere sia sulle bande di barbari, una volta che il loro primo impeto si sia esaurito, sia sulla fanteria Persiana.
Le cariche della cavalleria nemica, sia Persiana che barbara, sono di solito fermate; problemi possono verificarsi solo quando la fanteria pesante Romana sia stata indebolita dal tiro degli arcieri Persiani, o in caso di attacchi sui fianchi, come ad Adrianopoli. Proprio per fronteggiare eventuali sfondamenti comunque l'esercito Romano viene schierato su almeno due linee, e comunque restano disponibili le riserve.

Una volta che la fanteria pesante Romana sia riuscita ad avere la meglio, è solo questione di tempo prima che il nemico si ritiri, subendo nel contempo le perdite più gravi, se la ritirata, come spessissimo accade, si tramuta in una rotta disordinata, a cui fa seguito l'inseguimento dei Romani, guidato dalla cavalleria e dalla fanteria leggera.
Quest'ultima è una fase critica, in quanto un inseguimento ben condotto può effettivamente distruggere completamente le forze nemiche, mentre un nemico sconfitto che si riesce a disperdere potrà sempre tornare a radunarsi, come succede specialmente coi barbari.

Il ruolo della fanteria e della cavalleria

Nel periodo di riferimento la fanteria rimane ancora la "regina del campo di battaglia"; ciò è evidente sia dalle descrizioni degli scontri che ci fa Ammiano Marcellino, sia da quanto ci dice Vegezio: "intellegitur magis reipublicae necessarios pedites" (Epitome Rei Militaris III, 9) e "sciendumque in peditibus vel maxime consistere robur exercitus". Essa occupa normalmente il centro dello schieramento, ed è in grado di affrontare con confidenza sia la fanteria che la cavalleria (o addirittura gli elefanti usati dai Persiani). Il suo equipaggiamento è concettualmente simile a quello del Principato: elmo, armatura metallica in maglia o a squame, scudo, giavellotto e spada.

Certo lo scudo è adesso ovale, il gladius è stato rimpiazzato dalla spatha, ed il pilum, ora alleggerito e chiamato spiculum è stato integrato con la lancea che può essere usata sia come arma da il lancio che da mischia, e con giavellotti più leggeri, come il verrutum o la plumbata, ma questi cambiamenti riflettono un certo grado di specializzazione nel combattere le truppe barbariche, solitamente poco protette, ed una maggior preoccupazione per la mobilità e la semplificazione dell'equipaggiamento.

Ma che il ruolo della fanteria si stia evolvendo è innegabile. L'importanza dell'armatura si sta riducendo, e Vegezio attesta che già dal regno di Graziano (367 -383 d.C.), le truppe cominciano a non utilizzarla più: è questo l'inizio di un trend che porterà, nel V secolo d.C., e specialmente in Occidente, ad un abbandono più o meno generalizzato dell'armatura. Si vanno affermando unità di fanteria leggera dotate di armi da tiro, come i sagittarii, dotati di archi, e sono sempre più in uso, oltre agli archi stessi, fionde, fionde su staffa e balestre. Nelle stesse formazioni di fanteria pesante parte degli uomini è addestrata al tiro con archi o fionde. Si afferma l'uso degli auxilia palatina che, pur potendo fungere sul campo, come a Strasburgo, da fanteria pesante, sono anche adatti all'impiego come fanteria leggera, e quindi intrinsecamente più flessibili e più adatti ai tipi di scontri a "bassa intensità" coi barbari.

Insomma si ha una tendenza verso una maggiore specializzazione, diversificazione e flessibilità della fanteria; parallelamente, però si manifesta la tendenza ad assegnare ad essa compiti sempre più di difesa statica, privilegiando la cavalleria per l'offesa; d'altronde questa tendenza arriverà a pieno completamento solo con gli eserciti di Belisario e Narsete, la cui arma offensiva principale sarà la cavalleria.

Il ruolo della cavalleria

Per quanto riguarda la cavalleria, il suo ruolo comincia a crescere di importanza almeno fin dalla metà del III secolo d.C., e nel nostro periodo di riferimento essa, anche numericamente, assume un peso sempre maggiore, rappresentando circa il 25% delle forze combattenti, mentre, alla fine del II secolo d.C. non arrivava al 20%.

Un'altra indicazione della crescente importanza attribuita alla cavalleria, è il fatto che le vexillationes palatinae e comitatenses hanno status superiore alle loro controparti appiedate, anche se il magister peditum (comandante della fanteria) ha rango superiore al magister equitum (comandante della cavalleria).

L'aumento dell'importanza della cavalleria è dovuto al fatto che molti popoli che premono alle frontiere, come Alani, Sarmati, Persiani, Goti, dispongono abitualmente di un numero significativo di cavalieri; anche i popoli Germanici sul Reno, possono disporre ora di forze di cavalleria sicuramente maggiori di quelle schierate durante l'epoca del Principato.
La fanteria pesante Romana è di limitato uso offensivo contro tali forze, e così viene integrata da un numero crescente di cavalieri, tatticamente più mobili e flessibili dei fanti. Le ragioni strategiche per l'aumento delle forze di cavalleria sono più limitate, perché la velocità di marcia della cavalleria è maggiore di quella della fanteria, ma non in modo decisivo, e l'arma montata richiede risorse logistiche maggiori.

Una parte importante della cavalleria romana è costituita da cavalleria leggera: i reggimenti regolari di Mauri e Dalmatae esistono già dal III secolo d.C., ed ad essi se ne aggiungono altri nel corso del IV. La cavalleria leggera è incaricata della ricognizione, protegge l'esercito in marcia, mentre in marcia protegge i fianchi dello schieramento Romano e schermaglia con il nemico, tempestandolo di frecce o giavellotti, per preparare l'attacco della cavalleria o della fanteria pesante , o per disorganizzare l'attacco nemico. Una volta che il nemico è sconfitto è vitale per l'inseguimento, ma fornisce anche copertura all'esercito in ritirata. Un altro compito importante della cavalleria leggera, specie contro barbari non a loro volta dotati di cavalleria leggera, è di disturbare la loro marcia mediante schermaglie ed imboscate.

Per quanto riguarda la cavalleria pesante, essa è uno strumento versatile, capace sia di azione d'urto contro altra cavalleria o fanteria media o leggera, sia di schermagliare, usando i giavellotti o le corte lance di cui è dotata, contro nemici più pesanti o resistenti. La tendenza, nel V e VI secolo d.C. sarà quella di avere cavalieri equipaggiati ed addestrati sia con l'arco che con la lancia, atti sia all'urto che al tiro, ma nel IV secolo solo poche unità ono forse dotate di arco.

Esiste poi una cavalleria super pesante, composta di cataphractarii e clibanari, dotati non solo di armatura più estesa per il cavaliere, ma anche di bardatura per il cavallo, e chiaramente orientata all'azione d'urto mediante l'uso della lancia in carica sia contro cavalleria che contro fanteria. Al di là della non chiara differenza tra l'equipaggiamento dei cataphractarii e clibanari, è chiaro che loro ruolo sul campo di battaglia è offensivo.

Mentre, nel periodo di riferimento, la superiorità della fanteria pesante Romana sul nemico, sia barbaro che Persiano, è evidente, la cavalleria pesante e super pesante Romana non è altrettanto efficace (cfr ad esempio Ammiano Marcellino, Res Gestae, XVI, 12, 37-41; XVIII, 8, 2-3; XXIV, 5, 10; XXV, 1, 7-9) mentre la cavalleria leggera è in generale all'altezza del suo compito.

Dai resoconti di Ammiano vediamo che la cavalleria Romana soffre molto quella Persiana, ed il peso del combattimento ricade quindi sulla fanteria, anche le performance della cavalleria super pesante sono spesso lontani dall'essere accettabili. In effetti il passaggio da una esercito basato essenzialmente sulla fanteria pesante, ad un esercito in cui quello della cavalleria è preponderante si compirà solo con gli eserciti di Giustiniano, nel VI secolo d.C.; tale trasformazione, iniziata lentamente nel III secolo d.C., continua nel IV e soprattutto, a ritmo più veloce, nel V per poi arrivare a completa maturazione nel VI e VII secolo secolo d.C., con gli eserciti Bizantini.
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