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Fornovo 6 Luglio (1495)
by Gianfranco Cimino - 05/07/03
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Introduzione

Accolgo un po' a malincuore l'invito di Lorenzo e LB a scrivere qualcosa della battaglia di Fornovo (1495) perché essa, prima di una lunga serie di sconfitte inflitteci da forze straniere, segna l'inizio della fine dell'indipendenza degli Stati italiani: nel giro di poco più di 50 anni, l'unico stato italiano di una certa rilevanza internazionale rimasto indipendente, ma a costo dell'abbandono della sua politica di espansione in Italia, sarebbe stata la gloriosa Repubblica di Venezia.

Stranamente però questa battaglia è ignorata dai più, tanto è vero che essa è comunemente considerata, a torto, un "pareggio", mi si perdoni il paragone calcistico, o addirittura una vittoria italiana.

C'è un altro motivo, che ai più parrà buffo, per cui "sento" particolarmente questa battaglia: il comandante in capo delle forze italiane aveva il mio stesso nome di battesimo: Gian Francesco (io più modernamente mi chiamo Gianfranco), e mai un Gianfranco ebbe una tale importanza nella storia del nostro Paese, e così palesemente fallì. Così, se mi fosse dato di poter partecipare ad una battaglia del passato, vorrei ritornare indietro a quel fatidico giorno di Luglio del 1495 (ma alla testa della Legione Nera di Abbadon il Massacratore i fan di Warhammer 40.000 di questo NG mi capiranno ?).

Nel post non mi soffermerò però tanto sulla battaglia, quanto sull'analisi delle cause profonde di una tale sconfitta e più in generale del "malessere militare" italiano di quegli anni. Dovrò anche tralasciare, per motivi di tempo e di spazio, sui vari tipi di truppa coinvolti nello scontro, discorso peraltro complicato ma interessantissimo. In particolare l'ordine di battaglia varia a seconda delle fonti da me consultate, ma, nell'ambito dell'economia generale della battaglia, queste discrepanze possono essere considerate secondarie.

La campagna

La velocità e la facilità con cui l'esercito di Carlo VIII aveva compiuto la sua impresa italiana, conclusa con la conquista di Napoli nel febbraio 1495 (ricordiamo la frase del Macchiavelli, «pigliare l'Italia col gesso») spaventò e costrinse alla fine all'azione Venezia ed il Ducato di Milano, timorosi di una completa egemonia francese sull'Italia, se non si fosse trovato il modo di fermare Carlo VIII.

Il 31 Marzo dello stesso anno nacque a Venezia la "Lega di Venezia" di cui facevano parte Venezia, Ludovico Sforza duca di Milano detto "Il Moro", il Papato ed altri Stati italiani minori, nonché, significativamente, Ferdinando "Il Cattolico" re di Castiglia e Massimiliano I d'Asburgo Imperatore. Il comando degli eserciti della Lega, in gran parte assoldati da Venezia, fu affidato a Gian Francesco III Gonzaga marchese di Mantova, con l'obiettivo di espellere i Francesi dall'Italia.

Oramai le forze della Lega minacciavano le isolate guarnigioni francesi che difendevano le comunicazioni con la Francia, e Carlo VIII non ebbe altra scelta che quella di abbandonare Napoli (20 Maggio 1495), e risalire la penisola verso il suo Regno, proclamando che non cercava nuove conquiste, ma solo un rapido rientro in patria.

Forse la Lega di Venezia si sarebbe accontentata di una rapida ritirata francese dall'Italia, ma l'eventualità di una possibile penetrazione in Italia di un secondo esercito francese, e l'appoggio dato da Carlo VIII ai Pisani in lotta con Firenze, spronò le forze militari della Lega all'azione.

Gian Francesco Gonzaga radunò (Giugno 1495) le proprie forze per sbarrare il passo al francese, mentre le forze navali della Lega precludevano una possibile ritirata di Carlo VIII via mare, attraverso Genova.

Carlo VIII intraprese quindi una ritirata via terra, resa più difficile dal suo treno d'artiglieria e dal numeroso bottino raccolto nella sua campagna italiana, prese Pontremoli, superò il passo della Cisa, scese nella valle del Taro ed il 5 Luglio le sue forze raggiunsero il villaggio di Fornovo sul Taro, dove trovarono l'esercito della Lega a sbarrare loro la strada.

I Francesi occuparono Fornovo ed il mattino dopo (la notte aveva piovuto abbondantemente) levarono il campo, attraversarono il Taro, guadagnando la riva occidentale occidentale, e si diressero verso nord lungo una strada secondaria. L'esercito della Lega era accampato a cavallo della strada principale, sul banco orientale del fiume, e Gian Francesco Gonzaga colse l'occasione per attaccare l'esercito nemico, rallentato dall'ingombrante treno logistico e dall'azione della cavalleria leggera della Lega, attaccando attraverso il fiume. Era il pomeriggio del 6 Luglio 1495 quando la battaglia di Fornovo cominciò.

La battaglia

La situazione, al pomeriggio del 6 Luglio 1495 era dunque la seguente: L'esercito francese, che avanzava verso nord sul banco ovest del Taro, era diviso in avanguardia (al comando del maresciallo Pierre de Rohan sire di Giè), centro (al comando di Carlo VIII in persona) e retroguardia (comandata da Louis II de la Trémoille detto "Le Chavalier Sans Reproche").

L'avanguardia comprendeva 400 500 cavalieri pesanti (cavalleria destinata all'urto ed armata di lancia pesante, dotata di corazza a piastre e bardatura metallica) tra i quali anche gli Italiani del Trivulzio e gendarmi d'ordinanza francesi , supportati da circa 500 arcieri (arcieri montati, più simili a cavalieri pesanti che tiratori, in questo periodo) e circa 3.000 Svizzeri, per la maggior parte picchieri, ma anche alabardieri e fanteria leggera. Lungo il Taro era inoltre disposta la moderna artiglieria francese, circa una sessantina di pezzi ed un migliaio di addetti.

Il centro comprendeva la guardia reale, formata dai cavalieri pesanti della Guardia (gli Arcieri Scozzesi) e dai gentiluomini del seguito personale del Re e gendarmi d'ordinanza (in tutto circa 300 400 cavalieri pesanti) nonché da balestrieri a cavallo francesi (300 400 in tutto).

La retroguardia comprendeva circa 300 gendarmi d'ordinanza, supportati dai soliti arcieri montati (circa 600); inoltre, alla sinistra di essa, lungo i monti, avanzavano le salmerie, con il ricco bottino della campagna.

A seconda delle fonti è segnalata la presenza di fanteria (principalmente tiratori, specie balestrieri mercenari francesi ma anche picchieri appartenenti alle "vecchie bande", tratte dal corpo dei Francs archers) nel centro e nella retroguardia francese, in tutto comunque l'esercito francese non superava i 9.000 10.000 uomini.

Da notare che tra i Francesi combattevano anche numerosi italiani, quali Ferrante d'Este (figlio di Ercole I d'Este duca di Ferrara, e fratello di Isabella d'Este, moglie di Gian Francesco Gonzaga vatti a fidare dei cognati !!) Paolo Vitelli, Francesco Secco, Battista Fregoso e Camillo Secco, una situazione questa che si verificherà molto, troppo spesso durante le cosiddette guerre italiane del XVI sec. Tra gli Italiani notevole la presenza di Pico della Mirandola.

Lo schieramento italiano era più articolato, avendo Gian Francesco Gonzaga scelto un piano di battaglia abbastanza complesso. L'esercito, forte di circa 20.000 uomini (25.000 secondo altre fonti) era diviso in ala destra, comandata da Gianfrancesco (un altro !!) Sanseverino conte di Caiazzo, assoldato dal Ducato di Milano, schierato nei pressi del guado di Gairola; centro, comandato da Gian Francesco Gonzaga schierato nei pressi del guado di Oppiano ed ala sinistra, schierato nei pressi dei guadi di Gualatico e Ozzano guidata da Bernardino Fortebraccio, comandante in capo delle forze veneziane; quest'ultima "battaglia" era appoggiata da una forza autonoma di cavalleria leggera. Inoltre ciascuna di queste tre "battaglie" aveva una riserva (ala destra, comandante Annibale Bentivoglio; centro, comandante Antonio da Montefeltro ed ala sinistra). Infine a guardare il campo della Lega rimanevano circa 1.000 fanti scelti veneziani e 600 cavalieri pesanti.

Non arrivarono invece in tempo per prendere parte alla battaglia l'artiglieria pesante veneziana, 3.000 cernite Veneziane e 1.000 cernite Friulane (le cernite erano una milizia veneziana non molto addestrata).

Come dicevo, il piano di Gian Francesco Gonzaga era piuttosto elaborato.

L'ala destra (circa 800 cavalieri pesanti, 1.700 fanti ducali Milanesi, 300 picchieri tedeschi e l'artiglieria) aveva il compito di bloccare la colonna francese, tenendo impegnati i temibili svizzeri.

Nel frattempo doveva avere luogo lo scontro principale, tra gli uomini di Gian Francesco Gonzaga (500-600 cavalieri pesanti, 500-600 balestrieri montati e circa 5.000 fanti veneziani), ed il centro francese, che doveva essere scompaginato e spinto contro le alture retrostanti.

A completamento di questa manovra, le forze di Bernardino Fortebraccio (circa 500 cavalieri pesanti) avrebbero dovuto attaccare la retroguardia francese, che, contemporaneamente avrebbe dovuto essere attaccata sul fianco opposto dalla cavalleria leggera della lega (circa 1.500 tra stradioti e balestrieri a cavallo agli ordini di Pietro Duodo).

In appoggio alle varie "battaglie" la riserva di cavalleria (circa 1.000 1.500 cavalieri pesanti divisi tra ala destra, centro ed ala sinistra), sarebbe dovuta intervenire, ma solo su ordine esplicito di Rodolfo Gonzaga, zio di Gian Francesco e veterano delle guerre svizzero - borgognone, nel momento e nel posto più adatto.

L'attacco della Lega cominciò a metà pomeriggio, con l'avanzata dell'ala destra del Caiazzo contro l'avanguardia nemica; il tiro dell'artiglieria francese non sortì molto effetto, forse a causa del terreno bagnato che impediva il rimbalzo dei proiettili. Ma gli Svizzeri erano un nemico temibile, e prima respinsero gli attacchi degli Italiani contro l'artiglieria, poi misero in fuga l'intera "battaglia" del Caiazzo. Il compito dell'avanguardia francese fu facilitato dal fatto che il centro italiano, a causa del livello del Taro, insolitamente alto per le piogge recenti, aveva dovuto guadare più a monte, vicino alle posizioni dell'ala sinistra del Fortebraccio, in ritardo sui tempi previsti, e lasciando esposto il proprio fianco destro.

Quivi si svolse la parte principale della battaglia, principalmente uno scontro tra cavallerie pesanti: dopo poco più di un'ora di combattimenti, anche le truppe di Gian Francesco Gonzaga furono respinte oltre il fiume.

Non andarono meglio le cose all'ala sinistra italiana: la cavalleria leggera compì la propria manovra avvolgente, portandosi sul retro del dispositivo francese, ma, dopo una schermaglia coi Francesi, si gettarono sulle salmerie del nemico, assieme alla cavalleria leggera ed a parte dei fanti del comando di Gian Francesco Gonzaga Fortebraccio, rimasto isolato, dovette ritirarsi. Gli ultimi vani attacchi Italiani furono condotti dal Conte di Pittigliano; le riserve invece, non intervennero mai: Rodolfo Gonzaga era morto all'inizio della battaglia.

I Francesi, forse paghi del successo, forse consci della propria inferiorità numerica, preferirono non inseguire gli Italiani e si sganciarono con il favore della notte: Carlo VIII era riuscito, ed anche abbastanza facilmente, nel suo intento principale: riportare il nucleo del proprio esercito, artiglieria compresa, intatto, oltralpe. Nello scontro persero la vita un migliaio di Francesi ed un numero pressoché doppio di Italiani. Ambedue le parti rivendicarono la vittoria, e tale fu (ed è ancora) considerata da molti Italiani; Macchiavelli, lucidamente, la considerò una vittoria francese, mentre l'Ariosto, più prosaicamente, considerò Gian Francesco, se non vincitore, almeno non vinto.

Tecnicamente parlando Fornovo fu una cocente sconfitta per la Lega, e ne segnò la fine politica: lo scopo principale degli Italiani era impedire a Carlo VIII di tornare sano e salvo col suo esercito in Francia, e non fu raggiunto; inoltre la debolezza ed inadeguatezza della reazione italiana, e dal punto di vista militare, e da quello politico, fu un incoraggiamento per ulteriori aggressioni, che puntualmente avvennero: già nel 1499, solo quattro anni dopo, Luigi XII, succeduto a Carlo VIII, prendeva il Ducato di Milano.

Analisi della battaglia

A prima vista la battaglia di Fornovo sembra una delle tante sconfitte subite dalle armi italiane cui applicare il detto "mancò la fortuna, non il valore": il Taro in piena (a Luglio !!) che ostacola la manovra e l'impeto delle truppe della Lega, Rodolfo Gonzaga che muore prima di poter dare ordine alle riserve di muovere, quando la mischia al centro è ancora in bilico, gli Stradioti che invece di completare una micidiale manovra di avvolgimento si danno al saccheggio, in ultimo l'episodio in cui alcuni cavalieri italiani giungono nelle vicinanze di Carlo VIII, senza tuttavia poterlo catturare o uccidere (cosa che avrebbe automaticamente reso Fornovo un grosso successo italiano, una Pavia ante litteram), a causa della reazione della sua Guardia.

Ma fu davvero così?

Si potrebbe d'altronde dire che il piano di Gian Francesco è forse fin troppo articolato per poter essere eseguito con successo da un esercito composito come quello della Lega (l'attrito della manovra …), e che avrebbe dovuto essere cambiato, visto lo stato del terreno, che l'affidare ad uno dei comandanti direttamente (e fin da principio) coinvolto in prima persona nello scontro la manovra delle riserve è azzardato, che gli Stradioti non erano mai stati fino ad allora famosi per affidabilità e disciplina, che Gian Francesco Gonzaga (il quale, come abbiamo capito, non era né un Ezio né uno Scipione l'Africano) riuscì a far arrivare al combattimento solo una parte del suo esercito (e quella parte tra l'altro, combattendo valorosamente, subì perdite abbastanza alte), vanificando la superiorità numerica della Lega. Ma se scendiamo ancora più in profondità con la nostra analisi, vediamo che ci sono altre cause che spiegano la giornata di Fornovo, senza tirare in ballo la fortuna.

Se paragoniamo i due eserciti, quello della Lega e quello Francese, ci rendiamo conto che essi sono molto differenti; non che voglia asserire che ci troviamo davanti ad un esercito prettamente medievale (quello di Gian Francesco Gonzaga) ed a un esercito già pienamente rinascimentale (quello di Carlo VIII), come a torto asserito da alcuni, ma certo i due eserciti sono impostati molto differentemente.

Quello Francese è caratterizzato da avere la prima artiglieria veramente "moderna", ippotrainata, con bocche da fuoco tecnicamente all'avanguardia, standardizzate, che tirano palle in ferro; è vero che nella battaglia di Fornovo, a differenza che, ad es. a Ravenna, essa non è affatto decisiva, ma è pur vero che senza di essa la campagna di Carlo VIII non sarebbe stata così veloce e decisiva (basta riandare ai commenti formulati da Guicciardini e Macchiavelli sullo shock provocato dall'artiglieria francese). Da questo punto di vista la Lega è ancora indietro.

Poi, ugualmente importante, l'esercito francese schiera una fanteria d'urto, quella Svizzera, che non solo è la migliore allora disponibile in Europa, ma contro la quale l'esercito della Lega non può opporre nulla (ed è per questo forse, che Gian Francesco è costretto ad una manovra così articolata). Resta quindi il dubbio che se anche il piano di Gian Francesco Gonzaga avesse avuto successo, difficilmente gli Svizzeri sarebbero stati sgominati, più probabilmente si sarebbero ritirati combattendo, magari proteggendo Carlo VIII tra i loro ranghi. Forse la risposta migliore sarebbe stata smontare la cavalleria pesante per attaccare a piedi le picche svizzere, come già aveva fatto il Carmagnola ad Albedo molti anni prima. E' vero che anche l'esercito della Lega contiene molta fanteria, ma questa fanteria è principalmente leggera oppure una fanteria da tiro (soprattutto balestrieri) inadatta a sostenere una mischia prolungata, con una fanteria o una cavalleria d'urto, solo qualche centinaio tra i soldati della Lega sono infatti armati di picche, alabarde o targa e spada.

Oltre l'avvento dell'artiglieria, anche il sorgere di una nuova potente fanteria è segno dei tempi che cambiano, anzi, l'ascesa della fanteria è un fenomeno più "vecchio" rispetto al rinnovamento dell'artiglieria, ma neanche essa è stata recepita in Italia, nonostante la lezione delle guerre Svizzero Borgognone. Quindi potremo dire che mentre l'esercito della Lega, se non antiquato, era ancora un esercito legato in qualche misura al passato, anche se presentava elementi di novità (ad es. l'uso della cavalleria leggera) l'esercito francese era già proiettato nel futuro.

Né la carenza nelle due armi di cui ho detto poteva essere bilanciata da una decisa superiorità nella cavalleria. La cavalleria pesante italiana non era, uomo contro uomo, affatto inferiore a quella francese (Barletta docet), ma, in campo, soffriva la carica in massa, su un singolo rango, della cavalleria d'oltralpe, che per il suo superiore elan era considerata allora la migliore al mondo. Infatti la cavalleria italiana, sotto i condottieri, aveva sviluppata una sua particolare tattica, che consisteva nel caricare con pochi squadroni alla volta, che venivano ritirati e sostituiti con altri freschi, tattica ragionevole questa, ma che a Fornovo non funzionò per il mancato intervento delle riserve. Inoltre la cavalleria pesante italiana fu ostacolata dal dover attraversare a guado un corso d'acqua non facile prima di arrivare a contatto della cavalleria nemica.

In quanto alla cavalleria leggera italiana, Stradioti soprattutto, essa era chiaramente superiore a quella francese, ma forse, in quest'occasione, fu chiesto loro troppo, dopo tutto si trattava ancora di un corpo indisciplinato, più adatto alle schermaglie della guerra di frontiera che alla battaglia campale. Certo essa era uno degli elementi di maggior novità presente nell'esercito della Lega, ed infatti fu ampiamente copiata da tutti i contendenti nel corso delle Guerre Italiane.

La crisi militare italiana nel Rinascimento

Una vecchia visione dell'arte della guerra italiana nel XV sec., non so quanto ancora diffusa, attribuisce la crisi militare italiana nel Rinascimento alla massiccia introduzione del mercenariato negli apparati militari degli Stati italiani di allora. Il sistema delle "condotte" avrebbe portato ad un tipo di guerra estremamente falsato dalla necessità di conservare risorse (le truppe mercenarie appunto) costose e difficilmente sostituibili; un tipo di guerra simile ad un raffinato, ma incruento gioco di scacchi, fondata molto sulla manovra e sulla cattura delle piazzeforti nemiche, per sua stessa natura obsoleta. Inoltre il mercenariato avrebbe fatto sparire le antiche virtù militari italiche, cosicché lo shock rappresentato dalla guerra "moderna", importata in Italia dai Francesi nel 1494, avrebbe letteralmente distrutto gli ordinamenti militari italiani; il fallimento militare italiano avrebbe poi condotto alla perdita dell'indipendenza dei vari stati italiani in pochi anni.

Anche se questa visione è corroborata dalla lettura, ad esempio, del Macchiavelli, essa è troppo estremista, e molti studiosi (ad es. M. Mallet) hanno cercato di moderarla e riformularla. Bisogna anche tener conto che gli osservatori di allora, in primis Macchiavelli, vivevano in prima persona situazioni difficili, e le loro pagine spesso non riescono a dare descrizioni imparziali ed analisi serene degli avvenimenti.

Così ad esempio non è vero che gli Stati italiani dipendessero esclusivamente dal sistema delle "condotte", o avessero totalmente abbandonato il sistema dei cittadini soldato o negletto interamente la fanteria.

E se è vero che la Francia aveva fatto i primi passi verso un esercito regolare nazionale, con l'introduzione delle compagnie d'ordinanza, anche diversi Stati italiani, primi tra tutti Venezia e Milano, erano sul punto di introdurre nei loro ordinamenti truppe regolari, trasformando i contratti del sistema delle condotte in servizio permanente in favore dello stato. In effetti il sistema delle condotte si stava evolvendo in qualcosa di diverso, tramite l'istaurarsi di rapporti, economici e personali, sempre più stretti tra i condottieri ed i loro utilizzatori.

Che gli ordinamenti militari italiani avessero ancora una certa vitalità e spazi per un'ulteriore evoluzione è dimostrato anche dalla rapidità con cui i diversi Stati italiani cercarono di porre rimedio alle due cause principali della loro debolezza militare, evidenziatesi proprio negli anni 1494 -1495: la mancanza di artiglieria moderna (e delle fortificazioni atte a resisterle) e la mancanza di una fanteria d'urto.

In effetti in pochi anni i principali Stati italiani si dotarono di un'artiglieria all'avanguardia e di fortificazioni, scientificamente progettate da architetti di prim'ordine, adatte a resistere ad essa. Vi furono inoltre interessanti esperimenti per l'introduzione di una fanteria da urto autoctona, ad es. i picchieri di Vitellozzo Vitelli, i picchieri romagnoli usati da Venezia ad Agnadello, le milizie fiorentine volute da Macchiavelli.

Inoltre almeno su un punto gli Stati italiani, in primis Venezia e Firenze, anticiparono addirittura i tempi: l'introduzione in maniera massiccia, già ai primi del '500 delle armi da fuoco portatili.

Senza considerare che i comandanti italiani rimasero, anche dopo la fine dell'indipendenza italiana, molto competenti, basti pensare al Trivulzio, al Farnese, o, in pieno XVII sec. al Montecuccoli o al grande principe Eugenio, e che truppe italiane, in gran numero, combatterono durante le Guerre Italiane, e successivamente, anche se al servizio di potenze straniere.

Vero che gli esperimenti e le tendenze di cui sopra non furono portate avanti, ma ciò non fu tanto per ragioni prettamente militari, quanto per ragioni politiche e sociali; ad es. l'esercito di milizia reclutato nel 1506 da Macchiavelli, è basato su uno schema, quello della leva degli eserciti romani, anacronistico e totalmente improponibile nella situazione sociale della Firenze dell'inizio del XVI sec., ed infatti si sbandò completamente nel 1512 davanti agli Spagnoli.

E comunque anche la Francia, la cui struttura politico sociale rendeva difficile l'arruolamento di fanterie autoctone, basti vedere il fallimento dei Francs Archers, riuscì a arruolare fanterie pesanti mercenarie straniere fino a quando, nella seconda metà del XVII sec., con l'accentrarsi dello stato, fu possibile creare una efficiente fanteria francese. In realtà, nonostante le parole di fuoco di Macchiavelli contro i mercenari, il sistema del mercenariato continuò ben dentro il XVII sec., basti pensare che verso la fine della guerra dei 30 anni il pur forte esercito svedese era formato più da mercenari stranieri che da Svedesi.

Da tutto ciò si può dedurre che il fallimento militare italiano nel Rinascimento non fu tanto dovuto alla inadeguatezza delle sue armi o dei suoi ordinamenti militari, o alla mancanza di competenza o di valore degli uomini, quanto alle divisioni politiche, interne ed esterne ai vari Stati indipendenti che allora formavano l'Italia.

Ma l'analisi della entità e delle cause di tali divisioni, che coinvolge anche le strutture sociali di allora, apre un discorso affatto nuovo ed esula dagli scopi di questo post.

Bibliografia
P. Pieri - Il rinascimento e la crisi militare italiana, Torino 1952
G. Parker La rivoluzione militare, Bologna 1999
M. Mallett Signori e mercenari. La guerra nell'età del Rinascimento, Bologna 1974
G. Gush Renaissance armies, 1480 1650, Cambridge 1980 (un'utile introduzione ai tipi di truppa del periodo)

Esiste inoltre un libro della Osprey dedicato alla battaglia di Fornovo.

In questo giorno, vigilia del 508º anniversario della battaglia di Fornovo, vorrei dedicare questo mio post a tutti coloro, Italiani, Francesi o Svizzeri, che caddero in quell'occasione, ma il mio pensiero va soprattutto ai condottieri italiani Rodolfo Gonzaga, Ranuccio Farnese, Giovanni Piccinino, Galeazzo da Correggio, Roberto Strozzi, Alessandro Beroaldi e Bernandino da Montone, ed ai loro uomini che, cadendo sul campo, dimostrarono che non è vero che "gli Italiani non si battono".

Ciao
Gianfranco
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