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Processi militari per crimini di guerra
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PROCURA MILITARE DELLA REPUBBLICA

presso il Tribunale Militare Territoriale di Roma

Il P.M.

Letta l'istanza in data 27/12/1959 presentata dall'Avv. Tullio Mango a favore di:

Herbert Kappler nato a Stoccarda il 23.9.1907 tendente ad ottenere l'applicazione del beneficio dell'amnistia di cui al D.P. 11/7/1959 n. 460 art. 1 lett. a ai reati di: omicidio continuato aggravato (art. 13 185 1° e 2° com CPMP 575 577 n. 3 e 4 in relazione all'art. 61 n. 4 e 5 CP 47 n. 2 e 58 CPMP) e di requisizione arbitraria (art. 224 1° e 2° com CPMG), per i quali con sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Roma in data 20 luglio 1948, confermata il 25.10.1952 dal Tribunale Supremo Militare, è stato condannato alla pena dell'ergastolo;

O S S E R V A

Si invoca l'applicazione del D.P. 11/7/1959 n. 460 art. 1 lett. A, sostenendo che i reati per i quali il Kappler fu condannato con la citata sentenza, siano da considerarsi politici.

Per la nozione di delitto politico è necessario riportarsi, come del resto si evince dal testo del decreto, all'u.p. dell'art. 8 del vigente codice penale, che definisce tale, ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato ovvero un diritto politico del cittadino e considera ugualmente politico il delitto comune determinato in tutto o in parte da motivi politici.

Un reato politico può essere qualificato politico per ragioni obiettive o per ragioni subiettive. Nel primo caso si prescinde dal motivo che spinge il colpevole ad agire e si ha riguardo solo alla natura del bene giuridico leso, interesse politico dello Stato o diritto politico del cittadino. Nel secondo caso si ha invece riguardo al motivo della azione delittuosa.

Dal punto di vista soggettivo, pertanto, i delitti politici sono ben determinati dalla legge nell'oggetto giuridico che essi ledono (delitti contro la personalità interna ed internazionale dello Stato, o contro i diritti politici del cittadino, ecc.) ed a questa categoria non appartengono certamente i reati previsti dalla legge penale militare che, secondo l'art. 37 CPMP, hanno una propria denominazione e formano una ben determinata categoria di reati, diversi da quelli politici.

Ora, i reati per i quali il Kappler è stato condannato con la citata sentenza, sono reati militari, consistendo in una violazione della legge penale militare ed in particolare sono reati " contro le leggi e gli usi di guerra " a proposito dei quali il Tribunale Supremo militare ha affermato che: " non possono essere considerati delitti politici, poiché non offendono un interesse politico di uno Stato determinato ovvero un diritto politico di un suo cittadino. Essi, invero, sono reati di lesa umanità e le norme relative hanno carattere universale e non semplicemente territoriale. Tali reati sono di conseguenza, per il loro oggetto giuridico e per la loro particolare natura, proprio di specie opposta e diversa da quella dei delitti politici. Questi di norma interessano solo lo Stato a danno del quale sono stati commessi, quelli invece interessano tutti gli Stati civili e vanno combattuti e repressi come sono combattuti e repressi il reato di pirateria, la tratta delle donne e dei minori, la riduzione in schiavitù, dovunque siano stati commessi " (T.S.M. 13 marzo 1950 ric. Ric. Wagener in Riv. Pen. 1950 II, 757).

A conferma del principio sancito dal T.S.M. nella massima soprariportata, non è fuori luogo ricordare come, nonostante che la Costituzione della Repubblica (art. 26) abbia stabilito di non ammettere in alcun caso l'estradizione per reati politici, l'Italia, con la L. 11 marzo 1952, n. 153, aderendo alla Convenzione per la prevenzione e la repressione dei delitti di genocidio, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si sia impegnata ad accordare l'estradizione per i suddetti delitti. Si deve perciò ritenere che il genocidio sia da considerarsi escluso dai delitti politici e così pure quel reato di omicidio continuato in danno di persone inermi, commesso dal Kappler, che tanta somiglianza ha col predetto delitto.

Fermo il principio che i reati militari ed in particolare i reati contro le leggi e gli usi della guerra di cui al titolo IV° del libro III° del Codice penale militare di guerra non sono reati oggettivamente politici, rimane da esaminare se i delitti per i quali il Kappler venne condannato con la citata sentenza, siano delitti soggettivamente politici in quanto per l'art. 8 C.p. come si è detto: " è altresì considerato politico il delitto comune determinato in tutto o in parte da motivi politici ".

Vero è che l'espressione citata dal predetto articolo, col riferimento al " delitto comune " potrebbe indurre a priori ad escludere dal novero dei reati soggettivamente politici, i delitti militari, determinati in tutto o in parte da motivi politici, ma secondo lo stesso T.S.M. essi " non possono essere esclusi, con un criterio di massima, anche con riferimento a quella politicità soggettiva che si manifesta attraverso il movente, perché sebbene l'art. 8 del C.p., stabilisca che è considerato delitto politico quello comune determinato in tutto o in parte da motivi politici, il termine " comune " trova nella specie limiti del suo contenuto in relazione appunto all'altro politico e si riferisce a qualunque reato anche se preveduto da leggi speciali. " (T.S.M. 1 luglio 1949 ric. Benetti Giust. Pen. 1949 II col. 839) ".

In realtà, come ebbe ad affermare lo stesso Supremo Collegio militare ( 21 febbraio 1956 ric. Reder in Riv. Pen. 1957 II, 712 ) anche i reati contro le leggi e gli usi della guerra, pur non essendo politici per la loro oggettività giuridica, possono ritenersi tali ove si sia riscontrata la esistenza di eventuali motivi politici che avessero spinto il soggetto attivo a commetterli, ed in questo caso l'accertamento dei motivi costituisce giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità.

Nella specie per quel che riflette la disposizione contenuta nell'art. 1 della lettera a) dell'invocato decreto di clemenza è da notare che il largito beneficio ha per oggetto soltanto i reati politici nella ipotesi contemplata dall'art. 8 C.p. e pertanto restano fuori da analoga previsione quei fatti che, discostandosi dalla nozione di reato politico, quale accolta dal codice penale, non esigono, in quanto reati comuni, un trattamento assimilabile a quello che la coscienza sociale può giustificare per i reati politici. Questa è stata infatti la precisa volontà della Commissione, quando ha respinto gli emendamenti Zoboli ed altri, miranti ad estendere la già amplissima portata dell'art. 8, per comprendere i reati cosiddetti connessi, in quanto perpetrati in occasione del delitto politico ed ha affermato: " rientreranno nel provvedimento tutti i reati politici e pertanto a termini del codice penale, anche quelli compiuti come mezzo a fine, per agevolarne l'esecuzione (così tipicamente la violazione di domicilio per combattere il tedesco invasore), ma saranno perentoriamente esclusi i crimini comuni, distaccati casualmente dal reato politico in quanto compiuti solo in occasione di esso, anzi con la aggravante di aver profittato del dramma nazionale ai propri fini " ( dalla relazione della IV^ Commissione permanente - Giustizia - Atti Parlamentari pag. 9 ).

A tal proposito così ebbe ad esprimersi il Guardasigilli alla Camera, nella seduta pomeridiana del 14 maggio 1959 ( pag. 7075 degli Atti Parlamentari ): " in luogo di accettare l'amnistia per i reati connessi, penso, semmai, che noi dovremo avere una particolare severità per coloro i quali, in un momento di sofferenza per la Patria, mentre combattenti politici dell'uno e dell'altro fronte rischiavano la vita al servizio delle loro ideologie, per realizzare l'ideale di una società migliore, hanno commesso reati approfittando della particolare contingenza sociale e sfruttandola ai loro fini particolari. Sarebbe una patente ingiustizia avere clemenza per chi, mentre si combatteva, ha sfruttato la lotta, ne ha fatto motivo di privilegio per consumare impunemente il proprio crimine ".

E successivamente lo stesso Ministero della Giustizia: " sono sicuro che alla coscienza umana e cristiana non può non ripugnare l'uccisione dei prigionieri di guerra; e pure siamo nel quadro della crudeltà della guerra. Ben altra valutazione si deve fare, dal punto di vista etico, di chi uccide non un prigioniero, ma un nemico aggressore per difendere il proprio paese. In ambedue i casi si ha un omicidio, ma è evidente che mutano le condizioni dei fini, mutano le situazioni, mutano le regole che disciplinano la condotta, per cui il difendersi da un combattente che attacca è ben diverso dal massacrare ostaggi inermi. "

In quella stessa Sede si affermò così che scopo della norma che concede amnistia deve restare quello di porre nell'oblio i soli reati della cui natura politica non è possibile dubitare e commessi in un ben definito periodo storico durante il quale, a causa della caduta del fascismo, si erano verificati in Italia episodi di violenza fra i sostenitori del passato Regime e le nuove forze politiche contrarie, senza indulgere in una giustificata clemenza verso chi profittò delle lotte politiche per raggiungere altri fini e tantomeno verso coloro che, come il Kappler, facendo fucilare inermi cittadini italiani, privi di idee politiche particolari, intese con questo gesto, compiere esclusivamente un'azione di guerra.

Questo solo argomento basterebbe ad eliminare ogni discussione in ordine alla richiesta del beneficio, dato che nessun rilievo avrebbe, nella specie, l'eventuale esame dei motivi determinanti.

Pur nondimeno anche senza insistere su questa considerazione, che sarebbe di per sè risolutiva, allo scopo di non lasciare impregiudicata la questione e dare adito a dubbi di interpretazione, l'ulteriore indagine diretta a stabilire che i delitti commessi dal Kappler siano delitti soggettivamente politici, non conduce certamente a conclusioni diverse: a tal uopo, mentre è irrilevante soffermarsi ad accertare il contenuto dei motivi veri o pretesi della guerra nel corso della quale si è inserita l'azione criminosa del condannato, devesi approfondire l'indagine sui motivi che questi intese proporsi nella commissione dei reati per i quali venne condannato, perché i motivi di una lotta internazionale ( anche se a carattere politico ) non possono confondersi coi motivi di un delitto occasionato dalla guerra quando questo sconfini da quella che deve essere la naturale condotta della lotta.

Per stabilire se il fine del Kappler rivestisse o meno carattere politico non è necessario neanche disporre gli accertamenti cui fa riferimento l'ultima parte dell'art. 1 del decreto indulgenziale invocato, perché negli atti processuali e nella stessa sentenza vi è materia sufficiente per escludere questo convincimento del condannato.

Innanzi tutto, dalla lettura degli atti istruttori e dibattimentali, non si rileva alcun cenno a motivi di carattere politico che avessero spinto l'imputato a commettere i delitti dei quali è stato ritenuto responsabile. Che essi non fossero nemmeno in parte politici fu sostenuto dallo stesso imputato, il quale, come egli stesso affermò, intese compiere soltanto un'azione militare in esecuzione di ordini assolutamente insindacabili.

Proseguendo poi nell'esame della sentenza, a pag. 38 (copia ) si legge: " l'imputato ordinò la fucilazione dei dieci ebrei in questione, sapendo di fare cosa che non rientrava nell'ordine ricevuto.

Egli agì in maniera arbitraria sperando che le più alte gerarchie, attraverso quest'azione, avrebbero visto in lui l'uomo di pronta iniziativa capace di colpire e di reprimere col massimo rigore ".

" Non era questa la prima volta che il Kappler agiva arbitrariamente ed illegalmente nell'intento di porre in rilievo la sua personalità come quella di chi, superiore ad ogni pregiudizio di carattere giuridico o morale, adotta pronte, energiche e spregiudicate misure. Anche per l'oro degli ebrei, come si è visto, agì con la stessa spregiudicatezza ed illegalità ".

" La causale dell'uno e dell'altro delitto è nella opinata ed aberrante ambizione dell'uomo. "

E successivamente a pag. 42, a proposito del cambiamento di rubrica adottato dal Tribunale per l'episodio dell'oro sottratto agli ebrei: " il motivo della richiesta è dato dall'ambizione di attuare un proprio piano che sperava fosse approvato dall'autorità di Berlino ".

Ed infine a pag. 42 u.p. a proposito della denegata attenuante di cui all'art. 48, n.1 c.p.m.p.:

" invero non vi è eccesso di zelo là dove il movente dell'azione sia dato dall'ambizione personale, dal desiderio di porre in rilievo qualità di energie e di spregiudicatezza che possano piacere a superiori educati a principi di nazismo....... Quando il fine personale di ambizione in genere e di carriera in specie agisce, come nel caso in esame, quale elemento propulsore sulla volontà di un soggetto per spingerlo al delitto, non è più dato parlare di eccesso di zelo ".

Da quanto sopra si evince che il vero motivo che spinse il Kappler a commettere i reati a lui addebitati va identificato nella ambizione personale che non può assolutamente confondersi con il fine di natura politica cui intende riferirsi l'ultima parte dell'art. 8 C.p..

In proposito conforme è il giudizio della Suprema Corte la quale in numerose massime ha sempre ritenuto di escludere dal novero dei motivi politici per la identificazione dei reati soggettivamente tali, i motivi personali e gli impulsi di qualsiasi natura: ( Cass. I° 26 aprile 1948 ric. Bruni in Giust. Pen. 1949 II col. 157 mass. 80 Cass. I^ 22 giugno 1950 ric. Di Giacobbe in Giust. Pen. 1950 II^ col. 1143 mass. 916 = Cass. III^ 13 marzo 1951 ric. Zalateo in Giust. Pen. 1951 II^ col. 489 ).

Per le suesposte considerazioni l'istanza presentata dall'Avv. Tullio Mango a favore di Herbert Kappler, tendente ad ottenere l'applicazione del beneficio di amnistia deve essere respinta.

 P.Q.M. 

Visti gli artt. citati e 593, 594 C.p.p. 66, 261, 402 c.p.m.p.;

C H I E D E

Che il Tribunale Militare Territoriale di Roma con suo provvedimento, in Camera di Consiglio, rigetti l'istanza.

 

Roma, lì 1 febbraio 1960

 

IL SOSTITUTO PROCURATORE MILITARE DELLA REPUBBLICA

Dott. Gildo RODI

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