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Charles De Gaulle scrittore
© Emilio Bonaiti (03/11)
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On ne fait rien de grand sans de grands hommes.
Charles de Gaulle


Charles-André-Marie-Joseph de Gaulle, un uomo che marcherà profondamente la Francia del XX secolo, fu definito da Alberto Salvadori "l'unico capo alleato dotato di cultura, immaginazione, visione, carattere, volontà e decisione" e dal presidente della Quarta Repubblica René Coty "il più illustre dei francesi".

Nato a Lilla nel 1890 in una famiglia impregnata di spirito patriottico e religioso è figlio di un professore di lettere e filosofia, "un uomo dallo sguardo severo e dalle mani d'avorio […] che politicamente si definisce un monarchico integerrimo" (1). Carattere angoloso, di forte temperamento sostiene che le difficoltà attirano l'uomo di carattere, perché dominandole realizza se stesso e che le decorazioni non si chiedono, non si rifiutano e non si portano. Sono principi che non lo rendono popolare negli ambienti militari.

Dopo aver studiato in un collegio gesuita, per accedere a Saint-Cyr nel settembre 1909 presta per un anno servizio come soldato semplice presso il 33° reggimento di fanteria ad Arras in base al principio caratterizzante i regolamenti dell'esercito dei primi anni del Novecento che prima bisognava obbedire e poi comandare. Iscritto ai corsi del collegio preparatorio di Stanislas nel 1909, nell'esame di ammissione alla scuola militare si classifica poco brillantemente 119° su 221 candidati. La permanenza a Saint-Cyr gli guadagna una serie di soprannomi: "Coq", "Double-métre", "Asparag" e "Tacchino". Ne esce nel 1912 con le spalline da sottotenente, 13° nella graduatoria aperta dal futuro maresciallo di Francia Juin e ritorna al suo vecchio reggimento di fanteria comandato dal colonnello Pétain al quale sarà legato per tutta la vita da sentimenti contrastanti.

Promosso tenente nel 1913, nel rapporto Pétain annota: "Intelligentissimo, ama il suo dovere appassionatamente […] degno di ogni elogio", ha 24 anni quando parte per la guerra, scrive alla madre: "Le truppe sono assolutamente splendide […] siamo pieni di fiducia". Nei combattimenti fu ferito tre volte. Nei primi giorni il 13 agosto nei pressi di Dinant ad un ginocchio, nel febbraio dell'anno successivo a Mesnil-les-Hurlus e il primo marzo 1916 a Verdun dove è fatto prigioniero. Il suo comandante generale Pétain lo dà: "caduto nella mischia". Dopo cinque tentativi di evasione, nel campo di concentramento di Ingolstadt in Baviera conosce uno sconosciuto ufficiale russo Tuchacevskji che a 25 anni diventerà generale dell'Armata Rossa e a 43 verrà messo a morte nel corso delle grandi epurazioni staliniane. Alla fine della guerra riprende servizio. E' un ex prigioniero di guerra, un capitano di 29 anni che non ha fatto carriera.

Cavaliere della Légion d'honneur, nel 1919 è in Polonia per la ricostituzione dell'esercito, consigliere militare insegna tattica di fanteria alla scuola di guerra di Rembertow e partecipa ai combattimenti alla testa di un battaglione quando l'Armata Rossa arriva alle porte di Varsavia. Nel 1921 è professore supplente di storia militare a Saint-Cyr, nel 1924, ha 34 anni, pubblica il suo primo libro "La discorde chez l'ennemi" sui contrasti nella Germania in guerra tra militari e civili. Sarà dovuta a un errore gravissimo dei militari, che impongono la guerra sottomarina ai politici, l'entrata in guerra degli Stati Uniti. Nell'opera enuncia uno dei principi che sarà una costante della sua vita: "In guerra a parte pochi principi essenziali, non esiste un sistema universale; esistono soltanto delle circostanze e delle personalità".

E' ammesso nel maggio 1922 all'École Supérieure de Guerre, con altri 128 ufficiali. Si scontra subito con il suo insegnante di tattica applicata colonnello Moyrand, fautore della dottrina ufficiale fondata sulla tattica "a priori" per la conduzione del combattimento. Conseguenza della sua indipendenza è la qualifica di "bien" e non di "très bien" che dava accesso agli alti gradi. Il giudizio non è pienamente positivo: "Ufficiale intelligente, colto e serio; brillante e pronto; molta stoffa. Purtroppo guasta queste qualità incontestabili con l'eccesso di sicurezza di sè, il suo rigore per le opinioni altrui e il suo atteggiamento di re in esilio…". Furibondo, ferito nell'orgoglio per l'ingiustizia subita, ad alta voce commenta: "Quei c… della Scuola di Guerra! Non entrerò più in quella sporca baracca se non da comandante! E vedrete come cambierà tutto!" (2).

Soccorrono le parole di Marc Bloch: " […] è sempre necessario diffidare un po' dei vecchi pedagoghi i quali, nel corso della loro vita professionale, si sono inevitabilmente costruiti un arsenale di schemi verbali ai quali la loro intelligenza finisce per agganciarsi come a chiodi qualche volta piuttosto arrugginiti. Inoltre, essendo uomini di fede e di dottrina hanno una certa tendenza, il più delle volte inconscia, a favorire gli allievi docili invece di quelli polemici. […] Il pericolo diventa assai più grave quando gli uditori sono anche subordinati e quindi la contraddizione può assumere l'aspetto di un atto d'indisciplina" (3).

Esporrà le sue idee, in aperto contrasto con quelle ufficiali, in un articolo per la Revue Militaire Française del primo marzo 1925 "Doctrine a priori ou doctrine des circostances?" in cui con molta chiarezza sostiene che i principi che regolano l'azione hanno valore solo se il capo li adatta alle circostanze di fatto. Invece allo spirito militare francese ripugna riconoscere alle azioni di guerra il carattere empirico che hanno e si preferisce costruire una dottrina "a priori". Eppure già i generali della Rivoluzione e dell'Impero avevano applicato una tattica che si adattava alle circostanze e a questa tattica si uniformarono i generali della guerra di Crimea. Le gravissime perdite subite a San Martino, Solferino e a Magenta, ove il 33° reggimento di linea perse in cinque minuti 2/3 degli effettivi, portarono a una revisione della dottrina anche alla luce dell'aumentata gittata dei fucili e si cominciò a ricercare una accurata scelta della posizione e del campo di tiro in base alle "propriétés des armes à tir rapide". Così nella guerra del 1870 si spiegano l'immobilismo e l'inazione dei generali tesi solo a difendere il terreno sul quale si erano sistemati per attendere il nemico.

Una dottrina costruita sull'astrazione condusse a disastri "dont la brutalitè fut proportionnée à l'arbitraire de la théorie". I successivi regolamenti diedero il massimo spazio, alla luce delle esperienze fatte, alle circostanze, alle personalità dei capi, tenendo conto degli effetti del fuoco. Ma essi ricercavano una regola generale propria per tutti i problemi e in mancanza di una esperienza diretta si rivolsero alla storia. Maturò nel tempo una nuova sicurezza nella forza, potenziata dall'alleanza con la Russia, che portò a dare un sempre maggiore spazio all'offensiva. Delle guerre napoleoniche si afferrò solo l'audacia delle concezioni e della manovra offensiva, negligendo le altre caratteristiche quali la conoscenza del nemico. Si affermò così il principio, per una intera generazione, che l'attacco in tutte le circostanze fosse la soluzione migliore e "trasformer en doctrine une métaphysique absolue de l'action". Il fuoco era una soluzione di ripiego, dato l'ordine di attacco occorreva "se précipiter sur l'ennemi", il terreno andava difeso con il contrattacco, le fortificazioni erano considerate un "malheur". Questa filosofia non teneva conto delle "circostances".

Pochi furono gli oppositori tra cui Pétain che voleva, secondo le circostanze, costruire la manovra. Dopo i disastri iniziali fu solo alla Marne che questa strategia fu di fatto cambiata, ma poi si continuò negli attacchi scriteriati per superare i sistemi fortificati e arrivare al "terrain libre". Nasce quindi la guerra d'usura e in seguito, per le terribili perdite, scriveva Pétain, i capi furono guidati dalle circostanze sospendendo gli attacchi inutili e agendo con prudenza.

Si chiede l'autore, la somma di queste esperienze durerà negli anni, l'importanza del fuoco sarà indelebile, si conserverà nel tempo il rifiuto delle teorie "a priori", delle soluzioni dedotte dall'astrazione? Oggi il Règlement sur la conduite des grandes unitès adatta gli immutabili principi della guerra agli armamenti, alla scelta del tempo e delle circostanze per i nostri sforzi. Bisogna guardarsi dall'accumulare i mezzi di fuoco solo dove possono meglio esplicare la loro potenza, bisogna non lasciare i terreni coperti con una leggera copertura, perché sarebbe pericoloso contro una fanteria addestrata e ben armata come quella tedesca, orientata verso la manovra e il combattimento nei terreni "couverts et coupés".

Queste considerazioni gli potrebbero costare la carriera, ma Pétain, vice presidente del Consiglio Superiore della Guerra, Ispettore Generale dell'Armée lo protegge; in un primo tempo lo dirotta allo stato maggiore dell'armata del Reno di stanza a Magonza, poi lo chiama presso di sè e gli ordina di predisporre uno studio per le fortificazioni alla frontiera. Tutti comprendono che ormai è il "poulain préféré" del Maresciallo.

Il primo dicembre 1925 scrive "Role historique des places françaises" sulla Revue Militaire Française. Dopo aver accennato alla "médiocrité des frontiérs" del Nord poste a solo 200 km da Parigi, ossia a sei giorni di marcia e a un'ora di volo, ritornerà sul tema nel successivo "Vers l'armée de métier", precisato di astenersi da giudizi tecnici sui sistemi fortificati da erigere perché "dépend des moyens et des circostances", svolto un lungo, minuto excursus sull'incidenza dei sistemi fortificati nella storia di Francia, esalta Vauban, grande ingegnere militare dell'epoca di Luigi XIV, che esplicitava la "nécessité nationale permanente" delle piazzeforti. Questa filosofia difensivistica era stata accantonata alla fine del secolo XIX e all'inizio del secolo XX alla luce della nuova dottrina dell'attacco in tutte le circostanze che aveva avvantaggiato l'attuazione del gigantesco piano del generale von Schlieffen e l'invasione del paese fronteggiata solo con piazzeforti dal "rôle prepondérant" come Verdun e dal campo trincerato di Parigi che avevano permesso di resistere al gigantesco "colpo di falce", per arrivare alla vittoria finale. De Gaulle avanzava l'ipotesi che l'esistenza di un esteso sistema fortificato avrebbe dato "un autre tournure" agli eventi bellici, invece si era preferito tenere poche piazze nell'Est come Toul, Verdun, Épinal, Belfort da cui doveva partire la preventivata offensiva ad oltranza e abbandonare quelle a Nord.

La conclusione era esplicita. Occorreva sbarrare le classiche vie dell'invasione e creare una seconda linea difensiva tra la capitale e le frontiere. La Francia negli ultimo tre secoli era stata salvata dalle fortificazioni permanenti e "a cruellement déplorè, à différentes reprises, de l'avoir negligèe [...] la guerre récente vient de la mettre, une fois de plus, en évidence". In seguito le sue opinioni cambieranno, riprende il detto di Vauban che occorrevano "poche posizioni, ma buone" da usare come perno per il movimento. Nell'aprile 1927 il suo mentore lo invita a tenere presso la Scuola di Guerra una conferenza sul tema "La dottrina militare e la missione del capo" che suscita una vasta eco. Colpiscono parole come "Al capo militare le armi che dovrà maneggiare non sembrano mai né troppo affilate né troppo solide".

Nel successivo dicembre, dopo 12 anni di servizio come capitano, è promosso commandant e destinato al comando del 19° battaglione cacciatori di fanteria a Trèves in Germania nell'armata del Reno. Nel 1929 è trasferito allo stato maggiore del'esercito del Levante e visita Beirut, Il Cairo, Bagdad, Aleppo, Gerusalemme.

"L'action de guerre et le chef" appare nel 1928, si riaggancia allo scritto del 1925 sulla dottrina "a priori" e precede nei suoi concetti il successivo "Le fil de l'épée". Si insiste sulla variabilità degli scenari bellici, sul "caractère de contigence" che i capi devono fronteggiare, sulla necessità di adattarsi alle circostanze, sulla assoluta necessità di quello che Clausewitz definiva "coup d'œil", ossia la capacità di "leggere" le situazioni tattiche che si presentano. Era con questa capacità, con questa dote che uomini come Turenne, "qu'il apprenait avec difficulté, que son esprit semblait aux ètudes lent et tardif," si trasformavano sul campo di battaglia. Bisogna guardarsi dall'applicare "une législation fixe" che ha sempre avuto "une attraction singulière sur l'esprit française", e così si è avuto nel 1870 "la théorie des positions" e nel 1914 "notre parti pris d'offensive". Il pericolo sussiste ancora oggi quando si ritiene che la manovra debba partire da una sola condizione "le terrain et l'influence de ses formes sul l'efficacité des feux". Ribadisce ancora una volta la necessità "du caractère" del capo, della sua capacità di imporsi, della sua volontà di ordinare. "C'est de prescrire" era la più grande dote per i capi sosteneva il maresciallo di Saxe, ed era per questo che i capi incapaci si rifugiano nell'obbedienza, nella disciplina e, in ultima analisi, nell'inerzia. Ma la figura del capo deve essere aureolata dall' ''autorité" che si accompagna al "prestige qu'il est l'élèment divin de l'autorité".

La selezione dei capi che tutti vogliono, che tutti auspicano che tutti approvano si scontra con numerose difficoltà. Diventa difficile dopo lunghi periodi di pace, quando una generazione che ritiene di non dover più combattere neglige il mestiere delle armi. Così avvenne dopo la caduta di Napoleone e si ebbero nel 1870 generali mediocri. Le difficoltà di una selezione in tempo di pace si acuiscono, è difficile misurare lo spirito guerresco, la capacità di apprendere ha la meglio sull' "instinct créateur". Questo scritto riassume i concetti che svolgerà con maggiore compiutezza ne "Le fil de l'épée" che rappresenterà nella sua compiutezza il suo pensiero sulla Francia e sui capi nell'ora della battaglia.

Nel novembre 1931 viene chiamato alla segreteria della Défense Nationale ove è incaricato di collaborare allo studio dei piani dello stato maggiore, vi resterà fino al luglio 1937. Susciterà scandalo e disapprovazione quando in "Du caractère" pubblicato dalla Revue Militaire Française nello stesso anno, precisato che "Le caractère, si rien ne l'accompagne, ne donne que des téméraires ou des entêtés", fa l'elogio della disobbedienza se necessaria, citando il Primo Ammiraglio del Mare Lord Fischer che, riferendosi alla battaglia dello Jutland e all'occasione mancata di distruzione della flotta tedesca osservava riferendosi all'ammiraglio Jellicoe "Il a toutes les qualitès de Nelson, sauf une: il ne sait pas désobedir". Il pensiero corre agli accadimenti del 1940.

L'anno successivo sulla stessa rivista con "Du prestige" lamenta "Notre temps est dur pour l'autorité" e "Cette décadence suit le déclin de l'ordre moral, social, politique, qui, depuis des siècles, est en usage dans nos vieilles nations", ma ottimistica è la conclusione. "L'Armée Française, hesitante dans les ténèbres, va chercher, en s'élevant au-dessus d'elle même, la chaleur et la clarté du prestige". Nel 1932 pubblica "Le fil de l'épée" un autoritratto, una lucida analisi dell'Armée che insieme al successivo "Vers l'armée de métier" sono le colonne del monumento alla sua grandezza.

Gli anni Trenta sono gli anni che "le locuste hanno mangiato". Mussolini è saldamente al potere, in Germania i nazisti sono una realtà, la Russia sovietica appare come una nebulosa che non si riesce a decifrare, la crisi mondiale arriva in Francia, un paese in declino che, in un clima di inquietudini e incertezze, pone la sua fiducia nella Società delle Nazioni. Il libro, tradotto in italiano nel 1964 dalla benemerita Longanesi, è pubblicato da Berger-Levrault, editore specializzato in pubblicazioni militari, altre case di maggior importanza lo respingono. E' un grido di allarme, lanciato a un paese "satollo", citando Machiavelli, di cui è un attento studioso: "Tous les arts que l'on ordonne et une cité pour le bien commun des hommes, toutes les institutions qu'on y fonde ne serviraient de rien si l'on ne créait aussi des armes pour les défendre". Si tratta di uno studio, in cinque capitoli, "L'action de guerre", "Du caractère", "Du prestige", "De la doctrine", "La politique et le soldat". Sui capi, sul loro ruolo e il loro peso, sul carattere e sul prestigio che sono alla base dell'azione di comando scrive: "La preparazione della guerra è innanzi tutto la preparazione dei capi, e si può dire letteralmente che agli eserciti come ai popoli "pourvus de chefs excellents tout le reste sera donné de surcroît".

De Gaulle, all'epoca chef de bataillon, richiamati i valori tradizionali della società francese fondata sull'ordine civile, ancora una volta, riassumendo quanto scritto in precedenza, elenca le virtù del capo e le difficoltà di plasmarlo in tempo di pace, cita Schanhorst: "Le menti organizzate meccanicamente trionfano, in tempo di pace, su quelle che hanno genio e sentimento". Esprime tutto il suo appassionato amore per lo spirito di sacrificio dei quadri. "Certi uomini hanno adottato la legge della perpetua soggezione. Hanno spontaneamente perduto il diritto di vivere dove a loro piace, di dire quello che pensano, di vestirsi secondo il proprio gusto. Un ordine basta, ormai, per fissarli qui, portarli là, separarli dalla famiglia, sottrarli ai loro interessi. Una parola di un capo li fa scattare, marciare, correre, li getta nelle intemperie, li priva di sonno o di nutrimento, li chiude in qualche posto, forza la loro fatica. Questi uomini non dispongono della propria vita: che le loro membra siano rotte, i loro resti dispersi, è la loro funzione di soldati'. Sostiene che: "l'autorità non va senza prestigio, né il prestigio senza autorità", parla di "caratteri aspri, scomodi, persino feroci", ricorda gli errori fatti nella precedente Grande Guerra e termina con acute osservazioni sui rapporti tra militari e politici. Nominato nel 1933 tenente colonnello, nel 1936 solo il personale intervento del ministro Daladier gli permise di avere il grado di colonnello perché il generale Maurin, successore di Pétain al ministero della Guerra, lo aveva escluso dall'elenco.

Nella primavera del 1934 presso lo stesso editore pubblica "Vers l'Armée de métier", preceduto nel maggio 1933, da un articolo sulla Revue Politique et Parlamentaire. Il libro, ridondante di riferimenti storici, summa delle sue concezioni strategiche, non è solo un libro a favore di soldati professionisti e dell'arma blindata ma esprime le sue opinioni su un piano generale di difesa maturato all'ombra del Secrétariat général de la Défense nationale nel quale ha lavorato per molti anni. L'opera è divisa in due parti "Pourquoi?" e "Comment?" suddivise ciascuna in tre capitoli.

Inizia, ricordando il detto di Napoleone: "La politique d'un État est dans sa geographie", con uno sguardo alla carta politica dell'Europa, ai confini che separano dalle "terres germaniques". Da quella frontiera, la più fragile si affacciava il più forte dei vicini, da quella frontiera "une brèche terrible" erano arrivate tutte le invasioni, "il n'y a pas deux cents kilomètres entre Paris et l'étranger, six jours de marche, trois heures d'auto, une heure d'avion". Alla Francia "ce peuple mobile, incertain, contradictoire" si contrapponeva una Germania "force de la nature à laquelle elle tient au plus près, faisceau d'instincts puissants mais troubles, artistes-nés qui n'ont point de goût, techniciens restés féodaux, pères de famille belliqueux, […] oppresseurs qui veulent être aimés, […] retentissant d'une rumeur barbare, heurte les yeux, l'esprit e le cœur". Considera una illusione, una pericolosa illusione il sentimento di sicurezza fondato su una stretta difensiva, sulla linea Maginot che si arrestava a Montmédi e sulla neutralità del Belgio che permetteva all'avversario di ripetere la manovra di Schlieffen o di attaccare dalle Ardenne in direzione di Sedan, come poi avvenne nel 1940.

Riconosce che i nuovi alleati dell'Europa Centrale non avevano il peso militare della Russa zarista, che una politica difensivista li esponeva al disastro se attaccati. Né conseguiva la necessità di un esercito forte, "qu'on couvre la France […] in grado di manovrare, perché solo in questo modo" si poteva opporre a un'offensiva nemica contro un alleato. Solo con questo strumento, "prête à marcher sur l'heure n'importe où, capable, grâce aux moteurs, de se porter à pied d'œuvre en quelques heures, apte à tirer du matériel tous les effets de surprise et de rupture qu'il est susceptible de fournir, faite, en un mot, de toutes pièces pour obtenir le résultat local et le plus complet et le plus rapide", il paese avrebbe riacquistato capacità di iniziative e di reazione, ossia capacità di proiezione offensiva, per correre in aiuto di un alleato minacciato.

Ma quest'Armée doveva rispondere anche alla necessità di un'azione rapida e brutale resa necessaria dalla lentezza della mobilitazione generale, sostituendo il numero alla qualità, con uno strumento di manovra "répressif et proventi […] tel qu'il puisse déployer du premier coup une extrême puissance et tenir l'adversaire en état de surprise chronique […] c'est le rôle d'un instrument d'élite apte à frapper à toute heure, en tous lieux et en toute occasion". Nasceva la necessità di un corpo corazzato e motorizzato composto da professionisti, da "soldats de métier". Il colonnello Motor, come veniva definito, proclama: "E' giunto il momento di aggiungere alla massa delle riserve e delle reclute, elemento principale della resistenza nazionale, ma lento ad adunarsi e a mettersi in azione, uno strumento di manovra in grado di agire senza ritardo, permanentemente addestrato alle armi, uno strumento di manovra che abbia carattere preventivo e repressivo, composto da soldati di mestiere con una ferma di sei anni".

Nel successivo capitolo "Technique" si evidenzia come la macchina "régit notre destine" con un peso sempre più grande nella società. Ormai agli eserciti fondati sul numero andavano sostituiti quelli di qualità, "voici donc venu le temps des soldats d'élite et des équipes sélectionnées", con professionisti bene addestrati in grado di padroneggiare le sofisticate tecniche emergenti, in questo concordando con il tedesco von Seeckt. Osservava che i migliori soldati "qu'elle ait eus jamais" erano quelli a lunga ferma e con un superiore addestramento, ricordando che i Tedeschi nel passato conflitto, "mieux dressés que quiconque", avevano ucciso 3.200.000 uomini contro 1.700.000 e fatti 1.900.000 prigionieri contro 750.000.

Con la nuova legge l'Armée si era formata "par rapprochement d'un outillage immense et des masses mobilisées" ma la disaffezione per la vita militare, la nascita di dottrine contrarie alle forze armate avevano portato il Parlamento a ridurre il servizio da tre anni a uno, in pratica a 24 settimane di addestramento, periodo nel quale un borghese andava trasformato in un soldato. Non è necessario ricordare che all'epoca in cui fu scritta l'opera il servizio militare era di un anno, solo in seguito passerà a due.

Il dopoguerra, con la motorizzazione e la meccanizzazione, aveva portato a nuove procedure tattiche, a nuovi concetti operativi, a teorie di impiego che col personale di leva e con le riserve non erano attuabili. Esisteva una discordanza tra lo strumento disponibile e la missione da compiere con un conseguente sordo malessere tra i quadri. Quelli della riserva si addestrano senza soldati, gli istruttori vedono partire gli allievi dopo averli appena conosciuti, e, nella sfiducia generale, le reclute avvertivano l'inadeguatezza del sistema. Afferma: "La cuirasse reparaît, porté par le moteur" richiede la formazione di una "èquipe priviligée", come avveniva per i soldati di mare e del cielo. Con la corazza rinasceva la sorpresa, la manovra era restaurata, gli equipaggi dei carri, che definisce: "ces aristocrates du combat" andavano selezionati con attente cure perché: "les professionels, dans leurs navires, leurs chars, leur avions, sont assurés de dominer".

Nel terzo capitolo "Politique" affermava che tutto quanto avveniva in Europa "nous touche essentiellement", perché la Francia faceva parte di un "ordre établit". Ricordava che l'era delle grandi conquiste era terminata, che la passata guerra aveva comportato spaventose distruzioni di beni, che la Francia non aveva ambizioni territoriali, essendo unica missione dell'Armée la sicurezza non limitata però alla difesa delle sole frontiere. Ammoniva che non poteva essere sufficiente fidarsi di un sistema universale di pace basato sulla Società delle Nazioni, nell'incubo di correre il pericolo di trovarsi di fronte a "des faits accomplis", nell'incubo di trovarsi senza alleati di fronte ad avversari inorgogliti dai loro successi.

Lanciava un allarme. Versailles aveva assicurato alla Francia un iniziale grande vantaggio sui suoi nemici "jusqu'en ces derniers temps", ma oggi la Germania esigeva la fine dei vincoli impostile. Con il sistema delle masse la superiorità del nostro avversario era evidente. Molti sostenevano che il servizio a breve tempo, atto solo alla difesa proteggeva la pace, mentre l'esercito di mestiere portava alla guerra, all'aggressione perché adatto all'offensiva. Ma l'esercito di massa portava a perdite sanguinose per l'inesperienza mentre quello di professionisti, ridotto, difficile a rifare, portava alla prudenza.

Nel periodo napoleonico con una popolazione numerosa come l'Austria, la Prussia e l'Inghilterra era interesse della Francia basarci sulla "quantité", ma oggi la Francia è il paese meno popolato, un Francese tra i 20 e i 30 anni é fronteggiato da due italiani, due tedeschi e cinque russi e nemmeno l'industria aveva conservato una superiorità nella produzione degli armamenti. Oggi i francesi "chantons fort e mal en cœur" contro la guerra, mentre la gioventù di popoli vicini veniva educata all'obbedienza "protégées contre le discours et imagines susceptibles d'énerver leurs résolutions", pur aggiungendo acutamente che "dans la realité" non si sapeva come avrebbero reagito "dans la misére de la guerre". La Francia aveva e ha però un immenso capitale di valori guerrieri dimostrati con l'"Union Sacré" del 1914 che solo i soldati di mestiere potevano mettere a frutto. Questa via avrebbe fatto ancora una volta "la fortune de la France". La Francia, "Pénépole de l'œuvre internationale" dopo Versailles ricercava negli accordi internazionali la sua sicurezza, sicurezza invece che andava fondata sull'esercito, ma: "edifier notre couverture uniquement sur la résistance d'ouvrages tenus par des novices serait une absurdité". La difesa doveva essere fondata su una forza mobile di nuova concezione, la massa delle riserve e delle reclute lenta a riunirsi e a muoversi doveva essere supportata da "un instrument de manœuvre capable d'agir sans délai, c'est-a-dire permanent dans sa force, cohérent, rompu aux arme" e aggiungeva profeticamente: "Point de couverture française sans une armée de métier".

La seconda parte "Comment" rispondeva agli interrogativi sollevati. Nella "Composition", primo capitolo dettagliava la formazione del nuovo strumento di manovra "repressif et proventi", motorizzato, estremamente mobile, dotato di "combat readiness" in grado di sferrare il primo colpo e di tenere l'avversario in stato di "surprise chronique". E' ormai un partigiano risoluto del nuovo mezzo che sostituisce all'urto del fante il motore corazzato "la cuirasse reparaît portée par le moteur. […] Mais le moteur paraît [...] soudain le voilà cuirassé, rampant sur des chenilles, portant mitrailleuses et canons, il s'avance en première ligne, franchit talus et fossés, écrase tranchées et réseaux ". Sulla motorizzazione è categorico: "Pas un homme, pas un canon, pas un obus [...] qui ne doivent être ainsi portés à pied d'œuvre".

De Gaulle percepisce con chiarezza, a differenza dell'ufficialità francese, che nell'arte della guerra sta avvenendo una nuova rivoluzione, una transizione concettuale e materiale a una nuova organizzazione: "le char moderne est un fait énorme. Il faut le voir évoluer, tirer, écraser, parmi les gens à pied, à cheval ou en voiture, pour comprendre que son apparition est une révolution dans la forme et l'art de la guerre le char devient l'élément capital dans la manœuvre […] il bouleverse la tactique [...] Par lui renaît la surprise [...] Par lui, la manœuvre est restaurée [...] puisqu'il peut sous le feu se présenter de front ou de flanc, marcher tout en tirant, changer de direction. Par lui, surtout, des groupes de combattants recouvrent cette protection mobile qui semblait pour toujours perdue".

Gli va riconosciuto di intravedere subito la necessità di fiancheggiare il corazzato con fanteria e artiglieria parimenti motorizzata, in ciò opponendosi decisamente ai regolamenti di fanteria del 1921 e del 1928 che ne prevedevano l'impiego solo come mezzo di accompagnamento. Nasce così il progetto della costituzione di sei divisioni corazzate "motorisées et chenillées tout entières, blindées en partie", ognuna articolata su brigate corazzate di 500 carri.

L'organico è il seguente:
- Una brigata "fortement" blindata con 50 cannoni di medio calibro, 400 di calibro minore e 600 mitragliatrici, su due reggimenti, uno di carri pesanti e uno di medi, supportati da un battaglione di mezzi blindati "légers très rapides" per l'esplorazione.
- Una brigata di fanteria su due reggimenti e un battaglione di chasseurs, in totale sei battaglioni armata di 50 pezzi di accompagnamento, di 50 pezzi anticarro, 600 mitragliatrici pesanti o leggere tutti sistemati su mezzi di accompagnamento cingolati marcianti alla stessa velocità dei carri e una serie di attrezzature per la creazione di fortificazioni.
- Una brigata di artiglieria su due reggimenti, uno con pezzi a media e lunga gittata, l'altro con pezzi a tiro teso e un gruppo DCA.
- Un battaglione genio.
- Un battaglione trasmissioni
- Un gruppo ricognizione su carri e veicoli leggeri.
- Un gruppo aereo da ricognizione.
- Una division légère mécanique, type DLM.
La formazione veniva, con un tocco di originalità, completata da un battaglione che doveva procedere a tutta una serie di simulazioni per ingannare il nemico "doit devenir dans la manoeuvre un elémént essentiel au même titre que le feu et le mouvement".
Riserva generale:
- Una brigata di carri pesanti.
- Una brigata di artiglieria di grosso calibro.
- Un reggimento di genio pontonieri.
- Un reggimento trasmissioni
- Un reggimento di camouflage.
- Due reggimenti d'aviazione (ricognizione e caccia).
La brigata blindata è "il ferro di lancia" della divisione, il carro il fulcro, la concentrazione principio irrinunciabile: "Ces chars nouveaux, il faut les organiser de manière à les employer par concentration, ainsi que le recommande le bon sens, l'expérience et jusqu'aux règlements".

Queste divisioni avrebbero avuto nei confronti dell'esercito del 1914 una capacità di fuoco triplicata, una velocità decuplicata, una protezione superiore, con soldati professionisti in grado di sviluppare un complesso di rendimento incomparabilmente superiore.

Fissa in 100.000 unità la forza per azionare questo strumento, la stessa cifra di Estienne, della Reichswehr, dell'esercito metropolitano inglese e degli Stati Uniti. I soldati andavano arruolati per sei anni, col successivo passaggio nella riserva. Le difficoltà di arruolamento andavano superate con una campagna propagandistica, mettendo a disposizione dei soldati mezzi moderni, "un outillage dernier cri". Su questa forza mobile di nuova concezione, qualità e non massa, doveva essere fondata la difesa, la massa delle reclute e delle riserve lenta a riunirsi e a muoversi doveva essere supportata da "un instrument de manœuvre capable d'agir sans délai, c'est-a-dire permanent dans sa force, cohérent, rompu aux arme" e aggiungeva profeticamente: "Point de couverture française sans une armée de métier". Se l'addestramento dei soldati di leva, formato nella monotona vita di caserma, era imperniato sulla ripetizione costante di marce e manovre negli stessi poligoni e su campi sempre eguali, per i professionisti occorreva creare un sistema completamente nuovo fondato sulla competizione non "des champions mais les corps tout entiers" con premiazione dei reggimenti migliori, perché nelle prove si formava lo spirito del soldato, il cosiddetto "esprit de corps". Lo strumento a disposizione, il carro armato rendeva necessario la formazione di equipaggi selezionati e addestrati: "Voici venu le temps des soldats d'élite et des équipes sélectionnées". Instancabile ribadisce che è l'arma blindata, l'esercito di professionisti, che darà alla Francia, all'amatissima Francia, lo strumento migliore, uno strumento, contrariamente alla cieca difensiva della dottrina ufficiale, estremamente duttile, difensivo, offensivo, in grado di manovrare. De Gaulle precisa che l'esercito di leva e delle riserve ha un posto rilevante nel suo ordinamento: "On sait que la nation armée, lente à réunir et lourde à mettre en œuvre, reste l'élément principal de la défense française et qu'elle excelle d'ailleurs dans la défensive".

Nel secondo capitolo "Emploi" premesso che la dottrina maturata nel corso del passato conflitto era fondata sui fronti continui, sulla accurata, metodica preparazione, sulla impossibilità di sviluppare i successi locali, si insisteva sulla sorpresa e lo sfruttamento del successo, fattori della vittoria Ricordando le grandi operazioni di cavalleria di un tempo, il nuovo organismo, dotato di una estrema agilità, pronto ad entrare in poche ore in azione, avrebbe avuto grandi vantaggi nei primi giorni delle ostilità, per le lungaggini del richiamo dei riservisti e la scarsità delle forze di copertura. Nel 1917 occorrevano sei giorni a una divisione per entrare in azione, oggi ai nuovi reparti una notte, sfruttando la sorpresa. I reparti carristi andavano divisi in tre scaglioni: i carri armati leggeri dovevano prendere contatto con l'avversario seguiti dai medi e dai pesanti che attaccati gli obiettivi, avanzavano in profondità, con "opérations combinés" spinte alla massima velocità. A sfondamento avvenuto l'obiettivo era il taglio delle vie di comunicazione e i successivi aggiramenti in collaborazione con l'aviazione. La fanteria, supportata dall'artiglieria, doveva eliminare eventuali sacche di resistenza. avanzare su cingolette o a piedi seguita dall'artiglieria cingolata, prendere possesso del terreno, fortificandolo se del caso con capisaldi in grado di sostenersi tra di loro. Per le operazioni di rastrellamento "il y aura quelqu'un pour ramasser au pied de l'arbre les fruits que la secousse en aura fait tomber". Compito dell'aviazione l'esplorazione in collaborazione con l'avanguardia avanzante.

Nell'ultimo capitolo "Commandement" osservava come il cambiamento, ma più che di cambiamento si dovrebbe parlare di trasformazione nell'impiego delle forze provoca conseguenti profonde modifiche nell'arte del comando. Le passate ardite soluzioni, i "quand méme", i "coûte que coûte" non avevano più peso, le capacità dei capi si dovevano evidenziare nello sfruttamento delle macchine, delle loro possibilità e nella capacità di valutare e decidere con rapidità e senza ritardi, ossia sulle qualità che mancavano all'ufficialità francese. Gli attacchi "réglèes comme des ballets" della Grande Guerra erano impossibili, l'imprevisto doveva essere una costante, nell'azione la possibilità di consultare i superiori nulla. L'iniziativa, sempre prevista in via teorica dai regolamenti, doveva essere la norma, con i capi che dovevano farsi conoscere dalle truppe, esporsi personalmente, "[…] et si le futurs ètats de pertese debutent, comme a d'autre époque, par une longue liste de généraux, peut-être sera-ce tant mieux pour cette camaraderie des armes…".

Sono principi immutabili nel tempo. Si legge in "Crisis in Command: Mismanagement in the Army" di Gabriel e Savage: "La documentazione per il Vietnam è assolutamente chiara […] semplicemente gli ufficiali non morivano in numero sufficiente o in presenza dei loro uomini abbastanza spesso da fornire quel tipo di - martiri - di cui hanno bisogno tutte le unità sociologiche primarie, soprattutto quelle sottoposte a tensione, se vogliono mantenere la coesione" (4). In questo spirito Patton sosteneva che i generali devono avanzare alla testa delle loro truppe e tornare indietro in aeroplano.

Il valore di un capo doveva essere la conclusione di una intera carriera. Per il passato la selezione avveniva con le prove e la guerra era la maestra. Oggi tra due prove manca l'esperienza, deve essere la teoria a fornire le lezioni e a incaricarsi della selezione. Mentre in Germania Moltke il Vecchio in tempo di pace aveva creato un grande stato maggiore in Francia "mille influences fâcheuses s'égarèrent la tête de l'armée". L'esercito, fatto forte delle esperienze passate, svolgeva un grande lavoro professionale, con scuole, centri, commissioni, conferenze, informazioni ed esercizi di quadri ma si aveva l'impressione che la formazione data ai capi era "volue pour agir dans des circostances analogues a celles quel l'on vient de traverser". Si addestrava l'ufficiale a muoversi in un sistema centralizzato, a conformarsi a regole rigorose, codificate secondo le esperienze del 1918. Le trasformazioni della dottrina a misura delle cose che cambiano, trovavano in questa rigidità condizioni poco favorevoli. I generali dell'antichità non si rifacevano agli insegnamento ricevuti ma al loro talento, i generali della Rivoluzione e dell'Impero non avevano un regolamento e una scuola. Per preparare capi atti a guidare truppe diverse da quella della passata guerra si imponeva una trasformazione, occorreva sviluppare la loro personalità. Oggi i mezzi hanno delle proprietà determinate che non si possono ignorare nell'impiego.

La sintesi di questa analisi andava cercata "dans son propre fonds". Esercitare il pensiero con l'ordine, l'immaginazione, il giudizio, la decisione, discernere le cose essenziali da quelle accessorie dovevano essere la base della formazione dei capi, gli uomini non dovevano essere solo condizionati dall'istruzione ricevuta. Ma la struttura del comando esistente non invogliava all'azione autonoma, una pesante centralizzazione pesava sull'insieme e sui dettagli. Testi numerosi, in numero sempre crescente, modificati, rifatti, inquadravano i quadri a ogni livello. Il regime militare tendeva alla sterilità, non invogliava all'azione autonoma. Questa tendenza a mettersi al coperto, la paura delle responsabilità erano imposti a tutti i quadri. Si esigeva la stretta osservanza delle circolari in vigore, ma nessuna forza umana poteva soddisfare tutte le prescrizioni dei diversi regolamenti. Un esercito di professionisti "requiert un autre ferment".

I capi dovevano imprimere il loro stile, esercitare l'immaginazione, ottimizzare le modalità di addestramento, eccitare l'emulazione essendo giudice i risultati. Ogni capo doveva procederà alla sua maniera con una istruzione più liberale e una più grande autonomia. I caratteri forti si formano da soli. E nelle ore tragiche sono necessari "où la rafale balaie les conventions et habitudes, ils se trovent seuls debout et, par là, nécessaires. Rien n'importe plus a l'État que de ménager dans les cadres ces personnages d'exception qui seront son suprême recour". Nel 1940 queste parole avranno nel loro autore una rispondenza eccezionale. Ma per questi "personnages d'exception" i tempi ordinari offrivano pochi vantaggi e molte prove. Anche se stimati non erano favoriti, il rifiuto agli intrighi vietava loro in pace una brillante carriera, ma essi non ambivano agli avanzamenti ma a un grande ruolo nei grandi avvenimenti. Nel passato l'idea della "revanche" aveva sostenuto per 40 anni i quadri, nel presente lo Stato doveva dare all'Armée un grande obiettivo altrimenti nelle giornate del pericolo invano si sarebbero cercati uomini degni della vittoria. Perché la gloria si dona solo a coloro che l'hanno sempre sognata. La riforma poteva essere possibile solo se voluta dal potere, l'esercito era per sua natura contrario alle trasformazioni delle sue strutture, anche per le gelosie e rivalità che si opponevano alla rottura degli equilibri esistenti.

Sosteneva Tocqueville: "I rimedi per i vizi dell'esercito non si trovano nell'esercito stesso, ma nel paese", aggiungeva Liddell Hart: "La cosa più importante non è di fare entrare una cosa nuova nell'esercito, ma di cacciarne una vecchia". Si potrebbe aggiungere che la resistenza al nuovo è sempre maggiore in un esercito vittorioso. Occorreva quindi una rifondazione nazionale che cominciasse dall'Armée, perché la forza restava più necessaria che mai alle nazioni che vogliono vivere ma anche perché la società militare era l'espressione più completa dello spirito di una società. Profetiche sono le sue parole: "Le nostre battaglie decisive noi le iniziamo con il bel tempo, in una vasta pianura cui portano strade in buone condizioni. L'invasore, giunto al coperto delle foreste renane, della Mosella, trovando come sbocco un terreno dovunque permeabile, è favorito nella scelta dei luoghi e del momento. Il difensore, se resta passivo, si vede sorpreso, inchiodato, volto in fuga, ed ecco Villeroi sconfitto a Ramillies, Bazaine bloccato dentro Metz. Al contrario un difensore mobile, intraprendente, come il Napoleone del 1814, accorre al punto giusto, ripara all'imprevisto, sfrutta l'iniziativa, unico atteggiamento fecondo nei confronti dei tedeschi, che, eccezionali nella realizzazione dei loro piani, perdono la testa appena li si attacchi in maniera non convenzionale e dimostrano la loro incapacità ad adattarsi agli imprevisti, imprevisti che spiegano la vittoria di Valmy, di Jena e della Marna. E' con l'azione che si protegge la Francia". L'opera termina con parole che oggi farebbero inorridire le anime belle e i pacifisti di professione: "Car l'épée est l'axe du monde et la grandeur ne se divise pas".

Il libro ha un bassissimo successo, l'autore è un ufficiale di 37 anni, senza un prestigioso passato militare, sconosciuto all'opinione pubblica. Negli ambienti politici e militari le reazioni sono violente, non tanto contro le formazioni corazzate ma contro i reparti professionisti che in Europa avevano una lunga tradizione solo in Gran Bretagna. Contro il colonnello "Motor" si crea un fronte comune che abbraccia l'arco politico e militare da Daladier a Weygand, in una preconcetta denigrazione, in un quadro di resistenza mentale, corporativa e burocratica. Per politici e militari si tratta di ammettere di non aver interpretato la minaccia, chiaramente identificabile per dimensioni e grado di pericolosità.

Il generale Debeney, oracolo militare della Revue des deux mondes, si era già pronunciato nel lontano 1929: "La constitution d'une armée de métier, avouée ou déguisée, coupe l'armée française en deux, elle nous fait deux armées"" (5). Vi ritornerà nel 1935 con "Encore l'armée de métier" (6). Ricordando che il 16 marzo 1935 la Germania ristabiliva il servizio militare obbligatorio, l'autore, che non nomina mai de Gaulle, scrive che Paul Reynaud, deputato della Senna, ha depositato un progetto di legge per un esercito di professionisti che illustra brevemente. Passa poi ad esaminare il probabile teatro di operazioni che definisce: "très coupé, très boisé, très peuplé; va-t-on utiliser la mobilité de cette unité pour tenter un raid vers le Rhin?". Cinque anni dopo questa domanda sembrerà paradossale.

Il generale ha la massima fiducia nelle divisioni motorizzate: "leur organisation est très avancée, leur emploi est étudié; elle comprennent une proportion élevée de rengagés et de specialistes" e nel servizio, portato a due anni, che migliorerà la situazione. Aggiunge che l'esercito esistente era un valido strumento della politica nazionale e quindi non era necessario innestarvi un altro esercito. Avanzava perplessità sulle possibilità di arruolamento di uomini "servant par contrat", accenna alle "classes creuses", al disordine che il "corps dit d'élite" introdurrebbe nell'esercito. Ritiene che i problemi più urgenti sono la legge sulla mobilitazione nazionale, la creazione di un ministero della Difesa e il miglioramento dell'educazione dei giovani. Conclude con un auspicio e un augurio: "et contentons-nous de saluer l'armée de métier dans les salles glorieuses du musée des Invalides". Già capo di stato maggiore dell'esercito tra il 1923 e il 1930, conclude in bellezza: "I carri non godono più dell'invulnerabilità che li caratterizzava nel 1918".

Jean Rivière, apprezzato critico militare del prestigioso Le Figaro nei numeri del 25 aprile e 10 luglio 1937 sarcasticamente osserva: "E' vano attardarsi in cavalcades mécaniques di mezzi non sostenuti dall'artiglieria […] A che scopo raggruppare per divisioni i carri? Lasciamo agli altri le fantasie meccanizzate". Il generale Maurin, nemico personale di de Gaulle, ministro della guerra nel 1935 tuona: "Dopo che abbiamo dedicato tanti anni a costruire una barriera fortificata sarebbe assurdo pensare che ci comportassimo così scioccamente da proiettarci al di là di quella barriera!". Nissel, scrittore inesauribile, generale ossequiente alle alte sfere, scrive su La France Militaire nel 1936: "L'avanzata dei carri armati può essere seriamente ostacolata dai fucili, dai fucili mitragliatori e mitragliatrici diretti a colpire l'equipaggio attraverso le feritoie". Weygand sosteneva che la creazione di un esercito di mestiere avrebbe diviso l'esercito in due tronconi.

La Revue d'Infanterie del dicembre 1938: "I carri moderni non potranno condurre da soli i combattimenti […] loro missione è la protezione e il sostegno immediato degli attacchi. La profondità degli attacchi che verranno loro richiesti non supererà i 1200 metri. Il carro non spaventa il fante […] è solo la sorpresa che incute paura […] un fante risoluto a difendersi non ha paura di nessuno […] bisogna smettere di lasciarsi ossessionare dai carri". Vengono alla mente i disegni di Beltrami che sulla Domenica del Corriere del Ventennio raffigurava impavidi soldati che, saltati sui carri, schiodavano con barre di ferro gli sportelli gettando all'interno bottiglie incendiarie. Una rivista della quale De Gaulle nelle sue memorie non indica il titolo sostiene: "Si è impacciati a giudicare con la cortesia dovuta certe idee che sono prossime allo stato del delirio". Si critica anche il titolo scelto che ricordava von Seeckt e al quale andavano preferiti titoli più tranquillizzanti come "pour un corps de bataille cuirassé" o "par une troupe de métier" (7).

Vanno aggiunti a questa lista l'oracolo della Francia il maresciallo Pétain, il quale però, legato da grande affetto per quella che considera una sua creatura, gli fa da parafulmine contro le vendette dei militari, la Direction de l'infanterie et l'Inspection des chars, i generali Dufieux e Chauvineau, i colonnelli Fabry, Perré et Pigeaud. Gamelin, militare-politico non si espone, un membro del suo entourage il colonnello Petitbon sarà la mosca cocchiera per passare all'attacco.

Tra i politici, in tutt'altre cose affaccendati, un oscuro colonnello che si erge a giudice della politica militare dà fastidio. Eduard Daladier, ministro della Guerra, presidente del consiglio dei ministri dal 1938 al 1940, uomo politico di primo piano, scandisce: "Noi non vogliamo un'armée de choc professionel, più pericolosa che si creda per la sicurezza del paese. […] Tutta la nostra organizzazione militare e la psicologia dell'esercito sarebbero modificate". La Destra si esprime attraverso Montigny: "Missione dell'esercito è la difesa delle frontiere".

Su tutti si erge Léon Blum, carismatico capo del partito socialista, intellettuale di prima classe, grandissimo oratore, pronto, fino a quando resterà al'opposizione, a contrastare i disegni guerrafondai, a rintuzzare le mene della reazione in agguato e dei poteri forti. Alla luce della sua fede non ha dubbi: "In verità ciò che il governo vuole è di andare verso un esercito di professionisti, una armée de choc e de vitesse per realizzare il grande piano di una strategia offensiva napoleonica. Noi pensiamo che la potenza militare di un paese non è negli effettivi accasermati ma nella leva in massa, con l'armamento generale del popolo. […] La vera sicurezza è quella che organizza la pace prima della guerra. La soluzione è quella d'includere la Germania in un sistema di disarmo, di controllo, di assistenza o accettato volontariamente o imposto", con quale strumento non viene chiarito.

In un discorso al Parlamento insiste: "Si constata in alcuni circolo dell'Armée un ritorno evidente all'esercito di professionisti. Faccio riferimento a quello che è ancora un libro e una dottrina personale. Sotto l'influenza personale di qualche spirito ingegnoso, ardito, brillante, attratto dall'esempio della Reichswehr tedesca, si comincia nei circoli militari, nei giornali infeudati con lo stato maggiore come L'Écho de Paris, a prospettare l'idea dell'armée de métier, dell'esercito di choc et de vitesse come si dice; io credo il signor de Gaulle sempre preso dall'offensiva e dai colpi di mano, dall'esercito motorizzato e blindato che, se noi lo adotteremo, riaprirà tra il blindato e il cannone di fanteria un duello analogo a quello cui abbiamo assistito tra la corazza e il cannone di artiglieria. […] Non per la difesa del territorio che risponde alle nostre esigenze. Noi siamo sicuramente in presenza di un altro concetto. Il vero obiettivo dei due anni è di aumentare o di mantenere il numero delle unità che possono venire mobilitate. L'obiettivo del progetto del colonnello de Gaulle e dei suoi partigiani è di creare l'armée che io ho descritto". Dall'alto del suo prestigio proclama che un esercito di mestiere è un sempre possibile pericolo per la Repubblica e scrive veementi articoli: "Soldati di mestiere e eserciti di mestiere", "Verso l'esercito di mestiere", "Abbasso l'esercito di mestiere!".

L'eterna paura della Sinistra europea contro gli eserciti di professionisti che solo alla fine del secolo verrà meno, trova nel cacicco socialista un valido esponente. In un colloquio chiestogli da de Gaulle, che descrive uomo tutto d'un pezzo che parla con calma, con voce lenta e misurata, un uomo dall'aspetto possente preso da una idea alla quale si dona tutto, gli dichiara: "Tuttavia, in ultima analisi, nulla sarebbe compiuto per Hitler sin quando non abbia abbattuto noi. E come vi riuscirebbe? Sarete d'accordo con me che il nostro sistema, inadatto all'attacco, è eccellente per la difesa".

Si ricrederà nelle sue Memorie: "Se il sistema di de Gaulle avesse prevalso, la Francia avrebbe avuto come minimo due anni di anticipo, invece di quattro anni di ritardo nell'organizzazione delle grandi unità meccaniche e nella messa a punto della nuova tattica di cui sono state l'elemento primordiale, tanto che il disastro sarebbe stato scongiurato e forse la guerra stessa avrebbe potuto essere evitata" (8). Eddy Bauer, autore della pregevole "La guerre des blindés" osserva: "Come si vede gli eventi trovano sempre i loro profeti".

Tra i politici di primo piano solo Reynaud gli è vicino. L'uomo più avveduto della Terza Repubblica afferra con rapidità il suo pensiero e nel marzo 1935 propone la creazione di un corpo corazzato, composto da sei divisioni di linea da formare entro il 13 aprile 1940 con soldati professionisti. Il 15 marzo 1935 votando a favore dell'aumento del servizio militare a due anni insiste per: "un corpo specializzato di sei divisioni di linea e di una divisione leggera formata da militari legati a un contratto". Di lui de Gaulle scriverà: "La sua intelligenza era in grado di comprenderne le ragioni; il suo talento a farle valere; il suo coraggio di sostenerle". Resta però una voce isolata nel desolante panorama di una classe politica priva di grandezza. La stampa di maggior peso è nettamente ostile. Il prestigioso Le Figaro, il socialista Le Populaire, il Mercure de France, La France Militaire, il pacifista L'Information, le cui argomentazioni hanno facile presa sulle masse, guidano la carica.

Una minoranza, che oggi si chiamerebbe gruppo di pressione, la Revue d'études militaires, la Revue des sciences politiques, Le Petit Journal e l'Action française con articoli a firma di Trézenne gli è favorevole, ma ha poco peso. Su l'Écho de Paris André Pironneau e, in misura minore, Robert de Traz scrivono una serie di articoli in suo appoggio, si aggiungono il generale Duval su Le Journal des débats, il generale Baratier su Le Temps, Emile Buré et Charles Giron su l'Ordre, André Lecomte su l'Aube. Si sostiene trattarsi della migliore opera militare comparsa negli ultimi tempi, di un disegno convincente, solido, illuminato, ma la maggioranza del paese su cui le teorie pacifiste, la fiducia nella Società delle Nazioni hanno un peso grandissimo resta indifferente. Daniel Halévy esamina l'opera sulla Revue des deux mondes e elogia le qualità letterarie e di soldato di "un des plus jeunes colonels de l'armée […] homme de plume […] serviteur de son pays […] di cui condivide i principi morali anche se non affronta i problemi tecnici posti (9). Nulla piega però la volontà di de Gaulle che si batte per le sue idee con spirito irriducibile.

In Germania il saggio, tradotto col titolo "L'Armée de choc française", non passa inosservato. Intervistando il generale von Thoma, comandante di unità corazzate, Liddell Hart (10) chiese quale fosse stato l'impatto nell'establishment militare, avendone in risposta: "No a quel libro non si fece molta attenzione allora, perché lo giudicavamo piuttosto fantasioso". Aggiunse che non dava consigli tattici e che era posteriore alle esercitazioni e agli studi britannici. Guderian, un uomo che da dieci anni approfondiva le tematiche sulle divisioni corazzate, scriveva: "Quanto ha affermato Thoma è esatto. Io lessi il libro di de Gaulle "Vers l'armée de métier" nella traduzione tedesca. A quel tempo l'organizzazione delle divisioni corazzate tedesche era già costituita e il libro di de Gaulle non esercitò alcuna influenza sullo sviluppo delle nostre forze corazzate. Nondimeno lo lessi con grande interesse, ed ero curioso di vedere se il comando francese avesse accolto le idee di de Gaulle. Fortunatamente non lo aveva fatto". Hitler, che riteneva il generale Giraud autore del libro, ha uno scoppio d'ira quando gli viene comunicata la notizia della sua evasione.

Va riconosciuto che lo strumento proposto estremamente massiccio era di difficile manovrabilità, non paragonabile alla divisione corazzata tedesca. Ma si trattava di un'arma in via di evoluzione con un forte spirito offensivo, composta da volontari sicuramente motivati e dotati di un naturale spirito aggressivo che andava plasmata sul campo. All'epoca De Gaulle non aveva prestato servizio in formazioni corazzate e non aveva alcuna esperienza diretta in materia di blindati, pur avendo meditato sulle conferenze del generale Estienne nel periodo passato come stagista all'École de guerre e sugli scritti dell'amico commandant Nachin.

Siamo nei primi anni trenta e colpisce vedere come uomini diversi per nazionalità, formazione culturale ed esperienze militari, Guderian in Germania, Fuller e Liddell Hart in Gran Bretagna, de Gaulle in Francia, Tukhachevsky nell'Unione Sovietica, Chaffee negli Stati Uniti, von Eimmansberger in Austria, (quanto ci piacerebbe citare anche generali italiani …) arrivano a comprendere la nuova realtà bellica e come tutti devono battersi con esiti diversi per l'affermazione delle nuove idee, in una lotta, spesso impari, contro gli apparati militari. Ma le idee di De Gaulle, sia pure con i condizionamenti dell'epoca, sono di una estrema modernità e sono stare in parte realizzate dalla NATO con la sua "force de frappe".

In pratica "conoscerà" i carri solo nel 1937, a Metz quando sarà nominato comandante del 507° Régiment de chars de combat, agli ordini del generale Giraud, dopo aver partecipato ai lavori del Centro di alti studi militari. Nel corso delle manovre attua alcune concezioni tattiche per le quali sarà violentemente ripreso dal suo superiore. Nei primi mesi del 1939 passa agli ordini del generale de Lattre de Tassigny nella Bassa Alsazia al comando dei corazzati della quinta armata.

Nel 1939 dà alle stampe una storia militare "La France et son armée", che inizia: "La France fut faite à coup d'epée". L'opera, un successo maggiore di quella precedente, se ne vendono 6.000 copie, gli era stata commissionata da Pétain che voleva pubblicarla a suo nome. Gelidamente osserva: "Signor maresciallo, voi avete ordini da darmi in materia militare. Non sul piano letterario". I rapporti si rompono definitivamente con grande dolore di Pétain che lo amava come un figlio.

Nel 1940 assume il comando della 4° divisione corazzata che si andava formando, col titolo di generale di brigata a titolo temporaneo portandola al combattimento, poi alla vigilia della catastrofe è sottosegretario alla Difesa del governo Reynaud. Ormai è troppo tardi per tutto, il dieci maggio comincia il blitzkrieg.

Le "Memoires de guerre" pubblicate tra il 1954 e il 1959 sarà la sua ultima opera. Sono passati anni e avvenimenti ma lo sdegno, il dolore per gli accadimenti del 1940 non è venuto meno: "Il m'était insupportable de voir l'ennemi du lendemain se doter des moyens de vaincre tandis que la France en restait privée". Il ricordo della "sua" divisione corazzata, incompleta, priva di mezzi, di addestramento, isolata nel grande disastro che andava profilandosi non lo abbandona fino alla morte. Come le precedenti è scritta in modo splendido, viene considerata un classico della letteratura francese e studiata nei licei. François Mauriac sostiene che: "si riconosce l'accento di Pascal", Claude Roy: "bello come un testo di Shakespeare". Viene invece criticata, anche in tempi recenti, da intellettuali della Sinistra francese che non amano il clangore delle spade, non si riconoscono negli eroi.

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***. L'Armée française. Paris 1937
***. Réflexions sur le combat des chars modernes. Revue d'infanterie 1933

Note

1. Lacouture Jean. De Gaulle. Milano 1971. [torna su]

2. Tournoux Jean Raymond. Pétain et de Gaulle. Paris 1964. [torna su]

3. Bloch Marc. La strana sconfitta. Napoli 1970. [torna su]

4. Gabriel Richard A., Savage Paul L.: Crisis in command. Mismanagement in the army. 1978. [torna su]

5. Debeney général. Armée nationale ou armée de métier? Revue des deux mondes 1929. [torna su]

6. Debeney général. Encore l'armée de métier. Revue des deux monde 1935. [torna su]

7. Général Conquet. L'énigme de notre manque de divisions blindées (1932-1940). Paris 1956. [torna su]

8. Blum Léon. Mémoires Paris 1955. [torna su]

9. Halévy Daniel. Un livre sur l'armée de métier. Revue des deux mondes 1934. [torna su]

10. Liddell Hart B.H. Storia di una sconfitta. Milano 1979. [torna su]

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