It.Cultura.Storia.Militare On-Line
invia stampa testo grande testo standard
Bookmark and Share
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: II GM]
Un cappellano in Russia
© Mons. Enelio Franzoni (01/10)
[torna indietro]
Testo della conferenza tenuta il 12 aprile 1996 da Mons. Enelio Franzoni, cappellano militare dell'A.R.M.I.R., Medaglia d'Oro al Valor Militare, presso il Circolo Ufficiali del presidio militare di Bologna

Mi trovavo con colleghi nella caserma del 121° Reggimento di Artiglieria contraerea leggera qui a Bologna ed il discorso cadde sul cappellano militare in tempo di guerra. Un collega, rivolgendosi al Vescovo Mons. Marra, voleva ironizzare: "Come può il buon Dio ascoltare insieme il cappellano che prega per i suoi di qua dalla trincea e il cappellano che prega per i suoi dall'altra parte della trincea…" Mons. Marra, lentamente, scuotendo il capo "… e voi; quei ragazzi, vorreste lasciarli soli?!"

Chi è il Cappellano militare? E' un prete come tutti gli altri, crede in Dio e nella gente; e per amore di Dio, si fa carico delle gioie, dolori, fatiche, speranze di quanti gli vengono affidati, per camminare con loro alla luce della fede. Per cui se gli vengono affidati dei giovani e questi un bel giorno debbono partire per il fronte, egli chiede, ed essi chiedono di andare con loro: è la vicenda, fra le tante, di Don Primo Mazzolari e di Don Carlo Gnocchi.

Cappellano militare può essere un tranquillo Padre Francescano che vive nel suo Convento e un giorno gli vien detto che dovrà deporre il saio per indossare la divisa grigioverde e andare in un Ospedale da Campo. Ed egli parte e non è che provi chissà quale trauma: prima serviva Cristo educando i novizi in convento. Ora serve Cristo ferito, sanguinante su una brandina!

Quando il Cappellano reduce dalla guerra vien chiamato nelle scuole e i ragazzi gli obiettano: come mai, tu che sei prete, sei andato a fare la guerra?! Il Cappellano risponde: non sono andato a fare la guerra ma c'erano giovani che andavano a fare la guerra e mi hanno detto: vieni con noi; tu non vieni per sparare; tu ci aiuterai a pregare e se saremo feriti, ci starai vicino; se resteremo uccisi, a casa nostra non andrà solo il maresciallo dei carabinieri a dare la notizia, ma arriverà anche la tua lettera per dire che abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo e che siamo morti da cristiani.

Il Cappellano dunque non spara? Può capitare che il plotone veda cadere il tenente; c'è lo sbandamento; il Cappellano è lì; bisogna salvarli quei fanti; e l'unico modo è di prendere l'arma in pugno e di mettersi alla testa del plotone: e così fece Don Silvio Marchetti il 20 dicembre 1942 a Kantemirowka. Fu sopraffatto; fu ucciso; ma non importa; in quel momento egli doveva fare così.

E poi c'è la legittima difesa; Don Carlo Chiavazza nel suo libro "Scritto sulla neve" dice che un russo gli si è avventato addosso ed egli l'ha prevenuto e l'ha ucciso. E' il caso di Don Michele D'Auria: nell'isba in cui si trova entrano due soldati russi che gli sparano; si getta sotto il tavolo; si finge morto; ha modo di estrarre la pistola e fa fuori i due russi. Legittima difesa; legittima difesa per tutti, anche per il Cappellano.

Ma l'arma vera, l'arma in dotazione, obbligatoria per il Cappellano in guerra, non è tanto la croce rossa cucita sul taschino della giubba, ma il Crocifisso, un Crocifisso vero, e l'altarino con il Calice.

Ed ora si impone una digressione. Il cappellano sa che Cristo, il suo Maestro, redime il mondo versando il Suo sangue. E conosce il commento dell'Apostolo Paolo, quando dice che la Passione di Cristo non è completa senza la sua passione; l'Apostolo si dice lieto per essere chiamato a completare con la sua, quello che manca alla Passione di Cristo. Cristo è solo il capo; le membra siamo noi; il capo dona il Suo Sangue, le membra facciano altrettanto. Soprattutto i preti. S. Caterina da Siena chiamava i preti "ministri del sangue" definizione che il Card. Giulio Bevilacqua applicava in particolare ai Cappellani militari; diceva: "Noi siamo i ministri del sangue; con quello di Cristo, il sangue di chi ci cade accanto, il nostro stesso sangue, nell'unico calice, per la redenzione del mondo."

Il 26 dicembre 1941 cade nella battaglia di Petropawlowka Don Giovanni Mazzoni del 3° Reggimento Bersaglieri! Il 26 agosto 1942 cadono in combattimento Don Ferruccio Morandi, del 47° Battaglione bersaglieri motociclisti e Don Francesco Mazzocchi del II Battaglione Chimico! Il 16 dicembre 1942, sempre in combattimento, cade Don Felice Stroppiana, dell'81° Reggimento Fanteria della Divisione "Torino." Alla mattina questi cari colleghi (ho avuto la fortuna di conoscerli) avevano detto la loro Messa. Statene certi che anche quella mattina, la preghierina solita l'avevano detta: Signore, se oggi col tuo sangue ci vuoi mettere anche il mio, sappi che non mi dispiacerebbe; insieme a quello dei miei ragazzi. E il Signore in quel giorno accolse la loro offerta. Ma attenzione! Non è che questi Cappellani si siano gettati nella mischia per cercare la bella morte sia pure nel nome di Cristo: avevano qualcuno da salvare!

A questo punto, una parentesi: quando fra le due guerre, negli anni venti, il Governo italiano discusse l'opportunità o meno della presenza permanente del Cappellano nell'Esercito, qualcuno obiettò che in guerra il Cappellano non contribuisce a rafforzare i nervi del soldato per l'assalto: il Cappellano, al soldato ricorda troppo la mamma lontana: non aiuta il soldato a stringere i denti. Il 16 dicembre 1942, trovandosi chi vi parla al caposaldo "Venere" sul Don, avendo incontrato in un angolo buio dei camminamenti due fanti: "Cosa fate qui?" "Cappellano, abbiamo paura!" "Ma i vostri compagni sono fuori a combattere! Se vi trova qui il Capitano vi spara!"Il Cappellano ha fatto uscire i due fanti; forse li ha mandati a morire; ma il suo dovere in quel momento era quello, anche se tutte le volte che rievoca il fatto, il suo cuore sanguina!

Abbiamo accennato al Cappellano che, più di ogni altro ufficiale ricorda al soldato la famiglia: quando si scrive dal fronte, in fondo alla lettera spesso e volentieri viene sollecitata l'aggiunta del Cappellano: "… lo dica Lei a mia madre che sto bene; a me non crede… le dica che non mi manca niente" Si stabilisce così un vero legame fra il Cappellano e la famiglia; il Cappellano diventa un po' mamma, papà. Ed allora potrebbero avere ragione quelli che pensavano non opportuna la presenza del Cappellano in linea. Torniamo per un momento al caposaldo "Venere". Ci chiediamo: se al posto del Cappellano ci fosse stata sua madre, li avrebbe mandati a combattere? Terribile! Una madre vera li avrebbe fatti uscire: per fare il loro dovere! Così come una madre si sarebbe lanciata per soccorrere suo figlio ferito a Petropawlovska, a Serafimovic, a Monastircina; al posto della mamma, Don Mazzoni, Don Ferruccio Morandi, Don Felice Stroppiana dicevamo più sopra: avevano qualcuno da salvare.

Sentirsi "famiglia" per ragazzi di vent'anni mandati a combattere verso il circolo polare artico: ecco il Cappellano in Russia. Ascoltate una pagina di Don Carlo Gnocchi da "Cristo con gli Alpini":
" … Era un ferito grave e già presso a morire. Quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba, apparve la veste atroce e gioconda del sangue, che, come un velo liquido e vivo, fasciava e rendeva brillanti le membra vigorose. Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tremava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di bimbo che si addormenta poco a poco …"

Don Gnocchi rivela in queste righe la sofferenza del Cappellano, che si fa ben più viva quando gli tocca di comporre il plico con le foto, le lettere, gli oggetti portati da casa che non servono più, perché il soldato è lì, morto davanti a lui. Bisogna spedire il plico a casa con una lettera, Cappellano. Il maresciallo dei carabinieri porterà l'annuncio ufficiale del decesso; ma la famiglia aspetta la tua lettera; vuole sapere come è morto, le sue ultime parole che solo tu hai sentito. Vuol sapere come l'hai sepolto e se è possibile, vorrebbe la foto della croce sulla sua tomba, con il suo nome. Solo Dio sa quello che tu provi, Cappellano, quando ti tocca aprire la terra col piccone perché è dura come il marmo per il gelo e mettere la bottiglietta sigillata con il nome del caduto dentro la cassa o nel telo. Ti può capitare di leggere quel biglietto con la tua firma dopo 55 anni, perché il bersagliere l'hanno trovato e l'hanno portato a casa.

L'amore del Cappellano ai suoi soldati lo fa diventare stratega. Nel gennaio 1942 entrò malato nel mio Ospedale da Campo Don Guglielmo Biasutti, Cappellano della "Legione Tagliamento." Di lui mi avevano già parlato i suoi militi; gli volevano un bene più che a un padre. Uno mi disse: "Io ho a casa due bambini. Se il Signore mi chiedesse uno dei miei bambini o il Cappellano, non saprei chi dargli." Arriva a far visita al Cappellano il Comandante della Legione. Don Biasutti lo mette in imbarazzo perché esclama: "Comandante, non mandi i militi a morire a Voroscilova; non serve a niente occupare Voroscilova!" In seguito fu riconosciuto dai comandi che aveva ragione il Cappellano. Il quale un bel giorno non ce lo trovammo più in corsia; era ritornato in linea. Se c'era un ufficiale che contribuiva a rinsaldare i nervi dei suoi nell'affrontare ogni evenienza, era proprio lui; tornava in linea ad incitare ed a difendere. Emilio Lussu, nel suo celebre "Un anno sull'altipiano", dice di un Cappellano austriaco che riuscì a far cessare una inutile avanzata. I nostri dovevano a tutti i costi occupare una posizione; cadaveri si ammucchiavano a cadaveri; il suo intervento avrebbe fatto cessare l'inutile strage.

Una domanda provocatoria: Cappellano, ma tu, alla Patria vuoi bene sì o no?! Hai parlato di famiglia, di fede, ma la tua Patria dov'è?! Al Cappellano non è difficile rispondere: se esorto i soldati a compiere il loro dovere fino alla morte, lo faccio perché credo alla Patria che dobbiamo amare fino a dare la vita per lei. Quando celebra la Messa, più volte la liturgia gli fa baciare l'altare; ma il suo altare è il Tricolore; il suo calice è sempre poggiato al centro del Tricolore, che egli porta in dotazione nel suo altarino da campo.

Nel campo di prigionia in Russia, campo 74, scoppia il tifo petecchiale. Vengo chiamato da un alpino che sta morendo. "Cappellano, vedi come mi tocca morire! Guarda che squallore! Venendo in guerra, sapevo che potevo morire ma non in un lazzaretto di appestati; morire combattendo! Gridando! Gridando Viva l'Italia!" Dovrei piangere ma non ne ho la forza; guardo; guardo con tutta la tenerezza quella vita, quella luce che si spegne. Ma l'alpino riprende a parlare: "Cappellano, è la stessa cosa: anche qui muoio per l'Italia." La morte gli dischiude la mano; nella mano, un piccolo Tricolore. Quel giovane alpino aveva attinto dalla sua bandiera stretta forte durante l'agonia, la forza di morire con la dignità di un eroe.

Ho conservato quella bandiera dall'aprile 1943 fino al settembre 1946 quando a Fossano la potei consegnare a sua madre. Sono riuscito a sottrarla a tutte le perquisizioni e vi confesso che anche a me quel lembo d'Italia ha dato la forza per superare ogni prova e comportarmi da italiano verace.

Bologna, 12 aprile 1996

Nota

Mons. Enelio Franzoni, Cappellano Militare dell'A.R.M.I.R., è decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
"Cappellano addetto al Comando di una Grande Unità, durante accaniti combattimenti recava volontariamente il conforto religioso ai reparti in linea. In caposaldo impegnato in strenua difesa contro schiaccianti forze nemiche, invitato dal comandante ad allontanarsi finché ne aveva la possibilità, rifiutava decisamente e, allorché i superstiti riuscirono a rompere il cerchio avversario, restava in posto, con sublime altruismo, per prodigare l'assistenza spirituale ai feriti intrasportabili. Caduto prigioniero e sottoposto a logorio fisico prodotto da fatiche e da privazioni, non curante di sé stesso, con sovrumana forza d'animo, si prodigava per assolvere il suo apostolato. Con eroico sacrificio rifiutava per ben due volte il rimpatrio onde continuare tra le indicibili sofferenze dei campi di prigionia, la sua opera che gli guadagnò stima, affetto, riconoscenza ed ammirazione da tutti. Animo eccelso, votato al costante sacrificio per il bene altrui." Fronte Russo dicembre 1942 - Campo di prigionia 1942 - 1946.
RIPRODUZIONE RISERVATA ©
[HOME] > [icsm ARTICOLI] > [Ricerche: II GM]